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I racconti del Premio letterario Energheia

Maratona_Andrea Lamanna, Anoia(RC)

_Racconto finalista ventunesima edizione Premio Energheia 2015.

nuvole1 Mio padre mi diceva sempre: “Sei tutto storto, butta bene i piedi, tieni dritta la schiena” . Lui era un fanatico dell’estetica, arrogante e cocciuto. Non capii mai perché ci teneva così tanto all’eleganza, alla postura, alla sicurezza del passo. Facevo finta che non mi importasse ma la realtà è che non riuscivo a fare quello che mi chiedeva.  Solo così sapevo correre.

La corsa era l’unica passione che avevamo in comune. Ma anche nella corsa eravamo costantemente in disaccordo. Per esempio il mio mito era  Haile Gebreselassie, l’ “Imperatore”. Mio padre invece lo odiava. “Ma quello è uno sgorbio” mi diceva sempre.

Il suo mito, anche se non l’ammetterà mai, sono sempre stato io. Ma non per la corsa sia chiaro. Perché sono  affidabile, più di lui senz’altro. Sono il suo mito perché sono puntuale, preciso e perché sono mite, molto più mite di lui.

Ecco sto pensando a mio padre, vuol dire che è il momento di accelerare. Mi succede sempre quando inizio una gara, prima di rompere il fiato. Penso al suo brutto muso arricciato, sempre pronto a rimproverarmi per il mio andamento ondulatorio imperfetto.

Mi concentro e cambio passo. ”Respira bene” mi dico.

Da ragazzino ero tra i più veloci della mia regione ma non ho mai fatto il salto di qualità per diventare un maratoneta professionista. In Etiopia sono uno dei tanti, mediamente scarso diciamo. Ma non sono mai arrivato ultimo.

Questa volta invece rischio davvero di arrivare ultimo. Mi serve un miracolo.

Rompo il fiato e la mia corsa inizia ad essere armonica, lineare.

Ritmo.

La scelta del ritmo è importante. Le lunghe distanze necessitano di calcolo, di strategia.  Per me la scelta del ritmo è sempre stata molto più che importante. Ci penso costantemente prima e durante la gara.

Mio padre ovviamente ha una teoria diversa. Dice sempre: ”il tuo ritmo non è importante. È molto più importante studiare il tuo avversario, correre insieme a lui. Se sei dietro devi sapere quando rallenterà  e se rallenterà. Se sei davanti devi sapere quando ti attaccherà, perché è certo che ti attaccherà”.

L’antagonismo l’ha consumato da dentro.

Ho ascoltato il suo consiglio pochi giorni prima di partire. Gli ho preso tutti i soldi per scappare via. Non morirà di fame, lui sa davvero come cavarsela, non come me . Gli restituirò tutto appena potrò, sono certo che non ci vorrà molto.

I polpacci bruciano. Devo distrarmi, pensare ad altro. Penso a tutto ciò che dovrò fare quando avrò finito questa strana gara.

Ho speso la metà dei soldi per arrivare in Egitto. Avrebbero dovuto lasciarmi sulla costa. Dopo quasi venti chilometri ancora non la vedo. Ne mancheranno ancora una decina credo.

Ritmo.

Non sono mai salito su una barca. Men che meno su un gommone. Dopo il naufragio di Yemen pensai che non sarei mai arrivato a farlo.

La rabbia mi assale e aumento il passo.

“Fermo!”mi dico. Devo rimanere calmo o non arriverò mai sulla costa. Mancano almeno 5-6 chilometri e devo dosare le energie. Rallento e riprendo la mia regolare andatura.

Ecco la costa, ecco la barca. Forse ho fatto il mio record personale ma non serviva, sono in largo anticipo.

Mio padre sarà contento della mia corsa.

Oggi sto correndo lontano dalla mia terra. Perché ho imparato a conoscermi .

Io sono puntuale, preciso, mite e so scegliere davvero bene il ritmo adatto a ogni gara.

Ma tutto questo non conta. Nella mia terra è molto più importante studiare il tuo avversario e sapere quando attaccare e se ti conviene attaccare. È  molto importante saperti difendere da chi ti attaccherà.  Mio padre in fondo l’aveva capito da tempo che me ne sarei andato prima o poi.

E dietro il muso arricciato, i suoi occhi esultavano ogni volta che poteva dirmi: “Sei tutto storto, butta bene i piedi, tieni dritta la schiena”.