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L'angolo dello scrittore

Malerba ovvero essere scrittore a Roma

di Alberto Scarponi

Era un evento. Qui a Roma, alla Casa delle letterature, veniva ricordato Luigi Malerba a un anno dalla morte. Prendevano la parola – così li ho nel ricordo visivo – Gabriele Pedullà, Andrea Cortellessa, Giulio Ferroni, Angelo Guglielmi, Paolo Mauri, Gilda Policastro e Massimo Raffaeli, il giorno successivo Umberto Eco e Walter Pedullà.

In verità non era giusto, verso Gigi, chiamare evento, come ora usa, un incontro di alcune persone che intendevano parlare di lui. A prescindere dal fatto che per tale via ci si riferiva a un ipotetico starsystem che per me strideva con i fatti della letteratura, quella parola, acclamando la presenza dei presenti, lasciava scadere a mero pretesto la figura di chi invece si diceva di voler rendere presente, contro la morte. La morte, amica del tempo e nemica della storia. Certo, la morte è inevitabile per noi mortali. Contro il tempo e i suoi eventi non abbiamo che qualche episodica fuga finta, si possono però fare gesti di senso e, all’occorrenza, gesti di ricordo, per rimettere in corso le volontà, i passaggi, le occasioni, insomma la storia delle cose. In fondo l’uomo Gigi e anche lo scrittore Malerba ora possono farsi attuali per me solo come significato, colto nel presente della lettura. Il frammento evenemenziale invece mi chiudeva nella sua indistinta emotività. Retorica. Monumento. Una chiusura, inservibile per la mia vita.

Credo che a queste idee importune mi inducesse la scontentezza, il disagio di andare in un luogo cui si è dato un nome che non amo, Casa delle letterature. Quel plurale al posto dell’astratto Letteratura è come indicasse la casa dove ciascuno di noi abita dicendo non «casa nostra», ma «casa di tutte le persone e famiglie che vi hanno abitato e che vi abiteranno per destino o per eventualità», insomma un non-luogo capace solo di contenere, ecco, eventi, non relazioni continue e presenze. Tutto in transito, direbbe Mario Perniola.

Comunque andai e mi accinsi ad ascoltare. Nell’attesa tentai di sciogliere il mio problema: ero lì per validare un simulacro o per conoscere uno scrittore? Nella società dello spettacolo più numerosi sono gli spettatori più il simulacro vale. A contestare questo gioco, infelice oltre che inutile, basta il comportamento del singolo? Mi consolai dicendomi che lì, pochi rispetto alla società, ma tutti, tutti lì eravamo a leggere Malerba, chi tramite le letture altrui, chi tramite la propria, chi ascoltando e pensando. Uno scrittore ha valore quando lo si legge e poi viene da pensare. Si sa. Poi c’era quell’altro problema, quello del perché si arriva a leggerlo, ma questo riguardava la comunicazione, il suo sistema, e in quel momento non mi andava di pensare cose tristi.

Mi andava di pensare che Malerba lo si legge perché leggendolo s’impara. Come sarebbe? E il seducente sentirsi raccontare storie (sebbene, come sappiamo, siano già state raccontate tutte)? e la fantasia che ti fa meraviglia? e il bello scorrere delle parole e delle frasi? insomma tutta la faccenda dell’ars dicendi o magari dictandi o magari della retorica, del fatto cioè che una cosa sta solo nel come la dici? Sì, sì, tutto vero, ma s’impara. S’impara che cosa? S’impara che cosa significa «buona letteratura».

Un giorno Gigi usò con me questa espressione, buona letteratura, e me la spiegò. Significava «progetto», disse. Ogni libro buono aveva, non un’idea, ma un progetto e questo modificava il lettore, senza tuttavia che la scrittura contenesse in sé, esplicita, tale intenzione. Infatti il suo obiettivo, quando scriveva, e lui scriveva esclusivamente per scrivere buoni libri, era solo di capire cosa pensava. Lì per lì mi sembrò una boutade, anzi, un’allusione leggera e smaliziata alla vecchia immagine del poeta sciamano, forse soltanto romantica e oggi, più che altro, simulacro del sentimentalismo piccolo-borghese. Poi, ripensando a quella distinzione fra capire e pensare, mi si aprì l’idea che intendesse indicare un lavoro assai importante, quello specifico della letteratura, vale a dire lo scavo sul nesso, a dirla en philosophe, fra singolare e universale, più comprensibilmente, fra l’individuo e il mondo in cui vive.

«Chi non ha qualche nozione di fisica nucleare non può scrivere nemmeno un racconto.» Gigi mi offriva una delle possibili delucidazioni circa i problemi della letteratura oggi. Infatti nella raccolta di racconti intitolata Ti saluto filosofia ce n’è uno in cui egli incontra Jorge L. Borges. Il racconto, corredato di tutte le difese possibili (l’incontro avviene in sogno e Malerba ne è consapevole), troppe per non dare adito a sospetti, interpreta il mondo narrativamente creato dallo scrittore argentino come «un luogo parallelo e simmetrico a quello in cui viviamo ma senza i punti di riferimento che ci permettono di descrivere un oggetto, di raccontare una storia, in altre parole di comporre un racconto. I racconti di Borges non esistono, sfuggono a tutti i parametri della narrativa tradizionale di cui conservano soltanto gli involucri per trarre in inganno i lettori. La verità di Borges non è mai un luogo ma l’idea di un luogo, non è mai un oggetto ma l’idea di un oggetto, i fatti e i personaggi hanno la sottile evanescenza di fantasmi sapienti e fuggitivi». E vi si legge un altro avvertimento, abbastanza ambiguo per indurre a credere che qui ovviamente de te fabula narratur, che Gigi sta occultando-rivelando le sue di fonti: «In fondo i grandi scrittori hanno sempre occultato, negato e qualche volta distrutto le fonti della loro ispirazione». Ma, nel racconto, come fa allora Malerba a sapere che qui la fonte è la matematica? Anzi, per la precisione sono «quei grandi matematici dell’ottocento che, da Cantor a Poincaré, hanno inseguito una particolare algebra dei segni, una nuovissima scienza combinatoria svincolata dai significati che i simboli avevano assunto nell’algebra tradizionale». Esattamente alla medesima altezza della fisica che aveva scoperto il nulla approdando alla metafisica. Il fatto è che perfino il lettore può accorgersi «con sgomento di essere lui stesso una di quelle cifre abbandonate in una serie interminabile». Nulla, solo involucri: l’autore, i personaggi, il lettore. L’autore Borges però non vuole saperlo, quando gli viene detto, s’offende, prende e se ne va. Malerba allora, disperato, si sveglia.

A lungo Gigi si è rifiutato di chiamare romanzo il suo primo antiromanzo, Il serpente, che voleva fosse accolto come «narrativa», libera, adatta ai tempi diciamo matematici, tempi di cui forniva il senso di combinazione forse non del tutto gratuita, comunque l’idea di grande gioco arbitrario, privo di appigli nella altrettanto arbitraria realtà. Già, la realtà. «Il realismo non esiste. È una truffa dei critici», che tramite formule letterariamente vacue – magari escogitate in altro ambito, per esempio in quello politico – vogliono fare gruppo per amministrare un potere, piccolo o grande che sia. Inoltre queste cose servono a proseguire nella lamentevole abitudine italiana di subordinare la cultura alla politica, per l’appunto, oppure, ora, all’economia. Io, a sentire questi discorsi, ne ho dedotto che è la confusione tra le sfere (politica, economia, cultura) a fare danni.

Per esempio, Gigi guardava agli editori «con invidia», perché operano in un campo dove egli sarebbe voluto entrare (e un esperimento lo tentò davvero con la Cooperativa degli scrittori) con piacere, per fare le cose meglio. Ne apprezzava la funzione imprenditoriale, anzi la riteneva indispensabile: ricordava il caso del Giovane Holden di J. D. Salinger che, uscito in italiano nel 1952 da un piccolo editore, era passato inosservato, ma quando un decennio dopo, nel 1961, era stato edito da Einaudi, era divenuto un successo economico e, giustamente, un grosso caso critico. Altra allure e altro marketing. La pubblicità è l’anima… della letteratura, ripeteva variamente. Però quando gli editori hanno cominciato ad andare oltre la propria competenza economica, a impadronirsi in toto del libro, a ridurlo «prodotto editoriale» e a definirne il valore solo in termini amministrativi, a quel punto l’analisi di Gigi è stata lucida e fredda: far diventare il libro «un oggetto effimero» è un errore, non soltanto culturale, ma economico. Questa cosiddetta industria culturale non è poi mica tanto culturale. Era una macchina omogeneizzante che disamorava il lettore e, alla fine dei conti, danneggiava sia la cultura che l’industria.

Ma qual è la vita letteraria che Gigi ha incontrato? È negli anni cinquanta quella plasmata da un paese postbellico che cerca di ricostruirsi e rinnovarsi con grande energia. Come accade però dopo grandi rivolgimenti politico-sociali, è la politica che conduce i giochi e la cultura finisce per subirne la vitalità o il potere materiale (che a quel tempo in Italia si esprime per esempio in tecniche grossolane di censura istituzionalizzata, in governo dei fatti culturali ridotto a procedure e spirito di sottogoverno e in repressione esplicita delle volontà d’autonomia). In quel momento i letterati italiani, salvo qualche sprazzo bloccato e a prescindere dai risultati artistici, sembrano più che altro alla ricerca di una repubblica delle lettere idealizzata, o forse esistente altrove, la quale però qui non riesce a prendere davvero consistenza.

Vitalissimo appare invece il mondo del cinema e Gigi – che da Parma ha già cominciato con una sua rivista cinematografica, che ha visitato Parigi prendendo contatto con il cinema surrealista – cala a Roma per fare. Non pensa di scrivere se non cose finalizzate allo schermo. E lavora molto, come sceneggiatore, per parecchi anni. Poi la politica lo blocca: sta scrivendo una sceneggiatura tratta da Manzoni su incarico di un produttore, ma questi viene «avvertito» che con quello sceneggiatore no, non riceverà i fondi statali occorrenti per produrre il film, quello lì ha collaborato con Zavattini, quindi è un comunista, quindi… Lui in realtà non è comunista, doppio sopruso. Comunque non cede: si dedica con successo al cinema pubblicitario e sforna per la tv «caroselli» e siparietti e shorts per la benzina supercortemaggiore, per le caramelle dufour, per la pasticca del re sole (con un cantante in voga, Fred Buscaglione, che dice alla pasticca: «Tu sei piccola, piccola, piccola… così»). E però perde ogni speranza quando il cinema italiano comincia d’un tratto a decadere: è che lo Stato – racconta ­– per le mene sottogovernative di un parente dell’allora Presidente della Repubblica Gronchi, vendette il proprio circuito distributivo, trecento sale in trecento città, a una società americana. Chiuso. Finita la concorrenza al cinema americano, che dunque dilagò.

La sua conoscenza dell’ambiente romano, una folla di avventurieri e di ragazze ingenuamente disposte a tutto, ma anche gente di qualità che fa un cinema mondiale, gli si contrae in una breve serie letteraria, Le lettere di Ottavia, uscita anonima su una rivista. In ogni caso è da lì che Fellini toglie l’idea, per la Dolce vita, di far immergere Anita Ekberg nella Fontana di Trevi.

Mentre va esaurendosi con rammarico la fase cinematografica, comincia quella letteraria. È un campo però dove il vecchio mondo del realismo procede immoto e, stando all’opinione di Gigi, domina con una triade, Giorgio Bassani, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, che controlla le case editrici e riviste letterarie principali. Bassani è direttore letterario da Feltrinelli, pubblica e ha voce in capitolo anche da Einaudi, è redattore di Paragone, rivista di peso in quel momento, e inoltre fino al 1959 è direttore di fatto per l’Italia di Botteghe Oscure (rivista internazionale fondata, finanziata e firmata da Marguerite Caetani). Bassani per esempio rifiuta di pubblicare il libro Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino, mentre smarrisce per Botteghe Oscure un manoscritto di Roberto Wilcok («come avevano fatto ai loro tempi Soffici e Papini con il manoscritto dei Canti orfici di Dino Campana»). E anche Bertolucci – che, come case editrici, sta da Garzanti, Guanda e Sansoni, e che, come riviste, sta dentro Paragone e, con Alberto Moravia, Nuovi Argomenti, la nuova rivista di Alberto Carocci – cestina bellamente due racconti di Gigi destinati a una rivista minore di Parma, di cui Bertolucci è direttore sotto pseudonimo. Sono due pezzi del primo libro in assoluto di Malerba: La scoperta dell’alfabeto. Il quale, rifiutato da Einaudi e Feltrinelli-Bassani, viene accolto poi, su raccomandazione di Ennio Flaiano, nel 1963 da Bompiani (di cui primo redattore è Umberto Eco). E alla metà degli anni sessanta succede infine che nella prima edizione di Letteratura, volume delle cosiddette enciclopedie «garzantine», la scheda «Malerba» scompare, per ricomparire nella seconda edizione dopo un articolo scandalizzato apparso sul Corriere della Sera.

E Pasolini? Aveva una influente rubrica su Tempo illustrato. Gigi non chiarisce oltre, solo che il clima era fatto di porte e cassetti chiusi, vischioso e piccino. Italietta. Oggi Italia maccheronica. Comunque i fautori del realismo sono gli avversari che egli si trova di fronte quando s’affaccia sul mercato delle lettere. Ma lo sono anche in termini culturali? Sì, perché il realismo è una invenzione dei critici non una pratica degli scrittori. La realtà non la riproduci né con la letteratura né con la pittura né con la fotografia. La interpreti, e questo ti definisce. Con la scrittura noi – tutti – chiariamo i pensieri, le sensazioni, le idee, eliminando il superfluo, il superfluo per noi naturalmente. La scrittura è implacabile, non ti perdona niente. Fu questo la neoavanguardia? il «gruppo sessantatré»? Sì, libertà di scrittura, niente più che questo, di scrittura in presa diretta con la realtà.

Una funzione antropologica della scrittura, mi pare di capire, che mi indurrebbe a riflettere su quell’Italia maccheronica e anche su tutta la questione della cultura dell’immagine e altro ancora. Ma, come c’entra, mi chiedo intanto, tutto questo, che è quanto passa il convento, cosa ha a che fare con un Malerba «ottimista mascherato» nonostante i discorsi, gli sdegni, le idee proclamate, la riduzione di tutto, autori lettori personaggi, a un gruppo di fantasmi incattiviti e inconcludenti? Che la realtà in presa diretta semplicemente dia ragione, alla fin fine, a Gramsci, al Gramsci degli anni trenta il quale, sovranamente filososo nella sua cella di carcerato, lamentava la mancanza nella storia italiana di una Riforma (intellettuale e morale diceva)?

Forse. Circola però anche un’altra ipotesi. La trovo (guarda un po’ le coincidenze) in un libro filosofico che mi càpita sotto gli occhi (si fa per dire) proprio mentre scrivo qui di Malerba, pensando a Gigi e cercando di capire quello che penso.

Il libro è La passione del presente di Giacomo Marramao e possiede il pregio, a leggerlo, di farti finalmente trovare davanti alle medesime domande che assillano te quando rifletti. Il punto in questione, dentro il vasto campo di interrogazioni quale si rivela il presente alla «passione» del filosofo, è per me: come mai la letteratura oggi sembra aver perso di ruolo? Malerba risponderebbe che la cosa riguarda la letteratura di consumo, quella che si esaurisce nella lettura, ma non la buona letteratura, che lascia dietro di sé un significato e fa pensare, turba, pone interrogativi, dà conoscenze. («La mia massima aspirazione di scrittore è scrivere libri nei quali, quando le parole finiscono, il significato continua.») E quest’ultima scrittura implica e produce un lettore diciamo maturo, che abbia superato lo stadio primitivo della identificazione con ciò che legge, e che anzi con una certa distanza critica intenda innalzare il proprio livello conoscitivo e/o acquisire nuovi modelli di comprensione della realtà, non invece ripetere e affermare (e fermare) se stesso rispecchiato nelle nobili pagine della letteratura. Più nessuna aureola di bellezza e sacralità letteraria. Forse è questo pericolo di falsificazione, ancora attuale per la poesia, che lo tiene lontano dalla pagina ornata e tanto più dai versi.  «Compito della narrativa è estendere la realtà, o quel che chiamiamo realtà, non descriverla, è dare la coscienza dei fatti, non i fatti.»

Ora, sotto l’egemonia sociale del Politico, prima, e dell’Economico, adesso, insomma per intenderci delle istituzioni di governo e del mercato, la Cultura in senso forte e autonomo, quale si esprime in un lavoro artistico così inteso (letterario, ma anche pittorico, musicale, drammaturgico, cinematografico, televisivo ecc.), sembra esclusa perché inutile, disfunzionale all’uno e all’altro, salvo, di fronte agli intoppi gravi e alle crisi senza uscita, interpellare alla disperata, ma con scarsissima fiducia, quegli «ingegneri delle anime» o quegli specialisti dell’intrattenimento che sono gli scrittori per sapere se, in qualche modo, non possano poi dare una mano. Marramao ci offre della situazione un’analisi oggettiva, appunto filosofica, e arriva a chiarire come la narrativa sarebbe invece in grado di soddisfare un bisogno addirittura esistenziale della società umana contemporanea: quello del dialogo.

L’analisi – è un po’ densa, ma vale la pena – comincia riscontrando una premessa: noi viviamo oramai in un mondo globale, cosicché non possiamo più dire o credere che l’unico mondo esistente sarebbe quello nostro occidentale, fuori del quale sulla mappa potevamo scrivere hic sunt leones ovvero la barbarie oscura e nemmeno che quelle altre civiltà e culture sarebbero solo gradini per giungere alla vetta dell’Occidente con la maiuscola, al contrario sappiamo che ciascuna cultura costituisce un mondo a sé, è «una costellazione di simboli e di valori da analizzare innanzi tutto juxta propria principia», vale a dire non utilizzando i nostri parametri valutativi ma quelli suoi. Ciò comporta, in sintesi, «una critica del concetto di cultura come sistema chiuso» e l’introduzione di un’idea nuova, quella dell’«identità multipla», un’idea che varrà naturalmente anche per gli individui.

Questo, a premessa. (E a me ricorda la confederazione delle anime e, di volta in volta, l’io egemone, di cui parlava Antonio Tabucchi nel bellissimo romanzo Sostiene Pereira, ma non sapevo che l’idea provenisse dal filosofo Hume.) È poi accaduto in concreto che il «felice caos comunicativo» della rete, asserito a Filadelfia persino da una sentenza di tribunale americano, oltre che a Roma dalle Pietre volanti di Malerba, non abbia dato avvio né a una «società civile globale», unica, né alla repubblica cosmopolitica pensata al tempo della rivoluzione francese dal filosofo Immanuel Kant, né alla civitas maxima postulata nel novecento dal giurista Hans Kelsen. Piuttosto ci troviamo di fronte al pericolo e al fatto del «conflitto di civiltà» visto e teorizzato da Samuel Huntington. «Sono tuttavia convinto», dice Marramao, «che si possa lavorare in una prospettiva di medio periodo a una ricomposizione delle diverse “sfere pubbliche diasporiche”» cioè disperse, disseminate qua e là, non unitarie, «in una sfera pubblica globale improntata all’universalismo della differenza» e non dell’identità, a un universalismo dove ciascuno è differente dall’altro.           

Ciò a patto tuttavia di abbandonare l’idea che ci si possa capire e accordare tra civiltà, culture e individui, appunto, differenti (differenti per concezioni del mondo, modi d’essere, valori, credenze, storie e così all’infinito) semplicemente tramite una democratica trattativa sulle regole (l’americano Rowls) per stabilire i rispettivi spazi di vita oppure tramite una discussione, fondata sull’etica del discorso (il tedesco Habermas), di metodo e di contenuto per persuadere l’altro (l’Altro) con la logica e gli argomenti della bontà dei propri valori ecc. Questi due modi di procedere hanno il limite di lasciare in sostanza le cose come stanno, perché tengono fuori dal gioco la gran massa degli individui privi del potere di decidere sulle regole e/o sprovvisti di «competenza comunicativa» e «di capacità logico-argomentative». In breve sono vie, l’una tutta politica e l’altra tutta intellettuale, che non risolvono il problema reale del contatto reale tra individui che devono parlarsi. Cosa che avviene se invece – infrangendo l’interdetto di Platone contro quel che egli chiamava «retorica» e che tuttora siamo abituati a sentir chiamare, con il medesimo spirito di sospetto, «poesia», «letteratura», roba per il «tempo libero» – se invece apriamo la sfera pubblica alle «voci narranti». Esemplifica Marramao: «Una ragazza islamica della banlieu parigina… non sarà magari capace di argomentare la propria scelta (più o meno libera) di indossare il velo, ma non per questo non sarà in grado di raccontare l’esperienza emotivo-razionale del valore che quella decisione comporta e le sue implicazioni esistenziali» (oltre che leggere, va aggiunto, con competenza un romanzo in proposito). Per cui, occorre che il diritto di cittadinanza «si estenda anche alle differenti “narrative” dell’identità».

Naturalmente la questione poi si complica filosoficamente, – tra «retoriche con prova» e senza prova, tra assolutismo della verità e relativismo del punto di vista ecc., – ma l’impressione è che si tratti di una strada feconda anche per una riflessione di alto profilo sulla letteratura qua talis nella vita di questo presente. Un presente in cui, mi sembra, agli scrittori si pone un problema: chi è lo scrittore oggi? Malerba rilevava appunto come la società corrente consideri inutile questa figura, ma, obiettava, «proporre modelli di riflessione, magari utopie, indurre a prendere distanza dal presente, non è inutile. I pochi che, dopo la lettura d’un libro, perdono l’indifferenza e si mettono all’erta, non sono un valore da buttar via. In un mondo dove si punta soltanto su scienza e tecnica, per cui poi gli “esperti”, privi di cultura umanistica, non avvertono più il senso delle cose, proporre modelli di pensiero critico, rivelatore dei valori, diventa decisivo».

E comunque Gigi si sentiva – penso avrebbe accettato con gusto una citazione da una canzonetta – uno straniero nella notte della città. Infatti  proprio chi come lui voleva «indurre a prendere distanza dal presente» vi veniva considerato privo del senso della realtà, costringendolo a sentire vergogna per il fatto di scrivere. Nobilissimo, illustrissimo, eccellentissimo, virtuosissimo, colendissimo, tale era il signore e padrone al quale si rivolgeva lo scrittore che si autodefiniva servo umilissimo, obbedientissimo, devotissimo, affezionatissimo, ossequiosissimo.
«C’è da arrossire di secolare vergogna retrospettiva pensando a quante opere del genio umano sono dedicate con tanta umiltà e piaggeria a più o meno illustrissimi imbecilli che avevano il solo merito di possedere i mezzi per mantenere i loro buffoni e, insieme a questi, i loro scrittori e poeti», così scriveva Malerba in Che vergogna scrivere. Ma poi citava Sklovskij che, in esilio a Berlino, notava come l’ironia permetta di raccontare anche una storia d’amore o, aggiungeva, di dire quello che si pensa sulla scrittura.

D’altronde si trattava di un’operazione contraddittoria, che comportava sì vergogna, ma nasceva anche da piacere e rabbia e vanità (sic!). E forse tutto dipendeva dal bisogno strutturale e tremendo di un rapporto comunque con i lettori. Era arrivato a collocare in ogni suo libro un vistoso errore di fatto, così da provocare la loro reazione viva. È così, con tante mosse e idee, per la percezione di trovarsi in un mondo ormai totalmente possibile, e dunque totalmente incerto, che Malerba ha voluto essere il più facile degli scrittori difficili.