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L'angolo dello scrittore

L’Aquila 2019, città candidata a capitale europea della cultura

di Pasquale Doria _ tratto da La  Gazzetta del Mezzogiorno  domenica 25 marzo 2012_

Gli addetti ai lavori lo sanno, o almeno dovrebbero immaginarlo. La partita forse è già chiusa ancora prima del  fischio ufficiale d’inizio. E sarebbe pure inutile agitarsi e gridare allo scandalo più di tanto. Quella gente che ha perso tutto – in Basilicata ne sappiamo qualcosa – ha uno speciale diritto a sperare. Nel 2019, a dieci anni dal terremoto che ha stravolto le loro esistenze, è giusto che il posto in cui sono nati possa tornare a essere almeno più vivibile di quanto non lo è oggi, liberato dalle macerie nelle strade.
La notizia dei giorni scorsi, quella del sindaco uscente del Pd, Massimo Cialente, che ha appena vinto le primarie per il centrosinistra, riguarda anche noi e tutte le città che hanno iniziato già da qualche tempo a mettersi in gioco. Ha presentato il documento preliminare del suo Comune per «L’Aquila 2019, città candidata a capitale europea della cultura». Una bozza di programma, dove vengono tracciati eventi e progetti consegnata al Governo Monti, che sta per pubblicare l’apposito bando. Le parole del presidente del Consiglio, nei giorni scorsi in visita al capoluogo di regione abruzzese, sono suonate inequivocabili. Facile capire perchè. Esistono le registrazioni della diretta. Il sostegno del Governo, chiunque sia a guidarlo, non potrà non tenere in debito conto una candidatura così comprensibilmente significativa.

Allora, è tutto lavoro perso quello che è stato compiuto fino ad oggi da queste parti? A naso, si direbbe proprio di sì. Salvo a voler continuare e sostenere la sfida con un altro spirito. Se per Matera non era facilissimo misurarsi con Venezia, Siena o Ravenna – alcune tra le realtà candidate alla designazione del 2019 – adesso, per tutti, nessuno escluso, è impossibile non valutare in tutta coscienza le ragioni per molti, troppi versi condivisibili del sindaco Cialente e della sua comunità.
Non è solo un pennacchio. La Capitale europea della cultura è una città designata dall’Unione europea che per il periodo di un anno ha la possibilità di evidenziare la sua cultura, la sua storia, la sua vita. E L’Aquila vuol tornare a vivere ben sapendo che diverse città europee hanno sfruttato questo periodo per attuare profonde trasformazioni potendo contare su notevoli vantaggi in termini socio-culturali e, cosa basilare con questi chiari di luna, anche su interessanti sostegni economici.
Il bando nazionale sarà pubblicato solo alla fine di questo anno e la selezione finale è prevista per il 2014. Che fare a Matera? Continuare a lavorare per l’ambizioso obiettivo del 2019 facendo finta di niente, oppure decidersi e sostenere proprio L’Aquila? Facile immaginare reazioni contrastanti a questa proposta. Ma forse qualcosa sta cambiando. Non basta più il pensiero dominante fino a qualche mese fa, secondo cui non esistono le società, ma solo gli individui. Alla luce della catastrofe economica che tutti stiamo vivendo, forse sarebbe il caso di rifarsi a una bella indicazione che veniva dalla scuola di don Lorenzo Milani. Pensava che uscire dai problemi da soli è egoismo, farlo insieme agli altri è un fatto politico. Matera vincerà comunque la sfida del 2019 se ora, in tempi non sospetti, si schiererà «politicamente» dalla parte giusta, con L’Aquila. È una grande occasione per recuperare i valori della solidarietà, della cooperazione e pensare agli altri come risorsa di alleanza progettuale, soggetto sul quale contare per costruire percorsi comuni e non come a un antagonista da sconfiggere. Una scelta così intensa comporta lo sviluppo di valore civile aggiunto e capace di conferire nuovo senso alla candidatura del 2019, per noi quella di «Capitale europea della solidarietà».

Tra una partita che sembra già finita e una che sta per cominciare non ci dovrebbero essere dubbi sul da farsi. Tanto più che, inutile nasconderlo, i riflessi di una simile scelta accenderebbero i riflettori su un nuovo modo di sentirsi cittadini di un Paese davvero unito. Un messaggio formidabile che può partire dal Sud, da una città che è già stata laboratorio di grandi progetti sociali di respiro nazionale tra gli anni ‘50 e ‘60 e che oggi può dare una bella spallata allo spettacolo desolante di una rozza competizione, quella che ha messo perfino le città l’una contro l’altra. Uscire da una sorta di arena in cui tutto si risolve in primordiali competizioni a botte di clava, in fondo, è già una vittoria. Straordinaria.