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I racconti del Premio letterario Energheia

Loro fanno questo_Angela Buccella, Milano

_Racconto finalista sesta edizione Premio Energheia 2000.

 

Gli altri lo fanno o tutti noi lo facciamo? E’ una domanda che mi pongo adesso che sono rimasta qui da sola, i miei presunti amici si sono allontanati alla ricerca di quella cosa che dà e poi si riprende tutto, anche ciò che non hai affidato nelle sue mani, ah che noia, sento però che io le devo tutto o meglio, è che è l’unico motivo per cui non mi sono ancora sparata un bel colpo in testa (ihihih, risata sadica)!

Eppure ora ho voglia, o forse ho solo il bisogno di parlare con Dio, anche se ti sembrerà strano, credo in Lui. Il vento tira forte e i dorati granellini di sabbia mi danno un leggero e fastidioso prurito sulla schiena, sulle gambe lunghe e abbronzate e sul viso, dove rimangono appiccicati allo spesso strato di fondotinta che mi ricopre la pelle.

Sono tre giorni e tre notti che me ne sto qua apatica aspettando che succeda qualsiasi cosa, ma è sempre tutto uguale, passano due ragazzi, so che mi stanno parlando, ma non li sento, non ho la forza di urlargli che voglio essere lasciata in pace, uno dei due ora ha preso a scuotermi con aria malvagia. Sto piangendo, me ne rendo conto, sono lucida. I due non ci sono più, ma vedo in lontananza Verena, che mi corre incontro, ha addosso un paio di jeans strappati e una maglietta con la scritta “ puniscimi”, mi prende dalle spalle e mi schiocca un bacio sull’orecchio, odio quando fa così e lei lo sa, ma faccio comunque finta di niente, mi dice che gli altri (per cui non vale la regola di Tozzi, poiché non siamo noi) sono tornati col “bottino” in hotel, allora sobria per chissà quale sostanza mai bevuta mi alzo e con una mossa del viso faccio cenno di andare, obbediente mi segue, ma con poca convinzione.

E’ notte fonda ma sono sveglia sul balcone con una sigaretta fra le dita e un B52 posato sul tavolino che mi fronteggia.

Le stelle brillano in cielo, la contemplazione e l’atmosfera magica della notte viene improvvisamente rotta dallo squillare del cellulare

“Pronto?”, dall’altro capo silenzio… “Pronto?”… silenzio e una sottilissima voce “Marilyn …?”, poteva essere importante, avrei dovuto mettere da parte la mia rabbia, i sintomi dell’astinenza, ma la crisi stava sovrastandomi, l’ira s’impossessò di me, presi il cellulare e lo scaraventai giù dal balcone, corsi verso la camera dei ragazzi e iniziai a bussare fino a quando qualcuno aprì la porta: era un bel ragazzo alto biondo abbronzato, i suoi occhi erano assenti, vuoti, ci osservammo per qualche secondo dopo di che spazientito mi disse “Bisogno di qualcosa baby?” gli diedi uno spintone e guardai nella stanza ma lui non c’era, ero di nuovo fuori dalla camera e non avevo alcun desiderio di rientrarci, scalza quale in quel momento ero mi accucciai in un angolino, sapevo bene dove si era cacciato Peter, di sicuro era andato in cerca della sostanza, quella che ora non avevo in corpo ma che ogni minuto che passava si faceva desiderare sempre di più, lo sfascio stava arrivando… sentivo i brividi di freddo, i tremori si stavano impossessando del mio corpo, rivoli di freddo sudore scivolavano lungo la mia schiena ed anche sulla fronte fino a raggiungere l’incavo del collo ove si dileguavano, in questo istante solo l’idea della sostanza mi dava forza per alzarmi, ero combattuta fra il desiderio di smettere per la piccola Phoebe, non volevo che avesse una madre malata e il desiderio di non soffrire, ma ormai era tardi il senso di nausea era divenuto insopportabile. Con un incredibile sforzo rientrai nella mia stanza, nel bagno alla ricerca di una boccetta di Valium, ne presi poche gocce, già mi sentivo un po’ più calma, era solo un’illusione, me ne rendevo conto che non poteva aver già fatto effetto ma era così o almeno ne ero convinta, punto e basta. Quando mi svegliai poche ore dopo, mi ritrovai distesa a terra con un forte mal di testa e il braccio livido, quasi sanguinante, che tratteneva la punta dell’ago nella mia spessa vena; alzai lo sguardo e vidi un foglietto con su scritto a malo modo “Come vedo hai già fatto, stronza! Peter”, un sorriso freddo si dipinse sulle mie porpore labbra.

CIACK 1: sono uno schifoso residuo della società.

CIACK 2: sono drogata.

CIACK 3: mi faccio schifo.

CIACK 4: ho bisogno di un altro schizzo.

CIACK 5: mi faccio schifo.

CIACK 6: residuo/schifo/drogata/schizzo sono una madre ho bisogno di uno schizzo SONO UNA MADRE HO BISOGNO DI UN CAZZO DI BUCO.

Sento grida, pianti isterici, è mia figlia, ha bisogno di me, ma io vivrei meglio se lei non esistesse, è un errore della gioventù, ho solo ventitré anni ed una figlia di tre anni, piange nel sonno mi avvicino a lei le parlo, le dico che è colpa sua se io ora sono così, le dico che la odio, che amo solo Lei, La Sostanza, che è l’unica cosa che mi tiene ancora in vita, alla quale sento di dover qualcosa, è l’unico mio pensiero, mia ragione di vita, mia ragione di vita, mia ragione di vita.

Ho dormito un bel sonno tranquillo stanotte, mi sento meglio, Phoebe è da mia mamma, non mi ricordo se ce l’ho portata o cosa, so solo che ora qui non c’è, ed io inutile negarlo sto bene mi sento in pace senza di lei. Mi guardo allo specchio che si trova in anticamera e vedo la mia immagine riflessa, sono invecchiata, il mio aspetto da giovane attrice hollywoodiana è sparito, dimostro cinquant’anni ma devo vedere Peter, ho bisogno. Di che cosa non lo so, ma di qualcosa, ne sono sicura.

Ora sono davanti la sua poltrona in piedi con fare estasiato, devo prendere un’aspirina glielo dico, ma è troppo fuori per starmi a sentire, così me ne resto lì, seduta, ammiro le cosce affusolate di una tipa che mi balla accanto e sculetta in un modo da far venire nausea, mi sta antipatica, solo ora mi rendo conto che questo tipo non è Peter, che non ho mai visto questa gente, in lacrime scappo via. Mi sento sola, incompresa, unico elemento in qualche modo sporco, futile, della società, sono stata solo ingannata da questo schifo, da questo mateticissimo incubo.

L’aria è fetida, o è solo la mia impressione fatto sta che non ho più una lira, Phoebe piange per la fame ed io me ne sbatto altamente: mi sento bene.

Ho trovato una tipa, una certa Mandy, disposta a darmi la roba in cambio di parole affettuose, deve essere una di quelle donne che sono state lasciate dal marito per una ragazzina, tra poco più di un’ora la incontrerò, a pensarci bene, potrei essere io la compagna del suo presunto ex-marito.

Sto per suonare il campanello di questa lussuosa casa che ricorda vagamente la casa delle Barbie, sono incerta sulla necessità di questo lavoro ma ormai ho già premuto il bottoncino colore rosa confetto.

Apre la porta una donna di dimensioni enormi, una cameriera, credo, mi conduce in una stanza dell’immenso appartamento, ove una minuta e all’apparenza timida signora mi stava attendendo, è lei Mandy, completamente diversa da come la immaginavo, mi intrattiene in un lungo discorso che lei definisce “colloquio di lavoro”, che mi appare, forse a causa dell’E che ho in corpo, lungo, noioso, imbottito di lamentele sul compagno ideale, discorso a cui partecipo con molto poco entusiasmo e che abbandono dopo poco per seguire un viaggio che dalla rota, stato in cui ero prima di ingerire la droga, mi porta all’overdose per aver mischiato troppe sostanze e pasticche chimiche, in quello stato di totale incoscienza ricordo solo di aver desiderato ardentemente di raggiungere la parte conclusiva della mia vita, ero stanca e stufa di soffrire.

Mi risveglio in una barella d’ospedale, sento i pianti di mia madre, e per non vederla continuo a tenere gli occhi chiusi, mi rendo conto della presenza di Peter nella stanza, sbircio il suo volto, ma mi accorgo che mi dà le spalle e osserva il pavimento. Mia madre ha mia figlia in braccio, noto quanto sia cresciuta negli ultimi tempi e scorgo il dito di Peter all’interno di una delle piccole manine di Phoebe. Sento la voce di mia madre che inveisce contro la droga e contro il mio partner accusandolo di avermi rovinato la vita, mentre esce con la bimba fa in tempo solo a sbraitare che siamo incoscienti, irresponsabili ed egoisti per aver messo al mondo una creatura nella situazione in cui ci troviamo.

Finalmente va via, apro gli occhi e faccio un sorriso al mio ragazzo, lui sì che lo amo veramente, mi si siede accanto e mi dà un tenero bacio sulle labbra, dopo mi chiede se voglio un anfe’, annuisco e lui fruga nelle sue tasche. Anche se lo trovo terribilmente bello, non posso fare a meno di notare quanto sia dimagrito e abbia assunto un’aria stanca, sconvolta, quasi allucinata, ma mi piace anche così… rimango però leggermente scossa, quando mi sento rimproverare da lui il fatto di non essere una buona madre, dicendomi che crede di non centrare, è convinto di non essere il padre di Phoebe, non so cosa rispondergli, perciò chiudo gli occhi e dormo, ma solo dopo aver preso la pasticca che mi disturba ed agita il sonno.

Mi hanno dimessa dall’ospedale, e senza il parere di nessuno verifico da me che non sono più autosufficiente in nulla, a mala pena mi reggo in piedi: ho deciso, proverò la comunità, ma non sono poi così sicura.

Stavo componendo il numero di telefono di Peter, ero intenzionata a chiedergli di venire in comunità con me, anche se immaginavo che la risposta sarebbe stata negativa e mi avrebbe riso in faccia. Qualcuno dall’altra parte alzò il ricevitore, ma vi era comunque silenzio, provai a dire “Pronto?” e immediatamente sentii una voce fioca, debole, dirmi “Marylin sei tu? Ho bisogno di un quartino, penso di essere in rota, Marylin, Marylin…”, ora piangevo, sentivo le lacrime bagnarmi la pelle, misi giù la cornetta e con calma, con molta calma, mi distesi sul pavimento che mi sembrava caldo, accogliente e mi misi a riflettere e per la prima volta aprii gli occhi e vidi com’era realmente la mia situazione, ero dipendente, ero ridotta male, ero uno straccio, ero.

Mi alzai e mi vestii con calma, avevo i miei soliti jeans consumati che dal blu erano diventati quasi bianchi, l’impermeabile di pelle che copriva la maglietta viola, ormai anch’essa mal ridotta, ai piedi avevo ancora gli stivali che da tre giorni non toglievo e i bei capelli biondi, mi ricadevano sulle spalle unti e sporchi; tutto ciò non mi interessava, aprii il cassetto e tirai fuori l’E che avevo conservato, pensavo di farmi un ultimo buco prima di entrare in comunità, così la misi nella borsa e mi precipitai da Peter.

Trovai la porta aperta, Peter era lì stremato a terra, mi faceva schifo, ripugnanza, io non amavo quell’essere, avevo solamente pena di lui, mi dava angoscia, sudava, non aveva la forza neanche di lamentarsi, tremava, stava male, avrei voluto sgridarlo, urlargli che mi faceva paura, ma sapevo che quando uno sta in rota non ha né la voglia né la forza di parlare con qualcuno, e fare la stronza non lo avrebbe comunque fatto pentire, o in qualche modo aiutato. Misi la roba in un cucchiaino, la scaldai con un accendino che avevo trovato sul pavimento, e la misi nella siringa che avevo trovato in bagno, mi iniettai la Sostanza, il mega schizzo, fu bellissimo, una botta unica che mi portò lontano, lontano. Ebbi comunque la forza di preparare la roba anche per lui e gliela iniettai dritta in corpo, sembrava già più bello, ma ero troppo fatta per capire veramente, si trovava però ancora senza forze, approfittai dunque del momento per chiamare un taxi che ci avrebbe condotto al centro per la disintossicazione. Mi trovavo in una camera per la rota insieme a Peter, stavo male, mi sentivo morire, c’era vomito da tutte le parti, il mio compagno era disteso in un lago di urina e schiuma bianca, c’era un puzzo tremendo, mi girava la testa, e sudavo, sudavo e sudavo.

CIACK 1: sto male sto in rota.

CIACK 2: sto morendo sto in rota.

CIACK 3: sto in rota sto morendo sto male.

CIACK4: voglio un buco solo un piccolo buco.

CIACK 5: sto a rota.

CIACK 6: dose VOGLIO UNA DOSE… oh… cazzo cazzo cazzo.

CIACK 7: sto a rota.

La porta blindata della camera in cui ci hanno rinchiuso, e che è molto simile ad una cella, si apre ed entra una donna, è un’infermiera probabilmente, sto per diventare violenta, così con le poche forze rimaste mi aggrappo ad una sua gamba, ma lei mi sferra un calcione che mi catapulta, Peter mi osserva ed io grido, urlo, mi dimeno e mi agito, voglio andarmene di qui, voglio uscire, ma la tipa non mi degna di uno sguardo. Mi sanguina il naso, ma la donna ancora all’interno della stanza non ci bada, e posa vicino a noi tre arance, dopo se ne va.

Sbatte la porta.

Sono passate due settimane da quando sono chiusa in questo schifo di posto e sia io che Peter siamo puliti, ora ci è tornata qualche forza, riusciamo a mangiare e siamo lucidi, così possiamo renderci conto di quanto sia squallido questo posto. La rota è passata, ma solo la parola droga m’illumina lo sguardo, i miei occhi luccicano, ne ho una voglia matta, appena esco di qui mi sparo una botta.

Ma ecco la doccia fredda, io e Peter abbiamo appena finito di coccolarci, ed ora siamo pronti ad uscire da questo inferno, ma lui mi blocca e mi dice che ha deciso di restare in questa merda di posto, vuole diventare un operatore ed aiutare gli altri che rischiano di fare una brutta fine, mi dice che sa di non essere in grado di resistere alla tentazione della droga, di non essere ancora abbastanza forte, così ha deciso di restare in comunità fino a che non si sentirà pronto, ma mi dice anche che probabilmente ciò non avverrà mai. Rimango perplessa, afflitta, stupita ma con una punta di ammirazione che celo con uno sguardo severo, ho voglia di un piccolissimo schizzo, non glielo dico, ma senza degnarlo di uno sguardo, prendo la mia borsa e corro verso la porta d’uscita.

La prima cosa che ho fatto è stato andare a comprare un abbondante quartino e iniettarlo nel braccio, è stato un viaggio estremamente forte che è arrivato dritto al cervello, ora sono in un cesso della stazione, sdraiata a terra, il viaggio non è ancora finito del tutto ed io sono troppo stanca per tirarmi su.

FLASH: droga, morte, droga, morte, morte, droga, morte, morte, morte.

Ho dormito profondamente per due giorni, quando mi alzo e vado a vedere il letto, dove dorme Phoebe, ieri sera sono andata a riprendermela da mia madre che si rifiutava di farla tornare a vivere con me, mi ha detto che non sono nella situazione adatta per tenere in casa una bambina di soli tre anni, che non ho il diritto di rovinare la sua esistenza, dopo essermi sfogata, urlando che è colpa della bimba avermi complicato l’esistenza, sono dovuta ricorrere alla cattiveria e l’ho minacciata con un coltello, poi sono corsa via con la mia “preda”, che riversa sul letto mostra le ferite che ieri sera le ho provocato picchiandola a sangue per avermi rovinato la serata, il volto è livido quasi sanguigno e mi accorgo che deve essere portata in ospedale, ma per non correre alcun rischio la medico con un poco di acetone per unghie che trovo in bagno e che irrita di più le ferite… me ne sbatto, guarirà.

Sono passati quattro giorni e le ferite hanno fatto infezione, se non la faccio vedere da qualcuno a distanza di pochi giorni potrebbe morire, ma io sono stanca e non ho voglia di uscire di casa quindi si arrangia.

Guardami, come sono ridotta, ormai il mio cervello non funziona più da solo.

Parlami, l’eroina non mi fa alcun effetto, ho bisogno di qualcos’altro.

Baciami, ho bisogno di affetto.

Sono inginocchiata davanti ad una candela nera che ho comprato ad un mercatino e supplico Dio di risparmiarmi. Phoebe, penso che sia morta, fatto sta che pregare è più importante del preoccuparsi di lei.

Sono di nuovo chiusa in una cella, ma stavolta sono finita in carcere, ma non ho paura, sto solamente tremando.

Insieme a me, qui ci sono due ragazze, sono due punk, una delle due si chiama Vena, l’altra si presenta come Co. Sono un poco più piccole di me, la prima ha i capelli viola con delle ciocche più chiare, l’altra ha invece una cresta color rosso fuoco, hanno degli strani accessori per acconciarsi la chioma, così tra un discorso e l’altro mi ritrovo la testa rasata e la ricrescita blu elettrico, nonostante tutto mi piaccio, mi sembra di aver cambiato vita, la morte di mia figlia non mi ha sconvolto l’esistenza, mi sono vendicata e ora ho l’anima in pace.

Leggo il giornale di una settimana fa, e scopro che Peter è morto per overdose in comunità, non vado avanti con l’articolo, non voglio sapere com’è accaduto, sto male, lacrime scivolano sulle guance.

Le pillole di oppio che Vena e Co avevano con loro sono finite, l’astinenza sta facendo i suoi effetti, inizia lo sfascio, sto ancora male.

Sto a rota.

Mi prude tutto il corpo.

Ho delle crisi, sono assalita dai sensi di colpa, vengo trascinata da una guardia sbuffeggiante in infermeria dove vengo definita tossicomane in preda ad un attacco di autolesionismo.

CIACK 1: ti odio, odio questo posto, odio tutto.

CIACK 2: Phoebe, Phoebe, Phoebe, Phoebe, Phoebe.

CIACK 3: ti odio.

CIACK 4: ripetochetiodiosemprepiùincessantemente.

CIACK 5: odio questo posto.

CIACK 6: odio tutto.

CIACK 7: oh merda!

L’ambiente è distruggente ed io sono LA vittima di questa sua distruzione, di questo suo folle delirio, della pazzia che incombe sul mio io.

NON SO PIU’ COSA FARE HO SCAMPATO L’ERGASTOLO MA DUE ANNI DI RECLUSIONE NON ME LI HA TOLTI NESSUNO E POI PER LA MORTE DI UNA STUPIDA BAMBINA CHE FINO A SEI MESI FA NESSUNO CONOSCEVA MA CHE COSA INTERESSA A LORO SONO SOLO UN’ALTRA CAUSA DELLA MIA ROVINA. NON RESISTO PIU’ QUA DENTRO ED ESSERE PULITA QUINDI LUCIDA NON MI AIUTA PER NULLA ANZI MI FA VEDERE QUANTO SIA VOMITEVOLE TUTTO CIO’ CHE CI CIRCONDA TUTTO UN EMERITO SCHIFO TUTTO INSODDISFACENTE.

Mancano tre giorni al mio rilascio, poi sarò spedita in un centro di recupero… bella fine.

h.11.45: blatera, blatera, blatera, blatera, blatera, blatera.

h.11.46: devo andare al cesso, ma non posso.

h.11.50: sarebbe bello stare in un cesso con te.

h.11.52: osservati.

h.11.53: ti osservo.

h.11.54: attento ti osservo.

h.11.55: ripeto ti sto osservando attentamente.

Voglio vederti morire, inutile abbozzo sociale.

Voglio amarti, caro…

Voglio, voglio, voglio…

CIACK 1: ora sto al cesso.

CIACK 2: sarà doloroso, ma favoloso al solito.

CIACK 3: guardo il tuo corpo ossessivamente.

CIACK 4: potrei essere io ad averti generato.

CIACK 5: una donna facile, sì, una donna di strada, una puttana.

CIACK 6: sono quello che tu vuoi.

CIACK 7: quello che tu vuoi.

CIACK 8: ripeto quello che tu vuoi.

Il tempo passa, tra poche ore uscirò di qui, non ho parole per la felicità, correrò alla stazione, tu sai cosa ci andrò a fare.

ABOUT TIME ABOUT TIME ABOUT TIME ABOUT.

Prima di lasciare questa cella di merda per sempre, bacio le mie due amiche, sulle labbra naturalmente.

Mi mancheranno.

Sono in un cimitero della città vicina e leggo tutti gli epitaffi… nulla di nuovo.

Tornando a casa incontro un “coiffeur” e decido di tagliare i capelli, che sono visibilmente cresciuti e fanno schifo, ma non ho soldi, quindi proseguo. Vedo un negozio enorme, bellissimo che fa piercing, ed uno al suo fianco che fa tatuaggi, entro e do’ un’occhiata agli spettacolari disegni. Oggi è sabato, c’è la fiera… mi inoltro nella massa.

Sono vicina ad una bancarella di incensi, candele aromatiche colorate, libri di magia, orecchini di ferro, e vedo un ragazzo molto simile a Peter, biondo, alto, con dei grandi occhi azzurri, mi viene angoscia, paura, ho paura, la tipa della bancarella è girata, rubo tre candele e scappo via.

Le candele che ho rubato sono rosso sangue, mi danno il volta stomaco, le butto nel cestino che trovo per strada.

CIACK TOTALE: Phoebe, Phoebe, Phoebe.

Sono sulla soglia di casa, ma non ho il coraggio di entrare, allora vado in spiaggia. C’è un gruppo di ragazzi in riva al mare riconosco Verena, è cresciuta, ma per paura di essere giudicata rimango in disparte e penso, penso che è ora di cambiare vita.

La musica rimbomba nelle mie orecchie, forte, sempre più forte, mi muovo, mi struscio, mi scateno, mi duole la testa, ma il ricordo di Peter fa male, sento la voce, le grida dei Pennywise e mi fanno bene, ballo, mi tocco, mi stanno rapendo, entro in un’altra dimensione, fantastica, sono nuova, sbatto la testa, salto, non resisto alla tentazione e canto con loro, mi sfogo, musica piena di rabbia che condivido in tutto e per tutto… Dio se mi piace.

Ho deciso che per uscire dalla situazione di merda in cui mi trovo, l’unica soluzione è cambiare città… andrò in Scozia ad Edimburgo, è fatta.

Sono nel vagone con tre ragazzi che mi guardano le cosce e sotto la gonna, ieri pomeriggio sono andata da mia madre che mi ha ricevuta piangendo come una forsennata, l’ho resa partecipe della mia decisione, mi ha lavata, cosa che non facevo da mesi, mi ha vestita e portata dal parrucchiere ed ora devo ammettere che sono molto meglio, i miei capelli di nuovo puliti, biondi a caschetto, indosso una mini ed un maglione scollato che ruba l’attenzione dei tre, mi diverto a vederli sbavare e cercare del mio contatto fisico.

Mi trovo in città, davanti al castello che è forse la cosa più bella che abbia visto dalla mia nascita, mi esalta ed eccita allo stesso tempo.

Sono felice, mi sento rinnovata.

E’ l’alba e sono distesa in un letto con un tipo che giuro non ho mai visto, è sveglio anche lui e prende ad accarezzarmi, dicendomi che ho un corpo molto bello e si scrive i miei dati e le mie misure per farmi fare un provino per divenire top-model.

Sarà o no una balla ma la storia mi piace.

Il provino lo faccio veramente, ma non lo passo a causa del mio passato, vince invece una tipa molto più giovane di me e piena di brufoli, stupida senza esperienze ed insignificante, mi incazzo.

Sono in vendita su un marciapiede, ho trovato un tipo che mi vende la roba, sono troppo bella e mi piace osservare il mio corpo rispecchiato in vetrina, adoro il mio fondoschiena, Dio se lo adoro!

Sento bruciori e punture che dai piedi salgono sino alla cima dei capelli, sono fatta, ho ripreso ma sono sotto un mio, auto e rigido, controllo, non rischio nulla.

Sto componendo il numero di mia madre, la chiamo tutte le settimane, la rassicuro che qui va tutto a meraviglia, che di droga non ne ho più nemmeno sentito lontanamente l’odore. Ci crede ed io mi compiaccio per saper così ben raccontare balle, solo che la vecchia mi dice che vuole verificare, vuole venirmi a trovare, anche se la cosa non mi procurerebbe il minimo fastidio, riattacco la cornetta, in modo da farle credere che sia caduta la linea. E affanculo.

La candela sta bruciando, si sta consumando lentamente, con molta calma, riesco a sentire le sue grida, il suo dolore, non vuole spegnersi, non vuole morire, come me ha paura, vuole vivere per sempre, in eterno.

“Dave Gahan ha chiuso con l’eroina” leggo in prima pagina sul giornale, il cantante dei DEPECHE MODE dichiara che dopo un’overdose che ha rischiato di ucciderlo ha avuto il coraggio di uscire fuori dal casino in cui si era cacciato. Rido di gusto, stronzo, per lui che ha i soldi è facile, per me un po’ meno, e poi che coraggio e coraggio, non ha avuto, semplicemente, le palle di morire, ha tradito solo la migliore amica di un eroinomane. Se ne pentirà, oh se, se ne pentirà.

Ho il cervello in fumo, una giovane ragazza mi si avvicina e mi chiede se voglio comprarle dei fazzoletti, le sputo addosso e la spingo con forza: se lo meritava la bambina.

E così mi ritrovo ancora nella merda, da vecchia e brava eroinomane, quale sono, non riesco più ad uscirne fuori, e per di più qualche deficiente mi ha raddoppiato il peso della droga con una bella gravidanza in corso.

Voglio abortire.

Phoebe sta tornando in vita, non deve resuscitare.

Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo.

Eroina-dipendenza-sesso-figli-morte.

Vaffanculo. Ripeto vai a fare in culo.

Convivo con uno, Roby, spacciatore e tossico da quasi cinque anni (quasi quanto me), con cui ho riassaporato l’uscire, naturalmente lui non sa che sto aspettando un infante, vado in giro col mio nuovo amico, andiamo specialmente nei parchi, dove sfottiamo, ma non con ironia, con pesante cattiveria, coloro che si limitano alle cannabis, roba di merda quella, gente senza palle quella. Tu sai quanti ragazzini fanno uso di droghe, più o meno, pesanti. Ormai se ne ho bisogno anche io mi dirigo nelle scuole, nei licei particolarmente, quelle checche piene di brufoli, esempiobravifottutibambinibastardicocchi.

Hai mai frugato nelle tasche dei “cucciolotti di mamma”? Trovi etti, anzi chili di roba, di sostanze pesanti e di brutto, dei bravi-mini spacciatorini !!

Solo che i bimbi ci fanno su la cresta, ci fregano ‘sti stronzi. Trovo assurdo che i marmocchi fumino, si sballino, è roba da gente vera non da mezze cartucce. E se ora decidessi di frugare nelle tue taschine da bravo ragazzo cosa ci troverei, che tipo di sostanza, eh?

Non ho più cartine, non ho più soldi, userò i biglietti dell’autobus.… guidando quel treno fatto di cocaina Marylin faresti meglio a stare attenta alla velocità…

Roby mi ha detto che mi può procurare tutta la droga che voglio, mi ha chiesto di cosa ero solita fare uso. La risposta? Eroina, polvere d’angelo (speed-ball), ecstasy, cannabis, medicinali di ogni tipo in dose massiccia… tutto va bene, basta che mi sballi, che mi faccia fuggire dalla realtà.

Nel mezzo del cammin di mia vita, mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita…

BASTA

Parola magica, pronunciata migliaia di volte, risultato: un cazzo di buco.

Mi gira la testa, mi batte forte il cuore, sto collassando, ho sete, sudo, non ho più saliva in bocca, sto morendo, resusciterò?

Dio mi ha salvata, mi ha dato Roby, un’altra dose è arrivata dritta al cervello.

Sono in discoteca, non parlo, non ballo, non bevo, mi vendo.

Sulla metropolitana per tornare a casa, c’è una ragazzina in mini che assilla di sguardi un ragazzo di qualche anno in più di lei, accavalla le gambe e sorride, ma lui niente: se fosse mia figlia le spaccherei la faccia, ma non ho più di questi problemi.

Mi ritrovo in sala parto, brutti ricordi, nasce un’altra femmina che palle, Syria, è orribile tutta rossa e piene di grinze, avrà preso dal padre, che non so chi è naturalmente, come faccio a ricordarmi?

Mi dicono che a causa della mia situazione non posso essere ritenuta una donna affidabile e che quindi la bimba sarà affidata ad un’altra famiglia: non lo do a vedere ma ne sono infinitamente felice.

Pur continuando ad avere questa specie di relazione sicura con il mio spacciatore, ho cambiato dimora, sto con una giovane donna di nome Moira, niente di serio per ora.

Mi chiamano dall’ospedale: Roby è stato aggredito, lo hanno pestato per alcuni debiti in sospeso che non aveva saldato.

CIACK 1: è in coma irreversibile.

CIACK 2: NON VOGLIO PERDERLO.

CIACK 3: lo amavo… mi sento male, probabile attacco di panico.

Roby mi hai lasciato, non ci sei più, non farai mai più parte di me, il tuo corpo non sarà più vivo e vigoroso, invecchierai sotto terra, i vermi copriranno il tuo viso, tutto il tuo cadavere e pian piano marcirai, ti putrefarai, diverrai solo polvere ed il tuo ricordo presto svanirà anche dalla mia mente, morirai davvero solo dopo che ciò accadrà, bye bye caro mio dolce amore.

Marylin fu trovata morta all’interno di una comunità di recupero nel mese di dicembre dell’anno 2000.

“Choose life. Choose a job. Choose a career. Choose a family.

Choose a fucking big television. Choose washing machines, cars, compact disc players and eletrical tin openers… choose DIY and wondering who the fuck you are on a Sunday morning. Choose sitting on that couch watching mind-numbing, spirit crushing game shows, stuffing junk food into your mouth. Chooe rotting away at the end of it all, pishing your last in a miserable home, nothing more than an embarassment to the selfish, fucked up brats you spawned to replace yourself. Choose your future. Choose life… But why would I want to do a thing like that ?”

Marilyn se ci sei torna e prendi tutto quello che vuoi

questa notte tu vivrai come non hai fatto mai

stai con me se tu vuoi

tra gli sguardi li vedi tutti tuoi

muovi ancora le tue gambe

giostra i fili della mente

e torna qui per me Marilyn

e manchi tu Marilyn Marlilyn Marilyn

stai su me finché poi io mi perda in preda ai sensi tuoi

l’infinito si disperde con visioni strane della mia mente

vedo sesso in ogni luogo

scopro stimoli privati che adoro

raggia tutta la mia pelle

fai crollar le mura di queste stanze

e tu torna qui per me Marilyn

e manchi tu Marilyn Marilyn Marilyn

e torna qui per me Marilyn

e manchi tu Marilyn Marilyn Marilyn

Marilyn Marilyn.