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I racconti del Premio letterario Energheia

L’iniziazione_Gianluca Serra, Partinico(PA)

_Racconto finalista quarta edizione Premio Energheia 1998.

 

Rosuccia – come la chiamavano tutti – era la più bella e giovane puttana del quartiere. Lei, come tante all’epoca, faceva questo mestiere vecchio quanto l’uomo per campare. Viveva sola, ma le tante fotografie sul comò, vicino al letto, sopra il quale si faceva sbattere dai clienti, fingendo talvolta estasiati amplessi, soprattutto per quei vecchi che ormai “non ci arrivavano più”, testimoniavano un passato non privo di affetti.

C’era la foto d’un colonnello, quella di un soldato e, poi, diverse altre di bei giovani borghesi, forse studenti, venuti a studiare nella indolente e frivola Palermo di inizio Novecento. Solo figure maschili, dunque, popolavano il suo pantheon personale di ricordi. A chi chiedeva chi fossero lei rispondeva sempre così: “Tutti abbiamo la nostra famiglia: la mia è qui, sopra il comò. È una famiglia di carta, in bianco e nero, fatta di persone che non parlano mai, non chiedono mai niente, stanno sempre con gli occhi aperti su di me”.

Non era ignorante. Era comunque una puttana.

Una puttana di poco più di venticinque anni, rassegnata alla sua maschera, al suo ruolo sociale e ormai priva di sogni.

Viveva e lavorava in uno di quegli oscuri, umidi e malfamati budelli cittadini che molti fra i borghesi benpensanti, pur frequentandoli con una certa regolarità, inesorabilmente attratti dai piaceri del sesso, non facevano che maledire quando vi passavano davanti in carrozza, assieme ai figli e alle caste mogli, instancabili e devote visitatrici di sacrestie. Aveva tre, quattro clienti fissi che venivano a farle visita quasi quotidianamente, a orario di lavoro, garantendole la giornata; e poi, tutta la notte, era un viavai di militari e marinai in libera uscita che le navi, dopo lunghissime traversate in astinenza, scaricavano senza sosta al porto di Palermo.

La sua stanza stava al terzo piano di un vecchio e sudicio palazzo in cui tra puttanesimo e alcolismo, grida e violenza, si consumavano interminabili giorni di miseria. Una sola finestra, piccola al punto da sembrare una feritoia, lasciava entrare un po’ di luce nei venti metri quadrati in cui lei esercitava; quella luce sufficiente a mostrare ai clienti, bramosi ed incontenibili, le curve di un corpo ancora in fiore, sodo, bello a vedersi, nonostante la squallida usura del sesso.

Un grigio mattino di marzo, cilindro di velluto e bastone d’avorio, baffi e cappotto, bussò alla porta del suo ricovero per anime in cerca di consolazione un uomo sulla sessantina con un giovane imbarazzato al suo seguito. Come lei aprì uno spicchio di porta ed affacciò, cauta come ogni volta, la testa sul pianerottolo, il signore fece con un tono ironico, guardando il ragazzo che portava ad iniziare: “Buongiorno, scusate buona donna, è qui che… eh… vendono la carne? Io avrei un vitellino da svezzare. È lui: mio figlio Nicola. È timido il ragazzo… studia tutto il santo giorno e ho paura che i preti me lo stiano facendo diventare arruso. Alla sua età, lui non l’ha ancora provato e io, come ogni buon padre, mi preoccupo…

Vorrei che il picciotto imparasse questa cosa: che nella vita non ci sono solo i piaceri dello spirito -come gli insegnano quei santipadri di Casa Professa!- ma pure quelli del…”

Rosuccia lo interruppe: “Va bene, accorciamo: lo faccia entrare e passi tra mezz’ora. Glielo faccio trovare uomo, il suo vitellino!”

Il ragazzo, che al momento della presentazione era rimasto tutto il tempo con lo sguardo fisso a terra, come in attesa di una punizione, guardò in faccia il padre con gli occhi intimoriti, preoccupati per quello che gli sarebbe successo nella mezz’ora a venire.

Avrebbe implorato in ginocchio perché gli fosse stato risparmiato quell’imbarazzante incontro.

La donna gli afferrò il braccio e, contaminando col suo tatto volgare e plebeo la manica delicata della giacca, già simbolo di distinzione sociale, lo trascinò dentro. Chiuse la porta in faccia al padre, il quale scese le scale pensando a come sarebbe cambiata da quel giorno -“il giorno del battesimo” come lo chiamava lui- la vita del figlio. Un po’ lo invidiava. Ma era l’invidia buona di chi si compiace per un qualcosa di bello che accade ad una persona sinceramente cara. Ad un figlio ad esempio. In un confuso sovrapporsi di immagini ormai sfuocate e di suoni indistinti, ripensava a quando era stato proprio suo padre a portarlo dalla prima donna della sua vita, a scoprire certe cose che egli neppure immaginava esistessero, ingenuo e innocente ragazzo di oratorio quale era. La nostalgia dell’adolescenza e il rimpianto di non aver goduto a sufficienza dei doni di questa ormai trascorsa età dell’oro riempirono ogni angolo della sua mente, al punto che, per quanto rispettoso di sua moglie e del sacramento del matrimonio, non poté fare a meno di infilarsi anche lui nella stanza di un’altra giovane sventurata venditrice di piacere dello stesso palazzo. Per assaporare, in attesa del figlio, due quarti d’ora di effimero godimento. Per illudersi per qualche breve attimo di essere ancora un ragazzetto appena affacciato alla vita.

Intanto nella stanza di Rosuccia il rito dell’iniziazione prendeva il via. “Di’ un po’, picciotto, quanti anni hai?” chiese la donna togliendosi, senza troppi pudori, la maglia e mostrando all’adolescente appoggiato alla porta, quasi fosse pronto a fuggire, le rotondità dei seni, lucidi e carnosi, culminanti, con lo stesso fascinoso mistero delle cupole arabe di San Giovanni degli Eremiti, in due capezzoli grossi e aggettanti, che chissà quante bocche inappagate dal normale e cristiano concetto d’amore avevano succhiato, ricercando inconsciamente -come ci insegna il buon Freud- una primordiale protezione materna!

Con un filo di voce, pieno d’ansia e rosso per la vergogna, il giovane, guardando nel vuoto, fissando ora la bacinella d’acqua, ora l’asciugamano, ora l’intonaco cadente delle pareti… tutto tranne la femmina a dorso nudo che aveva davanti, rispose: “Io, io… quasi quindici”.

“E tuo padre si preoccupa a quest’età!” controbatté immediata e sorpresa la puttana, cominciando a sbottonarsi la gonna sotto la quale non usava mai, per motivi pratici, indossare nulla.

Intanto la paura dell’iniziando cresceva: urla di uomini ubriachi infuriati, che negli altri appartamenti picchiavano le mogli, risa volgari di clienti in attesa nel pianerottolo, intenti a raccontarsi l’un l’altro delle loro epiche scopate, gemiti di sgualdrine violentate da gente frustrata presentavano quel “fare all’amore”, di cui il padre gli aveva parlato con tanta eccitazione, come un gesto bestiale, pieno di orrore. Anche l’atmosfera opaca della stanza e il puzzo di sudore (e d’altro) lasciato chissà da quanti avventori contribuivano ad incupire il suo animo. Gli veniva quasi da vomitare… La donna era ormai nuda. Si sdraiava sul letto ed era pronta ad accogliere fra le sue cosce il fanciullo scioccamente esitante, goffamente impacciato. “Vuoi un po’ d’acqua per calmarti?” chiese Rosuccia, intuendo in quale caos mentale stesse naufragando il giovanotto. “No, noo, grazie!” fece quest’ultimo pensando a quanto schifoso sarebbe stato bere in un bicchiere sul quale quella zozzona, che con la bocca faceva di tutto, aveva poggiato le sue sporche labbra.

“Insomma” – lamentò impazientita la donna – “lo vuoi fare o no, mon amùr! A tuo padre se no cosa ci racconto!”

A quella variazione di tonalità e a quel “mon amour”, appreso chissà da quale cliente e pronunciato con voce ammaliante, il ragazzo posò finalmente gli occhi sulla femmina.

Bellissima, sprigionante umido calore da ogni anfratto del corpo, selvaggia e ad un tempo piena di quella verginale innocenza, che solo un ingenuo può ritrovare nel corpo di una mignotta, tentatrice carnale quanto piena di religioso mistero, Rosuccia svegliò in lui, involontariamente, senza che si potesse rendere conto di quali passaggi lo avevano portato a tanto, quello spirito latente nella sensorialità adolescente di ogni maschio della nostra specie. Anche lui, sino a quel tempo avvezzo a leggere libri, ad impararne spesso a memoria il loro contenuto e a collezionare farfalle, sentì l’irrinunciabile richiamo della carne. Era un’energia inaudita, sconosciuta fino ad allora, nuova quella che si scatenava dentro il suo corpo, una volta che i suoi timidi occhietti avevano fotografato e trasmesso agli ormoni l’immagine della matrona che, gambe aperte, seni tesi, l’attendeva nel mezzo d’un lettone dalle lenzuola maleodoranti piene di macchie, delle quali lui, per quanto schizzinoso, come ogni ragazzo ricco della sua età, ignorava ora -strano!- il sudiciume, la sporcizia. Di fronte alle distese di carne nuda per un attimo ogni domanda per la quale aveva cercato affannosamente risposta nei libri della biblioteca del padre e presso i gesuiti di Casa Professa, il mistero della stessa vita, quell’interrogativo col quale tutti prima o poi dobbiamo confrontarci “che cosa ci facciamo sulla terra”… tutto questo gli fu in un lampo chiaro. Molte delle riflessioni che era solito fare quando, straziato da ore di studio matto e spasmodico, andava a coricarsi, trovavano ora compiutezza. Il cerchio si chiudeva. Alcuni versi del D’Annunzio, già noto ai suoi tempi, gli si svelavano, immaginariamente messi in bocca a quella Rosuccia, nel loro significato più profondo e sincero, superando le noiose e pudiche note critiche lette con desiderio di illuminazione: “Io ti dirò verso quali reami / d’amor ci chiami il fiume (…) e ti dirò per qual segreto / le colline e i limpidi orizzonti / s’incurvino come labbra che un divieto / chiuda, e perché la volontà di dire / le faccia belle / oltre ogni uman desire (…)”

Gli arcani del mondo si aprivano alla sua percezione. Il baco liberava la farfalla. Capiva cosa volesse dire “vivere”. Le nudità di un corpo femminile, che lui conosceva solo per mezzo delle riproduzioni di quei dipinti famosi che si imprimono nella memoria di uno studente benestante di inizio secolo, avevano questo magico potere. Gli venivano in mente, sovrapponendosi e contorcendosi in un unico letto, la sensuale Maya desnuda di quel Goya che aveva appreso essere il più grande pittore spagnolo di fine Settecento, e la Mariette di quell’altro Corot che sapeva “nonno” dell’Impressionismo francese. Capiva solo adesso, quale potenza sensuale sprigionassero quei capolavori agli occhi di chi aveva già goduto della vista di un identico ed autentico soggetto femminile in carne ed ossa, palpitante e in attesa di essere preso. Gli venivano in mente le parole scritte su una monografia paterna del Goya a proposito di quella Maya che proprio adesso buttava giù dal suo letto la più malinconica e popolana Mariette di Corot: “giace come una Venere della tradizione rinascimentale italiana, esprime una bellezza più calda, forse più aggressiva, mediante le curve accentuate del bel corpo, esaltato dai rapporti cromatici dei piani d’appoggio, dal viso incorniciato dai capelli ricciuti e fluenti… e soprattutto dalla vivezza penetrante degli occhi”. In un attimo capiva il significato dell’arte! Solo che adesso non si trovava più con un manuale sotto il naso ma con la materia prima che ispira dal vivo gli artisti. La Musa. Aveva davanti l’appena intuito concetto di “vivere” e quello di arte.

Quella Rosuccia calda e sensuale, che gli si era spogliata davanti mentre lui scioccamente temeva il peggio, fissando l’arredo squallido della stanza, quasi a volere cercare un oggetto familiare ai suoi occhi, un segno che potesse dargli una qualche fiducia, un qualche appoggio morale in un momento in cui ci voleva del coraggio, era ora l’oggetto di

sguardi penetranti, intensi, atti a sondare il corpo per raggiungere i significati reconditi dell’anima…

La puttana attendeva immota sul giaciglio, presa dai suoi pensieri, e intanto il tempo passava.

Dopo un po’ Rosuccia, che notò lo stupore del ragazzo, il quale la fissava concentrato, rapito in una inattesa estasi, contemplandone il corpo come se fosse la statua di Santa Rosalia, patrona di Palermo, si alzò di scatto, tirò via il lenzuolo del letto e vi si avvolse chiedendo nervosa: “Perché mi guardi così?” Di fronte a quel maschietto, del quale inizialmente non si era curata più di tanto, al punto che lo aveva trattato come un cliente abituale, spogliandosi velocemente e distendendosi pronta a riceverlo, la donna aveva avvertito -lei stessa con quel “perché mi guardi così?” se ne era resa conto- un inspiegabile ed antichissimo senso di pudore. Lei, che il suo corpo lo aveva svelato a mezzo mondo, a marinai di tutte le nazionalità, a gente di tutti i livelli sociali, dagli ubriaconi puttanieri ai nobili insoddisfatti delle loro dame incipriate e piene di stucco, ora provava vergogna. E lui, che aveva provato inizialmente vergogna, sentiva ora -sebbene non avesse la minima idea dell’atto carnale, la voglia di qualcosa che non fosse il platonico piacere della carta stampata.

“Ehi, con te parlo, che hai che mi guardi così? Ti faccio schifo forse? Mi vedi troia e ti viene il vomito a pensare di dover perdere la tua verginità con una come me!?” replicò arrossita Rosuccia al picciotto palermitano. E attendendo risposta, afferrava la maglia e, mostrando ancora per un fugace attimo i seni, se la rimetteva. “No, noo, signo… ra, io non… io non pensavo affatto questo. Io… anzi voi mi… voi mi piacete molto. Io… io … il fatto è, vedete,… che io non ho mai visto alcuna donna fino ad ora e adesso voi… voi… voi siete così bella!” rispose intimorito, con una voce bassa, che la diceva lunga su quale fuoco gli stesse divampando dentro.

Quell’aggettivo “bella” non l’aveva mai usato come complimento per nessuna delle fanciulle palermitane che, insieme ai loro genitori, venivano a rendere visita alla sua villetta, né, invero, per una donna. “Bella” per lui, fino a quell’istante, era stata tutt’al più una poesia, un’opera d’arte o una delle sue farfalle. Ora quelle cinque lettere le usava per apostrofare una puttana abbandonata al suo destino…

Pareva avesse concluso, quando un impulso più forte, incontrollato, fece muovere con decisione quelle sue rosee labbra che fino ad allora avevano solo declamato versi e pronunciato parole di lingue straniere: “Sì, mi piacete e non mi vergogno a dirlo anche se siete una puttana, scusando la parola, con la quale si va solo a fare quello che si deve fare!”

La donna rimase di stucco a quella risposta. Certo, è vero: tutti i suoi clienti, nel gridare i loro orgasmi, facevano degli apprezzamenti sul suo conto, ma questi risultavano volgari, puntualmente riempiti di una bestiale istintualità. Il sincero “sì, voi mi piacete”, preceduto dall’insolito vocativo, “signora” (il quale annullava tutto il disprezzo contenuto in quell’altro appellativo “puttana”), detto da uno che non aveva ancora sperimentato il vero significato del verbo “piacere”, se non attraverso lo studio, né aveva messo un solo dito sul suo corpo… la scuoteva. E ancora: quel “voi”, rivolto ad una cui, per via dell’alienante mercificazione del corpo, a momenti non si dava più neppure del “tu”, l’aveva fatta vibrare come una corda di violino.

“E io ti piaccio, e come è possibile!?” chiese la donna con un filo di ironia, dietro la quale celava un’emozione non provata da anni. Il ragazzo riprese: “Siete bella, signora, il vostro è un corpo da dea e, credete, mi dispiace che facciate questo… mestiere per campare. Io… vi prenderei con me se… insomma: se fossi uomo, se avessi il coraggio di affrontare tutta quella gente che passa il tempo a dir male di quelle come voi, e poi affida loro i figli propri per svezzarli, come dice mio padre!”

Lo stupore si sommava allo stupore nel cuore di Rosuccia che adesso rientrava nella gonna. Parole così dolci, così toccanti non erano mai state pronunciate dentro quelle quattro mura maldestramente intonacate.

Quella stanza che aveva conosciuto solo volgari gemiti di uomini venuti a comprare pochi attimi di felicità, sentiva adesso risuonare delle parole che elevavano l’inquilina dal suo stato di puttana a quello di donna, perdonavano i suoi mille peccati, cancellavano le mille divise dei soldati che l’avevano avuta, redimevano la troia e le mostravano la luce di un riscatto dignitoso…

Qualcuno bussò insistentemente alla porta.

Donna Rosuccia, che non aveva ancora finito di abbottonare la gonna, sipario della sua fonte di sostentamento, si affacciò sull’uscio, arrossita più che prima per l’effetto allucinatorio delle ultime parole del suo giovane cliente. Era il padre. La mezz’ora era trascorsa. L’uomo, vedendo la puttana con la gonna ancora da sistemare, pensò che il figlio avesse fatto il suo dovere e domandò con la stessa ironia di quando si era presentato: “A che punto è il vitellino? L’abbiamo battezzato?”

Rosuccia, disgustata da quella voce che chiedeva ragione sul conto di un ragazzo che lei avrebbe dovuto iniziare da brava puttana, quale era, disse di attendere un attimo ché il figlio si doveva rivestire. Chiuse la porta e tornò dal ragazzo. Lo abbracciò. Il giovane avvertiva una fragranza intensa di acqua di rose salire dal corpo della donna fino al suo naso. Ne percepiva di nuovo il mistero femminile, ma questa volta niente più versi di D’Annunzio o Mayas di Goya e Mariettes di Corot a mettersi nel mezzo come intermediari di quel godimento tutto sensoriale. Solo la donna nel suo personale, enigmatico ed indecifrabile richiamo.

La puttana allentò dopo un buon minuto la morsa dell’abbraccio e mostrò ai suoi occhi una lacrima scorrere sulla guancia, lasciando un solco di struggente melanconia. Di rimpianto. Il giovane si commosse.

Rosuccia gli chiese, trista e adorabile, se aveva una foto da lasciarle. Lui tirò fuori il portafogli e prese il piccolo ritratto che gli era stato fatto qualche giorno prima. La donna lo mise sul comò, vicino a quelli del colonnello, del soldato, dei borghesucci dai volti ridenti e simpatici.

“Vai! Adesso sei uomo!”, disse infine. Andò ad aprire la porta, fece entrare il padre che, ignaro di tutto, le dette comunque il suo onorario. Entrò un altro cliente, la porta si richiuse e, quasi meccanicamente, Rosuccia tornò al mestiere di sempre.