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I racconti del Premio letterario Energheia

Ma io voglio tornare al “prima”, Maddalena Toderi_Castelleone di Suasa(AN)

Racconto finalista Premio Energheia 2021_XXVII edizione – sezione giovani

“Sei pronta?” Eh, mica male come domanda.

Mi piacerebbe anche avere il lusso di possederne la risposta tra le mie piccole mani.

Peccato che, ultimamente, ogni cosa sembri scivolarmi via, cadere e frantumarsi in mille pezzi. I secondi, le ore, i giorni, i mesi, l’adolescenza.

La mia vita.

“Martina?” Annuisco, lanciando velocemente un’occhiata verso la sagoma riflessa allo specchio. Sorrido a quel viso paffuto, i cui occhi grandi e velati risaltano sotto lo sguardo intimidatorio del sole, il quale sembra prendersi gioco della mia indole introversa e taciturna.

Ma non sono sempre stata così.

“Sono pronta.” Dichiaro, ostentando una sicurezza che proprio non mi è familiare.

“Bene. Hai la mascherina?” Lascio che le mie mani si facciano avidamente strada nelle tasche dei pantaloni, trattenendo il fiato fino a che le mie dita non si scontrano contro il tessuto ruvido della mascherina.

Salgo in macchina, sbatto lo sportello.

“Rivedrai le tue amiche dopo mesi… sei felice?” Chiede cautamente mia madre, guardandomi di traverso. Mi limito a lanciare un sorrisetto veloce al suo riflesso.

Sprofondo nel sedile, tormentandomi il labbro inferiore con i denti. Non riesco nemmeno a capire come mi sento.

Felice? Probabile. Ansiosa? Ci metterei la mano sul fuoco.

Il punto è che tutto è cambiato.

Sto andando da persone che una volta conoscevo…ma che la pandemia ha preso e scosso da cima a piedi. Proprio come la mia testa in questi due mesi ha seguito un altro corso, ha preso un’altra strada.

Che sia giusta o sbagliata ancora non l’ho compreso.

Lasciandomi andare alla presa stretta dei miei pensieri osservo attentamente il mondo che scorre al di fuori della piccola auto, stringendo gli occhi per vedere oltre il sole accecante le piccole casette colorate. I miei occhi vagano lungo la strada, seguiti a ruota dall’intreccio di pensieri e di ricordi che mi offusca la vista.

Passiamo di fronte alla casa dei miei nonni. È piccola; nulla di invidiabile.  Eppure, anche solo guardarla lascia un sapore dolce in bocca. Le finestre sono sbarrate ormai da un mese. Almeno, da quando mio nonno ha deciso di lasciarmi la mano ed andarsene.

Ma io no.

Io ho tirato, fino all’ultimo istante.

I miei occhi si soffermano sul giardino una volta curato, ora lasciato allo sbando.

Vorrei poter scendere da quest’auto, dotarmi di ciò che serve, e andare a sistemare quell’erba; cercare di farla tornare al vecchio splendore.

Magari, mi sentirò meglio.

Aggiustata.

Riordinata.

Perché mi sento proprio come questo prato lasciato alla deriva. Un ammasso di rami e fiori asimmetrici che resta ancorato al ricordo di quando delle mani giungevano ad accudirlo.

Quelle mani, però, non ci sono più.

Chi penserà a lui adesso? Chi strapperà l’edera dagli alberi?

Sussulto quando i miei occhi trovano una piccola altalena sbilenca che ricordo bene.

Lascio ricadere la schiena sul sedile, mentre piano piano scivolo via dall’asse instabile della realtà. Come un’equilibrista che sceglie di lasciar perdere la ricerca dell’equilibrio e si lascia andare al vuoto.

Era un pomeriggio di primavera.

Se mi concentrassi credo proprio riuscirei perfino a sentire mia nonna canticchiare le canzoni di Mina mentre, con gli occhi ridotti a due fessure, si china a cogliere i pomodori dell’orto. Ricordo anche il colore sgargiante della mia gonna nuova; andavo molto fiera della mia intraprendenza nel vestire… ma che potevo saperne?

Mio nonno lavorava la terra, borbottando ogni tanto qualche parola; giusto per non crogiolarsi nel silenzio più totale. Era un tipo taciturno, lui.

Nella mia ingenuità, saltellavo a destra e manca alla ricerca di qualcosa da fare, cose da scoprire, la mia gonna nuova da mostrare, alberi da scalare. Mi dondolavo su di un ramo, usandolo a mo’ di altalena ed ignorando gli ammonimenti di mia nonna.

Aveva paura potessi cadere e, con mio grande rammarico, mi vietò di farlo ancora.

Ricordo ancora l’emozione, quello strano formicolio allo stomaco, nel vedere avvicinarsi nonno, portandosi appresso due corde ed un ciocco di legno levigato. Mi si avvicinò furtivamente, stando ben attento ad aggirare l’occhio severo della nonna.

Poi mi sussurrò all’orecchio: “Vieni, ti trovo un gioco… se prometti di non dirlo a tua nonna.” Sorrisi e restai ferma a guardarlo ipnotizzata mentre legava le due corde al legno e le faceva scorrere su di un ramo.

Mi aveva costruito un’altalena.

Passai il resto del pomeriggio a dondolarmi avanti e indietro. Almeno, fino a quando non arrivò il momento di andare al compleanno di questa mia amica. Scesi dall’altalena e corsi da mia nonna cercando di non lasciar trapelare il senso di colpa per averle disubbidito ma, al posto delle sue attenzioni, catturai un urletto.

Posso ancora sentirla chiamare a gran voce il marito per tutto il campo.   Suo marito che aveva costruito alla sua nipotina un’altalena con un ciocco di legno trovato per terra, senza ritenere importante da dove provenisse o quanto fosse infangato.

“Deve andare ad un compleanno! Come può andarci con la gonna sporca di fango Antonio!?” Le guance infuocate erano ormai un tutt’uno con il suo grembiulino rosso. Il nonno mi guardò complice, facendo spallucce e sorridendomi.

L’ho già detto?

Era un tipo taciturno… ma a noi andava più che bene così.

Rimango per qualche istante ancora assorta in questo ricordo, assaporando il retrogusto dolce che lascia in bocca. I miei occhi vagano ancora lungo le strade, fino a soffermarsi sul viso pallido di mia madre riflesso nello specchietto. Tutto in lei ostenta insicurezza; dai lineamenti del viso contratti all’espressione perennemente corrucciata. Tiene gli occhi stanchi saldamente ancorati alla strada, come se distogliere lo sguardo potesse causare un’incidente. O forse, ha ordinato a sé stessa di non lanciare nemmeno un’occhiata fuggente alla casa in cui è cresciuta. Non è stata sempre così. La morte del nonno ha scomposto il suo asse, schiacciandola sotto il peso della realtà.

Le persone si aggrappano con unghie e denti al vacillante “se.” Peccato che la vita sia una catena fatta di scelte prese ad occhi chiusi, pescate da un grande vaso coperto che, a volte, non avrebbero dovuto esser pescate dalla mia mano tremante.

La morsa del rimpianto ha colpito me, per prima. Solo poi si è estesa agli altri. Sono io che l’ho trovato; steso così per terra. Ricordo ancora la mia felicità nell’andare a trovare i nonni. Nella mia testa riappare ancora il nome della canzone che stavo ascoltando, saltellando a tempo con la canzone.

Ricordo anche di aver stretto gli occhi, per capire cosa diamine fosse quella massa caduta a terra.

Ricordo le urla di mia nonna mentre cercava di chiamare qualcuno.

Ricordo di averla fatta sedere. Di essermi inginocchiata vicino al corpo esile del nonno.

Mi sorrise. Gli sorrisi di rimando.

Ricordo di aver composto il numero del centodiciotto; intimandomi di restare calma.

Di aver risposto alla voce meccanica di una donna all’altro capo della linea.

Poi l’hanno portato via.

Mia madre ha scelto l’RSA.

È stato portato nella struttura.

Si è ammalato di covid-19.

È morto.

Fine. Chiuso il capitolo. Non c’è stato più spazio per vacillanti virgole o puntini di sospensione. È stato messo quel pauroso punto fermo.

Se solo fossi arrivata prima… magari non sarebbe caduto. Se solo non avessi sprecato tempo a cambiare canzone lungo la strada. Se non avessi scelto la strada più lunga con l’intendo di assaporare lo strano formicolio che provavo allo stomaco.

No. Ho pescato dal vaso la carta sbagliata.

Siamo ferme ad un semaforo. Mi sporgo quanto basta per cercare di capire dove ci troviamo, basandomi sul mio povero senso dell’orientamento.

Riconosco questa strada.

Il chiosco di gelati all’angolo. La panchina semi-nascosta da un cespuglio fiorito.

L’insegna del locale dove ero solita andare.

Il mio stomaco si aggroviglia.

Ed è come essere di nuovo là; in quei freddi sabato sera d’inverno. Ridevo e mi stringevo nel cappotto, tremante sotto il freddo di novembre. Mi sentivo bene, però.

L’eccitazione fungeva da tachipirina per tutto ciò che mi stava attorno.

Era un circolo.

Svegliarsi il lunedì mattina, in mezzo ad una coltre di nebbia in cui l’unica speranza era quella di aggrapparsi con le unghie al pensiero del sabato sera. E, più i giorni scorrevano, più l’eccitazione cresceva. Sabato arrivava, assieme a tutte le paranoie.

Siamo pur sempre adolescenti, noi. Mi costa ammetterlo, ma era quasi bello sentire il peso dell’ansia ingiustificata solo per avere il lusso di poterla condividere con le amiche. Parlare con gli altri e pensare di non essere poi così strana o pazza.

Ballare, sentirmi libera.

Respirare a pieni polmoni.

C’è ancora così tanto che devo fare, scoprire, essere, diventare.

Avevo appena iniziato.

Così ancorata al passato, nemmeno mi accorgo di star stringendo i denti talmente forte da farmi male.

La catena della prima volta.

Queste parole mi stuzzicano il palato, facendomi rabbrividire.

Il primo giorno di scuola, la prima gita scolastica di una notte, la prima uscita con gli amici, il primo bacio… e poi? È stata interrotta da questa pandemia; come un contratto rimasto in sospeso.

Una frase senza un punto finale.

L’aria inizia a farsi pesante nel piccolo abitacolo della macchina; la mia testa sta pensando troppo in un’arco di tempo troppo ristretto.

Mi slaccio i primi due bottoni del giacchettino e lascio che le mie dita cerchino la manovella che apre il finestrino.

Ripenso a tutto quello che ho in testa. A tutti i miei ricordi.

Ricordi di un “prima”, che nemmeno io riesco più bene a distinguere in tutta questa nebbia.

I ricordi sono davvero come sono stati? Oppure sono immagini idealizzate, costruite attorno ad un istante reale? Magari per concederci il lusso di pensare di esser stati felici, aggrappandoci all’idea che “la felicità esista poiché l’abbiamo provata in passato”.

Ma il passato sembra sempre luccicare più del presente, così come nel passato ripensavamo con nostalgia al passato precedente. In fondo, questo stato di inevitabile insoddisfazione è un’inclinazione che risiede da sempre nell’animo dell’uomo. Le spalle si incurvano sotto il peso del rimpianto per ciò che è stato, passato, finito.

Rimpiango non aver vissuto. Aver lasciato che il tempo, gli attimi, l’istante mi sfuggisse tra le dita. Avrei dovuto stringere quel momento e tenerlo stretto a me.

Chiudere gli occhi.

“Senti caldo?” Mi aggrappo alla voce flebile di mia madre, nel vano tentativo di uscire da tutto il caos che sento in testa.

Annuisco, facendomi piccola piccola sotto il suo sguardo vigile.

“Marti, che succede?” Una mano supera il cambio, protraendosi verso il mio braccio esile. Cerco di tenere la voce stabile, ferma… ma tutto l’autocontrollo che pensavo di possedere è andato in fumo. Nella mia testa mi ripeto che “va tutto bene” ma, ormai nemmeno io ci credo più.

La verità è che tutto ciò che i miei occhi scuri riescono a percepire è nuovo, diverso, alterato. Le case, le strade, le persone… perfino il tempo sembra essere stato derubato del suo scorrere lento e monotono.

Viaggia in fretta. Senza sosta. Non si ferma.

Così come la mia testa, ancorata al ricordo di “ciò che era prima” e, sinceramente, non so nemmeno se perfino questo ricordo sia tale solo  nella mia immaginazione.

La verità è che prima delle case, delle strade e delle persone sono cambiata io.

Prima persona singolare; una volta “ero”…ed ora non sono più.

Il fatto è che ho paura.

Paura di non esser più in grado di essere ciò che ero in passato. Di aver definitivamente perso quella parte di me e che sia sparita per sempre, nel nulla, inghiottita da un vuoto enorme.

Paura che le cose non possano tornare ad essere come una volta.

La verità è che ho paura di vivere.

Paura di guardare il mondo da una prospettiva diversa di quella limitata dalle finestre della mia piccola camera. Allo stesso tempo, ho paura di buttarmi, lasciarmi andare a quello che, ormai, considero come l’ignoto.

Si può perdere la capacità di vivere?

Si può vivere solo in un ricordo?

La verità è che no. Non va bene per niente.

“Male. Mamma mi sento male.”