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I racconti del Premio letterario Energheia

L’ingenuità della falena_Giorgia Spurio, Ascoli Piceno

_Racconto finalista diciassettesima edizione Premio Energheia 2011.

 

Sangue.

Stringo le chiavi di casa in mano.

Ancora sangue.

I nervi sono così tesi che la mano sembra paralizzata in un fastidioso formicolio, mentre le chiavi, strette nel pugno, lasciano la loro impronta di metallo sui miei palmi.

Sono pronta a scappare da un momento all’altro.

Quel sangue è ovunque, ha anche imbrattato lo specchio.

“Che cosa è successo?”-, domando.

Cerco di non sembrare spaventata. Voglio avere il controllo della mia voce e del mio respiro, che tremano anche di notte, a causa del buio.

Carlo è seduto. Fissa il pavimento come un bronzo raffigurante un pugile.

Noto i rivoli di sangue che scendono dalle sue narici fino a colare sul suo viso.

“Perché non rispondi? Che hai fatto al naso?”

Silenzio.

Lui ha deciso di non rispondere.

È sempre lui che decide di essere regista, e non solo delle sue storie.

Lo specchio appeso è rotto e sembra che esso stesso trasudi sangue.

Finalmente alza la testa e mi guarda: “Ho perso dei soldi. E ho dato una testata allo specchio”.

Lo guardo, purtroppo, senza meravigliarmi di ciò che ha fatto. Oramai non mi stupisco più dei suoi colpi d’ira.

Piuttosto, sono arrabbiata per il suo modo di sperperare i soldi e gli grido contro: “Hai perso altri soldi alle tue scommesse idiote?”

“Ho perso altri soldi e ho voluto darmi una testata da solo”, risponde non curante, guardandomi con i suoi occhi vuoti.

E si mette a ridere con quella sua fastidiosa risata isterica e fragorosa.

Non lo sopporto. Non lo reggo più. Avrei voglia di schiaffeggiare il suo faccione strafottente, di insultarlo, di piangere per l’amore che ho provato per lui, quando non era ancora l’estraneo che ho ora davanti ai miei occhi. No, non ci riesco a star ancora qui dentro. Non riesco a guardarlo.

Vorrei avere la forza di smettere di fingere d’amarlo.

Ha uno straccio sporco in mano con cui pulirsi il volto. Il suo collo non fa altro che dondolarsi pesantemente, mentre la testa gli ruota in continuazione, come un gufo. Da destra verso sinistra, dal televisore verso il camino, dal tavolo fino alle mie gambe.

Mi sento soffocare dal suo silenzio, dal tempo, dalle lancette dell’orologio che sembrano rompersi ad ogni tic e tac. Vado verso la porta. So che presto la sua aggressività tornerà, così d’improvviso, ed io sarò perfetta come suo unico e adorabile capro espiatorio. Vorrei scappare dalle sue scommesse, dai suoi debiti, dalle sue idiozie.

Indietreggio lentamente fino alla maniglia della porta, ma lui sa trasformarsi anche in uno scattante felino. Si alza, fa cadere la sedia a terra e in un sobbalzo mi trovo, a un millimetro di distanza, la sua faccia.

Mi blocca afferrandomi un polso: “Dove vai?”

Mi grida contro: “Dove credi di andare?”

Mi getta sul letto. E le sue bianche braccia muscolose, tozze e robuste, come ci descrivono quelle degli orchi mi braccano, mi paralizzano… mi uccidono.

Mi alza la gonna del vestito.

È inutile che dico “No”.

È inutile che mi dibatto.

È tutto vano.

Non serve che graffiargli il volto, sputargli in faccia, cercare di fermarlo.

Tutto ciò non fa altro che alimentare la sua ira e il suo desiderio di possedermi, per affermare la sua forza.

Servirebbe a qualcosa se gli dicessi quanto lo odio, quanto mi fa ribrezzo la sua pelle contro la mia?

Non posso trattenere il voltastomaco. Non posso nascondermi dietro le mie mani che sembrano di cartapesta, non posso piangere per orgoglio né posso urlare. Non sono capace di ribellarmi e di difendermi come vorrei, eppure con tutta la voce che mi brucia in gola, forse per esasperazione più che per disperazione, inveisco: “Sei un bastardo! Lasciami, figlio di puttana!”

Solo allora mi accorgo che avrei dovuto stare in silenzio, seduta al mio angolo assegnato, come una bambola che attende il suo padrone.

Non riesco a fare in tempo nemmeno di percepire, con la vista, la sua mano tesa ed aperta, pronta a colpirmi la guancia destra, che mi sento la testa staccarsi dal collo.

Mi manca il respiro, eppure il mio diaframma continua il suo corso e sento il lento movimento dei miei seni scoperti dalle sue luride mani.

L’odore del suo sangue è nauseante. Il suo grugnire di piacere mi toglie le forze. Un sasso, un bastone, muovo la mano con la speranza di poter trovare qualcosa, impossibile da avere, tanto vorrei spaccargli il cranio, ma in realtà sono immobile sotto il suo peso, su di un letto sterile d’amore.

Presto, di nuovo, sarò vuota.

Quando l’ho conosciuto è successo tanto tempo fa. Ero una ragazzina che si divertiva a stuzzicare il barista di un locale, dondolandomi sensualmente al ritmo delle canzoni di una radio.

Carlo si avvicinò offrendomi da bere, dicendo che avrei meritato la luna, e sparando tenere sentenze come tutti gli uomini che si divertono a illuderci che l’amore esiste ed è eterno. Mi innamorai subito di lui. Aveva più anni di me, era simpatico e affascinante, e mi piaceva che fosse geloso. Non mi accorsi che presto il suo mondo mi avrebbe risucchiato. Non sapevo della sua mania alle scommesse, dei suoi debiti, della sua infanzia come figlio di nessuno che abitava con un uomo alcolizzato e una madre che scappava dai suoi amanti. Per la prima volta mi sentii donna, mi sentii apprezzata e veramente amata. Organizzava spesso pic-nic e gli piaceva andare scalzo sui prati. A volte in jeans e canotta bianca danzava, fingendo di suonare una chitarra, ondeggiava le anche facendo smorfie con il volto per vedermi ridere. Mi stringeva la mano quando eravamo a passeggio, quando decideva di andare al cinema e si accoccolava con la testa sul mio seno. Io lo adorai fino a quando non scoprii che, come il padre, aveva il debole per la vodka e per ogni altro superalcolico. Tutto iniziò con la morte di sua madre. Lo accompagnai allo squallido funerale. Non c’era nessuno per quella donna, nessuno venne a salutarla né venne a pregare per lei. Mi accorsi dell’ansia di Carlo già percorrendo la strada, e più ci avvicinavamo al suo paese natale più diveniva scostante e nervoso.

Gli accarezzai i capelli: “Carlo, stai bene?”

Le mie premure lo infastidirono e scosse la testa senza rispondermi. Fu da allora che cominciai a conoscere le sue lunghe pause di silenzio. Nessuno venne ad accoglierci e dopo la cerimonia funeraria andai con lui alla dimora, dove aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza, fino a quando, come scoprii solo poco dopo, non fu chiuso in un riformatorio. Aprimmo la porta che ci accorgemmo fosse socchiusa. Il padre, con i suoi pochi e unti capelli grigi, dormiva in una stanza che emanava cattivo odore. Le bottiglie di vetro ai suoi piedi non smentivano il fatto che non avesse mai abbandonato il vizio di bere: non so come non sia stato divorato da ulcere o cirrosi.

Carlo rimase a fissarlo e poi disse di andarcene via.

“Vuoi lasciarlo in quelle condizioni?”, chiesi correndogli dietro.

“Non si merita nulla, tantomeno il mio aiuto”.

“Ma è pur sempre tuo padre!”

“Quello non è mio padre. Mia madre rimase incinta da non si sa chi, e quell’uomo si offrì di sposarla e di darmi il suo maledetto cognome. Ma non volle mai farsi chiamare papà. Tantomeno volle darmi l’affetto che si darebbe a un figlio”.

Lo guardai con compassione e a testa bassa, senza sapere cosa rispondere, lo seguii, mentre ci allontanavamo dalla sua casa. Dopo pochi giorni sapemmo anche della sua morte, ma a quel funerale non partecipò nessuno, nemmeno Carlo.

Lui divenne pian piano il mostro che aveva sempre odiato.

Quell’uomo di cui porta il cognome gli lasciò la cicatrice della rabbia. Il mio Carlo non c’era più, o forse non c’era mai stato.

Ero per lui solo un oggetto, utile per le sue meschine masturbazioni, ero la donna che doveva scaldare il suo letto e che doveva preparargli un piatto caldo. È così che ho conosciuto pian piano l’inferno. All’inizio, accorgendomi del mutamento del suo carattere, pensavo fosse una reazione normale a causa della morte improvvisa di entrambi i genitori. Addirittura mi trasferii nella sua casa, divenendo la sua bambinaia, la sua piccola squaw, la sua schiava, pur di renderlo felice. Passarono i giorni, però il suo comportamento peggiorava invece che migliorare. Mi convinsi che il funerale della madre, e l’aver rivisto l’uomo che gli aveva regalato una triste infanzia, lo avessero traumatizzato. Perfino giustificai le bottiglie di birra e di whisky che scolava ogni dannato giorno. Ma quando per la prima volta, ubriaco, mi spinse contro il muro baciandomi e avvelenandomi con il suo alito, quando mi sentii violare dalla sua arroganza, mentre mi premeva il volto, compresi che la mia vita tranquilla non esisteva più.

Quella prima volta mi ribellai, dicendogli che non era il Carlo di cui mi ero innamorata. Ma la sua risposta fu uno schiaffo che risuonò sulla mia guancia e nel silenzio della stanza. Caddi come il ramo secco di un albero, e lo guardai, come mai prima, con occhi spaventati.

Quello schiaffo ruppe per sempre la mia fiducia ed iniziai ad aver paura di lui.

“Alzati, sgualdrina!”, esclamò accigliato.

Mi alzai tenendomi lontana da lui. Lo guardai, accarezzandomi con la mano la guancia.

“Non dici nulla, ora?”, mi domandò, sprezzante.

Già, era come se avessi perso voce e forze. Non riuscivo a dirgli quanto quello schiaffo mi avesse fatto male. Non riuscii a dirgli quanto la sua ombra mi facesse timore. Rimasi zitta.

“La signorina ha deciso di non parlare!”, esclamò, sarcastico.

Abbassai la testa, mentre l’osservavo con gli occhi grandi, come quelli di un cane bastonato per strada, pronto a mordere o a fuggire.

Vidi la sua mano alzarsi di nuovo. Di scatto, mi allontanai terrorizzata.

“Che c’è? Non posso più nemmeno accarezzarti?”, disse con voce più dolce allungando il braccio.

Avrei davvero voluto esser un cane in quel momento, avrei voluto l’istinto di un animale, capace di azzannargli la mano, invece ero muta e impotente davanti ai suoi occhi, che sapevo mi amavano. Proprio in quegli attimi, quando bisognerebbe perdere la razionalità, mille pensieri e mille ricordi avvinghiano la mente.

Mi ripetevo che il suo schiaffo era stata una svista, un errore che sicuramente non sarebbe mai più accaduto.

Sentii le sue dita dietro il mio orecchio, il tocco morbido della sua mano che cercava di avvicinarmi a lui.

“Dammi un bacio, facciamo pace, ok?”, propose sorridente.

Io risposi al suo sorriso con una strana sensazione di amarezza e ansia.

Allungai il collo per dargli un bacetto a stampo, pronta a scappare in cucina con la scusa della cena da preparare, quando sentii la sua lingua penetrarmi le labbra e le sue mani tenermi ferma.

Lo sentii prepotente, lo sentii schiacciarmi l’anima.

No, in quel momento non avrei mai voluto far all’amore con lui.

Come puoi far all’amore con un uomo che qualche secondo prima ti ha picchiato?

“Tu sei mia e di nessun altro, capito? E fai quello che dico io”, dichiarò, bloccandomi contro il muro.

Ero una bambola nelle sue mani, un pupazzetto incapace di ribellarsi.

Mi sentii soffocare dai suoi baci. I polsi me li stringeva talmente tanto, che ne avevo dolore.

Mi sentii stuprare…

I suoi gesti non erano né carezze, né baci che derivavano da dolcezza. Le sue mani avevano la prepotenza di chi voleva rimarcare il proprio territorio.

“Stai zitta!”, disse, tappandomi la bocca.

Guardavo il soffitto inerme, mentre la mia anima stava morendo sotto i colpi del suo rude desiderio.

Volevo scappare. Volevo urlare.

Muta, mi sentii come una foglia che non aveva più diritto di rimanere in vita durante la stagione dell’autunno, quando il vento la lacera per strapparla via.

E quando lui ebbe usufruito e usurpato il mio corpo, mi lasciò nuda e pallida sul pavimento.

Uscì. Andò a ubriacarsi al bar con la feccia dei suoi amici.

Ed io rimasi a piangere, ricomponendo i miei pezzi lacerati.

Anche questa volta mi ha torturato, ha sfogato nel sesso tutto il suo odio per il mondo. Mi ha rubato ancora la mia dignità.

È tutto finito e lui si è anche addormentato. Mi sento negli occhi le lacrime stanche, ed è così pesante la testa. Mi sento così sporca. Mi alzo barcollante, stordita, come se avessi fatto un incidente a causa di alcool. Mi sistemo gli slip: li ha quasi strappati…

Corro all’unico specchio della sua casa. Quello appeso al muro, che ha subito il duro colpo del suo capo. Il mascara mi è colato fin sulle guance. La matita nera si è sciolta, formando un alone intorno alle palpebre, mentre negli occhi riconosco il rossore del pianto. Lo odio!

E lui dorme sereno sul suo letto.

Devo andarmene. Spesso mi sento fortunata di avere un appartamento tutto mio, anche se fingo di non accorgermi che sono ugualmente un uccellino in gabbia.

Corro alla porta e velocemente, come se fossi inseguita, percorro la via che mi porta al parcheggio. La strada sembra deserta o forse sono io un robot incapace di accorgermi della gente.

Salgo in auto e, finalmente, ho una sensazione di sollievo.

Mi sento protetta nel mio involucro di metallo. Automaticamente accendo la macchina, inserisco la retromarcia e poi parto verso il mio rifugio. Fin dal fondo dello stomaco emergono singhiozzi convulsivi e la vista si appanna, mentre in mente mi ripeto che presto sarò a casa mia. Voglio solo lavarmi: togliermi dalla pelle il suo odore.

Intravedo tra le luci dei lampioni e nel buio della notte il mio palazzo. Come la sagoma di un paradiso, mi accoglie il mio condominio. Parcheggio, scendo e chiudo lo sportello, salgo le scale correndo a testa bassa e sbatto la spalla contro Pietro, il marito della signora che abita al piano di sopra.

Porta il cane fuori. Birillo scodinzola, cerca di farmi le feste come sempre, ma non posso, questa sera sono morta per l’ennesima volta, e di nuovo, forse, domattina resusciterò.

Finalmente la porta del mio appartamento: sono a casa mia.

Guardo i mobili con gli occhi lucidi, come se fossero persone reali capaci di darmi conforto. Mi avvicino vacillante al divano, toccando i suoi cuscini, come per convincermi ed essere sicura che sia la realtà, che io sia salva e lontana dalla tana dell’orco.

Per prima cosa mi spoglio. Metto il vestito in lavatrice e mi fiondo nella doccia.

L’acqua e il sapone toglieranno l’odore di quell’animale dal mio corpo?

Intanto, senza apparente perché, le lacrime scivolano giù senza controllo. Il trucco si mischia all’acqua. Gli occhi bruciano.

Perché diamine piango? Oramai ci sono abituata… ci sono abituata a non esser più amata da lui.

Sono abituata a essere il giocattolo da prendere e buttare.

Ma piango…

Prendo a pugni il muro, digrigno i denti, stringo le palpebre, mentre sento bruciare il cuore tramutato in cenere già mille volte.

Sono sotto la doccia da tre ore. Tra il pianto e lo scorrer dell’acqua sembra che il tempo si fermi, sembra di trovarsi nel limbo dei non battezzati.

Forse è meglio che esca e, lentamente, indosso l’accappatoio.

Mi guardo allo specchio. Ho il viso macchiato dalla matita nera per gli occhi. Fisso le mie rughe. Fisso le mie pupille e gli occhi gonfi.

Copro la mia testa con il cappuccio dell’accappatoio e mi siedo sul water chiuso. Mi dondolo. Mi cullo nel mio dolce autismo, come una bambina che vuole gridare il nome della madre, perché ha paura del buio ed è convinta che sotto il letto ci sia un mostro, ma ha il timore che, svegliandola, la madre si arrabbi. Ondeggio stringendomi a me stessa, chiudo gli occhi rilassandomi fino a quando non sono svegliata dalla lavatrice che sembra avere una crisi epilettica. È in atto la centrifuga.

Guardo le mattonelle e seguo le loro linee. Muovo il piede, disegnando i loro contorni con l’alluce.

Una falena sbatte frenetica le sue ali, cercando l’uscita, mentre è attratta dalla lampadina bollente.

La lavatrice ha finito. Giro il capo di scatto. Apro l’oblò, che da piccola fissavo quando la mamma lavava i nostri abiti.

Prendo il vestito bagnato tra le mani.

C’è una macchia? C’è proprio una macchia. Una macchia rossa e opaca. Il suo sangue? Quel maledetto ha sporcato il mio vestito con il suo sangue.

Prendo il sapone impugnandolo con la mano tremante, e nervosamente lo strofino forte sul corpetto del vestito, dentro il lavandino.

Sì, ora andrà via, questa macchia orribile andrà via.

Lo sciacquo. C’è ancora sangue. Strofino altro sapone.

Sciacquo di nuovo.

Non va via… Sento persino il suo odioso odore di tabacco.

Mi sdraio a terra e scoppio all’improvviso in un pianto isterico, che mi dilania come la stanchezza.

Sento l’acidità salire sulla mia gola, infiammarmi la laringe.

Ho bisogno di vomitare: a gattoni, strisciando come un verme, mi avvicino al water. Mi infilo due dita in bocca. È tutto così umiliante. Tutto così estenuante.

Prendo il rotolo della carta igienica, mi siedo e appoggio la testa al muro.

Respiro: un lento soffio accompagnato da altri instabili attacchi di panico e asma.

Sento le braccia così pesanti e, nello stesso tempo, ho la sensazione di essere leggera, come uno spettro.

Fisso il vestito. È sul pavimento. Sembra consumato, stropicciato… stuprato e abbandonato.

Striscio sulle ginocchia, arrivando vicino e di nuovo lo getto dentro la lavatrice che accendo per un altro lavaggio.

Sospiro, passo le mani sul mio viso, fino ai capelli. Con fatica ritorno vicino al water e con fatica cerco di sedermi per far pipì. Mi fa male, doloroso fino alle ovaie. È la mia vagina che piange urina e sangue. Ho bisogno di sdraiarmi, ho bisogno di riposarmi.

Striscio, ancora, sulle mie ginocchia, percorro, bocconi le mattonelle del corridoio fino alla camera.

Sul letto mi rannicchio e come un feto chiudo gli occhi.

Dall’appartamento dei vicini provengono dei rumori: Paolo e Giada fanno l’amore.

Anch’io con Carlo un tempo facevo l’amore. Sembra un momento così lontano.

Ora però voglio solo dormire. Domani è un altro giorno, pieno di buoni propositi.

Ma ora… ora voglio solo chiudere gli occhi.

La luce tiepida della lampadina chiama a sé la stanca falena.

Ha smesso di volare.

Si rifiuta di combattere alla ricerca della luce lunare. Si è arresa e rinuncia a sognare.

Spero che all’improvviso, mossa da uno scatto di ira mista a speranza, voli duellando con la sorte, come Icaro che sfidò il sole e che, presa da quella sua audace mossa, non sia tradita da se stessa, finendo intrappolata nella ragnatela all’angolo.

Perché il ragno è già pronto ad ospitare la sua preda.