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Rassegna Stampa

Matera vista dal Premio Energheia, ricordando Enrique Irazoqui

di Irene Gianeselli, tratto da

In giuria al Premio Energheia 2020 dall’11 al 13 settembre: l’occasione di un corpo a corpo con i Sassi di Matera.

Da ventisei anni Felice Lisanti e la sua Associazione culturale promuovono a Matera la lettura e la scrittura, dando spazio agli esordienti senza limiti d’età, ma con particolare attenzione nei confronti dei giovanissimi scrittori. È un luogo di genuino scambio generazionale e culturale, sostenuto da Enti e istituzioni come il Mibact e dalla presenza di Ambasciatori europei in Italia che incoraggiano i propri talenti che vi partecipano con entusiasmo. Ho passato tre giorni mescendo l’inglese, lo spagnolo e il tedesco all’italiano. Con i vincitori provenienti da Monaco (Yvonne Ramp) e da Madrid (Angel M. Sancho) abbiamo giocato con le nostre lingue madri, riuscivamo a capirci anche solo con un accenno di frase, dopo poche ore siamo arrivati a questa conclusione: “Siamo tutti figli e figlie del latino e del greco, e poi siamo testimoni di umanità… ci capiremmo comunque, anche solo guardandoci”. La nostra lingua franca, l’esperanto, è proprio in noi: è il nostro corpo, la nostra predisposizione all’ascolto dell’altro da noi, della sua essenza e della sua esperienza.

Partecipare ad una giuria con altri due scrittori (Cristina Cappellari e Valerio Millefoglie), con esperienze di vita e di scrittura proprio differenti, è stato davvero stimolante. Abbiamo avuto meno tempo a disposizione per stare insieme rispetto a quello di cui hanno goduto gli altri giurati e vincitori nelle precedenti edizioni del Premio Energheia: c’è ancora, tra noi, la pandemia e questo è un fatto, non un dettaglio. Ce l’abbiamo addosso questa pandemia. Ma il Covid-19 è solo uno dei sintomi, è quello più evidente, non l’unico. Questo me lo ha spiegato la polvere che copre le scale d’ingresso della Madonna dell’Idris.

Ho sempre avuto la convinzione, per istinto, che oltre a leggere un libro o a vedere un film, sia necessario anche vivere nei luoghi che ne costituiscono l’immaginario visivamente e matericamente.

Ho scritto subito che partecipare al Premio Energheia ha significato un corpo a corpo con un luogo che da sempre mi inquieta e ha costruito in me sensazioni ed emozioni contrastanti tra loro.

Conosco Matera da bambina, guardando un film che nella mia formazione ritengo fondamentale. Parlo de Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini. Mentre scrivo questo reportage sui generis – che mi rendo conto essere una sorta di mappa metastorica e a tratti metafisica di un luogo e di ciò che rappresenta nelle nostre vite – muore l’attore che interpretò Cristo in quel film. Enrique Irazoqui si è spento proprio in queste ore, nel passaggio tra il 15 e il 16 settembre che, almeno in questa parte del mondo, è ancora scosso da brividi di caldo lunghi e spossanti. Il Vangelo secondo Matteo io non lo avevo davvero compreso fino in fondo e questo l’ho capito lasciandomi squarciare gli occhi dagli scorci impietosi delle vie di pietra che si aprono stando tutte chiuse nel loro stesso ventre, abbagliando chi ci cammina dentro.

Il volto e il corpo di Cristo interpretato da Irazoqui – che somiglia spaventosamente a quelle figure dipinte sulle mura ammuffite e gocciolanti delle chiese rupestri, a quei volti oblunghi paleocristiani che ti inchiodano alla tua miserabile condizione di morituro se le fissi negli occhi sempre un po’ sproporzionati nella loro enormità – era solo un volto per me, perché credo che davvero venga prima il VerboIl Vangelo secondo Matteo, in realtà, mi impressionò tanto perché a dare voce a Gesù era Enrico Maria Salerno e la sua voce, sul volto di Irazoqui, rendeva tutta la tragicità dell’esistenza di un profeta che non è un profeta, di un uomo che non è un uomo.

Cristo è molto di più e molto di meno. Proprio come Matera: è molto di più e molto di meno: di quello che vediamo, di quello che crediamo, di quello che ci illudiamo di avere capito di noi e degli altri, di noi con gli altri.

«Io non lo so se diventare Capitale Europea della Cultura nel 2019 significa essere migliori» mi ha detto un giovane materano. «Io non so se i soldi, se l’indotto, come si dice, ci stiano cambiando in meglio… guarda, guarda quanta gente ci sta oggi… ma chi se lo immaginava? Qua era come il deserto… momenti manco noi ci volevamo restare» ha continuato.

Non sapevo dargli torto, le strade erano un brulichio di selfie e di sguardi gettati a caso nel corpo della città antica (che città, proprio non è).

Matera è un luogo sacro, ma non sempre i turisti se ne accorgono. L’ho capito dormendo nel cuore della pietra che, dopo tutta la giornata al sole, nella notte poi ti stordisce col calore che ha raccolto. È un luogo sacro ai limiti dell’inconcepibile e dell’indicibile. Solo Pasolini riesce a dirlo e lo fa con un film, te lo mostra proprio, brutale come solo un Poeta può essere. Come solo lui sa essere e altri, diciamolo una volta per sempre, non ce ne sono. Tutti quelli che vengono etichettati come “pasoliniani” in realtà non lo sono. Fellini poté diventare aggettivo (e pure su questo si potrebbe discutere), ma non Pasolini.

Ma per comprendere Il Vangelo secondo Matteo e la sua verità devi sentire i muscoli tesi, il dolore nelle gambe e nella schiena dopo quattro ore di cammino, di scale e di polvere, di biancore e di calore. Lo deve capire l’intelligenza del tuo corpo, il tessuto, la sua fibra gonfia di fatica. Non basta vedere il film, devi andare in quelle strade: ti devi affacciare da San Pietro, devi lasciare che la vertigine della gravina ti attragga, devi accettare l’ombra lunga della pietra ruvida che si proietta su di te nel pomeriggio come una carezza dopo tanto vagare. Devi accettare, soprattutto, il silenzio. Ancestrale, quasi arrabbiato, devi accettare che ti svuoti e ti tramortisca, che lo faccia molto più della luce. Una luce che è una contraddizione: calda, ma gelata. Gronda sudore, ma è fredda da sbattere i denti. Ti sazia e t’affama. È candida, ma opaca.

E forse, sì, Matera è questo: contraddizione. Molto più, molto meno.

Non ossimoro, proprio contraddizione. Incomprensibile: era la vergogna d’Italia e adesso quella vergogna è business per pochi. Era la vergogna del nostro Paese e adesso si vende come calamita per il frigorifero. In una teca trovi un Santo, al suo fianco un negozio di souvenirs.

Passi su passi, gambe su gambe, i turisti li ho osservati a lungo: non guardano, non vedono. Hanno tutti fretta, mentre i Sassi sospendono la nozione del tempo e se ti ci vuoi perdere, non ci riesci davvero: è un labirinto pieno di uscite, un inganno svelato che però non vuole rivelarsi fino in fondo.

Ma allora come si torna indietro? Sei già indietro. Come si va avanti? Sei già avanti. E se voglio fermarmi? Sei già ferma.

«Non ti puoi perdere, hanno deciso tutto loro: se sali vai dalla Madonna, se scendi ti allontani da lei. Ma poi sarai costretta a risalire, i Sassi sono così… per cui, tu, sempre dalla Madonna stai andando, sempre salire devi» mi hanno spiegato, era un avvertimento, perché in verità questa città non spiega mai. Non puoi saperlo cosa sta pensando, cosa sta provando. E loro sono i materani di un tempo perduto, quelli che ci ha restituito, che ha protetto e conservato per noi, con il suo sguardo, il ladro di anime (come lo chiama David Grieco nel suo documentario) Domenico Notarangelo.

La reticenza di Matera, la reticenza dei sui Sassi, che poi è quella della sua gente, la devi rispettare. Lo sanno i veneziani, adesso lo imparano i materani: il turismo è il nuovo colonialismo. Viene, consuma, se ne va. La pietra, però, è troppo violenta: non lo sta davvero accettando. L’acqua è un elemento diverso, scivola e sfugge, resiste con una rabbia diversa, si dilegua per sottrazione.

«Voglio viaggiatori qui, non turisti…» mi dice un altro materano. «Non voglio che vengano e se ne vadano e basta. Voglio che restino anche quando se ne sono andati».

E, in effetti, a Matera ci resti anche quando te ne sei andato.

Ho camminato, mi sono arrampicata, mi sono spesso fermata per guardare soltanto. Poi è arrivato il momento di premiare i vincitori, di tornare nel Museo Archeologico Nazionale Domenico Ridola a pochi passi da Palazzo Lanfranchi. Ci siamo sistemati, distanziati nel chiostro dell’antico convento delle clarisse e ci siamo ascoltati. Tra i racconti premiati mi ha colpito, e ha colpito anche gli altri giurati, la visionarietà di una storia proposta con consapevolezza del proprio immaginario. Si chiama Hugh, è il racconto scritto da una ragazza genovese di diciotto anni Eleonora Ghiotto che mi ha rivelato, dopo la premiazione, la sua passione per il Teatro nata dall’incontro con il regista Marco Sciaccaluga, invitato dal suo Liceo per un ciclo di lezioni. Mi ha raccontato con un trasporto ed un entusiasmo commoventi di come Sciaccaluga abbia parlato a lei e ai suoi compagni di Amleto. Ovviamente, né io né i colleghi giurati eravamo a conoscenza dell’età dell’autrice nel leggere il racconto. Ed Eleonora con il suo racconto avrebbe anche potuto vincere, per quel che mi riguarda posso dichiararlo a votazioni concluse, perché la sua scrittura coincide con la sua personalità e con la sua sensibilità: è onesta e genuina, guarda il mondo con curiosità e si fa delle domande, sta cercando con coraggio la sua voce anche mettendo in discussione la normatività e la prevedibilità della scrittura contemporanea.

Perciò, fuor di retorica, nell’ambito di un Premio dedicato ai giovani, lo chiedo come atto politico a me stessa e a tutti gli intervenuti: facciamolo a pezzi lo stereotipo che vuole i ragazzini e le ragazzine di talento dei disadattati, degli emarginati, dei pericolosi sognatori da tenere fuori dalla società. Delle mosche bianche da sistemare nel barattolo.

Penso a Willy, alla sua morte. Willy era un ragazzino di talento, ammazzato dalla nostra società che preferisce etichettare i giovani come lui “eroi” o “geni incompresi” quando è troppo tardi per accoglierli, proteggerli e valorizzarli. Allora, lo chiedo a me stessa e a tutti noi che abbiamo partecipato al Premio, ambasciatori (S. E. Alfonso Dastis Ambasciatore di Spagna in Italia e Tina Kokalj Ministro Plenipotenziario e Attaché della Repubblica di Slovenia), giurati, pubblico e scrittori.

Se incontriamo un ragazzino o una ragazzina di talento prima di rifugiarci nelle frasi rituali di questa società ottusa, che tende a trasformare in “fenomeni” i giovani talentuosi per normalizzarli e anche per ridicolizzarli. Fermiamoci e cerchiamo di essere onesti. Quel ragazzino, quella ragazzina, ad essere adulto o adulta ci deve arrivare. E ci deve arrivare perché noi, noi dovremo coprire le sue spalle e non abbiamo nessun diritto di ridimensionare o imbrigliare, storpiare o scoraggiare il suo talento e la sua unicità, il suo comportamento corretto, da cittadino con coscienza civica. Se Willy è morto, la responsabilità è anche di questa società di fascisti e nazisti che gli dice “Te la sei cercata, dovevi farti i fatti tuoi, la rissa non ti aveva coinvolto e tu, siccome hai la pelle scura, sei solo un immigrato”.

Anche di Pasolini, anche di Mattei si disse che “se la erano cercata”.

Erano soli, come era solo Willy, come sono soli migliaia di giovani in questa Italia disonesta, violenta e ancora fascista, competitiva e accecata dall’arrivismo. È sola anche Matera, calpestata da centinaia di turisti, senza sapere quale impatto ha questo calpestio sulla sua Storia e sulla sua identità, senza sapere se questi passi svogliati o esagitati siano o meno sostenibili.

Siamo tutti più soli se dimentichiamo, se crediamo di ridimensionare ad una età e ad un sesso la voce di una scrittrice o di uno scrittore. Tutti gli autori, con le loro età e con le loro storie, hanno dimostrato che il talento non può essere etichettato. Siamo tutti più soli, se ci facciamo trasformare in etichette (e non posso che provare rabbia e sconforto per quello che è accaduto a Caivano a Maria Paola e Ciro, due giovani che si amavano e che per questo sono stati puniti e che i giornali non hanno esitato ad etichettare con i toni vergognosi e anacronistici da stampa di post-ventennio). Ma esistono realtà, associazioni, persone (e non personaggi) che credono ancora nella cultura e nell’incontro. Esiste il Premio Energheia che mi ha fatto ricordare e guardare tutto questo e che per questo ringrazio, perché lo ricorda ad una città che davvero potrà essere una Capitale Europea della Cultura se avrà il coraggio di conservarsi e di lottare per la propria identità.

ARTICOLO E FOTO © DI IRENE GIANESELLI

IN COPERTINA FOTO © DI DOMENICO NOTARANGELO