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I racconti del Premio letterario Energheia

Lunga via verso Gondor_Francesco Lodà, Roma

_Racconto finalista settima edizione Premio Energheia 2001.

 

(Un omaggio a John Ronald Reuel Tolkien)

 

La pioggia scrosciava sull’Antica Via Est. Era inverno, la brina congelava gli steli d’erba e gli arbusti, conferendo alla campagna un aspetto immoto, quasi arcaico.

L’uomo camminava con passo spedito, piegato in due per contrastare la violenza degli elementi, intabarrato da capo a piedi in un lungo mantello invernale, sbiadito nel colore.

Le pianure del Nord, meglio conosciute come Erembrulli per la sterilità del terreno, erano, quel giorno deserte: sembrava che gli Dei stessi avessero deciso in concilio di mondare la Terra di Mezzo dalla presenza degli uomini, scatenando un secondo Diluvio.

Ultima testimonianza di un popolo e di un tempo perduti, la Via Est correva dritta per centinaia di leghe, attraversando lunghe vallate e tagliando colline come l’enorme lama d’un gigante instancabile; tra gli antichissimi lastroni che la pavimentavano, serpeggiava ormai l’erba, ma di tanto in tanto, in prossimità d’un ponte vetusto o d’un crocevia, era possibile intuire la superba arte che ne aveva guidato la costruzione.

La Grande Via, come comunemente era chiamata dalle genti settentrionali, collegava Erebor, il Regno sotto la Montagna, dimora dei tenaci Nani figli di Durin, alla sconfinata distesa azzurra del Mare Occidentale, da cui si dice dipartissero nelle ere passate i padri degli Elfi per il reame immortale degli Dei; il viaggiatore, solo in cammino nel raggio di miglia e miglia, si trovava ora vicino all’Antico Guado, luogo in cui avrebbe abbandonato la Via Est per seguire il corso del fiume Anduin in direzione Sud, verso la meta del suo viaggio: Minas Tirith la splendente.

Un fulmine cadde con fragore a breve distanza dall’uomo, sollevando dal terreno più d’un crepato lastrone; il viandante levò di scatto il capo e, illuminato dalla vivida luce improvvisa, rivelò alla campagna circostante un viso dai tratti morbidi, aggraziati, indurito appena dalla determinazione ferrea che s’intuiva nello sguardo. A dire il vero, anche se si fosse fatto caso all’incedere della figura, leggermente flessuoso, ed alla sua magrezza, che gli ampi panni maschili non riuscivano a nascondere, neanche gli occhi acuti d’un Elfo avrebbero potuto discernerne con sicurezza il sesso, tale era selvaggia l’esultanza della tempesta.

La figura si fermò un momento a prender fiato, scostando leggermente il cappuccio ed alzando il volto verso le nubi plumbee; le mani, esili e delicate, s’accostarono al viso, massaggiando gli zigomi alti con un lento movimento circolare, sensuale, ammaliante nella sua spontaneità. Molti uomini avrebbero donato metà delle proprie fortune per poter solo contemplare quel volto austero e bello, e conservarne poi un ricordo sfumato, soffuso di bianco, come di un sogno nobile avulso dalla realtà.

Bilanciate sulle spalle le cinghie dello zaino, la donna riprese il cammino.

D’un tratto si bloccò, ergendosi in tutta la sua altezza, immobile, in ascolto.

«Yrch, Melko!»: maledizione, Orchetti! nell’antica lingua dei Priminati, furono le prime parole dopo cinque giorni di viaggio che gli Erembrulli le sentirono pronunciare, seguite presto da una violenta imprecazione; la donna, il cui scoppio d’ira non era riuscito a nascondere il musicale accento elfico, cominciò a correre, incurante delle intemperie che le avevano rovesciato il cappuccio lasciando danzare follemente una corona di lunghi capelli di miele.

Non aveva percorso che pochi passi, quando dall’ombra di una fessura nella parete rocciosa che fiancheggiava la Via ad Oriente, distante da lei meno d’un tiro di freccia, si staccò un folto gruppo di figure ripugnanti, sgraziate parodie di uomini dalla schiena ricurva, lunghe braccia penzoloni armate di scimitarre contorte, e tozze gambe a sorreggere il carico di rudi armature di ferro.

Gli Orchetti dalla pelle grigia si allargarono sulla Via, impedendo il passaggio della solitaria viaggiatrice.

Il più alto e robusto dei nuovi arrivati, una sorta di armeria ambulante di cui si scorgevano solo il volto, orribile a vedersi, e le braccia nude, prodigiose per muscolatura e simili a tronchi di quercia, avanzò di qualche passo in direzione della donna; arrestatosi ad un braccio di distanza dalla viandante, che s’era avvolta ancora più strettamente nel mantello, l’Orchetto sbraitò qualcosa nel proprio nefasto linguaggio di suoni crudeli e stridenti.

La donna, nonostante avesse riconosciuto la lingua dell’Oscuro Signore, terrifica per i popoli liberi e tortura delle orecchie degli Elfi, rimase impassibile, a capo chino.

Non avendo ricevuto risposta, il robusto servitore di Mordor s’avvicinò ancora e, accostato il viso bestiale alle falde del manto della viaggiatrice, ripeté la domanda, storpiando ora la lingua corrente dell’Ovest: «Qual è il tuo nome, feccia elfica? Grimsh lo vuole sapere, prima di scoprire le differenze tra una sgualdrina degli Elfi e le donne del suo paese, le Orchette di Luzburg… Grimsh ha un’idea: se sopravvivrai al suo “affetto”, ed alle “cure” del resto della compagnia, Grimsh ti concederà di viaggiare con lui come schiava; se invece morrai o non ti comporterai bene, Grimsh ti lascerà ad ingrassare gli avvoltoi. Che ne dici?».

Le ultime parole furono pronunciate a un palmo dal viso della donna, tra le urla lascive del resto della banda, che le promettevano un’orribile esperienza.

Nel suo animo, vari sentimenti.

Collera.

Collera con se stessa per essersi distratta nel cammino, per essersi lasciata intrappolare come una mosca nella tela degli Orchetti; collera con gli Dei, che tolleravano che quelle infezioni maligne vagabondassero impunite come un cancro per la terra; collera accecante contro l’Oscuro Padrone, che dai corpi torturati degli Elfi suoi prigionieri, aveva in antichità dato vita ai “pelle grigia”.

Dolore.

Dolore per sua madre, morta in seguito alla prigionia in un campo del Nemico – a nulla erano valse la sua liberazione e le profonde e potenti arti taumaturgiche del marito, il male orrendo s’era radicato in profondità nel suo spirito, ed ella s’era spenta di giorno in giorno fino a vivere una propria realtà, inaccessibile finanche agli affetti più cari; dolore per la Terra di Mezzo che, destinata a conoscere una guerra sanguinosa, anche in caso di vittoria sull’Oscuro non sarebbe stata mai più la stessa; dolore per la Morte, che avrebbe annoverato tra le sue nuove schiere migliaia di innocenti.

Paura.

Paura della difficile situazione in cui si trovava; paura di soccombere, per la propria vita e soprattutto per il suo compito, che l’aveva spinta dalla gloriosa magione paterna al viaggio folle verso Gondor; paura di condannare la propria gente, che riponeva in lei, primogenita di Thranduil Verdefoglia, e stella del Bosco Atro, le speranze di salvezza; e, forse, paura di tradire la fiducia del proprio amatissimo padre, il benevolo e saggio re che da lunghe ere si ergeva a baluardo delle terre nord-orientali.

Il tumulto dei sentimenti attese ancora il volo d’un pensiero, accecò l’ultima briglia razionale, ed infine, esplose:

« Il mio nome è affar mio – un lampo dagli occhi dell’Elfa sottolineò le sue parole – e mio soltanto.

Non intendo certo fartene dono, giacché le tue luride orecchie corrotte non potrebbero neanche sopportarne il retaggio.

Ma questo ti dico: bada!» E gettò il logoro mantello a lato con un unico movimento fluido; improvvisamente, parve risplendere e crescere, parata di bianco, bella e terribile come un’antica regina dei tempi obliati, davanti alla quale gli sprezzanti Orchetti arretrarono costernati e colmi di terrore. In lei, una nuova e più profonda comprensione di sé; un fuoco, a bruciarle l’animo: la sua voce mutò fino a colmarsi di Potere, autorevole e limpida e inarrestabile; un’onda tumultuosa, capace tanto di riportare in vita una landa desolata quanto di distruggere, nella sua corsa, l’ostacolo più insormontabile.

«Bada, cane di Mordor, a sfidare la collera di Chi ha conosciuto i Tempi che Furono, perché la fiamma della tua mediocrità non s’estingua al contatto d’Una Potente tra i Priminati!».

A queste parole, la donna s’erse a fronteggiare l’Orchetto, un esile giunco avverso al vecchio salice, eppure così lucente da ferire gli occhi degli immondi soldati dell’Ombra. Grimsh arretrò involontariamente di molti passi: la sua espressione, vanificata la conquista di una facile preda, era congelata nella paura; solo gli occhi vagavano, febbrili, in cerca di sicurezza, per poi tornare a fissarsi sulla figura brillante che lo incatenava con la sola forza della voce. Gli scagnozzi al suo seguito, paralizzati dal gelido terrore, sembravano far ormai parte del paesaggio…

Per un istante eterno, la pioggia scrosciante tacque, il vento parve ammutolire in segno di rispetto; gli stessi Erembrulli battuti dalla tempesta volsero lo sguardo, trepidanti, a contemplare la scena come evocata da un canto degli Anni Remoti.

La figlia di Thranduil, con micidiale lentezza, levò un braccio contro Grimsh, col palmo rivolto all’Orchetto e le dita ben divaricate.

Persino l’aria sembrava fremere dalla tensione.

«Fuggite – tuonò, e la luce sprigionata dalla sua persona crebbe ancora d’intensità – servi dell’Oscuro Signore, o conoscerete l’Ultimo Sentiero! Correte a rifugiarvi nei vostri tuguri, o sotto la terra che avete corrotto con la vostra presenza.

Io – la luce era così intensa che costrinse gli occhi degli Orchetti a piangere – ve lo comando!»

L’aria si lacerò. La pioggia rimase sospesa in volo, il vento in precario equilibrio; per il tempo d’un rapido respiro tutto s’arrestò, in attesa.

La banda degli schiavi di Mordor vacillò, poi, come colpita da una valanga, si sfaldò e corse via, urlando tra le alture, con in testa il bellicoso Grimsh che distanziava con lunghe falcate i propri compagni.

La pioggia aveva ripreso a cadere, e il vento a soffiare; nel mezzo della Via Est si stagliava una donna, avvolta in semplici panni da viaggiatore. Il tumulto del suo animo lasciava ora spazio a una calma vigile, cosciente, la dolce benedizione a lungo cercata.

L’Elfa alzò lo sguardo verso le stelle, il cappuccio caduto, e i capelli come una cortina dorata attorno all’avorio della sua pelle; le lacrime del cielo scorrevano meste su quel viso, pallido ma sereno, rallegrandosi di accarezzarle il naso sottile, di ridare vita agli occhi, da troppo tempo aridi, di cancellare per istanti fugaci le preoccupazioni che le rigavano animo e volto, prima di tuffarsi innocenti nel riso delle sue labbra.

La risata argentina risuonò squillante nel buio della notte, una cascata di note liberatorie che ebbe il potere di allontanare l’inquieto spettro del futuro.

A terra, giaceva un’ombra scura, debolmente illuminata dalla luce degli astri.

L’Elfa sorrise; un piccolo cenno della mano, e l’oggetto si librò in volo, fino a fermarsi all’altezza del seno. Una lieve torsione del polso, e la nera lama portata da Grimsh cominciò a ruotare su se stessa, con un lento movimento per tutto simile ad una nota precessione equinoziale.

La Luminosa osservava l’arma prendere lentamente velocità.

In sé, avvertiva una improvvisa crescita. La collera, il dolore e la paura s’erano tramutati in una comprensione più matura della realtà: lo sguardo benevolo del proprio padre, e l’idillio cieco della sua terra, l’avevano, insieme, protetta e illusa.

Per troppo tempo aveva cercato delle ragioni che l’aiutassero a giustificare l’orrore crescente nella Terra di Mezzo: la caduta degli ideali antichi che animavano i canti degli Anni Remoti; il male impietoso che aveva colpito e trascinato alla morte sua madre; la fredda indifferenza del proprio popolo alla vita che scorreva fuori dai confini del Bosco Atro… in cerca di risposte, aveva trovato solo nuove domande e nuove angosce, ed un profondo baratro di disperazione ad inghiottirla. Creatura di sensibilità e di luce, non era riuscita a sopportare la scomparsa dell’Ordine, nel mondo.

La scimitarra di Grimsh volteggiava nell’aria con velocità sempre maggiore.

I servi di Sauron l’avevano costretta a confrontarsi con la realtà, e con la verità che giaceva nascosta in lei: sconfitta, aveva cercato di dimenticare il mondo, nella speranza che questo dimenticasse lei.

Il viaggio verso Gondor. L’ambasciata che rappresentava, al contempo, la vita della propria terra e l’abbattimento delle barriere secolari tra Elfi e altri popoli. La fiducia di Thranduil duramente conquistata: tutto guidato, inconsciamente, alla rinascita della sua identità, alla ricerca dell’essenza.

Aveva disperso gli orchetti, i corrotti nemici dei Priminati, senza ricorrere ad altra arma che non la propria volontà, e il Potere puro che sgorga libero dall’Antico Retaggio. Ora, capiva.

L’arma vorticava a velocità folle: bianche vampe ne scaturivano, illuminandole il viso chiaro.

Rifletteva, profondamente, con l’onestà che non aveva mai saputo trovare, e accettare.

Non esistono ragioni. La vita dell’elfo, del nano e dell’uomo, e dell’orchetto, è in mano al Fato, o forse agli Dei; e il Bianco è composto dalle infinite variazioni cromatiche di cui è parte anche il Nero.

Il Bianco, portato all’esasperazione, genera intolleranza, e il Nero, talvolta, porta il cambiamento.

Non esiste Giustizia, se non nella misura in cui l’individuo decide di farsene carico, e gli antichi valori non sono mai esistiti, se non nell’animo dell’uomo, del nano o dell’elfo… nel qual caso, sono intramontabili, eterni.

Un bagliore accecante levitava di fronte all’Elfa; grumi di nero ferro incandescente cadevano sfrigolando a terra.

La figlia di Thranduil era scomparsa, la stella di Bosco Atro sparita; di fronte alla luce sospesa si trovava Llantho’ar, la fanciulla elfica dai capelli di miele, finalmente cosciente di sé, finalmente libera dai legacci della giovinezza sofferta, decisa ad affrontare la vita lontano dall’idealizzazione.

La scimitarra di Grimsh era ormai una folgore abbacinante nel gorgo rovente di correnti d’aria. Llantho’ar giunse le mani di fronte al seno, esercitò una lieve pressione con i palmi, e infine distese le braccia davanti a sé: la folgore rallentò il moto, divenne gradualmente una vampa, scemò d’intensità fino a rilucere, per arrestarsi infine orizzontalmente traendo bagliori dall’ovale della luna.

L’oggetto planò dolcemente tra le sue braccia tese: l’immonda lama era stata trasformata e temprata, dall’irresistibile spinta del suo Potere, in una sottile e lunga sciabola d’acciaio, più adatta alle mani agili di un Elfo.

L’esile principessa indugiò un momento a contemplare la propria creazione, e infine affibbiò la spada in vita; poi, mormorata una preghiera ad Elbereth, come ispirata da un Dio, intonò un antico canto di speranza composto dai padri della sua gente.

Il dolce sospiro della sua voce si spense a poco a poco. Llantho’ar si calò nuovamente il cappuccio sul capo, e dopo aver accarezzato un’ultima volta il ricordo dei Tempi Andati, riprese velocemente il cammino, saettando tra i consunti lastroni per scomparire dietro ad una curva.

«Non ancora, Oscuro, non ancora…», furono le ultime parole che gli Erembrulli le sentirono pronunciare.

La pioggia lavò ogni traccia del suo passaggio.