Lontane sono le campane_Marina Calculli, Matera

_Miglior racconto da sceneggiare undicesima edizione Premio Energheia 2005_

 

Asterione, sono certa,

aveva un’anima incantevole.

Le mura del labirinto

non gli permettevano

di vedere

il bel mare di Creta.

 

Alle sette e quarantacinque in punto, come succedeva da cinque anni e tre mesi – dal giorno in cui Romualdo aveva compiuto sedici anni – alle sette e quarantacinque in punto Silvano bussò con la sua veneranda eleganza sulla porta di mogano della stanza sud-ovest del palazzo. Fece cigolare dolcemente la porta e si diresse verso la finestra che si trovava sulla parete opposta.

“Buongiorno Silvano” mormorò Romualdo con la testa ancora sotto il piumone.

Silvano scostò la pesante tenda verde scuro facendo penetrare nella stanza una giornata raggiante.

“Buongiorno Romualdo. Ha dormito bene?”

“Bene, grazie”.

“Suo padre l’aspetta per la colazione”.

Romualdo si alzò dal letto e andò nel suo bagnetto personale; il Conte Mori, suo padre, aveva fatto costruire quel bagno, appositamente, per suo figlio, aveva commissionato dei sanitari su misura. Sulla parete sopra il lavello era appeso uno specchio ad un metro e cinque centimetri da terra. Ogni oggetto era di colore verdastro, tendente al bruno e conferiva all’ambiente un’aria squallida e mesta.

Romualdo si lavò frettolosamente, si infilò le pantofole e la vestaglia e corse al piano di sotto. Suo padre gli appariva ogni mattina al termine della scalinata seduto perfettamente al centro del suo lato del tavolo con gli occhi puntati sul giornale del mattino, anche se lui non aveva mai potuto sapere cosa fossero quelle pagine stampate in misura insolita rispetto ai libri che conosceva e – forse proprio perché sempre negategli – di una bellezza irresistibile. Ma di questo parlerò più avanti. L’immagine di suo padre era consolidata nelle aspettative delle sue visioni quotidiane; non destava più alcuna sensazione per la sua consuetudine e da tempo aveva provocato l’oblio di ciò che una volta aveva potuto suscitare.

“Buongiorno Romualdo, hai dormito bene?”

“Sì, grazie”.

Silvano precedette Romualdo, scostò la sedia per farlo accomodare a tavola. Era alto e magro, aveva i capelli grigi portati un po’ lunghi sulla fronte in modo da incorniciare i suoi occhioni azzurri. Era il maggiordomo del conte da ventidue anni. Aveva una figura fine che destava l’idea dell’ordine e della pulizia.

Romualdo in altezza arrivava alla sua vita. Silvano lo sollevò con discrezione per le braccia per farlo sedere e riavvicinò la sedia al tavolo.

Suo padre mise via il giornale nella borsa da lavoro. Non aveva mai permesso che Romualdo venisse a sapere cosa fosse una testata quotidiana, che potesse carpire qualcosa dell’essenza del mondo che si dipanava nelle strade, nelle piazze, nelle case al di fuori del suo palazzo grigio.

Il Conte Mori teneva molto all’appellativo nobiliare sebbene fosse consapevole che la società desse ormai poca importanza ai titoli.

Si era laureato in medicina all’università di Napoli ed esercitava la sua professione con diligenza e molto, poco, entusiasmo.

Misantropo e triste, non trovava mai nulla che fosse divertente ed era disgustato dalla trivialità dello stile di vita della gente. Una volta sola nella vita aveva provato una sensazione di vivacità inspiegabile che aveva reso i suoi meccanismi mentali frizzanti e a volte privi di ferrea logica. Era una sensazione distante ormai come il resto del mondo. Era capitato quando aveva conosciuto la donna che portò in grembo Romualdo.

Una donnina piccola di costituzione, una creatura candida e sorridente. L’aveva sposata in una cerimonia non troppo fastosa in una giornata di primavera. Si chiamava Gerda. Morì dando alla luce Romualdo e al Conte non rimase che chiudersi nella sua distruttiva mestizia con, in più la convinzione di essere stato umiliato dalla sorte.

Non amò mai profondamente Romualdo, soprattutto quando poi capì che aveva smesso prematuramente di crescere in altezza e non sarebbe mai diventato un brillante giovanotto dall’aspetto aristocratico con i capelli al vento e la fronte altezza. Provava nei suoi confronti, un affetto malinconico e decise in una notte d’estate che avrebbe preservato quella sua creatura dalla ferocia del mondo.

Romualdo non sarebbe mai uscito dal palazzo. Gli sarebbe bastata quella dimensione – soprattutto se non ne avesse conosciute altre.

Il Conte si pose immediatamente il problema degli studi – non in virtù dell’indiscutibile valore della cultura ma piuttosto perché gli sembrava ineluttabile che il figlio di un conte, sebbene nano, ricevesse l’istruzione scolastica.

Convocò un maestro rinomato, gli spiegò a lungo come avrebbe voluto che suo figlio fosse educato e le motivazioni che supportavano la sua scelta. Il maestro Benvenuti non batté ciglio, sebbene ritenesse alquanto bizzarra quell’idea; il lauto stipendio mensile, tuttavia, lo portò facilmente ad accettare di buon grado la situazione.

Il Conte istruì Silvano e il Benvenuti sulle modalità di comportamento che avrebbero dovuto tenere nei confronti del piccolo.

Smembrò la sua biblioteca e selezionò accuratamente le opere letterarie che Romualdo avrebbe potuto leggere nel corso della sua vita. Nessun elogio della bellezza, nessuna descrizione delle città, dell’arte, del mare e delle montagne.

Nessuna opera storica che gli avrebbe fatto percepire il senso dell’umanità.

Così Romualdo imparò a scrivere e a leggere, apprese la grammatica e l’aritmetica.

Suo padre apprezzò, giorno dopo giorno, la proprietà di linguaggio che acquisiva e lo osservava dolorosamente mentre sviluppava una personalità candida e brillante in un corpicino sguaiato e senza proporzioni.

Le lezioni di latino e greco erano quelle preferite da Romualdo.

Il maestro Benvenuti arrivava al palazzo ogni mattina alle otto e trenta e lui lo aspettava nel salone al piano di sotto, dove si svolgeva la lezione che durava fino a mezzogiorno.

Il Benvenuti era teneramente affezionato al suo piccolo allievo, carpiva la versatilità della sua mente e le sue ardite intuizioni e a volte si sentiva frustrato dalla limitatezza del programma di istruzione. Ma era un uomo di poche riflessioni e poche domande e quella sensazione di inopportunità non si trasformò mai in disapprovazione.

Romualdo aveva ereditato da suo padre uno spirito notevole di eleganza. Non era soltanto un condizionamento passivo.

L’aveva fatto proprio ed esteso ad ogni suo gesto. Curava molto la sua persona e non si abbandonava mai a sciatterie di alcun genere.

Aveva riccioli biondi e occhi grandi e neri e, nonostante la sua deformazione, appariva molto grazioso.

La domenica il maestro Benvenuti non teneva la sua lezione.

Romualdo nel giorno di pausa sentiva puntualmente il suono delle campane e quei rintocchi melodiosi gli avevano fatto percepire da sempre l’idea di uno spazio vitale al di fuori delle mura. Su di essi aveva costruito la scansione del tempo che mai nessuno gli aveva insegnato e che così finiva per coincidere con quella del resto dell’umanità. Anche per lui il giorno delle campane, era un giorno di festa.

Una di quelle domeniche, mentre i rintocchi infrangevano l’aria, Romualdo scese nel salone per prendere i suoi quaderni di studi. Aveva come compito una lunga equazione. Si sedette sulla poltrona, si rilassò un momento, per ascoltare fino alla fine la sua musica lontana e vide sulla poltrona, dove ogni giorno sedeva il maestro Benvenuti, un libro. Il maestro doveva averlo dimenticato il giorno precedente dopo avergli dettato le frasi da tradurre. Aveva la copertina rossa con una sottile cornice blu. “Antologia Greca”, era scritto con lettere rotondeggianti sul fronte.

Lo prese in mano con un’ignara tranquillità senza sapere che quell’atto costituiva la frantumazione dell’apparato di realtà tessuto sulla sua mente per ventuno anni e che non avrebbe perdonato neppure un’infima distrazione.

Aprì il libro da principio. C’era un indice che non riuscì a comprendere per via delle abbreviazioni e delle sigle. Sfogliò ancora le pagine e cominciò a leggere il primo testo. Era il sesto libro dell’Iliade di Omero. Il racconto era ricco di una terminologia a lui ignota. Comprendeva che veniva narrato un gran turbamento in cui erano delineati esseri umani come suo padre, Silvano, il maestro e se stesso. Andò avanti fino alla fine e con una lentezza attenta lesse del ritorno di Ettore a casa per salutare Andromaca, la sua sposa e suo figlio Astianatte.

Cos’era una sposa?

Nonostante fosse difficile comprendere, il racconto gli lascio sensazioni di dolcezza, terrore e curiosità.

Sfogliò ancora il libro. Quello seguente era un brano prosa. Tucidide, Storie, libro secondo. Parlava di un grande conflitto. I soldati, le armi, i caduti di guerra, i loro figli, il dolore. Romualdo chiuse il libro, era senza forze e sentiva il corpo dolorante. Corse nella sua stanza, chiuse la porta e si abbandonò sul letto.

L’universo sonoro che penetrava dal di fuori delle mura di palazzo Mori era sempre stata una testimonianza della vita e dell’attività umana. La sua curiosità, sempre smorzata dal rigore di azioni imposte che scandivano la sua quotidianità, era diventata insopportabile e dolorosa. Il turbine di pensieri lo stordì e a poco a poco si addormentò.

Alle otto della sera Silvano entrò nella stanza e lo chiamò con voce imbarazzata. Romualdo si svegliò di soprassalto.

Pensò di aver sognato. Poi vide il buio fuori della finestra, capì che la giornata non era appena cominciata ma – al contrario – stava per finire. Poi si ricordò del libro di antologia greca – Andromaca, la guerra, la sposa.

“Forse non si sente bene, Romualdo?”

“Non tanto, Silvano”.

“Avrà un po’ di febbre. Guardi qui come scotta! Si metta sotto le coperte; avviso il conte e le porto la cena in camera”.

Uscì frettolosamente e ritornò qualche attimo dopo con un vassoio di legno decorato con fi ori gialli e bianchi sul quale portava la cena. Sul margine del vassoio c’era una piccola scritta: “Gerda”.

“Cosa significa Gerda?”

Silvano impallidì, si gelò in un silenzio imbarazzato per un quarto di secondo, poi si ricompose e con un fiato di voce disse: “ E’ la donna che ha decorato questo vassoio”.

“Donna?”, sussurrò Romualdo senza sapere se la domanda fosse rivolta a Silvano, a se stesso o al vuoto caotico in cui balenava la sua mente.

Silvano cominciò a sudare sulla fronte e assunse gesti disordinati con il chiaro intento di celare l’imbarazzo, il senso di colpa, il terrore che quelle parole avevano concepito. Andò in bagno, accese la luce, tornò di nuovo nella stanza, aprì e richiuse le tende, allineò la lampada, il quaderno ed una penna che erano sulla scrivania.

“Ha la febbre alta, Romualdo. Cerchi di riposare stanotte e vedrà che domani, andrà meglio”.

Romualdo rimase nel silenzio barocco della sua stanza essenziale mentre i suoi pensieri si muovevano lenti e sinuosi.

Un desiderio improvviso di uscire dal palazzo sintetizzò il magma confuso della mente e riuscì a placare lo stordimento.

Era un desiderio ardito che gli fece gustare per la prima volta nella sua vita il senso dell’illecito.

Doveva uscire dal palazzo. Quella notte.

I suoni della casa si addormentarono presto e le luci si spensero tutte.

Romualdo uscì dalla sua stanza. Trattenne a stento ogni alito di respiro. La luce della luna penetrava leggera dal finestrone del corridoio. Scese giù per le scale e con passi vellutati fu presto in giardino.

Corse fino alla cancellata principale. Era talmente piccino che varcò le sbarre senza difficoltà. Una strada larga e vuota si stese davanti a lui. Respirò forte, pensò di ritornare dentro, al sicuro sotto le coperte al caldo.

Invece cominciò a camminare. Per la prima volta fuori dal Palazzo Mori.

Vide i balconi con i fiori, le finestre e i vestiti stesi. Ogni luce doveva corrispondere ad un uomo, come suo padre, Silvano, il maestro Benvenuti.

Gerda. Chi era Gerda? La donna che aveva decorato il vassoio…

Camminava per la strada deserta. Percepiva la vita, la consuetudine della gente che dorme, mangia, studia, legge e cammina.

“Stazione” c’era scritto sulla facciata principale dell’edificio di fronte a se. Sentì delle voci, suoni metallici e cigolii che si mescolavano. Ebbe paura. Pensò al libro che aveva trovato in salone. I rumori si fecero sempre più vicini e quasi palpabili. Aveva il fiato spezzato dall’emozione mentre un impulso irrequieto lo spingeva all’interno dell’edificio.

Un grande atrio con il pavimento di marmo bianco e rosso lo accolse. Una luce squallida e forte gli infastidì la vista. I lampioni, le insegne, il bar con i tavolini e un profumo corposo di caffè. Cominciò a vagare e ad assimilare le immagini che si susseguivano e si dileguavano. Entrò in una latrina. L’odore era insopportabile e acre. Cercò un lavandino per lavarsi la faccia. All’inizio gli sembrò di non trovarlo. Poi si rese conto di averne uno di fronte a sé. Altissimo! Lo fissò a lungo vinto dal presagio di una sensazione ancora più atroce di quelle che erano fiorite violentemente quella sera. La diversità. Le sue gambe non sarebbero mai diventate lunghe come quelle di Silvano, di suo padre e del maestro Benvenuti. Le sue mani erano goffe. Ebbe ripudio di se stesso e avvertì il bisogno di ritornare a casa. Soffriva di terrore. Si toccò la fronte bagnata, la vista si annebbiò e ad un tratto cadde a terra senza sensi.

“Signore, si sente bene?”

Aprì gli occhi e gli sembrò di vedere il volto di Silvano chinato su di lui. Ma poi i caratteri del volto dell’uomo divennero nitidi… Aveva di fronte un viso non appartenente alla sua consueta realtà. Gli balenò nella mente l’immagine del lavandino e l’odore forte della latrina. L’uomo gli porse una bevanda dal profumo dolcissimo.

“Prenda questa, le darà un po’ di energia!”.

Romualdo non riusciva a pronunciare sillaba per quanto si sforzasse di ringraziare quell’uomo. Riuscì a stento a bere quel succo buonissimo. Un consistente sapore fruttato gli addolcì la bocca e si sentì più quieto.

“Come sta?”

Romualdo annuì ma ancora una volta non riuscì a proferire parola.

“Ha avuto un malore ed è svenuto in bagno. Si sente bene, ora?”. “Il mio treno sta partendo”.

Romualdo vide l’uomo allontanarsi da lui agitando la mano con un sorriso interrogativo e disarmato sul volto. Due attimi dopo il treno si mise in moto. Attonito e sbalordito dalla quantità delle visioni nuove che in una mezza notte si erano scagliate nella sua dimensione, Romualdo ammirava piangendo il treno che si allontanava.

Andromaca, la sposa, i palazzi, le finestre, le latrine, il treno.

Uscì dalla stazione e respirò l’aria umida della notte con l’immagine dell’uomo che era salito sul treno e l’aveva salutato dopo avergli offerto quella bevanda fruttata.

Camminò a lungo, poi sfinito si sedette su una panchina e lentamente si addormentò.

“Mi scusi, signore? Signore?”

Romualdo si svegliò di soprassalto. Di fronte ai suoi occhi c’era una giovane ragazza con dei lunghi capelli neri e degli occhi luminosissimi.

“Potrei sedermi su questa panchina? Sono molto stanca”.

Romualdo non riuscì a fare altro che piegare la testa in avanti mentre contemplava quella che tra tutte le immagini della sua esistenza era di sicuro la più bella e dolce.

Ecco cos’era una sposa! Quella di fronte a sé era sicuramente una sposa. Come Andromaca.

Contemplò la sua figura. I piedini sottili chiusi in scarpine nere, le gambe bianche, i seni e il volto candido.

“Sono così stanca. Lei sta aspettando qualcuno?”

“Io?..”

“Non sta bene, forse?”

“No, al contrario! Sto benissimo”.

“Io sto aspettando mio fratello. Arriverà all’alba con il treno da Milano. Ha sentito, la guerra è finita! Finalmente… Ha fatto festa stanotte con gli altri, vero?…”

“La prego, mi racconti cos’è la guerra?”

“Mi prende in giro? ”

“No, non potrei mai… lei è così gentile… la prego mi racconti cos’è la guerra?”

La donna guardò il piccolo nano con aria sospettosa.

“Guardi che non ho voglia di scherzare. Mi scusi se mi sono seduta su questa panchina… lei è un matto…”.

“La prego… io non ho mai vissuto qui e vorrei soltanto sapere cos’è la guerra?”

“Beh, cosa vuole che le dica… quando una nazione vuole esercitare il suo dominio su di un’altra per renderla sua sottomessa cerca un pretesto e dichiara guerra… e sul fronte gli eserciti dei due stati combattono e i giovani ragazzi muoiono e si sparge tanto sangue e non c’è più nulla da mangiare e si ha il terrore di uscire di casa e di parlare con chi non conosci, terrore dei rumori e delle lettere, terrore di ricevere una notizia atroce, terrore di scoprire un fondo sempre più basso del dolore… ecco cos’è la guerra!”

“E la prego, perché io possa capire perfettamente, cos’è una nazione?”

“ Lei vuol ridere di me!”

“No, la supplico, ho tanto bisogno di sapere cos’è una nazione…”

“Noi viviamo in Italia – Firenze, Bologna, Roma Napoli – non mi dica che non ne ha mai sentito parlare… ecco l’Italia è una nazione, un territorio delimitato… Poi ci sono le Alpi e al di là delle Alpi c’è la Francia e l’Austria e la Germania e oltre il mare a nord della Francia c’è l’Inghilterra… queste sono le nazioni… ora non mi importuni più… lei è un matto”.

Romualdo sorrideva stupito mentre ascoltava quella vocina delicata… In realtà non riusciva ancora a comprendere cosa fosse la guerra e cosa fossero le nazioni, ma gli bastava per il momento ciò che la donna gli stava raccontando.

“Una domanda ancora, la prego, poi non le chiederò più nulla. Mi risponda, la prego. Cos’è il mare?”

“Ecco il mare!”. Disse la donna incredula e infastidita… si sentiva stupida ma non riusciva a lasciare lì senza risposta quell’omino fragile. Tirò fuori dalla borsetta una cartolina. Sul margine in alto c’era scritto “Saluti dalla Puglia”. Romualdo vide l’immagine del mare su quella cartolina sgualcita.

“Se non ha mai visto il mare, prenda il treno e ci vada… mi creda, il mare d’inverno è bellissimo! E poi la guerra ora è finita. Non dobbiamo più temere nulla”.

“Grazie”.

Romualdo ritornò alla stazione. Ormai la luce del giorno illuminava il mondo. Vide in lontananza le montagne e i colori definiti della dimensione che prendeva nuova forma attorno a sé. Più matura e meno inconsueta.

Salì sul treno giusto, quello che andava al mare.

Suo padre, Silvano e il maestro Benvenuti non seppero mai più nulla di lui.