L’attualità del marxismo

… nonostante i suoi imbalsamatori e denigratori

Il caro estinto – il “filosofo di Treviri” Carlo Marx, nato nel 1818 e spentosi nel 1883 – è ancora oggi più vivo che mai, anche se le sue “idee”, il marxismo, in oltre un secolo di storia sono state date per morte e sepolte ufficialmente almeno una dozzina di volte.

Intendiamo con il termine marxismo l’insieme, il blocco unico costituito dalle concezioni, dalla teoria e dalla critica rivoluzionaria che fa capo a Carlo Marx.

Su questa dottrina (non in senso chiuso e dogmatico, ma come complesso di cognizioni e principi organicamente elaborati e disposti) si fonda il socialismo scientifico. Con questa definizione non si etichetta l’esposizione di un “sistema socialista” (il che sarebbe un ritorno alle illusioni del socialismo utopistico), ma si comprende la teoria e il programma del movimento rivoluzionario della classe operaia internazionale, la scienza del passaggio dal capitalismo al socialismo e verso il comunismo.

Viviamo in una società, quella capitalistica e borghese, dove dietro la mistificazione della uguaglianza dei diritti di cittadinanza si impone, come fondamento reale, la più accentuata disuguaglianza economica attraverso la divisione in classi contrapposte e fra loro in lotta. In una società come questa non può esistere una scienza sociale imparziale, in grado di ammettere il reale stato di cose esistente.

L’attuale scienza ufficiale, al servizio cioè del capitale e degli interessi della classe che direttamente o indirettamente domina nella società, ha riversato sul marxismo tutte le proprie ostilità.

I professori, gli economisti, i sociologi borghesi – quando non cercano di trasformare il marxismo in qualcosa di accettabile e innocuo per il potere economico e politico borghese – dichiarano confutati e distrutti i “pensieri” di Marx, le sue costruzioni “ideologiche” sul terreno della filosofia, della economia, della politica, eccetera.

Economia del capitale e ideologia della borghesia

I mezzi per diffondere la lieta novella, per persuadere la pubblica opinione che la Cultura e la Civiltà hanno annientato il Mostro dell’Odio di classe, sono colossali e all’apparenza invincibili. Sono il risultato del complice intreccio fra potere, mezzi di comunicazione, mass media, pubblica e privata istruzione.

“L’agonia storica del marxismo, un frutto malato che internamente già sviluppava il verme; i resti fossili di un pensiero che non esiste più; uno schematico dogmatismo valido solo per semi-ignoranti”: queste sono alcune delle costanti imbecillità che riassumono i contenuti e la qualità delle contestazioni con cui si pretende di liquidare le “idee” di Marx. Idee che vengono sistematicamente deformate o ignorate, per cui la loro annunciata demolizione risulta priva di qualsiasi seria dimostrazione critica. Quindi, lo stato di salute della teoria che prende il nome del tanto discusso pensatore di Treviri si presenta più che ottimo, ben lontano dal mostrare quei sintomi avanzati di una “ideologia in coma”, come la miseria culturale della intellighenzia borghese pretenderebbe.

Marx ha anticipato – nella sua critica della economia politica e nella analisi della società industriale capitalistico-borghese – tutti i principali sviluppi, effetti e contraddizioni che il capitalismo ha evidenziato concretamente in questo secolo.

Decine e decine di milioni di proletari sono senza lavoro, ormai disperati ed esclusi dalla società civile del capitale. Per inciso: il proletariato è la classe degli operai moderni, costretti a vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario. Sono coloro che – come dichiararono Marx ed Engels nel “Manifesto” del 1848 (sì, 150 anni fa!) “vivono solo fino a quando trovano lavoro, e trovano lavoro solo fino a quando il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e come le altre merci sono quindi esposti a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato”. Il resto del proletariato, quello più sfortunato, è ovunque supersfruttato e sottopagato, con lavori precari e “flessibili”; gli operai “usa e getta”.

I conflitti razziali e religiosi, gli scontri etnici, le guerre “nazionali” localmente provocate e finanziate dagli interessi delle maggiori potenze imperialistiche: un quadro terrificante nel quale l’unica via d’uscita reale rischia di diventare – nel nome della libertà, della democrazia e della civiltà borghese – soltanto quella della trasformazione della guerra commerciale (già in atto) in un conflitto armato generale di immani proporzioni.

Lo scenario si completa con l’inquinamento dilagante e con le distruzioni dell’ambiente naturale, provocate dalla sfrenata corsa al profitto, fino alla minaccia di un tracollo dell’intero sistema ecologico.

Un trionfo catastrofico

Tutte le leggi di movimento che presiedono all’esistenza di questo ormai antistorico modo di produzione e distribuzione (leggi tendenziali scoperte ed esposte da Marx) sono le cause fondamentali di queste tragedie incombenti. Sono esse ad indicarci le prospettive catastrofiche che il “trionfo” del capitalismo porta con sé.

I rapporti economico-sociali che la classe borghese – i proprietari, i gestori e gli amministratori del capitale privato e pubblico – ha instaurato in tutto il mondo, non hanno soltanto ridotto il proletariato in condizioni di vera e propria schiavitù di fronte al dio capitale. Questi rapporti hanno trasformato tutti gli uomini in esseri umiliati e abbandonati a se stessi, come Marx aveva detto sostenendo che la emancipazione del proletariato avrebbe liberato l’umanità intera.

È evidente, a questo punto, che il “fallimento” non riguarda affatto il marxismo, bensì tutte quelle sue interpretazioni che hanno preteso di affrontare la realtà secondo modelli ripetitivi della più opportunistica tradizione ideologica e politica della borghesia o della piccola borghesia. E ciò è accaduto grazie alla premessa di una continua deformazione e falsificazione della teoria marxista.

Non è quindi entrato in crisi il marxismo; quelli che sono miseramente crollati, in un bilancio storico di sconfitte pagate dal proletariato internazionale, sono stati tutti i tentativi di fare del socialismo non una scienza ma una ideologia adattabile per un illusorio progresso del capitalismo stesso e della società borghese. Falsificando sia i suoi principi che la loro applicazione pratica; tradendo in definitiva il suo programma rivoluzionario per la distruzione e il superamento del capitalismo, verso il comunismo.

Le risposte del marxismo

Così il marxismo, nel suo complesso insieme di teoria e pratica (la separazione dei due termini, questa, sì, è la morte del marxismo), si trova al centro di tutte le esperienze storiche di un secolo e mezzo. Non solo in quello che è stato il luminoso, principale e per noi fondamentale episodio della Rivoluzione dell’Ottobre bolscevico, ma negli stessi episodi di attacco delle classi dominanti (nazifascismo e stalinismo). Attacchi, che pur rappresentando concretamente delle gravi sconfitte per il proletariato, possono spiegarsi unicamente attraverso la applicazione della corretta analisi critica del marxismo. E ne confermano in pieno la validità sia della sua metodologia che dei principi e della elaborazione teorica.

Di fronte ai risultati rovinosi dello sviluppo capitalistico e della sua ostinata conservazione, alle minacce catastrofiche che sovrastano l’esistenza stessa della umanità, il programma del comunismo è il solo in grado di liberarci in modo definitivo e totale; di aprirci le porte verso quella comunità di liberi ed eguali che il gigantesco potenziale produttivo, oggi socialmente disponibile, ci può finalmente consentire sull’intero pianeta.

È questo l’unico e vero programma marxista, il socialismo scientifico, il comunismo rivoluzionario. Nessun altro modello di pensiero puramente ideologico, nessun altro progetto astrattamente utopistico, se sottoposto al confronto diretto con la realtà e le sue tendenze, può reggere all’urto delle contraddizioni e delle crisi in cui ci dibattiamo, può spezzare la spirale dell’imbarbarimento e del collasso generale che scuotono le fondamenta e le mura della economia capitalistica e della società borghese.

Il marxismo non è una ideologia: è la componente teorico-scientifica del moderno socialismo; è il programma del movimento comunista internazionalista. E in base al suo carattere scientifico, che lo distingue dal socialismo utopistico e dall’anarchismo rivoluzionario, il marxismo non si pone di fronte alla società avanzando richieste morali astratte, in termini di pura giustizia, eguaglianza, eccetera. Il marxismo mostra a noi tutti che il comunismo è inevitabile, è l’unica risposta possibile alla barbarie del capitalismo maturo. Al proletariato non indica quello che deve fare, ma quello che è costretto a fare in base alla condizione in cui si trova nella società e alla posizione che occupa nella storia.

Il giovane Marx scriveva: “Forse si potrebbe far camminare per parecchio tempo col favore del vento una nave carica di pazzi; ma essa andrebbe ugualmente incontro al suo destino, proprio perché i pazzi non ci crederebbero. Questo destino è la rivoluzione, quella rivoluzione che ci sovrasta”.

I pazzi continuano a non crederci, ma la nave è ormai in vista della scogliera.

Giudizi borghesi su Marx

Sulla crisi del marxismo, e sulle presunte smentite storiche delle “profezie” di Marx, chi non ha lanciato la sua pietra si faccia avanti. La nutrita schiera di intellettuali, filosofi, economisti, sociologi, ecc., lautamente stipendiata, non si concede riposo. Gli strumenti e i metodi di tale “critica razionale” sono congeniali ai caratteri del pensiero dominante nella società borghese e nel mercato capitalista: falsificazioni, travisamenti, menzogne.

Gli ideologi borghesi, costretti a occuparsi di Marx e della sua teoria, hanno tentato e tentano ancor oggi di presentarla sotto forma di “un pensiero limitato, di volta in volta assoggettato al più rigido e meccanico determinismo economico”, caratterizzato da “un finalismo progressivistico, un utopismo umanistico, una metafisica positivistica”, eccetera.

Più genericamente, Marx viene indicato come un creatore, sia pure geniale, di ideologie e di miti dal contenuto approssimativo, aizzatore in definitiva di odi e di istinti distruttivi, cultore della forza brutale, teorico di uno storicismo teologico-materialistico. Così, per esempio, lo definiva il filosofo idealista Benedetto Croce al quale si ricorre abitualmente nei migliori salotti borghesi per esorcizzare il fantasma di Carlo Marx. .

Nel pensiero di Marx sarebbe impossibile – secondo Giovanni Gentile, altro filosofo idealista e ministro della Pubblica Istruzione ai tempi di Mussolini – risolvere la contraddizione tra il materialismo da un lato e il concetto di attività, di prassi, dall’altro. Quest’ultimo concetto non si applicherebbe alla realtà sensibile, alla materia. I due principi, la materia quale contenuto e la prassi quale forma, risulterebbero inconciliabili (sempre secondo il Gentile) senza l’intervento dello spirito.

In campo economico e sociologico è d’obbligo citare le opinioni del cattedratico V. Pareto: errata sarebbe la previsione marxista delle contraddizioni e delle crisi capitalistiche; sbagliata, perché senza fondamenti scientifici, sarebbe la teoria del valore-lavoro. Tutte le teorie economiche di Marx si presenterebbero oscure e indeterminate, sia concettualmente che analiticamente. Per le sue analisi incomplete, unilaterali e tendenziose, il marxismo altro non sarebbe che una “ideologia” religiosa alla quale il Pareto contrappone lo sviluppo delle “condizioni matematiche dell’equilibrio economico generale”. E i suoi discepoli, dall’inizio del secolo, sono alle prese con i conti in rosso del pensiero economico e sociologico del maestro.

Un altro filosofo, Bertrand Russel, accusava Marx di semplificare i rapporti sociali assoggettandoli a una logica classista, storicamente ancora tutta da dimostrare. I conflitti economici e sociali non sarebbero quindi riducibili a contenuti di classe, ma piuttosto e unicamente a “contrasti fra razze o nazioni”. Inoltre, la teoria del valore sarebbe teoricamente errata, una metafisica che addirittura farebbe parte di un’etica anticapitalistica… Il povero Marx non avrebbe compreso – per colpa della dialettica di tesi e antitesi – che fra capitalisti e proletari doveva sorgere una nuova classe intermedia, “la classe più importante nel mondo economico moderno”.

Fra idealismi e logiche speculative

Fa da cornice al tutto l’idealismo speculativo di Karl R. Popper, oggi di moda, secondo il quale le “profezie” di Marx sarebbero fondate su argomenti non validi, come dimostrerebbe il loro fallimento. (Vedi, naturalmente, le vicende dei “socialismi reali”.) Fra le ragioni di tale fallimento vi sarebbe la “miseria dello storicismo”: di una certa tendenza constatata oggi – dice Popper – non possiamo sapere quale aspetto essa potrà assumere domani. Fra le cose presenti e quelle a venire è impossibile intendere ogni necessaria connessione. Inutile agitarsi, quindi, poiché “del doman non v’è certezza”; ciò che importa è la conservazione del presente…

Inoltre, la “verificabilità” delle proposizioni universali, delle leggi scientifiche, è insufficiente mentre soltanto valido è il criterio della “falsicabilità”. (È questo il criterio che domina nelle borghesi confutazioni del socialismo scientifico.) La scienza – sentenzia ancora il Popper – si fonda su dati e fatti particolari, i soli empiricamente riconoscibili. Tutto perciò deve finire in una analisi del presente, della realtà storica del momento. (Quindi, alla comprensiva giustificazione e accettazione dell’esistente!) Stando così le cose, Marx avrebbe fatto uso della falsa scienza della dialettica, legata a una concezione deterministica della scienza medesima. La dialettica sarebbe una “ideologia che ha svolto un ruolo assai infelice nella filosofia e nella teoria politica”, (il “giudizio”, guarda caso, è identico a quello già espresso a suo tempo dal revisionista Bernstein).

Falsa e indimostrabile sarebbe l’idea di Marx secondo cui il socialismo è il solo possibile successore del capitalismo. Errore derivante dalla creazione marxista di un “sistema olistico”, il quale negherebbe la pluralità delle soluzioni storiche introducendo una concezione totalizzante e necessaria dello sviluppo storico.

L’elenco delle imbecillità sostenute dagli intellettuali borghesi sarebbe interminabile. Concludiamo con J. M. Keynes, fino a ieri uno dei fari luminosi dell’economia politica, e con il suo vero e proprio disprezzo verso Marx ed Engels. Sempre, e logicamente, confondendo il comunismo con il capitalismo di stato russo.

Ecco quanto scriveva Keynes a G.B.Shaw nel 1935: “Marx ed Engels hanno inventato un certo metodo di tirare avanti e un modo di scrivere di bassa lega (cose che i successori hanno fedelmente conservato), ma se mi si dice che hanno scoperto una chiave al garbuglio economico, sono battuto – non riesco a scoprirvi nulla all’infuori di polemiche sorpassate”.

A sorpassare, e battere, i tentativi keynesiani di dipanare il “garbuglio economico”, si sarebbe in seguito incaricato lo stesso corso del capitalismo. E proprio secondo le previsioni della “errata” critica marxista.

Marxologi a convegno

Per gli ideologi borghesi il fallimento del marxismo non ha mai fine. Non riuscendo una volta per tutte a regolare i conti con Marx, ecco che, dopo aver ripetutamente sepolta la dottrina dell’ingombrante “vecchio”, tutti sono di nuovo costretti a riesumarla. Certamente lo fanno non per convertirsi ad essa, ma per tentare un’altra operazione di travisamento e falsificazione. La speranza è quella di poter più facilmente sconfiggere le fastidiose (ma soprattutto pericolose) teorie comuniste.

In un convegno tenutosi a Trieste nel maggio del 1997, alcuni studiosi delle “idee” di Marx hanno espresso le loro opinioni in questi termini: “La crisi del mondo contemporaneo dimostra la precarietà di tutti i sistemi e progetti universali, e quindi la frantumazione, incalcolabilità, indeterminazione del mondo”. Saremmo perciò – è questo il succo del discorso – al trionfale ritorno della vecchia dottrina filosofica che negava la necessità di ogni condizionamento causale sia nei fenomeni naturali e sia nelle azioni umane. La conclusione a cui approdano i marxologi è la proclamazione del mercato quale unica e vera concezione globale: “il mercato trionfante come efficace sistema di produzione e distribuzione di ricchezza”. Un grazie al capitalismo se il mondo non precipita in quel caos che già dominerebbe tutta la natura.

Dunque, anche il marxismo sarebbe fallito quale “sistema filosofico, schema ideologico, disegno volontaristico”, lasciando solo qualche suo contributo alla “filosofia della storia”. A questo punto, concludono i marxologi, perché‚ non si dovrebbero modificare e migliorare le teorie filosofiche di Marx, così come è stato per tutte le altre concezioni del mondo e i vari sistemi filosofici?

Amplificato dalla gran cassa dei mass-media, al servizio della pubblica opinione, questo è il succo del pensiero degli esperti in marxologia. Figuratevi i nemici dichiarati, come un Indro Montanelli, mostro sacro del giornalismo, che presenta ai suoi lettori un Marx “ingiusto, settario, falsario, con la vocazione del Profeta, da buon ebreo. Un ebreo antisemita che sputava sui suoi correligionari giudizi quasi da nazista”. Quanto al Capitale, “è assolutamente illeggibile”, tant’è che lo stesso Montanelli “si è provato a leggerlo tre o quattro volte, ma non ce l’ha fatta”. Nonostante la dichiarata ignoranza in materia, Montanelli giudica “tutta sbagliata” la critica marxista dell’economia politica, e sberleffa la Rivoluzione che si è avverata nella arretrata Russia invece che nelle avanzate Germania e Inghilterra.

Deformazioni e falsificazioni

Confutare le cialtronerie circolanti sul marxismo sarebbe fin troppo facile per chiunque non si limiti alla lettura delle copertine delle opere di Marx ed Engels. Un po’ più difficile da sopportare sono le recite della intellighenzia borghese, secondo un vecchio copione di superficiali commenti, falsificazioni e ingiurie.

Le teorie scientifiche – innanzitutto, e rispondendo ai marxologi – non si possono cambiare in alcune loro parti secondo i gusti personali. Si può soltanto costruire una nuova teoria, dimostrando però la sua superiorità sulle altre. Ma la verità è che di fronte al marxismo gli ideologi borghesi si sentono tremare i polsi. E per marxismo noi intendiamo il materialismo storico e la dialettica del concreto; l’analisi scientifica della realtà, la rilevazione delle leggi di movimento del modo di produzione capitalistico.

L’applicazione del metodo scientifico nel campo dei processi storici e sociali non si può certo ridurre in pillole digeribili per i pennivendoli borghesi, ai quali i menù della dominante cultura hanno rovinato per sempre sia lo stomaco che, di riflesso, il cervello. È ancora Montanelli, per esempio, che attribuisce a Marx “l’Annuncio della fine della Storia”, mentre lo stesso Marx ha chiaramente affermato che con il comunismo avrà fine la preistoria delle lotte di classe e si concluderà una particolare storia: quella delle idee, cioè delle concezioni idealistiche della storia umana. La quale è stata invece fin qui storia reale di concreti processi economici e di antagonismi sociali, e non una fra le tante storie formali costruite dal pensiero dei filosofi. Un pensiero sempre legato al carro degli interessi e dei privilegi delle classi dominanti.

Quanto ai marxologi riunitisi a Trieste, il loro piatto forte è stato l’annuncio che “la scienza contemporanea ha demolito la validità di leggi e rapporti di causalità anche nell’ambito della realtà fisica”. E hanno concluso con sollievo, fra gli applausi della platea: il mondo è indeterministico, non esiste la possibilità di esatte valutazioni tanto sul piano teorico che su quello pratico.

Determinismo e indeterminismo

È fondamentale sottolineare che quando si parla di determinismo, questi signori lo intendono sempre in modo meccanico e metafisico, mai dialettico. Un determinismo, cioè, prelevato dal vecchio materialismo francese antecedente Marx, e nel quale dominava la semplice necessità diretta e la negazione, in generale, del caso. Questa concezione deterministica del mondo fu elaborata dal fisico e astronomo francese Laplace all’epoca della Rivoluzione borghese. Ed è presente pure nella forma datale dal filosofo e matematico olandese Spinoza, il quale si rifaceva ad una realtà infinita e necessaria (la sostanza) come principio e ragione di tutti gli aspetti dell’universo. Ogni cosa aveva una sua necessità razionale, intesa come volontà di Dio; la sostanza, che esprimeva l’azione reciproca, era causa di se stessa.

Ma intanto anche fra le file degli scienziati borghesi si diffondono oggi molti dubbi su quell’indeterminismo che ha dominato nel campo teorico della meccanica quantistica e della relatività, e nelle concezioni dualistiche contrapposte al monismo materialista. Diventa sempre più difficile il nascondere o travisare – da parte del pensiero idealistico borghese – ciò che avviene nel mondo dei fenomeni, dove esistono e agiscono leggi, sia della natura che di ogni altra realtà, sperimentalmente verificabili. In date circostanze sono possibili certi fatti e altri sono impossibili. E la dialettica di casualità-necessità si evidenzia, in definitiva, anche nella presenza di un aspetto ondulatorio all’interno di quella meccanica quantistica che si qualifica come nemica del determinismo. La maggior parte degli scienziati, e dei fisici in particolare, non può certamente mettere in discussione il principio di causalità. Non può negare il succedersi di cause ed effetti, meglio chiarito dal marxismo come un processo dialettico dove i rapporti non sono rigidamente fissati.

Aspetti della meccanica quantistica

Vale la pena, in proposito, di dedicare un po’ di spazio per un approfondimento di questa questione scientifica, facendo nostra una premessa di Lenin:

Noi siamo ben lontani dal volerci occupare delle dottrine speciali della fisica [Lenin scriveva nel 1908, cioè mentre la fisica stava gettando le basi della moderna teoria della costituzione atomica della materia – ndr]. Ci interessano esclusivamente le concezioni gnoseologiche di certe determinate proposizioni e di scoperte note.

Materialismo ed empiriocriticismo

In parole povere, al marxismo interessano soprattutto le conclusioni che dalle scoperte scientifiche si possono trarre sul problema della conoscenza, e cioè circa la questione fondamentale se la conoscenza umana si svolge secondo il principio del materialismo dialettico, che è il fondamento della teoria rivoluzionaria del proletariato, oppure secondo i filosofemi dell’idealismo, che è alla base di ogni dottrina reazionaria. Tale è il compito del marxista.

La meccanica quantistica, che ha superato i limiti di validità della meccanica classica nello studio e nella interpretazione dei fenomeni microscopici, molecolari, atomici e subatomici, è derivata da una scoperta del fisico Planck (1900): l’energia, la radiazione elettromagnetica, non si irradia in forma continuativa ma per quantità discrete, per unità elementari discontinue, secondo “salti di energia” (i “quanti d’azione”). Queste unità sono proporzionali alla loro frequenza secondo un numero costante. L’energia quindi non può esistere in qualsiasi quantità, ma in multipli interi di “quanti” di energia.

Un indeterminismo teorico

Il concetto di “indeterminismo”, di negazione della necessità di un condizionamento causale, ha accompagnato agli inizi la esposizione della teoria quantistica. Secondo il fisico Heisenberg, nella meccanica quantistica è impossibile, in modo preciso e simultaneo, determinare particolari coppie di variabili fisiche (come la posizione di una particella e la sua quantità di moto) che descrivono il comportamento di un sistema microscopico.

Una relazione di indeterminazione è già presente nella teoria classica delle oscillazioni (la relazione fra ampiezza spettrale e durata di un segnale monocromatico), in quanto trattasi di unità di continuità e discontinuità. Il processo continuo della oscillazione è reso discontinuo dalla interruzione. Accanto alla teoria ondulatoria della luce (movimento alterno) esiste un comportamento corpuscolare della luce che in certi fenomeni prevale sull’aspetto ondulatorio. In seguito Einstein spiegò anche l’effetto fotoelettrico attraverso i “fotoni”, cioè i quanti come corpuscoli dotati di una loro individualità.

Saremmo dunque in presenza di un insanabile dualismo, una contraddizione nel comportamento della luce. Nella meccanica quantistica tutti i prodotti la cui dimensione fisica sia una azione (una energia per un tempo) farebbero questa indeterminazione. Così teorizzò Heisenberg: nello studio di un fenomeno microscopico (atomico) non si può prescindere dalle influenze dell’osservatore. Non si possono conoscere esattamente o prevedere le modificazioni prodotte dai dispositivi di misura. Non si possono misurare simultaneamente coppie di grandezze fisiche come posizione e velocità, energia e tempo, eccetera. Le fenomenologie fisiche sarebbero a questo punto descrivibili soltanto in modo statistico e probabilistico.

Conoscenza della realtà

I pensatori borghesi colgono prontamente l’occasione per diffondere una loro conclusione: il “quanto d’azione” limiterebbe le possibilità di conoscere la realtà; dunque, la conoscenza completa dei fatti e dei processi materiali sarebbe impossibile per la presenza di una “casualità soggettiva”. A questo punto l’agnosticismo (la dottrina filosofica che sostiene l’incapacità della mente umana di conoscere la realtà) risulterebbe scientificamente dimostrabile.

Ma il principio di Heisenberg non è che la formalizzazione delle fluttuazioni quantistiche, come tali perfettamente conoscibili e possibile fondamento di una fisica rinnovata. La teoria corpuscolare, sviluppata dai fisici Planck e Bohr, viene cioè contrapposta alla teoria ondulatoria nel campo dell’ottica, e successivamente presa a pretesto dagli ideologi borghesi per avvalorare la loro tesi della indeterminazione generale.

In effetti l’ondulatorio e il corpuscolare non sono che due aspetti della meccanica quantistica; sono essenzialmente diversi tra loro, non si identificano in alcun punto, ma devono essere presi insieme per formare tutta la teoria. In essa l’aspetto ondulatorio delle microparticelle è l’aspetto del “possibile”, mentre l’aspetto corpuscolare è quello del reale. La necessità determina i processi ondulatori; il possibile (nella forma del casuale) determina quelli del mondo corpuscolare. Con questa concezione concordano le tesi hegeliane sulla dialettica di casualità e necessità. I fatti realmente possibili non sono dovuti al semplice caso. Ciò che è possibile è determinato per necessità; è stabilito secondo leggi. Nel corso dei fenomeni, cause ed effetti sono constatabili analiticamente; nella realtà tutto fa parte di un flusso completo di mutamento costante che dura all’infinito. Tutto partecipa a un movimento nel quale – come scrisse Engels nel’Antiduhring:

le cose e le loro immagini concettuali vanno considerate essenzialmente nella loro relazione, nel loro concatenamento, nel loro sorgere e tramontare.

La dialettica di possibilità e realtà

Non è la realtà ad essere indeterminata, bensì è ancora incompleta la nostra conoscenza dei dati di fatto. Lo stesso Heisenberg si è poi trovato d’accordo in questo. E il fisico L. de Broglie, fin dal 1923, avanzò l’ipotesi della possibile associazione del movimento degli elettroni a quello di un’onda; sperimentalmente, nel 1927, si dimostrò che anche gli elettroni possono produrre figure di rifrazione, un fenomeno tipico della propagazione per onde.

I due aspetti della meccanica quantistica (il corpuscolare e l’ondulatorio) si contrappongono come due aspetti in contrapposizione dialettica, particolari e diversi fra loro. Non sono aspetti semplicemente o ambiguamente equivalenti nella unità di fenomeni ondulatori e corpuscolari, così come è composto il mondo. Molto sinteticamente (riassumendo una interessante lezione del fisico Havemann su questa materia): reali e osservabili sono i corpuscoli; conosciamo le leggi del loro comportamento, le quali però ci danno solo indicazioni sulle probabilità di tale comportamento. La casualità e la probabilità sono però una categoria oggettiva della natura, un elemento essenziale della realtà, indipendente dal soggetto osservatore.

Nell’aspetto ondulatorio della meccanica quantistica si trovano grandezze osservabili e misurabili (frequenze, coordinate d’impulso, di tempo, di posizione, eccetera), tutte con un carattere deterministico. Nell’aspetto corpuscolare, invece, non troviamo regole controllabili con l’esperienza, misure osservabili direttamente. Si possono indicare solo attraverso possibili parametri, grandezze, eccetera, presentati in forme matematiche. Queste regole acquistano un significato fisico che però fa loro perdere ogni carattere deterministico; diventano indicazioni di probabilità.

La relatività

La realtà è quindi oggettivamente casuale; il casuale è una categoria oggettiva della realtà. La quale non è indeterminata proprio perché il possibile – nei limiti posti dalle leggi della natura – non può essere che casuale, un casuale che si manifesta attraverso la dialettica di possibilità e realtà. Se il possibile è in ogni caso un risultato della realtà, esso è necessariamente determinato.

Una breve osservazione sulla relatività. L’acquisizione che quiete e moto siano concetti relativi e non assoluti risale a Galileo. Suo è il principio di relatività:

Chi con tutto quanto lo circonda si muove (per esempio, passeggia sul ponte di una nave in movimento) non si accorge del movimento, anzi non può fare alcuna esperienza che gli riveli il movimento.

La materia è movimento; la quiete assoluta non esiste e il moto assoluto non è definibile.

Einstein si spinse in avanti sulla stessa strada. Stabilì che il principio di relatività classica è valido per tutti i fenomeni fisici (non solo per quelli meccanici, ma anche per quelli elettrici, magnetici, ottici, eccetera) e che la velocità della luce nel vuoto è una costante indipendente dalla sorgente luminosa. Ne conseguì l’equivalenza tra massa ed energia, e successivamente tra forze inerziali e gravitazionali. Einstein abbatté l’assoluto temporale, universale, prendendo in considerazione, nel valutare lo spazio, il tempo locale, particolare, variabile. Spazio e tempo non hanno alcun carattere assoluto, sono intimamente congiunti e costituiscono un continuo unico. Ogni evento che si verifica nello spazio e nel tempo è individuabile matematicamente mediante le tre coordinate spaziali (latitudine, longitudine, altitudine) e la quarta coordinata temporale, la quale fissa il momento in cui l’evento è accaduto. I principi di inerzia, quantità di moto, di energia e di forza viva stabiliscono quindi fra di loro nuove relazioni, ma non scalfiscono il determinismo dei fenomeni e la loro causalità. Il relativismo non nega la realtà e la verità del mondo esterno, né la possibilità di indagine e descrizione da parte del soggetto che osserva.

Dubbi conservatori e movimento reale

La borghesia, in campo scientifico, non può certamente vedere di buon occhio la formulazione di teoremi che vadano a costituire, e confermare, le basi di una concezione deterministica. Le possibilità del calcolo di posizioni e movimenti della materia e delle sue particelle mediante sperimentazioni e ricerche scientifiche, e quindi la validità di leggi e di rapporti di causalità, vengono messe in dubbio proprio dal pensiero borghese, nato rivoluzionario nei confronti della medioevalità, e che per primo fu assertore di quelle nuove posizioni.

Il pericolo che la teoria deterministica venga trasferita, e scientificamente dimostrata, dalla vita del cosmo riguardante pianeti e astri alla vita sociale degli uomini, ha deviato in seguito ogni seria indagine sui rapporti fra oggetto e soggetto, realtà e conoscenza.

Di fronte ai pericoli di una rivoluzione anticapitalistica, di una trasformazione economico-sociale tanto materialistica quanto deterministica, gli ideologi della classe borghese tendono a rivalutare l’incertezza, l’indeterminismo, persino il dubbio sul più classico metodo delle probabilità, già fatto proprio da Laplace durante l’ascesa rivoluzionaria della borghesia.

Casualità e necessità

Non rimane a questo punto che la conferma di quel determinismo, materialistico e dialettico, che in Marx non ha mai avuto nulla di rigidamente meccanico e fatalistico. Nella esistenza effettiva di una data realtà la validità dell’oggetto comprende in sé il criterio della possibilità reale, non astratta o formale. Nella sua Tesi di Laurea il giovane Marx scriveva:

Nella natura il determinismo è costituito dalla necessità relativa, che può essere dedotta soltanto dalla possibilità reale [secondo il concetto hegeliano di necessità relativa come realtà, possibilità e necessità reale ndr]. Il che equivale a dire che c’è tutta una catena di condizioni, cause, motivi, eccetera, tramite i quali quella necessità si media. La possibilità reale è l’esplicazione della necessità relativa.

Casualità e necessità non si contraddicono, non sono due determinazioni che si escludono l’una con l’altra. Solo per il vuoto pensiero qualcosa o è necessario o è casuale, ma non entrambe le cose nello stesso tempo. Come annotava Engels nella “Dialettica della natura”, per una certa scienza:

tutto ciò che si può ricondurre a leggi generali, passa per necessario, e ciò che non si può, per casuale.

Fu Hegel a formulare i principi che il casuale ha una causa ed è necessario; la necessità determina se stessa come casualità, e d’altra parte questa casualità è piuttosto assoluta necessità. La casualità è compresa nella necessità.

A proposito del determinismo, infine, fin dai tempi di Lenin i filosofi ritenevano indimostrabile la giustezza sia della posizione del determinismo che dell’indeterminismo, e di fronte a certi risultati scientifici mettevano in guardia dal “peso soggettivo” esercitato nell’esame delle cose, poiché “durante la ricerca ogni pensatore è necessariamente determinista in teoria” (E. Mach). E viceversa: chi in teoria sostiene il determinismo, dovrebbe “in pratica inevitabilmente restare indeterminista”…

Secca la risposta di Lenin:

Non è forse oscurantismo separare accuratamente la teoria pura dalla pratica? Limitare il determinismo al campo delle ‘ricerche’ e, nel campo della morale, dell’attività sociale e in tutti gli altri campi, a eccezione della ‘ricerca’, abbandonare la questione a un apprezzamento ‘soggettivo’? Nel mio studio – dice lo scienziato pedante – io sono determinista, ma non vale neanche la pena di parlare di un filosofo che si preoccupi di costruire sulla base del determinismo una concezione completa del mondo, la quale abbracci la teoria e la pratica. […] Ed ecco una ripartizione in via amichevole: la teoria ai professori, la pratica ai teologi! Oppure: in teoria l’obiettivismo (cioè, materialismo che si vergogna), in pratica il ‘metodo soggettivo in sociologia’.

Necessità e possibilità del comunismo

Il lungo ma necessario approfondimento attorno a una delle tante mistificazioni (in questo caso costruita su pretese basi scientifiche) a cui viene sottoposto il marxismo, dimostra chiaramente quali siano le finalità concrete perseguite dalla classe dominante e dai suoi cortigiani. Confusi i principi, deformato il metodo, falsificate le conclusioni, ridotto cioè il marxismo a una ideologia fra le tante, non resterebbe che continuare a confondere il comunismo con il “socialismo reale” dei manicomi e dei gulag gestiti dallo stalinismo. Spacciando il crollo del secondo come fine storica del primo, e così via.

Il capovolgimento di teorie e fatti, reso possibile dalla tragica sconfitta del proletariato russo ed europeo dopo i primi gloriosi anni successivi all’Ottobre Rosso, si è accompagnato alla eliminazione fisica quasi totale di tutte le organizzazioni e correnti della sinistra comunista. Gli esecutori delle persecuzioni e dei massacri furono – col tacito consenso dei liberal-democratici del mondo intero – nazifascisti da una parte e, soprattutto, stalinisti dall’altra. Contro questi ultimi la Sinistra italiana non attese i settant’anni della attuale prezzolata storiografia borghese per denunciarne, a cominciare dal 1926, i contenuti controrivoluzionari e per combatterne i criminali tradimenti.

La teoria e la critica marxista, genuinamente interpretate e correttamente applicate, si sono dimostrate come gli unici strumenti in grado di analizzare gli accadimenti storici degli ultimi centocinquant’anni e di questo secolo in particolare. Il capitalismo di stato in Russia (spacciato da stalinisti e borghesi per comunismo), il suo sviluppo e il suo crollo non solo si spiegano attraverso il marxismo e la sua critica della economia, ma confermano la necessità e possibilità del comunismo quale unico movimento di superamento-trasformazione della attuale società e della barbarie capitalistica che sta mettendo in pericolo il futuro della specie umana.

Quelle che sono fallite, una dopo l’altra, sono le falsificazioni del marxismo; crollati sono i tentativi di mummificarlo o di adattarlo tuttalpiù come un idealistico strumento di correzione degli “eccessi e difetti” del capitalismo, all’interno del sistema.