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I racconti del Premio Energheia Europa

L’onda dell’amore, Angel Miguel Sancho_Madrid

Racconto vincitore Premio Energheia Spagna 2020

Traduzione a cura di Laura Durando

Ho sempre pensato che l’amore e il dubbio fossero gemelli siamesi. Due bocche dello stesso corpo contorto disposte a fare di te un cadavere irriconoscibile. Una ti seduce, fa sì che abbassi la guardia, mentre l’altra, più piano, scivola sotto la tua pelle e cresce, come un tubero: ha solo bisogno del buio e del concime dei tuoi pensieri più profondi. Per la gente debole com’ero io che sarebbe caduta facilmente nella tentazione dell’amore, esiste un’unica regola per la sopravvivenza: se non vuoi risvegliare il dragone dei dubbi è meglio stare alla larga dalle signorine. Non intendo nemmeno mentire, quando è da tanto tempo che ti nascondi impari che l’assenza d’amore non è gratuita, lascia un vuoto, ma ogni vuoto può essere riempito. Io l’ho fatto e ho avuto solo bisogno di due cose: una televisione che mi facesse compagnia e un microonde che mi scaldasse il cibo. E, parlando del diavolo, ieri è arrivato il microonde nuovo: il Caroline A plus plus, con due anni di garanzia. Il marchingegno aveva tanti programmi che ho dovuto studiarmi il manuale di istruzioni solo per regolare l’ora. Riusciva a cuocere qualunque portata alla perfezione in trenta secondi e il piatto girevole aveva una capacità stupefacente.

Ieri sera ci ho messo dei cannelloni precotti solo per provarlo. È bastato premere il pulsante di avvio, un uragano di fulmini muti ha avvolto i cannelloni, una bufera che non si è dissipata finché il timer non è arrivato a zero. Sì, mi è sembrato un po’ strano, ma non gli ho dato importanza, ho pensato che si trattasse di un nuovo sistema per scaldare il cibo, uno più efficace. Tuttavia, quando ho tolto i cannelloni questi si erano trasformati in un paio di tranci di merluzzo in salsa verde. Certo, il merluzzo era cotto perfettamente.

La settimana dopo l’ho dedicata a provare tutti i programmi: scongelare, grill, funzione pasticceria… Non importava quale selezionassi, il risultato era sempre lo stesso, i miei piatti precotti si trasformavano in un’altra cosa: nugget di pollo saltati con funghi e pinoli, crocchette di prosciutto e cavolfiori con besciamella… Ho pensato di far valere la garanzia, ma mi sembrava ridicolo scrivere come motivazione del reclamo: il mio microonde ha preso vita e ha il proposito di farmi mangiare. Inoltre, devo ammettere che i piatti che mi preparava erano molto saporiti, così ho deciso di dargli una possibilità.

La sveglia era appena suonata, avvisandomi che il cibo era pronto. Avevo messo una lasagna alla bolognese recuperata dalle profondità del congelatore. Che piatto sarà diventato?, ho pensato: tonno e pomodoro?, piselli e prosciutto forse?… Disgraziatamente, nell’aprire lo sportello tutte le mie fantasticherie si frantumarono, seppellite sotto un nulla desolante. La mia lasagna era sparita, lasciando un gran vuoto nel microonde e nel mio stomaco che ruggì in segno di lutto. Tuttavia, a ben vedere, scoprii che ciò non era del tutto vero: accovacciato al centro del piatto girevole, c’era un biglietto piegato a metà. Quel biglietto conteneva un messaggio scritto a penna: «Ciao, c’è qualcuno lì?».

***

Era passato quasi un mese da quell’incidente con la lasagna e mi stava succedendo qualcosa di strano, avevo iniziato a sentire un bruciore alla bocca dello stomaco. Non riuscivo a dormire, passavo ore a pensare a lei, alla persona che era dall’altra parte del microonde. E mi resi conto che non potevo continuare a riferirmi a lei come fosse un fantasma, come fosse qualcosa che esiste ai limiti della realtà. Perciò decisi di darle un nome, la battezzai Caroline in onore all’elettrodomestico che ci aveva uniti.

Nel corso di quest’ultima settimana abbiamo parlato molto. Non avevo mai parlato tanto con nessuno, nemmeno con la mia stessa madre: certi giorni ho dimenticato di mangiare e pure di dormire. Qualcosa dentro di me cominciava a protestare, un sesto senso: devi mantenere le distanze, mi diceva, il drago è sempre in agguato. Ma, come fare, come dire addio a una persona così speciale, così affettuosa, una così abile cuoca. Caroline mi aveva passato delle ricette caserecce, create da lei al cento per cento. La mia preferita è stata di gran lunga quella delle frittelle di donuts con crema chantilly speziata. Non avrei mai immaginato esistessero frittelle più saporite di quelle di mia nonna, che riposi in pace.

I momenti liberi che avevo in ufficio li dedicai a conoscere meglio Caroline: analizzai la sua scrittura in base a una pagina web che trovai sulla grafologia. Per l’uso degli spazi e il modo di scrivere i puntini delle i, si trattava di una persona altamente creativa, con la mente in continuo movimento. Ma la curvatura della coda delle a e l’inclinazione delle t indicavano che era introversa e un po’ insicura. Mia cara Caroline, non ti avevo mai visto di persona, ma comunque la tua immagine insisteva nel tracciarsi nella mia testa come un’iconografia che non riuscivo a comprendere, ma che, allo stesso tempo, mi faceva fremere e mi eccitava. Mi drizzava tutti i peli del corpo.

Un giorno, di ritorno dal lavoro, un biglietto di Caroline mi aspettava nel microonde. A giudicare dalla trascuratezza della scrittura e dalle correzioni, l’aveva scritta nervosa. Il biglietto diceva: «Nelle ultime settimane sei diventata una persona molto speciale per me. So che avevamo stabilito di non scambiarci nomi né indirizzi, né niente, ma mi piacerebbe vederti. Per non rendere le cose troppo traumatiche, ho pensato che prima di darci appuntamento di persona potremmo scambiarci delle foto. Che te ne pare?».

Non mentirò, la nottata fu molto difficile: trascorsi ore nel tentativo di scegliere una fotografia nella quale ero decente. Finii talmente saturo che buttatomi sul letto vedevo ancora quelle immagini. Mi erano rimaste intrappolate nelle retine: agivano da camera oscura, proiettando spettri nel cielo della mia stanza. Il mio sesto senso tornò a parlarmi per l’ultima volta, parlò di una premonizione: quei fantasmi sono l’avvertimento, disse. I morti viventi che preannunciano l’arrivo dell’Apocalisse.

Poco dopo, un groviglio di vocine, una presenza famigliare e estranea al tempo stesso, cominciò a guadagnare forza nella mia testa. Estese le sue radici dal più profondo, dall’oscurità del mio subconscio fino alla cima più alta del mio cervello. Il suo soggetto principale era Caroline, chiedeva cose alle quali non ero in grado di rispondere e l’assenza di quelle risposte provocava in me un sentimento di panico: quanti anni ha Caroline? Dove vive? Qual è il suo vero nome? E, la peggiore di tutte, il leviatano dell’armata dell’inferno: e se Caroline non è una donna? Quello fu l’istante in cui mi resi conto di essere caduto tra gli artigli del drago. I dubbi mi corrodevano il cervello, ognuno di essi era affilato e tossico come un chiodo ossidato. Cercai di resistere, ma fu inutile, il castigo era giusto: avevo ignorato l’unica norma che non dovevo ignorare.

La mattina seguente, l’eco di quel pensiero continuava ancora a divorarmi la testa. Fu impossibile togliermi quel retrogusto amaro dalla bocca, anche così ebbi la tempra sufficiente da piantarmi di fronte al microonde. Feci un patto con me stesso: non fidarmi di quelle voci eretiche. Dovevo costruire un muro di contenimento per fermare la bestia. Così come ci eravamo accordati, misi una foto sul piatto girevole, dopo avervi scritto sul dorso nome e telefono. Programmai dieci secondi e premetti il tasto Start. Il microonde iniziò a fare la sua magia: un intreccio di fulmini muti divorò la fotografia. Ognuno di quei bagliori era un braccio minuscolo che finiva in mani minuscole. Esse prendevano un piccolo pezzo della mia immagine e la tiravano da lì verso l’altra parte, disintegrandola fino a non lasciare nulla.

La sentì crollare nella mia testa nel momento in cui la fotografia di Caroline cominciò a materializzarsi. La prigione che avevo costruito per rinchiudere il drago si era sgretolata, non potei evitarlo, era troppo fragile. Sentii il ruggito del leviatano nella mia testa: un urgano di migliaia di voci che parlavano in modo disordinato, caotico, ma tutte con lo stesso proposito: ledere i miei sentimenti verso Caroline. E stavano vincendo. La paura sequestrò i miei pensieri e forzò il cervello a mostrarmi immagini che non volevo vedere: Caroline trasformata in un uomo robusto, con barba e mento prominenti chiamato Carlos. Per quando parte della fotografia di Caroline aveva finito di materializzarsi, la mia testa si era completamente persa nelle visioni. La mia mente non riusciva neanche più a considerarla umana: la immaginavo come un essere contorto con tentacoli attorcigliati invece delle gambe. E, cosa peggiore, non mi sembrava strano. Vista la peculiarità del nostro modo di comunicare, come potevo garantire che Caroline fosse una persona. Grazie a Dio, il mio stesso corpo mise fine al calvario: attivò il pilota automatico, e, come un anticorpo che protegge il suo ospite da un orrore di proporzioni cosmiche, prese il microonde e lo scagliò a terra.

***

Dovette passare una settimana prima di osare mettere piede in cucina. Non ebbi il coraggio di farlo prima. È spaventoso come uno possa passare dallo sfiorare il cielo con la punta delle dita a sguazzare nel più umiliante dei fallimenti. Ma il peggio era la sensazione di vuoto, un vuoto così abissale che nemmeno il suono bianco del televisore poteva riempirlo. Ed è che non avevo smesso di pensare: e se Caroline era la metà della mia metà, la piega nelle mie lenzuola, il decoder del mio DTT. Le notti non erano mai stati così buie, né i pomeriggi dopo il lavoro così grigi. Qualcosa dentro di me era cambiato, non riuscivo a tornare alla vita di prima, non dopo Caroline. Presi la decisione di non essere più debole: ero disposto a lottare contro il drago, a morire tra le sue fauci se significava portare indietro la mia adorata Caroline. Il primo passo era mettermi in contatto con il negozio per comprare un altro microonde identico a quello che avevo: un Caroline A plus plus. Mi costò la tredicesima estiva convincere l’addetto a vendermelo, gliene restava solo un pezzo e se l’era messo da parte come regalo per la festa della mamma. Questo sì, c’è da dire che furono rapidi nella consegna, lo ordinai la mattina e il pomeriggio stavano già bussando alla porta.

La seconda parte del mio piano, nonché la più complicata, erano le scuse: dovevo inventarmi una storia sufficientemente credibile da passare al vaglio, ma non troppo fantasiosa da scoprirmi. Alla fine, optai per la classica: uno sbalzo di corrente aveva provocato un guasto catastrofico nel microonde e a causa di ciò si era interrotta la comunicazione. Dopo due ore e circa novantasette versioni del biglietto, misi il pezzo di carta insieme a una fotografia nell’elettrodomestico e lo avviai. Non appena suonò la sveglia dovetti aprire tutte le finestre della cucina per non soffocare: aprendolo, una nuvola nera uscì sparata dal microonde. Quando questa si dissolse, ne potei scoprire l’origine: un pezzo di carta ridotto in un cumulo di cenere frusciante e una pozza solidificata di ciò che prima era una fotografia. Mio malgrado, la connessione che mi univa a Caroline era sparita insieme al mio precedente microonde.

Dedicai il giorno dopo a pulire a fondo la cucina, c’erano ancora pezzetti del precedente microonde sparpagliati per terra. Nell’infilare la scopa sotto uno dei mobili, le setole trascinarono qualcosa di inaspettato: un pezzo di carta di consistenza plastica con un numero di telefono scritto a penna. Non appena la scorsi riconobbi quella scrittura così particolare, era di Caroline. Quel pezzo doveva essere una parte della fotografia che aveva cercato di inviarmi quel fatidico giorno. Forse c’era ancora speranza per me, ma prima di chiamare quel numero dovevo fare qualcosa: un sudore freddo mi drizzò i peli della nuca, girai molto lentamente l’immagine. Vidi il volto vero della mia cara Caroline e, una cosa era certa, non ero mai stato tanto stupido.