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I racconti del Premio letterario Energheia

Legge della conservazione della massa, Anna Valenti_Messina

Racconto finalista Premio Energheia 2020_XXVI edizionesezione giovani

 

La scuola di sub era stata aperta da appena due settimane quando Amanda mi costrinse a fare un tentativo. Così ripresi tra le mani la mia vecchia muta, controllai che non presentasse strappi o lesioni e che tutte le cerniere e chiusure funzionassero, e la passai a prendere. Al botteghino eravamo in sei: un ragazzo allampanato che sembrava entrare in acqua per la prima volta, due ragazzi che sembrava sapessero il fatto loro e me ed Amanda. Feci un sorriso forzato a mia cugina, che mi fece l’occhiolino.

<<Chi dorme non piglia pesci, mi luz.>> Amanda aveva vissuto in Ecuador fino ai 13 anni, e ciò che amava di più erano i proverbi in italiano e i soprannomi in spagnolo.

<< Amandita, i sub non pescano. Per lo meno, non questi.>> risposi distrattamente, notando l’entrata dell’insegnante, una donna sulla quarantina dall’aria burbera.

<< Come sapete, questa scuola non è per principianti. Non vi aspettate che vi insegniamo a nuotare, perché non accadrà. Oggi non andremo a profondità esorbitanti, ma mi aspetto di avere a che fare con dei professionisti tra due settimane. Infilate le pinne, merluzzi, tra mezz’ora si parte.>>

Lanciai un’occhiata all’orologio sulla parete. Erano le 3 e mezzo. Avremmo fatto un’immersione di mezz’ora, massimo un’ora intera, e mi andava bene per il primo giorno. Avevo appeso la maschera al chiodo due anni prima, e non pensavo avrei mai ricominciato. Ma con una scuola di sub a 5 minuti da casa la tentazione è sempre fortissima, e gli abissi dello stretto di Messina erano un mistero che non avevo ancora esplorato. Avevo 25 anni quando avevo smesso di immergermi, ed ero stata praticamente ovunque tranne che a casa mia. Oceano pacifico, mar cinese, oceano atlantico… a volte mi mancava, ma era il momento di tornare coi piedi per terra, letteralmente. Amanda non aveva mai spesso di immergersi, ma non l’aveva mai fatto a livello professionale come me.

<< Princesa, è il momento di andare.>> Amanda mi stava trascinando verso la riva, dove una piccola imbarcazione ci aspettava. La sua mano esile stringeva il mio avambraccio, e lasciai che mi portasse via dagli spettri del passato. Dopo un’ora eravamo già in acqua. Inizialmente, l’immersione si rivelò essere deludente. I pesci sembravano aver battuto in ritirata e, tranne qualche medusa, non avvistammo niente di interessante. Una strana sensazione mi colse alla bocca dello stomaco. La lasciai lì, a covare segretamente. Ero sempre stata quel tipo di persona capace di “sentire” le cose, e facevo attenzione a certi avvertimenti del mio subconscio. Amanda mi nuotava vicino, e io avevo così l’opportunità di controllarla occasionalmente. Sembrava annoiata, e a ragione. Dopo venti minuti di vuoto assoluto, tornammo su, e cambiammo zona. Il pilone ci guardava minaccioso da lontano. La seconda immersione la ricorderò per sempre. Anche stavolta, inizialmente non vidimo nulla. Poi, il miracolo. I pesci che vedevamo a pochi metri dalla superficie erano creature straordinarie, mostri di abissi profondi, che stonavano nell’azzurro chiaro che ci circondava. Non avevo mai visto qualcosa del genere, in tutta la mia carriera. Emersi cercando l’insegnante, Amanda boccheggiò accanto a me.

<< Deve essere successo qualcosa sul fondale. Qualcosa di grosso. Qualcosa che li ha spaventati, facendoli risalire. E loro hanno spaventato pesci più comuni. Facciamo un altro giro e andiamo, non so quanto sia sicuro restare qui. >> disse la donna, che aveva perso il suo tono arrogante. Qualche minuto più tardi, qualcosa di ancora più straordinario attirò l’attenzione di mia cugina, e poi la mia. Avvertì nuovamente la sua mano minuta stringermi il polso, e mi voltai di scatto, mentre un pesce prete mi nuotava vicino. Il mio cuore fece una capriola nel petto ed iniziò a correre. Improvvisamente, e per la prima volta in vita mia durante un’immersione, sentì il bisogno di risalire in superficie per respirare. Quelle che Amanda aveva visto e che ormai tutti fissavano tra orrore e meraviglia non erano comuni creature degli abissi, che chiunque poteva aver visto almeno una volta in vita sua, in immersione o tra le foto di un libro. Erano sirene. O per lo meno, erano la cosa più simili a delle sirene che possa dire di aver visto in vita mia. Esseri straordinari con una lunga pinna al posto delle gambe e un busto umano, il petto nudo, le braccia lunghe e magre. Il volto, però, era quello di un mostro. I denti aguzzi, le guance coperte di squame. Gli occhi neri e vuoti, o colmi d’odio. Non emettevano un suono vero e proprio, più che altro un gorgoglio, e da quello che stavamo vedendo, sembravano giocare, inseguendosi e saltando fuori dall’acqua in un girotondo infinito. Non si curavano di noi, o per lo meno, così sembrava. Il ragazzo allampanato non ci pensò due volte, e sebbene mi dispiacque per lui, dovetti ammettere in seguito che era stato sciocco, perché le sirene sembravano tutto tranne che creature affabili. Nuotò verso di loro, e quando fu abbastanza vicino, cercò di allungare una mano per toccare la coda di una di loro. Fu allora che la sensazione di minaccia imminente che mi attanagliava il petto invase il mio corpo, e Dio solo, se esiste, sa come non saltai fuori dall’acqua e sull’imbarcazione in un battito di ciglia. Rimasi, e vedetti come la sirena toccata da Lorenzo, così si chiamava, si girò di scatto, e spalancando la bocca enorme mangiò parte del viso del ragazzo. Quasi metà della sua faccia era scomparsa una volta che lo lasciò andare. Il suo corpo senza vita indugiò un attimo nell’acqua, poi iniziò a risalire lentamente in superficie. La sirena non si curò di lui, né di noi, ma tutti corremmo ai ripari. Raggiungemmo l’imbarcazione in pochi minuti, e incitammo il capitano a fare dietrofront il prima possibile. Amanda era sconvolta, strabuzzava gli occhi e mormorava ripetutamente:

<< Dios mío, è morto. L’ha mangiato. Ha mangiato la sua testa. >>

L’insegnante tremava, camminando avanti e indietro. Io stringevo Amanda a me, e i due ragazzi parlottavano fra di loro con fare concitato. Nessuno discusse davvero di ciò che era successo. Fu quando arrivammo sulla spiaggia che mi resi conto che non era ancora finita. La sensazione che avevo andava ingigantendosi, e lo spiazzale attorno al pilone, vicino la scuola di sub, si era riempito di gente preoccupata. Mi chiesi come avessero potuto già sapere di Lorenzo, quando mi resi conto che non era per lui che si trovavano lì. Una coltre scura incombeva sul paesino, molto più bassa di una normale nuvola temporalesca. Sembrava densa, e incredibilmente molto più concreta di una nube comune. Sembrava di poterla stringere tra le mani, e andava ingrandendosi. Con la sensazione terribile che il tempo a mia disposizione andasse scadendo, scorsi tra la folla un volto familiare.

<<Abuelita! Nonna!>> urlai, spintonando la gente vicino a lei, e trascinandomi dietro un’Amanda ancora confusa.

<<Teresa!>> chiamò lei, prendendoci in disparte. Mia nonna era una donna dall’imponenza di una siciliana e la dialettica di un’ispanica. Ci squadrò dalla testa ai piedi, nella nostra muta bagnata. Amanda tremava accanto a me. Io e mia nonna ci scambiammo uno sguardo d’intesa. Lei sentiva le cose tanto quanto me. L’unica cosa che Amanda sentiva subito, invece, era il profumo del pane fresco. Sono cose che saltano generazioni e rami familiari, non hanno una logica. Non riuscì mai a raccontare a mia nonna cosa avevamo visto in mare, ma credo che lei me lo lesse nello sguardo.

<< Qualsiasi cosa tu abbia visto, niña, non ha spaventato i pesci. È stato qualcos’altro a spaventare entrambi. Venga, venga, dovete rivestirvi. >>

Io e Amanda ci cambiammo velocemente in spiaggia. Lei aveva gli occhi sbarrati, e con sguardo perso mi mormorò prima di tornare in strada:

<< Le disgrazie non vengono mai sole.>>

Quando rividi la folla, udì il rombo. Non era un normale rumore. Era un frastuono primordiale, sembrava provenire dalle viscere della Terra. In quel momento capì che dovevamo andare via, subito. Presi Amanda per mano e iniziai a correre, cercando mia nonna tra la gente. La scorsi lontana da tutti, vicino a un’abitazione. Mi affrettai verso di lei, e col fiatone sbuffai:

<<Nonna dobbiamo andare, ora.>> Lei scosse la testa, sorridendo e appoggiando la schiena al muro.

<< La guerra dei continenti, scherzi? È una vita che vivo per viverla. È qui che voglio morire, hijita.>>

Non riuscì a comprendere una parola di ciò che disse. La guerra dei continenti? Di che parlava? Corrugai la fronte, e cercai i suoi occhi. Mi lanciò un lungo sguardo colmo di significati. Mia nonna era una sudamericana trapiantata in Sicilia dalla giovinezza. Aveva vissuto a lungo e molte cose, anche parecchio bizarre. Se c’era una cosa di cui ero sicura, non era mai stata pazza. La abbracciai forte, e Amanda si unì a me. Guardò anche lei teneramente, poi ci carezzò le guance, e strinse il suo pugno nella mia mano. Sentì la ruvidità del cartoncino di un biglietto da visita sul mio palmo. Lo afferrai e lo infilai nella tasca del mio jeans, guardai mia nonna, il penultimo membro della mia famiglia spezzata, sorridere al suo destino, e per l’ennesima volta in quella giornata trascinai Amanda dietro di me.

<< È una mia impressione, o siamo finiti in un racconto di Stephen King?>> commentò lei, correndomi accanto. Poi si fermò, rapita dalla nube sempre più grande, e indecisa sul da farsi:

<< Forse dovremmo aspettare, Teresa? Insomma, è un temporale. E nonna?>>

Spazientita, mi parai davanti a lei, ostruendole la visuale.

<< Non è un semplice temporale, Amandita. E nonna ha deciso per sè, e noi non possiamo farci nulla. Tu hai visto quello che ho visto io là sotto. Sta succedendo qualcosa di grosso.>> dietro di loro ci fu un boato, e uno scoppio di urla. Mi guardai alle spalle, in preda al panico.

<< Ce ne andiamo, adesso.>>

Corremmo verso la mia utilitaria, parcheggiata vicino casa di nostra nonna, non lontana dalla spiaggia. Ci infilammo all’interno, e sfrecciamo fuori dal paese di Torre Faro, come se l’inferno fosse alle nostre calcagna, e forse era proprio così.

Durante il tragitto, nessuna delle due parlò, almeno fino a quando non raggiungemmo il centro della città. Le urla erano la parte peggiore. Disumane e di un dolore profondo, come se la Terra stessa stesse morendo. Lanciavo occhiate nervose alla Calabria di fronte. Era tutto così tranquillo, un lembo di terra che guardava il suo gemello perire senza alzare un dito. Un complice silenzioso. In centro, qualcosa di altrettanto terrificante attirò la nostra attenzione. I veicoli transitavano come se niente fosse, i pedoni invece erano soggetti a un’atrocità indicibile: l’asfalto precipitava sotto di loro, e parte del loro corpo veniva inghiottito dal suolo sottostate, come se il terreno li volesse divorare per metà. Il busto rimaneva fuori, e si agitava come la coda mozzata di una lucertola. Il dolore che permeava l’ambiente era quasi tangibile, ci scivolava sulla pelle sudata e si aggrappava alle gambe, urlandoci di scappare. Facevo lo slalom tra cadaveri e feriti, cercando di lasciare spazio alle ambulanze. Tesi la mano ad Amanda, che la strinse senza dire una parola. Lanciai un’occhiata al biglietto che mi aveva lasciato mia nonna. Non c’era scritto nulla se non un indirizzo di Giampilieri. Fuori dal centro la situazione sembrava tranquilla. La gente pareva quasi ignara della disgrazia che si stava consumando dall’altra parte della città. Messina ci ingannava da sempre. La città sullo stretto, che come il mare, toglieva e dava, e toglieva sempre più di quanto dava. Che accoglieva a prima vista, e poi t’assorbeva. Che voleva sapere tutto di te, ma nascondeva segreti che nessuno conosceva. Chissà che non fosse ora di tirarli tutti fuori, di mettere la nostra città a nudo. Forse lo stava già facendo da sola.

A qualche minuto di distanza dalla nostra destinazione, il mare si aprì sotto di noi. La strada, prima di Giampilieri, si interrompeva improvvisamente. Una voragine si era aperta tra noi e il pezzetto di terra che ospitava il paesino, che ora, isolotto, ci guardava da lontano. Uscimmo dall’auto frastornate, come deste da un brutto sogno. Amanda scosse la testa e mi ammonì:

<<Prima, forse abbiamo sbagliato qualcosa…>>

<<Ami, dobbiamo buttarci.>> dissi risoluta. Quando mi voltai per cercare la sua approvazione, lei non c’era. Emerse qualche secondo dopo, chiamandomi. sospirai, e mi gettai anch’io e insieme ciò buttammo a capofitto in una nuotata disperata, in acque che non erano più sicure e conosciute come una volta, ma antro di disgrazie e deformità. Raggiungiamo l’isolotto che una volta era Giampilieri dopo mezz’ora, infreddolite e terrorizzate. Uscimmo dall’acqua quasi correndo, e ci gettammo sulla riva boccheggiando e piangendo. Presi un pugnetto di sabbia tra le mani, come per sincerarmi che ero lì, al sicuro, o quasi. Del paesino di Giampilieri sembrava essere rimasto ben poco. Una fitta vegetazione era cresciuta non solo tra le abitazioni, ma anche dentro gli edifici, e del centro abitato era rimasto solo un piccolo isolotto allungato, con qualche casa miracolosamente risparmiata sparsa qua e là. Guardai Amanda sbalordita. Lei si strinse nelle spalle:

<< Una rondine non fa primavera. Sono venuta spesso qui con nonna, credo di potermi orientare anche con qualche albero in più.>> si alzò e si diresse verso il boschetto, e ammirai la sua improvvisa determinazione. Non avrei mai capito davvero Amanda, ma in qualche modo mi fidavo di lei. E lei di me. Poi realizzai e correndole dietro esclamai:

<< Ami, che hai detto? Ci sei venuta con nonna spesso? Scommetto non solo per la balneazione, chica.>>

<<Andavamo da una donna, all’incirca dell’età di nonna. Ci offriva i biscotti e parlava fitto con lei. Io ero piccola, e mi interessavano solo i dolci.>>

Aggrottai ls fronte e le mostrai il biglietto:

<< Conosci questo indirizzo?>>

Lei si fermò e mi lanciò un’occhiata più spaventata che altro.

<< È lei.>>

La casa non era stata colpita da quell’accesso di vegetazione improvviso. La donna riconobbe Amanda, e me dai lineamenti, e ci accolse concitatamente.

<< Venite venite. Sedetevi pure, poi vi spiegherò il da farsi. Dovete muovervi in fretta.>>

<< Lei sa che sta succedendo? Ma soprattutto, chi è?>>

<< Vostra zia.>> sorrise e strizzò gli occhi, come faceva spesso nostra nonna. Sollevai un sopracciglio.

<< Mia madre è sua zia, e sua madre era la mia. E mia madre si trova in Ecuador e sicuramente non ha la sua età. Non ci prenda in giro.>> fece Amanda.

La donna rise, tenendosi il petto prosperoso:

<< Ma certo, bambine. Sono la cugina di vostra nonna. Ho sempre amato definirmi vostra zia, eppure non lo sono davvero. Ho sempre vissuto qui, in un paesino sconosciuto della Sicilia. Ma guardate…>> ci mostrò delle foto alle pareti, ricordi di una vita che non ci apparteneva, ma di cui in qualche modo facevamo parte. C’erano la nonna, la mamma e la zia, noi da piccole e poi grandi e mature, al diploma, il giorno della nostra laurea.

<< Mi è sempre piaciuto vivere in maniera ritirata>> commentò Rosa, così si chiamava << ma mi sono sempre voluta tenere aggiornata su ciò che succedeva alla mia famiglia. E Iris, vostra nonna, è sempre stato il mio legame con voi. Un filo invisibile ma indistruttibile. Non abbiamo tempo per recuperare quello perso, bambine mie. Anzi, il tempo oggi è un vero disgraziato, e io devo portarvi via da qui.>>

<< Ma cosa sta succedendo? Abbiamo visto cose che pensavo esistessero solo nei libri.>> dissi. Amanda mi lanciava occhiate preoccupate. Non le credeva. Non aveva creduto a una sola parola di ciò che aveva detto quella donna. Ma io sì. Il mio istinto mi diceva che tra tutte le cose sbagliate di quel giorno, lei era l’unica giusta che ci era capitata. Annuì.

<<Si tratta della guerra dei continenti, ragazze.>>

<<L’ha chiamata così anche nonna. E poi ha detto di voler rimanere a guardarla.>>

<<Ma certo. Anch’io rimarrò qui a guardarla. È lo scopo di un Guardiano, vivere secoli dopo secoli, generare eredi, proteggere la natura nell’attesa di una Guerra.>>
<< Eh?>>

<< Probabilmente porto bene i miei 512 anni, eppure è così. Guardiane, protettrici, chiamateci come vi pare. Custodi della natura e degli umani, finché un territorio non ne ingloba un’altro, la cartina del mondo cambia, e noi viviamo e moriamo in questo ciclo infinito. Dopo di noi verrete voi, e dopo di voi, i vostri figli e le vostre figlie. >>

Amanda aveva un sorriso di scherno sul viso, io invece pendevo dalla sua bocca.

<< Io… io sento le cose.>> mormorai

<< Chiaramente. Siete in due, una come te, cioè una più spirituale, e una come Amanda, cioè più terrena. Una attraversa le dimensioni dell’anima, l’altra la tiene ancorata al terreno, e insieme generate l’equilibrio che serve al mondo. Come me e vostra nonna. >>

<<Così questo postò verrà distrutto? E cosa dirà la gente?>>

<< È così che va il mondo. Nessuno ricorda niente di ciò che non esiste più dopo una guerra dei continenti, tranne un Guardiano. In natura nulla si crea e nulla si distrugge, tesoro. Tutto si trasforma. Voi dovete andare via, raggiungere un posto sicuro, adesso. Vi aiuterò io.>>

Rosa non disse nient’altro dopo quell’affermazione enigmatica, nulla di rilevante. Ci accompagnò sulla spiaggia, e ci lasciò davanti a una piccola imbarcazione a motore attraccata a uno scoglio.

<< È la tua?>> chiesi.

<< Assolutamente no. Ma a voi può servire, a chiunque la possieda no. Dovrete lasciare questa terra, bambine. Restare in mare finché un’altra sponda non troverà voi. Non ponetevi una destinazione, lasciate che sia lei a trovare voi. >>

<< Tu non vieni?>> chiesi, tra le lacrime << T’ho trovata adesso e devo perderti così?>> sussurrai, singhiozzando

<< No, non vengo, ragazza mia. Non questa volta.>> ci baciò sulla fronte e fu inghiottita dall’oscurità del boschetto.

Amanda mi guardò severamente:

<<Scordatelo.>> asserì << ne deve passare di acqua sotto i ponti prima che qualcuno riesca a rifilarmi una zattera che non galleggia.>>

La sensazione di panico e disastro imminente m’avvolse di nuovo petto e gambe. Le strinsi il polso.

<< Amanda, dobbiamo andare. Sai che so quando qualcosa non va. E qualcosa non va, in questo posto, adesso. È il nostro biglietto per la vita. Non possiamo rimanere qui. Ti fidi di me?>>

Quando rispose, fu come un pugno in piena faccia:

<< No. Non posso fidarmi di te questa volte, Teresa. Non più. Ho lasciato nonna e non dovevo. Chissà chi diavolo era quella donna. Una pazza, sicuramente. Blaterava di guardiani e cosa? Superpoteri? No, per questa volta scelgo io.>>

<< Va bene. >> dissi, e salì in barca. Non potevo costringerla, ma il mio cuore si era diviso a metà. Stava facendo buio. Accesi il motore e lasciai la spiaggia senza voltarmi indietro. Passai tutta la notte in mare, tremando dal freddo, pregando un Dio di cui non sapevo più nulla e piangendo sulle urla e i boati provenienti dalla terra di disgrazie dietro di me. Urlai, mi percossi il petto, ma non dormì. La mattina dopo, la mia barca si incagliò in uno scoglio di una terra sconosciuta. Un’isola. Due uomini sulla spiaggia si affaccendavano su qualcosa che non riuscivo a vedere. Quando i piedi nudi toccarono la sabbia cocente, mi ci gettai sopra, e piansi e urlai e pregai ancora, ringraziando e ringraziando. Le mie grida attirarono l’attenzione dei due sconosciuti. Quando giunsero a pochi passi da me, persi i sensi. Mi svegliai in una stanza dalle pareti arancioni, che mi scaldarono subito il cuore. Mi issai seduta sul mio giaciglio, e mi guardai intorno. Riconobbi subito il corpo che riposava accanto al mio, e una sensazione di calore si diffuse dentro di me. Amanda.

<< L’abbiamo trovata stamattina.>> a parlare era stata una donna dalla pelle scura su una sedia a dondolo in fondo alla stanza. Portava abiti bizzarri e i capelli argentei le ricadevano morbidamente sulle spalle << Era arrivata con un’imbarcazione a remi, tremava e mormorava un nome. “Teresa”, mi sembra.>>

<< Sono io>> dissi d’istinto.

<< Allora è un bene che abbiamo trovato anche te.>> sorrise, e mi sentì a casa.

<< Dove siamo?>> le chiesi.

<< Benvenuta a Zancle, nell’isola di Trinakria, Teresa.>> parlando, si era alzata e mi aveva porto una tisana, che dall’odore sembrava all’arancia. La ringraziai, e sorseggiandola realizzai di aver già sentito quei nomi. Non si trattava di un posto che esisteva già, ma dei vecchi nomi rispettivamente di Messina e della Sicilia. La consapevolezza di appartenere a quel posto mi attraversò tutta. Ricordai le parole di Rosa. In natura nulla si crea né si distrugge. Semplicemente, si trasforma. Lanciai un’ultima occhiata ad Amanda, come per sincerarmi che fosse lì, e poggiai la testa sul cuscino. Prima di chiudere gli occhi, tornai con la mente al ricordo delle sirene e delle altre disgrazie avvenute il giorno. A mia nonna. Migliaia di persone erano morte, un’isola era scomparsa e un’altra ne era sbucata dal nulla. Sorrisi, inevitabilmente. Nessun notiziario ne avrebbe parlato.