L’eredità di Nandina_Alessandra Romano, Tremestieri Etneo(CT)

_Racconto finalista decima edizione Premio Energheia 2004.

 

 

Se la tua migliore amica sta per morire e non ti basta tenerle la mano perché le carezze ti sembrano ridicole.

Mentre stai cercando le parole giuste per spiegarle quello che provi e ciò che vi accadrà un vicino di casa, un estraneo, qualunque, mormora non è vita questa e lei lo sente e le scappa una lacrima, forse dolore, forse disperazione, e apre la valvola del respiratore per aumentare l’ossigeno a sette.

Perché vuole vivere e intanto le portano rose rosse: e tu non puoi fare niente per evitarlo.

Quando gli eventi sfuggono al tuo controllo e non c’è ragione – poesia – filosofia – culto che possa placare la tua rabbia contro l’inevitabile.

Vivi i suoi ultimi giorni tra la voglia di spaccare tutto – lacerare i fili che la incubano – aprire le finestre – portarla al mare – restituirle fiato – e la necessità del riposo, un sonno lungo e profondo che diventi oblio, per risvegliarsi che sia tutto finito, senza gioia né dolore.

Soprattutto: senza dolore.

Non vuoi arrenderti.

Ma devi.

E così fu per Nandina quando, alla fine, spirò.

E io non c’ero. E nessuno dei suoi amici c’era.

Lei detestava stare sola… Eppure: nessuno a chi dire addio nell’ultimo istante.

Che senso ha avuto giurarle che ce l’avremmo fatta, che non sarebbe finita, dire che l’amavamo se non siamo stati con lei quand’era più ovvio?

Quando ci si mette in mezzo il destino.

E combina casini pazzeschi, per cui continueremo a inciampare ancora nei medesimi ostacoli, a sbagliare con Baggio l’ultimo rigore ai mondiali a Pasadena, convinti che no, non è possibile, non può andare male, stavolta.

Non ci lasceremo, mai, noi.

È così diverso, invece, quello che resta di tante promesse e scongiuri contro l’inevitabile.

Il dolore incolmabile per quanto di bello c’era ed eravamo e ora non c’è più, e non ci sarà più per molto, ed è questa l’unica cosa autentica, non ci sarà più per molto tempo, si sgretola nel senso di colpa, cercando un perché qualunque in un mosaico difettoso con il caso che altera con capriccio le tessere.

Ah.

C’è da urlare.

Comprare una birra, ubriacarsi, e… tentare di dimenticare.

AAAAH. AH.

Vigliacco delitto del vivi e lascia morire, dei libri di spionaggio di quand’ero ragazzino, il conto col passato e la coscienza non è mai chiuso davvero.

Per giorni non ho accettato la scomparsa di Nandina.

Mi mancava soprattutto la fisicità, le sue dita fra i miei capelli, gli abbracci. A nulla è servito cercarla negli sconosciuti, per strada, andando a lavoro, scrutare nei loro gesti quel suo modo di argomentare ruotando i polsi, tendere l’orecchio al fruscio delle gonne lunghe.

Dove ritrovare l’odore di crema solare dei suoi foulard di seta? E come sentire ancora la pronuncia delle sue “T” quando diceva CITTAINSIEME, l’associazione di volontariato con cui l’ho conosciuta?

Ah. Quanto ci credeva, lei, in CITTAINSIEME, giornate intere trascorse nei quartieri a rischio. Con i bambini, poi, era una storia particolare… Li adorava! guarda Sandrina come sa scrivere bene, e Marco, poi, che finicchiu!

Se l’ho intravista ancora, fra i passanti è stata un’elemosina del caso che ha amplificato il distacco. Perché le persone che incontravo avevano tutte una storia diversa dalla mia: eppure se ne stavano in fila alla posta, scartavano i pomodori, leggevano il giornale. E bene o male: vivevano.

Uomini e donne che non rifiutavano il quotidiano presente: magari non grandioso come le passioni che ho a lungo rincorso, ma utile a riempire le giornate, dare un senso ai gesti.

Così l’altro giorno sono finito a S. Cataldo.

Percorrendo fino in fondo il viale alberato che da casa mia porta all’ospedale. Mi dicono vai nella via tale che ci trovi la bottega da ‘za Rosa che non è un posto per gente sofisticata come te ma ci fanno una carne di cavallo che non ti immagini.

Che cura tutto la carne di cavallo, a sentire i colleghi.

Da ‘za Rosa.

Nel cuore di S. Cataldo. Un posto senza regole, che puoi parcheggiare sul marciapiede e inventarti un ristorantino per strada e nessuno ti dice niente. Perché lo Stato è un’imposizione vuota e inutile voluta dai ricchi per marcare le differenze.

Se c’è un perché a tutto ciò che accade e qualcosa da aggiungere, ancora alla mia vita per non dire che è stata davvero tutta sprecata voglio provare a trovarla in questo angolo nascosto del mondo, tra gente autentica, che non si pone i miei complicati dubbi esistenziali, ma sa ricondurre l’anima al concreto e soffrire per ciò che fa male davvero.

È un’alcova da cui non si esce, per cui non si cambia. Qui mostrano di sapere accettare fatalmente il destino, e ciò che è precluso dai ricchi ai poveri si ottiene per altre vie: rubando, mentendo, urlando, scicannusi ‘ppi terra, facendo leva sul vittimismo delle caritatevoli donne della solidarietà del lunedì e contando sulla colletta del prete.

Ho chiesto a ‘za Rosa come è che si vive qui.

Come da ogni altra parte.

Chiacchierando senza pregiudizi alla fine… è caduto il quadro. Ho pensato a come rendere vivo il ricordo di Nandina: come non sprecare i nostri caffè, le passeggiate al mare, i gelati di Acitrezza.

Mi ci porta alla Scuola Media? Ho chiesto a ‘za Rosa. E dovevo avere una faccia strana, però lei mi fa, tranquilla, per niente sorpresa, disposta ad accettare qualsiasi risposta:

– ‘cchi c’avi a fari?

– Un premio.

– Un che?

– Un Premio, per ricordare una mia amica, che è morta.

– Maria, dottore, sarebbe bellissimo: c’ha pottu intu preside.

Ci fazzu parrariiu.

Il colloquio con il Preside non è stato molto meglio.

Dal Preside dell’istituto Comprensivo ahi-poveri-noi-quando-ci-trasferiscono bisognava intanto saperci arrivare, perché se ne sta chiuso in una stanzetta che i ragazzi qui, quando vengono a scuola, lo fanno con i coltelli. Si acciglia e alza le pupille senza muovere il viso in una taliatura che la trovi solo in Sicilia. È una mafiosità che fa parte di questa terra come la linea netta dello scoglio di lava e il calore bruciante del sole al meriggio.

Domanda di rito, pronunciata a mezze parole trattenendo l’accento sulla penultima sillaba:

– E lei è professore?

– No.

– E la sua amica era professoressa?

– Sì.

– E insegnava nel nostro istituto?

Domanda scema, penso. L’avresti conosciuta altrimenti, no?! E comunque:

– no.

– Uhm.

Silenzio.

Non è uno molto sveglio, il signor preside. Però alla fine gli ho strappato vabbè.

– Ma qui molti non sanno scrivere

– Eh?

Vengono a scuola, sì, ma che vuole farci, sono… come dire… svogliati… fanno tante attività, ma è per tenerli via dalla strada, che possiamo farci… ce ne vorrebbe di gente come lei, dottore… ma il premio, il premio di quant’è, e per la scuola, voglio dire per la scuola, che c’è?

Ecco che già si parla di soldi, e si tratta solo di accordarsi sul prezzo. Mi getta un’occhiata famelica quando ci salutiamo con una stretta di mano per suggellare l’accordo che già mi passa la voglia e peccato non potersi tirare indietro.

Però così ho conosciuto dei ragazzi meravigliosi, così lontani da me che pare di stare in una macchina del tempo quando oltrepasso a ‘za Rosa ed entro davvero a S. Cataldo.

Quelli della centrale: la prima volta che li incontro si stanno lanciando una sedia addosso perché uno ha detto all’altro quannu è che ‘nnesci ‘to patri e no, non ci creda dottore mio padre è partito e sua madre è ‘na zoccola.

Le ragazzine della succursale: vivono con le monache e al pomeriggio, dopo il cucito e gli animatori, si chiudono in bagno ad alzarsi le gonne, massaggiarsi le guance con violenza perché sembri fard, allungarsi le ciglia con l’acqua, passarsi la saliva sulle labbra perché i maschi le vedano truccate (sic) e le bacino.

 

Caro papà

Ora è da assai ca manchi. Torna presto ca a mamma è stanca di farini di patri e di matri.

 

Milena non ha mai visto suo padre con il cielo sopra la testa.

Del resto le licenze lui le passava in un motel a ingravidare sua madre perché lei non lo dimenticasse. Ha una condanna per omicidio e associazione mafiosa che ridotta a un terzo fanno 14 anni.

Settimana prossima esce.

Milena crede che sarà allora tutto diverso, che d’incanto la famiglia di nuovo unita diverrà tipo Mulino Bianco, con una casa grande, un letto per uno, un comodino, magari una stanza per uno, con la cucina di formica bianca, con i pensili uguali, non raccattati qua e là.

Col frigorifero pieno: magari col prosciutto e il galbanino a fette, per farci i toast morbidi.

E i biscotti a colazione.

E di andare al cinema, che è una cosa che nei libri d’inglese fanno sempre.

 

Caro papà

Volevo dirti che ti voglio bene.

Perché te ne sei andato? Io forse lo so, però si potrebbe avere una risposta più precisa?

 

Vincenzo mette pause fra i suoi pensieri, o meglio parole intorno all’unica sua domanda: nessuno può rispondergli.

Potrebbe essere ovunque suo padre, sono passati tanti anni!, in un’altra città, certo, o disciolto in un pozzo, o cibo per vermi nelle campagne qui intorno, o in un pilastro d’autostrada, al largo della Plaia, in una macchina bruciata.

Chi investiga più sulle lupare bianche? Tra un anno, o forse venti, un pentito compilerà due liste: da una parte gli uomini, vivi, con cui ha fatto affari finora, dall’altro gli uomini, morti, che il prezzo di quegli accordi sono stati.

E forse ci sarà una risposta.

Più precisa.

Noi vendiamo finimenti per i cavali e zocoli peri cavali, e chiovi corti e lunghi, e drapi perle gare e sele inglesi e sele americane e impinzanzeri peri cavali e…

Giovannino è un soldo di cacio che invece domande non se ne pone mai. Ci sono i cavalli per lui, roba da teatro Farinelli a pensarci bene.

È un listino dei prezzi la sua mente agile e veloce, nulla gli interessa: che non siano i cavalli, naturalmente. Ci vive accanto, nella stalla, va a scuola con i quaderni fatti di sterco, e puzza dell’odore del sangue durante la macellazione.

Del cavallo, non si butta niente, è chiaro. Finché può corre, le corse clandestine la domenica mattina, e poi, macellato, si vende a polpette – salsicce – panini nelle botteghe caratteristiche dove si ritrovano i ragazzi perbene del centro di venerdì sera.

 

Ora mio papà per fortuna si è ammalato e soffre di fegato e tra poco se ne andrà e ai miei fratelli ci bado io, caro diario.

 

Ad Antonella servirà a poco la vita in collegio, dalle suore.

Non c’è etica che può sostituire la sua esperienza, o restituire la madre caduta sotto i colpi del padre ubriaco. La morte non è un tabù: è una cosa che succede, e quando c’è a volte è meglio di quando non c’è.

Ha le idee chiare sui ruoli che i maschi e le femmine devono avere… su chiddu ca s’avi a fai, va… da donna che ha vissuto già molte vite, intrappolata in un corpo di bambina.

Parla veloce e isterico e mastica chewing-gum atteggiandosi a grande: si fa la tintura da sola, un po’ bionda, un po’ rossa.

Fa impressione. Perché non si capisce, subito quanti anni ha, ma si vede che è mocciosa.

Solo in pochi però scrivono.

Tanti si rifiutano. Il preside dice che si vergognano, glielo avevo detto, dottore, che va cercando, e si umetta le dita per contare le banconote che gli porgo.

Io credo che non si fidino.

Troppi adulti li hanno già ingannati, mascherati da politici, animatori e preti hanno promesso giardini e fermate dell’autobus.

Di tanto in tanto si fanno vivi, per rompere gli equilibri, e non costruirci niente sopra, nessuna alternativa.

Vengono per mesi, magari per anni, con la logica del preside di tenerli occupati. Preparano scenette di Martoglio e balletti, orrendi, finti sensuali sulla musica di New York New York e per salutarli distribuiscono regalini uguali per tutti, perché tutti uguali, sante creature di Dio.

È impossibile per questi ragazzi non sentirsi fregati.

Ogni giorno la bidella si fotte la loro acqua e la loro frutta dalla mensa scolastica e nessuno fa niente, perché è mezza scema, perché tutti annu a campari. E le professoresse vanno con le borse firmate Gucci e la loro ricercatezza è un insulto a chi in casa non ha nemmeno la corrente elettrica: e nessuno glielo dice. Tanto alle due ritorneranno dai loro mariti, ai pranzi preparati dalla badante di colore, al culto del bello, Chopin e film francesi. È solo un lavoro, insegnare a S. Cataldo.

Perciò stanno zitti questi ragazzi.

 

….

Io nel tempo libero faccio il falegname e siccome non c’ho un posto fisso vado un po’ qua un po’ là. Una volta che ci ho avuto paura, è stato quando il principale si è tagliato tre dita e perdeva sangue ovunque sui pantaloni sulla camicia per terra e sono scappato. Poi però mi sono sentito in colpa sono tornato ho raccolto le dita e siamo andati in ospedale.

Caro zio Pippo

Io mi ricordo di quando te ne sei andato che ti chiamavano Pippo ‘o curtu ma alle spalle perché di te tutti avevano paura e ora che non ci sei ci amu a scantari quanti niscemu.

Io la mamma non la vedo sempre perché lavora e non vuole che ci vado a trovarla mai però è venuta una signora ieri che ha detto che se non la smette di lavorare non mi vede più. Lei non lo sa però io lo so che cosa … lavora e la notte piango perché è colpa mia e lei non lo deve sapere.

 

Ah. (di sollievo, quando sono stanco, e voglio davvero mollare, ma non mi pare onesto).

Ah.

Dopo il tramonto, tornerò alla mia normalità. Superata ‘za Rosa posso innestare la terza, non sono un guidatore però che sollievo, non ci sono più fossi e la strada è di nuovo asfaltata, e si può perfino abbassare il finestrino, che finalmente si può respirare. Lontano dai vicoli di merda di S. Cataldo, che fanno venire la nausea, e ogni passo è un conato di vomito da attraversare velocemente, senza guardare, chiudendo le narici, e cercando d’arrivar presto. Che poi la casa dove stai andando è un seminterrato con due stanze, di cui la prima è la stalla dove vivono insieme l’asino e il bambino.

Dentro, però, l’odore di miseria si sente meno, o forse è solo più sopportabile, e il degrado lo puoi accettare, quando lo vedi un metro quadro per volta.

E’ munnizza sto quatteri, e in effetti le donne svuotano le loro bacinelle per strada. Proprio di fronte la scuola c’è una vecchia in nero che ogni mattina pulisce il pesce che le porta il marito, i saddi, e lo fa con naturalezza, un’icona del quartiere, riversando l’acqua sporca di sangue sul marciapiede. e che fastidiu ci da dutturi? a signura… che mali fa, a signura? Se nun ci fussi idda verrebbe meno il sostegno a queste famiglie, che pur devono arrangiarsi, e ogni giorno lentamente con lei si indebitano, come un veleno preso a basse dosi che non dà dolore ma ti uccide quando non lo sai, quando lo hai dimenticato.

L’usura è una mano di Dio, non un illecito in un modo civile. Garantisce la patina di normalità, gli zainetti colorati il primo giorno di scuola, la tuta per l’oratorio, comprare la carne alla fiera, tirarsi la macchina fino a Villa per un viaggio importante.

 

Caro papà

Io quand’ero piccola non capivo né la gioia né l’amore e ora so cosa significa stare lontani dalle persone che si amano. Io mi ricordo di quella volta che abbiamo preso il traghetto e siamo andati a Villa e abbiamo preso una pizza e poi siamo tornati e tu dovevi tornare in quel posto. E poi quando ho preso di nuovo la nave ed è stato un viaggio un po’ più lungo e siamo arrivati ed era una montagna alta ed era come un castello e tu come un re ci hai accolto e l’indomani uscivi.

 

Mariagrazia ha le codine con le punte alzate colorate d’azzurro e l’eyeliner pesante che le invecchia lo sguardo. Il suo sogno più grande è andare in un pub nel centro a mangiare una pizza e sposare un militare americano che la porti in giro per il mondo.

Racconta spesso della prima volta che vennero a prendere suo padre, e di come lo capì, lei piccina, cos’era la Casa Circondariale.

È naturale per lei, non ha dubbi sui suoi affetti: sa che deve volere bene a suo padre, non si discute, non c’è nulla da mettere in dubbio. Magari poi tra un’uscita e un’altra lo vede estraneo, lui che la lascia bambina e si ritrova una donnina in casa, e le voglie gli prendono, di quella carnuzza così giovane acerba eppure perfetta, e tutto ciò riesce a trovare un posto, diventa un’abitudine che s’insidia. Un male che si accetta.

Accettabile perché inevitabile.

Mariagrazia, cosa vuoi fare da grande?

Maritarimi, no?!

Alza lo sguardo dal suo grembiulino di punto croce solo per un momento.

E lassimi travagghiari, va, ‘cunnutu!

E smettila di fare domande, non lo dice, ma lo pensa.

Poi quannu papà ha perso il posto che ora fanno cinque anni tutta la famiglia non ha voluto sapere più di noi e le nostre cugine ci prendevano in giro perché non potevamo permetterci i vestiti come i loro e il cellulare e quando è nato mio fratello io gli ho detto a mia mamma non diciamo che facciamo la festa così vediamo chi viene e chi no. E non è venuto nessuno. E io ero molto arrabbiata e poi ho detto ma che ce ne frega se noi ci vogliamo bene che ce ne frega. E le cose ci sono andate meglio.

Qualcuno ci prova a portare di tanto in tanto zaffate di legalità: si risolvono in qualche retata, la chiusura di attività di copertura e riciclaggio, e un paio di famiglie ricadono nel precario. Se non si offre l’alternativa, non è possibile convincerli che lo Stato paga: perché non lo capiscono che stando zitti si condannano al ghetto. Non credono alla mafia come il mostro cattivo, non lo avvertono come impoverimento.

A viverci dentro, o anche solo incontrando questo quartiere con attenzione, senza star lì a fare la predica, a volere stabilire per forza chi è buono e cattivo, non so nemmeno io da che parte stare, e più leggo più studio più ascolto: e più capisco.

Quello che i magistrati, i preti, i carabinieri, i poliziotti dicono di non capire. Ogni giorno a S. Cataldo bisogna confrontarsi con la grottesca condizione di vedersi rubati sotto gli occhi, i propri diritti, la casa popolare, il posto alla fiera, il loculo al cimitero: senza l’indignazione della gente perbene, senza che lo Stato faccia niente. Lo Stato… il pigro appuntato, il maresciallo corrotto. A chi rivolgersi? O a quelli che organizzano i sit-in contro la legge Cirami e se gli rubano la macchina, vengono a cercarla qui, per ricomprarsela pagando un pizzo al capo mandamento?

S. Cataldo identifica i suoi abitanti: non devono vergognarsi di essere poveri, o mafiosi, perché è una cosa normale, qui, perché non li etichetta come diversi. E la società perbene si abbandona alla stessa promiscuità di valori, solo con più ipocrisia e menzogna, e per avere di più.

Perciò a volte mi assale il dubbio se non sia il caso di mandare tutti al diavolo, ricominciare daccapo, in un’altra città, in un posto di cui non voglio conoscere i retroscena, le piccolezze, le mancanze.

Per vivere come questi ragazzi, specie quelli che non scrivono, trovare pace ai miei tanti dubbi, e smettere di urlare contro muri di gomma parole difficili e incomprensibili.

Perciò, nei momenti di sconforto, penso ancora tanto a Nandina. Mi manca il suo modo di rapportarsi alla gente, alla vita: perché quando lottava sapeva accettare i limiti delle persone che l’accompagnavano, o forse mi piace ricordare che sapeva farlo.

Rimprovero tanto a questi ragazzi, eppure anch’io per molto tempo non ho fatto niente per ribellarmi né al dolore per la perdita della mia amica più cara, né agli errori di questa città. Era un malessere sterile che sfogavo nella birra e in Radio Tre: e poi? Io, che non ero capace di sollevarmi dal giogo di un evento naturale, posso pretendere un guizzo d’orgoglio contro il sopruso secolare che rende S. Cataldo l’antistato che è?

No.

Non c’è un modo migliore di vivere la vita che possa dipendere dal quartiere dove nasciamo.

Dalla parrocchia in cui preghiamo.

O da…

No.

E, non è che, non c’è voglia di riscatto a S. Cataldo. Io non l’ho incontrata o mi è sembrata troppo poca. Ma il mio giudizio non vale niente, perché continuo a scrutare la realtà con lenti deformate e cerco una rivoluzione molecolare che è forse già in atto e non ho saputo riconoscere.

Rimpiango ogni pagina che ho letto che mi ha reso ‘na capa pazza, ogni parola che ho ascoltato che mi ha messo in questa gabbia, che ora non so uscirne, tutte le volte che ho temuto di essere ridicolo mostrando i miei sentimenti, le donne che non ho saputo amare, le storie in cui mi sono tirato indietro, pensando di meritare di più.

Perché mancava il coraggio: per dire è finita, scegliere una strada e percorrerla fino in fondo, riconoscere le persone giuste di cui fidarsi e mandare al diavolo i ciarlatani e i falsi amici.

A volte ne ho avuto, nella mia vita, ed è una cosa che penso Nandina mi abbia lasciato in quegli ultimi giorni, appesa al respiratore, eppure vigile, ancora curiosa.

E’ un modo diverso di non arrendersi; si apre al futuro, ti fa star bene.

E non è una cosa che uno la manda giù d’un fiato come la grappa. No. È una cosa che uno la deve avere dentro: e chi crede in qualcosa di buono, non gli ideali dei libri, ma nelle persone, senza illusione ma senza diffidenza io l’invidio, in questo momento, che ha capito come essere un uomo libero.

Che sa che ce la farà, e non gli importa quando.

Senza vergogna senza paura: perché è pulito dentro, non crede alle menzogne, e si sveglia al mattino senza essere incazzato, spegne la televisione per fare due chiacchiere, non suona al semaforo quando è rosso.

Sa aspettare con pazienza chi con meno strumenti e dabbenaggine di poco conto lo chiama coglione: si ricrederanno, dice.

Accetta il suo presente: perché ha la forza di cambiarlo, non si arrenderà, e ad ogni errore dipana il filo e trova dove si è rotto, e una, due, mille volte è disposto a chinarsi per ricominciare. Prende tutte le cose speciali dalle persone che incontra. Anche un cazzesimo. Non lo lascia andar via. Perché sa che ne vale la pena.

E ora tocca scegliere il nome del vincitore con la responsabilità di dover pensare che gli cambierà il destino, o forse servirà a renderlo felice un giorno la coppa della prima edizione del Premio Nandina.

Prima edizione.

Perché è solo l’inizio per S. Cataldo di credere nel riscatto, ancora una volta, e che questa volta sia diverso, davvero.