Le riflessioni inconsapevoli_Stefano Ministrini, Spoleto(PG)

_Racconto finalista dodicesima edizione Premio Energheia 2006.

 

In quel luogo non c’era altro che desolazione e non c’era niente che si potesse fare per toglierla di là. Ingombrava, pesava ed opprimeva l’animo, ma qualunque cosa si facesse, che si ballasse, cantasse o si recitassero commedie, scherzi o barzellette; la desolazione, grigia e informe, si riprendeva il suo spazio. Non c’era nulla di malinconico, inquietante o ispirante in quel nulla; era invece oppressivo, petulante e disgustoso, come la noia della domenica pomeriggio o una stanza dalla tappezzeria stinta e un po’ chiassosa.

Quel pianoforte, poi, in mezzo al parquet lucido, dava l’ansia. Se almeno ci fosse stata un’ampia portafinestra a dare luce alla stanza! Magari là in fondo, al posto di quell’orribile bow-window che irradiava una luce incerta e giallognola. Jacq richiuse la porta scorrevole e si girò. Passando per il corridoio pensò: “Per fortuna tra un paio di giorni arriva l’architetto e diamo una bella risistemata”. Si era trasferito da poco lì, in Italia, ma quella stanza gli aveva dato il voltastomaco sin dal primo giorno; Jacq, naturalmente, la evitava come la peste.

Uscì in giardino, intrattenendo la sua mente con il passatempo da lui preferito negli ultimi giorni: immaginare come avrebbe trasformato la sua casa, ora che aveva una casa così grande e tanti soldi da spendere. Il giardino era piccolo ed in pendenza, con l’erba un po’ troppo alta e dei piccoli arbusti che crescevano a stento tra le rocce. Scendendo le scalette di pietra arrivò al cancello che dava sulla strada costiera.

Solo un piccolo spazio verde separava quest’ultima da uno strapiombo e da una piccola spiaggia scura e sassosa, com’è tipico in Liguria. Il mare si faceva sentire poco, sebbene le nuvole si stessero abbassando e un’aria fresca muovesse le fronde degli alberi. Il ritmico rumore del mare aveva catturato l’attenzione di Jacq, trasportandone lo sguardo lungo la linea dell’orizzonte incandescente come acciaio da colata.

Quando il figlio dei vicini urlò (probabilmente si era svegliato e reclamava l’attenzione di sua madre), Jacq si ritrovò a fissare il maestoso scoglio di Portofino, su cui si ergeva, macabra e spettrale, la villa della contessa Vacca Agusta. – Che brutta fine ha fatto! –, disse Jacq tra sé, appena pronunciando le parole.

Fatta quest’affermazione ricolma di pietismo e di retorica, ebbe come un incubo: immaginò di essere la contessa che, in delirio, si rannicchiava dietro un muretto con il telefono in mano, in piena notte, e cadeva giù dalla scogliera fino a sparire nei flutti. Ebbe un brivido, che si trasformò in una vera e propria vertigine quando si ricordò di essere vicino ad una scogliera.

Una goccia, poi un’altra e un’altra ancora avvertirono Jacq dell’imminente arrivo di un acquazzone primaverile. – E’ ora di tornare dentro – si disse, felice di aver trovato un pretesto per mettere fine a pensieri poco edificanti.

Appena in casa il telefono squillò. – Pronto – disse. Era un suo ex collega di lavoro, disegnatore di moda come lui, che lavorava ancora per Vuitton, mentre Jacq aveva accettato la proposta di un magnate italiano delle calzature di fare una sua linea personale di abbigliamento.

Era a Portofino per inaugurare un monomarca nella località turistica ligure, e tutti, manager, pubblicitari e modelle, desideravano vederlo. Contento di sentire il suo vecchio collega ed entusiasta di rivedere tutta quella gente con cui aveva lavorato per quasi cinque anni, Jacq diede loro appuntamento sulla piazzetta di Portofino ché dopo sarebbero andati a cena.

Con un po’ di amaro in bocca, Jacq scese in cucina a prendere un succo d’arancia e una brioche confezionata (normalmente avrebbe fatto una colazione più sostanziosa, ma quella mattina non ci riuscì). Ricordava di essersi lasciato andare ampiamente. Avevano bevuto molto e speso altrettanto: Sauvignon, Brunello di Montalcino, e Spumante dolce a fiumi.

Si era fatto prendere dal riso e dalla compagnia, trattando tutti come vecchi amici, con calore e spigliatezza che non si sarebbe mai concesso in precedenza. Non essere più un loro collega lo liberava dal timore del loro giudizio: nessuno di loro l’avrebbe visto il mattino dopo.

– In fondo però sono stato me stesso! – si disse, per suscitarsi coraggio dalla depressione che coglie tutti dopo un gran divertimento. In effetti, aveva dimenticato la moda, il lavoro, i soldi, la nuova casa e soprattutto quella bruttissima stanza.

– Ma io cosa sarei stato senza la moda, il lavoro e i soldi? – si chiese. Semplicemente non sarebbe stato lui, perché ognuno è il frutto di ciò che è stato.

Jacq immaginò di vestire i panni di un frate tedesco del XIV secolo, di un maresciallo di Napoleone, di un contadino abruzzese emigrato in America e di mille altri, e in tutti trovò un acciacco, una cucitura fatta male. – Che sia la mia esistenza la migliore possibile? – si chiese ancora. Era certo di no.

Tuttavia non aveva neppure di che lamentarsi.

– Esistenza… -, pensò – Sartre, Jaspers, Abbagnano…

Gli pareva passato un secolo da quando, diciottenne sognatore ed un po’ indolente, aveva letto questi tre nomi sul libro di filosofia: per tutti e tre questi pensatori, l’esistenza era una condanna.

La sua vita, ora, sembrava piuttosto un frutto maturo e succulento da mangiare subito, un bellissimo quanto misterioso dono della natura. Ma, come dicevano gli antichi, gli Dèi sono invidiosi della felicità umana; ed è così che nacque la filosofia.

Si compiacque della propria arguzia e accese il televisore.

Da dietro la scrivania il giornalista comunicava le notizie del mattino. Sapeva parlare poco l’italiano e da quanto era riuscito a capire, il governo italiano stava uscendo da una crisi, mentre in Egitto un terrorista si era fatto esplodere dentro un locale notturno di un’affollata località turistica.

Benché Jacq non lo desiderasse, la sua mente tornò a vagare e lo portò in una discoteca sul Mar Rosso. Lì, tra le luci fluorescenti e la musica house immaginò di darsi la morte in un tripudio di luce e calore, portando con sé in quella gloriosa morte decine, forse centinaia, d’ignari esseri umani.

Già solo quella pantomima del non essere lo aveva atterrito: morire, o peggio ancora darsi la morte, non rientrava tra i suoi piani. Tuttavia anche vivere, consci di quanto sia labile il confine con il non essere, sembrava una fatica insormontabile. Forse vivere così, senza porre domande ad interlocutori immaginari sul perché e sul come dell’esistenza era l’unica soluzione.

Ma non era anche quello un non essere, il non essere della coscienza? Non c’era davvero modo di venirne a capo!

Giovedì 25 Aprile, lesse sullo schermo. Un giorno di festa.

Domani sarebbe arrivato l’architetto ed avrebbe iniziato a sistemare la casa, poi nel pomeriggio avrebbe incontrato il nuovo datore di lavoro per discutere della sua collezione personale di abbigliamento. Oggi, tuttavia, aveva un’intera giornata libera. Forse era perché aveva tanto tempo libero che la sua mente vagava oltre i confini del sensibile e si faceva domande sul senso dell’essere. Gli Dèi si vendicano degli uomini proprio quando questi credono di essere più felici.

Quella giornata però non meritava proprio di essere sprecata ad inseguire ragionamenti oziosi, quindi doveva trovare al più presto qualcosa da fare.

Decise di prendere l’auto (nuova, ancora da pagare) per andare da qualche parte via di là. Mentre guidava con il vento tra i capelli e un sole estivo contro gli occhi, il senso dell’essere e del non essere sembravano via, via, sempre più lontani ed astratti.

Riuscì a fermarsi solo una volto giunto a Santa Margherita.

Passando davanti al teatro vide i manifesti del locale festival di musica da camera. Quella sera davano un concerto per pianoforte e violoncello, suonato da maestri del conservatorio di Parigi: ecco il diversivo che stava cercando!

– Vorrei un biglietto di platea per il concerto di questa sera

– disse ad una donna anziana con gli occhiali spessi addetta al botteghino. Pagò e portò via il biglietto. Continuò a girovagare per Santa Margherita, mescolandosi ora ai turisti, ora agli indigeni. Pranzò in un ristorante sul lungomare e prese il sole sul molo fino al tardo pomeriggio. Dopo tanta gravezza si sentiva infine leggero ed allegro.

Il concerto fu all’altezza delle sue aspettative e lo fu soprattutto una delle concertiste, Colette, che volle assolutamente conoscere e portare a cena. – Veramente un’esecuzione eccezionale – le aveva detto, e mentre ella si scherniva, Jacq pensava a quanto fossero belli i suoi capelli e quanto morbida la sua pelle. Egli le offrì un romantico dopocena a casa sua ed ella non rifiutò.

Il mattino seguente, Jacq fu svegliato dal suono di un pianoforte.

Scese dalla camera da letto al piano terra, verso la musica.

Vide Colette in quella stanza che suonava quel pianoforte.

“Qualunque sia il senso della vita…”, si disse.

Guardò di nuovo la brutta stanza con in mezzo Colette che suonava sotto la chiara luce del mattino.

Gli sembrò bellissimo.