Caricamento in corso
I racconti del Premio letterario Energheia

Martina e il Re Giocondo_Margherita Bradascio, Matera

_Racconto finalista prima edizione Premio Energheia_1994.

 

In cima ad una montagna, nei pressi delle Dolomiti, abitava un tempo una ricca massaia, che aveva una sola figlia, Martina, alla quale era molto affezionata ma le dava anche tante preoccupazioni.

La giovane ragazza, era svagata e distratta, correva dietro ad ogni divertimento che il paesino ai piedi del monte le offriva. Era sempre lì, per le vie a giocare, a correre e a consumare il denaro che sua madre le dava con tanta generosità. Cosicché, poco alla volta, la massaia cominciò a temere che la sua adorata figliola fosse una perditempo.

Cominciò allora a rimproverarla, ad incitarla a lavorare e cominciò a pensare a come tenerla lontana dalle occasioni ce la richiamavano a tutti i vizi.

Un giorno poi, esausta per tutti i tentativi vanificati, pensò ad una nuova soluzione.

Chiamò la figlia e disse:

“Fino ad oggi ti ho rimproverata per la tua vita oziosa e non ho mai ottenuto nulla, ora voglio mettere alla prova la tua intelligenza e la tua buona volontà. Eccoti quaranta denari. Vai in fiera e compra quante pecore puoi. Dopo qualche anno, esse faranno degli agnellini che cresceranno e daranno tanto latte che ci servirà a fare dei formaggi, ci daranno anche tanta lana con la quale faremo, coperte e maglie per l’inverno e che potremo vendere, sia come confezioni che come materia prima, in modo che in seguito faremo tanti altri denari e potremo condurre una vita onesta e serena”.

“Lascia fare a me, mamma; vedrai che anch’io so il fatto mio e sarai contenta di me!”

E Martina si avviò alla fiera ma, strada facendo, già pensava a quanto si sarebbe divertita con quei soldi.

Camminava con un’aria svogliata e un’andatura dinoccolata, quando entrò in un bel boschetto e ai piedi di un albero, vide un fanciullo bello come un principe che giocava con una ranocchia verde e dorata: che strana che era, non ne aveva mai vista una così!

La ranocchia riusciva a suonare un piccolo tamburello con un ritmo tale che Martina ne rimase stupita. Si fermò ad ascoltarla, dimenticò del dovere da compiere e disse al fanciullo:

“Questa bestiola è un prodigio! Darei una fortuna per averla”.

“Basterebbero quaranta denari perché sia tua!” replicò il fanciullo.

“Quaranta denari! Li avrei ma…” e raccontò i progetti della madre.

“Ahi”, disse il fanciullo, “sarai ricca quando sarai diventata vecchia, mentre questo piccolo prodigio potresti averlo subito!”

Martina intanto non toglieva lo sguardo dalla ranocchia e alla fine diede i denari al giovane ed ebbe l’animaletto verde e dorato con il tamburello, tutti e due racchiusi in una scatolina.

Percorse la strada del ritorno cantando e ridendo fra sé e sé, e rallegrandosi con se stessa, disse:

“Ora vedrai mamma cara se non sono una ragazza ingegnosa e se non so cavarmela bene anche con gli affari: senza neanche giungere in fiera ritorno a casa con questo gioiello”.

Ma quando fu a casa, l’accoglienza della madre fu molto diversa dal previsto. La massaia, infatti, vedendo l’acquisto nel quale la giovane aveva speso i suoi quaranta denari, iniziò ad inveire contro la sua testardaggine, e uscì dalla stanza senza neanche sentire la bravura della bestiola nel suonare il tamburello. Tuttavia la povera donna, ripensando alle sue escandescenze ebbe un po’ di rimorso.

“La ragazza”, pensò “non è abituata agli affari, è ingenua, e lo sbaglio è stato anche mio che non l’ho educata a dovere”.

Da quel giorno cominciò a portarla con sé, a farle vedere campi fertili, bestie belle e abili, a farle notare i pregi e i difetti delle pecore. La giovincella però faceva orecchio da mercante pur fingendo di comprendere tutto. Ma la mamma era certa dell’apprendimento della figliola pensando a Martina come ad un’ottima alunna, tant’è vero che i genitori sopravvalutano sempre i propri figli. Dopo questi insegnamenti accelerati, ecco che un giorno la brava massaia, credendo fosse giunto il momento buono, chiamò la figlia e le disse:

“Ormai giunge l’inverno ed è necessario acquistare delle pecore. Domani va’ in fiera e acquistane, con questi cento denari. Ma non lasciarti incantare né dai bei giovanotti né da ranocchie musicanti, mi raccomando!”

Martina prese il denaro e assicurò alla mamma che questa volta avrebbe fatto come lei desiderava, e la mattina dopo partì per la fiera. Ma giunta al solito boschetto, trovò di nuovo il bel fanciullo che stava incantato con gli occhi persi come in un sogno ad osservare una libellula che svolazzava disegnando traiettorie colorate nel cielo. Anche Martina s’incantò a guardarla, certa di non aver mai veduto nulla di più bello. E anche questa volta non seppe resistere alla tentazione: sborsò i cento denari ed ebbe la sua bella libellula chiusa in una campana trasparente.

Questa volta, però, non era tanto sicura dell’acquisto e ogni tanto, strada facendo, si fermava come volesse tornare indietro a restituire la libellula e riprendere i suoi denari. Ma poi si convinse del buon affare e decisa tornò a casa.

Questa volta l’accoglienza della madre superò tutte le peggiori aspettative, poiché ella prese un bastone e cominciò a dar botte alla povera Martina, finché lei, piena di lividi, le sfuggì dalle mani e con i due animaletti, l’unica, sua ricchezza, fuggì dal paese, alla ricerca di terre lontane.

Ed ecco che capitò in un reame dove il Re Giocondo aveva saputo rendere i suoi sudditi grassi e felici, ma non aveva saputo dare la stessa salute al proprio figlio unico. Egli era magro, pallido, triste e piangente. Il Re, infelice per non aver saputo dare al suo amato figliolo salute e gioia, aveva da poco emanato un bando che avrebbe resa ricca quella donna che l’avesse rallegrato e reso sereno, e le avrebbe offerto in sposo il Principe.

All’udire questo bando, Martina pensò che i suoi due tesori forse avrebbero rallegrato per un po’ la tristezza del principe. E più per verificare il loro valore che per vincere il premio, si offrì per tentare la prova.

Lo spettacolo cominciò con una musica ritmata dalla ranocchia accompagnata dai leggiadri voli della libellula, che disegnavano fontane colorate. Tutti rimasero sbalorditi dalle bellezze di quei colori. Anche il principe pareva avvolto da una luce di gioia.

Solo una persona era imbronciata e pensierosa: era il re, che, pur se contento di vedere il figlio così sereno ripensava alle sue promesse, e cercava di escogitare una scappatoia per non mantenerle.

Alla fine della festa era già in programma un gran pranzo, e il Re si raccomandò ai camerieri che facessero bere abbondantemente la giovane vincitrice, la quale, felice come era non si fece pregare e bevve così tanto che presto si addormentò sulla sua poltrona in un sonno profondo, senza neanche scambiare qualche chiacchiera con il suo futuro sposo. Cosicché il sovrano fingendosi sdegnato la fece gettare nella gabbia dei leoni. La fanciulla fu svegliata dal ruggire di questi e resasi conto del luogo in cui era, si assicurò di avere con sé i due animaletti. Il ranocchio volgendosi a Martina disse:

“Sta’ lieta padroncina. Noi, ora che siamo liberi, decidiamo di stare con te che ci hai amato e ci hai salvato dalla schiavitù e presto ti ricambieremo”.

Così detto i due animaletti improvvisarono un piccolo spettacolo che sbalordì i leoni e li tenne occupati in modo che Martina con un pezzetto di ferro trovato lì per caso, si mise a scorticare e a scavare la parete della gabbia fino a farne un buco così grande da poter passare. Gli animaletti, naturalmente, riuscirono a passare tra le sbarre e poi via, attraverso viottoli e stridette, tornarono tutti e tre alla Reggia.

Il Re, vedendoli sani e salvi, e temendo la vendetta si sentì morire. Dette però la colpa di quanto era avvenuto ai servi. Poi disse a Martina che per la corte lei era una sconosciuta e quindi doveva dar prova della sua intelligenza per ottenere davvero quanto le era stato promesso. Però, se la prova fosse fallita, sarebbe stata punita con la morte, per la sua sfrontatezza ed incompetenza. Martina rimase sconcertata per le nuove condizioni ma dovette accettarle. Fu radunata allora una solenne commissione reale e il Presidente pose a Martina tre quesiti.

Cominciò severamente il Presidente: “Qual è il metallo più calmo che vi sia nel mondo?”

Martina rimase di stucco per la stranezza della domanda. Ma la ranocchia che la comprese saltò sulla sua spalla e le sussurrò nell’orecchio: “Lo stagno!”

La fanciulla meravigliata più che mai ripeté, a voce alta, la risposta. La commissione, allora, approvò con la testa e la corte scoppiò in applausi.

“Bene!” continuò il Presidente, “Dì ora a Sua Maestà qual è la cosa più perfetta e profumata che ci offre la natura?”

Al che la libellula si sentì interpellata e, preso il posto della ranocchia, vicino all’orecchio della giovine, mormorò: “La rosa!”

Le approvazioni, gli applausi, i rallegramenti della corte non si fecero aspettare. Solo il Re era tornato cupo e di pessimo umore.

Come fare ormai a negare il proprio figlio, a quell’intrusa, senza sangue blu nelle vene?

Ma quell’intrusa, invece, era ora serena e le s’era sciolta la lingua nella gioia di aver vinto ogni difficoltà. Prese perciò la parola per dire:

“Sire, ho capito che non avete nessuna voglia di permettere che io sposi vostro figlio e quanto a me, non lo amo, benché lo trovi molto bello; perciò vi offro una via d’uscita. Vi farò ora io un quesito: se saprete rispondere vi lascerò libero di ritirare la vostra promessa. Altrimenti sarete voi a concedermi, quello che io vi chiederò”.

Martina dunque era più scaltra di quello che potesse sembrare e a forza di stare alla reggia e di osservare i comportamenti della corte, si era accorta che il Principe dopo quel breve momento di gioia nel vedere lo spettacolo degli animaletti, era ripiombato poco per volta nella sua cupa tristezza. Non solo, aveva anche capito il motivo della sua tristezza.

C’era infatti, alla reggia una donzella che non gli toglieva mai gli occhi di dosso al giovane Principe ed anch’ella era malinconica. Si era informata che Richard (il Principe) aveva chiesto di sposare Dalila (la donzella), ma il Re aveva messo un veto assoluto a quel matrimonio essendo Dalila figlia di una serva di corte, dunque indegna della grande casata reale. Ottuso, però, come molti Re, questi non sapeva collegare l’infelicità di suo figlio con la proibizione.

Il giorno dopo, dunque, fu radunata di nuovo la corte, e Martina pose il quesito:

“Eccellentissima Maestà, sapreste dirmi la causa della profonda tristezza del suo bel figliuolo?”

“Giovane amica”, rispose il re, con sconforto, scotendo la testa, “se te la sapessi dire, non avrei invocato aiuto per vincere tale malinconia emettendo il bando!”

“Ebbene”, proseguì la giovine “ve lo dirò io! Richard è innamorato della bellissima Dalila, ed è infelice perché non può sposarla! E non avendo mai risposto alla domanda vi chiedo di concedere che il Principe sposi Dalila, nobile di sentimenti se non di nome, che lo farà felice! Quanto a me, sarò contenta al pensiero di saperli felici e di aver guarito Richard”.

Martina si accorse che tutta la corte teneva gli occhi bassi, con imbarazzo. Segno questo che certamente tutti si erano accorti del segreto del Principe, ma nessuno aveva avuto il coraggio di parlare.

Il Re, invece, fece un balzo di meraviglia sul suo trono, e si volse a guardare i giovani. Vide allora Richard felice come mai era stato.

I due giovani, quindi, si presero per mano e si inginocchiarono ai piedi del trono, chiedendo, così, senza parole, quell’assenso che da tanto bramavano.

“Oh Re, se voi amate davvero il vostro sangue, benedite, vi prego, questa unione”, disse Martina.

Re Giocondo per l’emozione non aveva parole, ma pose le sue mani sulle teste dei due giovani, in segno di assenso e di benedizione.

Non si può ridire la gioia della corte, quella di Martina nel vedere compiuta l’opera sua.

Diremo in breve che la giovane lasciò la reggia povera com’era venuta, ma contenta di aver reso felice il Principe del quale portava con sé un prezioso dono: una collana di perle color alabastro.

Incerta sul da farsi s’indirizzo verso il famoso boschetto degli olmi, per consigliarsi con il Principe azzurro.

Egli aveva veduto tutto e le andò incontro festoso.

“Brava, Martina! Hai compiuto una buona azione ed hai acuito la tua intelligenza nelle difficoltà! Eccoti perciò i denari che mi desti. Allora tu li avresti consumati in dolciumi e cianfrusaglie. Prevedendo, volli dare ai due animaletti, col mio straordinario potere, facoltà straordinarie. Ma ora che ti ho reso i tuoi denari, facciamo tornare le due bestiole alla loro vita naturale, e diamo loro la libertà”.

I due amici non si fecero pregare: la libellula volò via in direzione del sole zigzagando tra le colorate fasce di fiori e la ranocchia scomparve in un balzo. Martina allora si volse verso il Principe azzurro per ringraziarlo, ma anche di lui non c’era più traccia. Aveva dunque sognato? No, nella sua tasca il denaro recuperato la rassicurava.

Non restava, dunque, che tornare a casa, facendo appena una fermata in fiera per comperare belle pecore lanose e far finalmente felice la sua povera mamma, aiutandola poi con quella buona volontà che non le sarebbe più mancata, perché tante vicende l’avevano resa più matura e più buona.