L’angoscia, Juliette Dupied

Premio Energheia Sorbona 2018

Traduzione a cura di Carla Giacalone

Inizio serata, d’inverno. Il cielo era infuocato come se fosse leccato da scintille gialle rosse e arancioni. Davano al paesaggio un’aria un po’ particolare irreale quasi apocalittico. Gli ingressi della metropolitana sputavano migliaia di passanti e di turisti amalgamati in una massa informe e scura e che si muoveva. Minacciosa. Osservavo da lontano il balletto ridicolo dei turisti ansiosi di scattarsi selfie, in una posa tutto tranne che naturale davanti ad una delle attrazioni della capitale: l’Arco di Trionfo. L’immensa porta li guardava dall’alto con occhio sprezzante. Si offriva agli sguardi più insistenti, impassibile, dritta, fiera, immobile in questo punto preciso da un tempo che sembrava infinito. Anche se era diventata insignificante quasi invisibile per gli abitanti del quartiere, costantemente assalita da una miriade di sconosciuti che ci si arrampicava non abbassava la testa. Anzi resisteva. A modo suo. Sembrava che sputasse faville: I Campi Elisei si stendevano ai suoi piedi come una lingua luccicante, come una collana di perle luminose che si sgranava in lontananza. Poggiata lì, in mezzo alla piazza dell’Etoile, inavvertitamente, sembrava intoccabile, isolata in una specie di sfera spazio-temporale. La sua sfera. Non le ronzavano le orecchie nonostante il vocio assordante. Non era invasa da quella sensazione così familiare di perdita di controllo della propria vita, nonostante la routine. Non si scoraggiava davanti all’elenco interminabile di servizi ed altri impegni spiacevoli considerati come il privilegio delle “vere Doooonne “ e che bisognava ovviamente fare l’uno dopo l’altro per non dovere rubare un solo minuto alle notti dedicate al sonno già troppo breve. Non sembrava nemmeno disturbata dall’odore spiacevole dello smog. No, si teneva ben dritta nella sua isola la testa girata verso il quartiere della Défense immersa nell’ultima luce viola del tramonto, con lo sguardo che scivolava lungo la skyline parigina e dando le spalle al cuore nero della città che batteva.

Ho iniziato a fantasticare. Avevo l’impressione di galleggiare nell’aria, di essere anch’io isolata dal vocio circostante e di non essere più in preda al tempo. Era come se la mia mente fosse staccata dal mio corpo, come se tutti i miei pensieri fossero rimasti imprigionati nel mio involucro corporeo più giù e che finalmente mi godevo la libertà e la spensieratezza. Ogni luce ormai era stata assorta dalla luna nascente. Halo melliflu. Paesaggio crepuscolare. Chiaroscuro quasi fantastico. La regina dell’isola dell’Etoile sedeva sul suo trono, divertita. Una pietra avvolta in uno scrigno di luce. I fari delle macchine disegnavano cerchi concentrici attorno a lei e mi portavano via. La velocità mi ubriacava, le strisce luminose si allontanavano velocemente. Il mondo esterno si cancellava e lasciava il posto ad una distesa di possibilità, al sogno ed ad un mondo virtuale. Volavo! Potevo fare salti mortali, passare tra le gambe della Dama di pietra con le braccia aperte – come l’aviatore francese Charles Godefroy che era passato sotto la sua gonna il 7 agosto 1919 – ed innalzarmi così in alto che la città mi sembrava un mondo in miniatura, un enorme formicaio.

Ad un tratto mi sentii trafitta dal dolore. Come se qualcuno o qualcosa mi tirasse giù la gamba, ero aspirata, ruzzolavo. Ritorno violento nel mondo dei vivi: ero di nuovo sulla mia panchina, nel mio corpo di giovane donna ventiduenne. Il dolore esplose, era lancinante, mi sommergeva a ondate. I crampi iniziavano dal basso ventre e risalivano in ogni particella del mio essere. Come se mi strappassero l’utero e veniva lacerato. Ingoiavo l’aria avidamente, ma era troppo tardi. Ero trafitta. Il dolore abitava in me e ci si era sistemato bene. La mia testa era esplosa come un guscio d’uovo. Provavo ad afferrare la realtà a riprendere la mia osservazione meticolosa di quella curiosa specie che chiamiamo essere umano, ma un sipario nero era calato tra me ed il mondo. Schegge di colori che mi passavano sotto le palpebre. Mi sentivo svenire. Bianco.

Saint-Michel. Pullman numero 96. Tre minuti di attesa. Ho le guance arrossite dalla morsa del freddo. Arriva. Rallenta, poi frena bruscamente. Si ferma. Come i miei pensieri. Bianco. Salgo sul pullman. Il calore soffocante m’ingoia e mi avvolge. Faccio fatica a respirare in quest’umidità, ma penetrare in una specie di bozzolo di vetro e di acciaio, isolato dal mondo esterno, mi procura una sensazione di invulnerabilità piacevole. Mancano 25 minuti e sarò da M. Tornare a casa, da sola, è diventato complicato. Si confondono le immagini nella mia testa. Il vicino di sotto, la mia porta sfondata, il mio appartamento sottosopra, la faccia degli agenti della polizia scientifica, quella della vicina, e del vicino, perturbato…

Un sentimento subito proibito, tolto, rubato… questa sensazione di benessere quando si torna a casa, nel suo nido confortevole – o più o meno confortevole –  ma a casa SUA. Rifugio, luogo di intimità. Laddove ci si sente bene, laddove ci si spoglia, laddove ci si rivela, laddove ci si autorizza ad essere se stesso, IO, senza trucco, senza maschera, laddove ci si accolgono gli ospiti a volte dicendo “Benvenuti a casa mia”. Questo universo etnocentrico che sembrava stabile, perenne, in realtà non lo è. È solo un’illusione, una felicità molto ben presto svanita quando viene perturbata, stuprata. Ormai a casa mia regna una presenza estranea che trapela, che si infiltra  in ogni spazio. Casa mia è deturpata. La mia intimità è stata forzata a svelarsi ed a aprirsi per accogliere al suo interno un completo sconosciuto che da allora ci ha lasciato come una presenza malvagia. Stress permanente, paura che si ripeta l’accaduto anche se non c’è più niente da rubare. Angoscia serale, al buio, che ti stringe la gola al minimo rumore sospetto e con il cuore che sembra uno stallone imbizzarrito. Mi rivedo paralizzata dalla paura nel mio letto e mi trovo ridicola. Di solito ho più coraggio almeno credo, in apparenza. Un ghigno mi fa alzare l’angolo della bocca. Saint-Paul. Suona il campanello. Si aprono le porte del pullman. Il suono echeggia nella mia testa. Allerta massima. Tutti attenti! Quello lì, quel giovanotto che è appena salito indossa una tuta sporca e delle scarpe della Nike costosissime ha proprio la faccia di un ladro… come il vicino di sotto, il famoso cantante bohème, ha un comportamento molto sospetto. Tutti quelli, o meglio tutti quelli e tutte quelle che incontro nel palazzo, possono avere informazioni. —— Il mio cervello si riscalda, va tutto a tremila: vicino strano, porta, appartamento, polizia, questura, assicurazioni, furto, serratura, bollette… da qualche giorno, c’è il caos nella mia testa e nella mia vita. Parmentier-République. Scendo.

Mi ronzano le orecchie come il traffico intenso sul vialone. Un gran baccano. Il freddo mi fa bene. M. mi aspetta davanti a casa sua. “Hanaé come stai? che faccia che hai”. Sorrido in modo rassicurante e dico borbottando… “No, sto bene, non ti preoccupare”. Inizia a parlare, mentre io sono incapace di seguirla. I miei pensieri continuano a vagabondare. Faccio finta di essere interessata, non so come fa per non notare che non sto sentendo niente. Dopo un po’ mi chiede come sto dalla settimana scorsa. Le spiego allora che sono stata “cambriolée”. Che strana parola  però, sembra qualcosa di gioioso, non riflette la realtà. Capriola bricolage, camper riso al latte… Mi ascolta con la fronte aggrottata, attenta e alla fine esclama: “non avrei mai pensato che i ladri potessero prendersela con le chambres de bonnes (le camere delle domestiche), è assurdo!” Sono d’accordo con te, ho pensato la stessa cosa! Ci sono momenti in cui la realtà sembra troppo reale troppo tangibile troppo dura. Tuttavia a volte sembra semplicemente irreale, velata, inafferrabile come se si svolgesse in un sogno diurno e muto. D’altronde non riesco ancora a realizzare che è capitato a me come se non arrivassi a convalidare i fatti. Forse è perché mi hanno rubato del tempo. O piuttosto perché mi hanno rubato i miei ricordi, la mia memoria, la mia temporalità in qualche modo: l’hard disk esterno con tutte le mie foto, gli eventi importanti della mia vita passata e la mia macchina fotografica con l’obiettivo fisso sul momento presente e il futuro ancora possibile. Non riesco a ricordare questi momenti volati via. Mi sento nuda, esposta, svelata al ladro. Al ladro! Come fare per ricostruire tutto ciò? Per ricostruire me stessa, ormai mi manca un pezzo. Questi oggetti smarriti, questo tempo perso, hanno lasciato un buco beante, un vuoto difficile da colmare… Wait, wait, wait. E se fosse una ladra?! Mi ero affrettata ed avevo parlato ad alta voce tradendo al contempo la mia inattenzione. M. tace, mi osserva interdetta e dice semplicemente “Non stai molto bene? Sembri turbata da questa storia”. Ho voglia di gridare di sì. Certo che sono turbata da questa storia ciò che è normale, ma rispondo soltanto “mi dispiace, non riesco a pensare ad altro in questo periodo non volevo interromperti, dicevi?” Parliamo ancora un po’ sorseggiando un tè rannicchiate sul divano. Poi decido di tornare a casa, di lasciare il calore confortevole del suo appartamento per ritrovare la fredda dolcezza del mio.

Sul pullman al ritorno lascio scivolare lo sguardo sulla realtà. Attraverso il vetro una realtà che non è la mia, a cui non appartengo. Non appartengo più a nessuna realtà da quell’evento. È accaduto l’impensabile, l’inimmaginabile. Torno a casa a malincuore. Ed è proprio così perché sono seduta nel senso contrario della marcia. Mi dà la nausea. La mia vita fa davvero schifo. Perdo piede. Non ho nessun sostegno vero. E tantissime cose da gestire. Ed ecco la ciliegina: un furto! Caspita, mi lamento ancora. Sempre. Vedo solo le cose negative. I miei problemi di cuore, la gente che mi fa arrabbiare, le situazioni nelle quali mi trovo, la stanchezza che si accumula implacabilmente, mia madre… lo scontento finisce sempre per soffocarmi, mi prende per mano e mi sconfigge anche quando penso POSITIVO. Ogni volta, o quasi. Partita persa. 1-0, 10.000-0. Però a dire il vero la sfortuna si accanisce su di me. Mi capita sempre qualcosa. Il furto era ovvio che sarebbe capitato a me. L’altra, la responsabile del condominio che mi dice che sono 14 anni che non capita niente in questo palazzo. La sfiga mi sta alle calcagna. E poi il ladro quant’è patetico! Rubare le camere delle domestiche è davvero da egoista. Innanzitutto perché spesso sono studenti come me, senza un soldo che riescono ad avere questi appartamenti al sesto piano con mansarda di 12 metri quadri a € 650 di fitto. E poi perché non c’è niente da rubare. O invece sì, le poche cose di valore di una studentessa al verde. Cretino. Stronzo. Stronzo. Stronzoooooo! Chi può fare una cosa simile? Un perdente? Un piccolo bastardo di cui diventa l’orgoglio, il passatempo? Uno che si traveste da donna e porta il profumo Miss Dior? E se fosse una donna? Se avesse voluto far vedere che sarebbe stata capace di farlo, che sarebbe stata una che conta? Ma in realtà forse lui o lei era solo più bisognoso/a di me. Dico quello per rassicurarmi… di che cosa mi lamento? Ho un tetto sopra la mia testa, un bagno privato, una doccia con acqua potabile, acqua potabile diamine!! Da mangiare molto di più di quello che riesco a mangiare e fino alla fine dell’anno… Però se non fossi uscita presto per andare a studiare all’università e se non fossi andata a quella dedica, forse non sarebbe successo. E se non avessi aperto al vicino di sotto il giorno prima, chissà? Sto ancora divagando, mi ossessiona, mi obnubila. E poi… “ci si potrebbe baciare i gomiti o cavare sangue dalle rape”, adoro questa espressione. Mi fa sorridere. Istante poetico. Mi immagino con una bottiglietta trasparente in cui sarebbe rinchiusa Parigi con le sue torri, la sua Tour Eiffel, il suo Arco di Trionfo, la Senna e i sui ponti, il suo baccano, la sua folla, la sua bellezza anche. Il pullman singhiozza ed anch’io sul mio sedile.

Torno alla realtà. Un odore acre, spiacevole inizia a solleticarmi le narici. Entra in me, mi avvolge dappertutto. Mi pizzica il naso, gli occhi. Mi viene quasi un conato di vomito. Non riesco a nascondere il mio ribrezzo. Mi concentro per non pensarci con lo sguardo assente. Troppo tardi, ha trovato l’origine: l’uomo responsabile di questo cambiamento di atmosfera sul pullman, quello che ha fatto rinchiudere gli altri passeggeri in loro stessi, come ostriche. Si stanno tutti isolando ormai nel loro mondo e si stanno rannicchiando sul loro sedile, nascondendo il più discretamente possibile il loro naso in petto per non sembrare chiaramente importunati da questo rifiuto ambulante. Ipocrisia umana alla quale è difficile resistere. Ho appena fatto la stessa cosa. Il senzatetto diventa un uomo-oggetto un uomo-paesaggio. Il povero uomo non esiste più agli occhi dei parigini, troppo occupati dalla loro vita confortevole metro-lavoro-nanna a cui bisogna aggiungere soldi-soldi-soldi-riuscita sociale-bambini e amore, eventualmente. Le persone che vivono per strada esercitano una specie di potere. Come un magnetismo. Sono incapace di ignorarli, sono costretta a buttar loro un occhio. Mi sento afferrata dalla loro tristezza e dalle mie emozioni: pietà e compassione di cui non hanno bisogno, un leggero disgusto insieme ad un incredibile bisogno di aiutare, di parlare con loro, di ascoltare la loro storia e di portarli verso giorni migliori. Problema: non so davvero come fare, né da dove iniziare. È quello che dico, ma non ho cercato nemmeno tanto di rendermi utile tranne che dando una banconota di qua e di là discretamente, arrossata dalla vergogna di essere capace io ad aiutarli, di essere considerevole, anzi invidiabile ai loro occhi mentre loro sicuramente ne sanno molto di più di me della vita. Quest’uomo non difende la sua causa, non chiede l’elemosina, né centesimi, né spiccioli, né ticket restaurant, né sigaretta, zitto. Si è soltanto sistemato sul pullman sperando di riscaldarsi un po’.

Lo sto osservando con la coda dell’occhio. Deve avere una cinquantina di anni oppure di meno, ma i sui lineamenti gli sono come incisi sul viso per causa di una vita dura. I suoi rari capelli rimanenti sono brizzolati e sporchi. Uguale per i suoi vestiti bucati e le sue scarpe aperte. Sembra stanco con tanto di occhiaie. Le sue mani dalle unghia nere sono aggrappate ad un sacco a pelo giallastro, a ciò che ne rimane. Mi fa pietà e al contempo mi mette a disagio. Per mimetismo ho imparato a togliere lo sguardo dalla sofferenza e dalla miseria umana, per riflesso e per facilità anche prima di prendere coscienza del significato di questo comportamento. Ahimè, l’egoismo delle persone agiate è senza limite! Il capitalismo uccide la parte di umanità in ognuno di noi  e ci trasforma in bestie egoiste, ossessionate dal denaro e il lavoro e dove non c’è spazio per l’amore del prossimo come dice Gesù. Non riesco a rassegnarmi a fare parte di quelli che ignorano la povertà ma non sono nemmeno riuscita a varcare il limite per impegnarmi per aiutare le persone bisognose. Paradossalmente i senza tetti mi fanno sentire impotente e privilegiata  al contempo, in questa vita che fa già tanto schifo. Da un lato mi dico che anche con i miei scarsi risparmi non avrei potuto fare la differenza per una persona, dall’altro lato, la lotta non è nemmeno iniziata e bisognerebbe cominciare muovendo i politici, svegliarli e farli cadere dal loro trono nel loro palazzo di cristallo. Quindi mi scoraggio e non provo manco più ad aiutare. Ciò che è assurdo. Sono assurda. Sono paradossale.

Sono arrivata a questo punto delle mie riflessioni quando una voce rauca mi fa sussultare: “Bella, hai qualche spicciolo per caso?” ha detto in una specie di sorriso sdentato. Sono rimasta interdetta. Una frase, una sola. Non avrei mai voluto sentirgliela pronunciare. Quella che temevo. Una frase, una sola frase che mi chiude in questa specie di ruolo che odio così tanto, questo ruolo di cui non voglio ma di cui non riesco a liberarmi. Quello della ragazza bianca di classe media che fa l’indifferente, che dice di no con la testa, con un’espressione dispiaciuta o che da qualche monetina. Qualunque sia la mia reazione, sarò categorizzata dallo sguardo intransigente degli altri passeggeri, da quello sguardo che vi passa ai raggi X ed analizza il vostro comportamento, prima ancora di aver aperto bocca. Qualunque sia la mia reazione, non potrò mai scappare dalla mia condizione. Sarò donna, preda, preda per un uomo, per quest’uomo. “Bella” ma come si permette!! E mi da pure del tu! Merito un po’ più di rispetto! Tanto se do i soldi sarò come minimo generosa dando qualche centesimi e se non do niente allora sarò assimilata ad un’egoista privilegiata. Del tutto perturbata e piena di rabbia divento paonazza e non riesco neanche a parlare. Si è appena fermato il pullman e… cavolo!  Ho perso la mia fermata e ne abbiamo già superate altre due! Scendo in fretta non senza guardare in modo sprezzante il senzatetto. L’aria ghiacciata mi fa bene. Provo a non pensare a niente, cammino di  buon passo con le mani ficcate in tasca, verso la Via dei Monaci. Ironia della sera, buonasera. Abitare in Via dei Monaci avrebbe dovuto preservarmi dal diventare il bersaglio di ogni sorta di predatore. A che cosa servivano le preghiere e le onde positive dei monaci di una volta?

Sull’ascensore, provo quasi sollievo ad essere a casa mia. Ma nel momento in cui metto la chiave nella serratura tutto mi torna in mente e mi ci stringe il cuore. Entro e mi butto sul divano. Dopo qualche minuto, sento una presenza. Ho l’impressione che qualcuno mi osserva, divento paranoica. Mi sforzo ad alzarmi per controllare l’appartamento. Sono convinta che qualcuno sta in agguato, ma non c’è nessuno. Sudo, entro in panico, ma provo a calmarmi essendo razionale. Non c’è nessuno nell’appartamento e non ho nessuno di fronte. Provo a leggere per cambiarmi le idee ma la mia mente non riesce a concentrarsi. Decido di tuffarmi nei miei ricordi. Vorrei ricordare i momenti belli della mia vita ma ovviamente, positiva come sono io, non ce la faccio. Di più, non ho più il piccolo apparecchio fotografico che rinchiudeva i miei ricordi più belli.

Voce off: non dobbiamo sapere quello che pensava Hanaé però ve lo raccontiamo adesso con tutti i particolari. Pensava a quel famoso giorno in cui aveva dovuto ficcarsi dentro, nel suo busto. Troppo giovane, impreparata, troppo malleabile ancora… All’inizio non gli era piaciuto. Tuttavia, la rigidità la conosceva e le piaceva pure. Era cresciuta troppo in fretta, era diventata matura prima dell’ora. Quel giorno, mentre aveva ancora solo 11 anni, era anche diventata una signorina ed un liquido rosso scuro e viscoso aveva macchiato la sua mutandina, mentre era il giorno della visita medica e tutti stavano in mutanda. La vergogna ed il dolore l’avevano schiacciata, come quasi ogni volta da quella data fatidica, la vergogna in meno, da qualche anno. Come punizione, secondo lei, le avevano imposto di indossare un busto, per correggere la sua scoliosi e la sua propensione ad iniziare tutto in anticipo. Avevano provato a reprimere questa giovane ragazza un po’ pericolosa ed esploratrice. Ma alla fine questo strumento di tortura era diventato ben presto un guscio, uno scudo contro questo mondo così ingiusto, violento e brutale e che non riusciva a capire. Si ricordava che l’aveva accompagnata per anni, fedele al suo posto facendo la sua funzione di giorno e di notte. Lasciarlo era diventato sinonimo di vulnerabilità. Senza di lui si sentiva nuda come un verme, vulnerabile agli altri e al mondo… Aveva sopportato tanti commenti in questo universo senza pietà che è l’adolescenza. Talvolta anche lo scherno mirava proprio la sua protesi, la sua differenza: la chiamavano Robocop, veniva provocata, esclusa in palestra, con la scusa che non era capace. In questo universo di competizioni dove concorrono tutti per il primo posto lei era sempre la prima, prima della classe, ma gli altri alunni non avevano una grande considerazione per lei. Si costringeva a non farsi notare, ad avere sempre i voti migliori perché i suoi genitori fossero orgogliosi di lei, ma non glielo dicevano mai abbastanza. Si rinchiudeva allora nel suo silenzio e nel suo busto e si rifugiava nei suoi compiti con un perfezionismo quasi malsano. Forte e debole allo stesso tempo. Aveva conservato questa fragilità. Dura con una roccia ogni tanto le capitava di sbriciolarsi come il tufo al minimo commento o al minimo errore da parte sua.

Basta! Scuote la testa per togliersi di mente questo ricordo spiacevole. Ma un’altro arriva immediatamente e prende il suo posto. Era quand’era piccola. Avrà avuto sui 8-9 anni, però se lo ricorda come se fosse ieri. Stava con la sorellina di 6-7 anni. Stanno al supermercato. Accompagnano la loro madre a far la spesa. Con la sorella dietro di lei passa davanti al reparto degli yogurt. Guarda i Fruttolo. Nota che c’è una sorpresa in ogni confezione. Una marionetta per le dita che rappresenta Nemo e i personaggi del cartone animato. Va da sua madre e le chiede se glieli può comprare ma rifiuta, come al solito. Frustrata. Hanaé torna nel reparto e nel momenti in cui deve lasciare la confezione si rende conto che può staccare la sorpresa infilandoci sotto le dita, all’interno del cartoncino, senza aprirlo. Incognito. Su due piedi spiega alla sorella come si fa e staccano 4 o 5 marionette a testa, che nascondono nelle tasche dei cappotti. Raggiungono poi la loro madre con nonchalance. Hanaé è eccitata dal lato proibito delle cose che ha appena infranto. Ha un po’ paura di essere smascherata ma è anche molto fiera di esserci riuscita. Sua madre la trova strana. Una volta tornata a casa Hanaé nasconde il loro tesoro nel cassetto del tavolino del soggiorno. Sua madre la vede fare da lontano, la chiama nella sala da pranzo e le chiede che cosa aveva appena preso dalla tasca del cappotto e messo così in fretta in soggiorno. Colta all’improvviso, Hanaé non sa cosa rispondere ed arrossisce. Di più sua sorella la tradisce dicendo che ha rubato le sorprese delle confezioni dello yogurt. Ecco. Che grandi parole! La ragazza si ricorda ancora della sculacciata che ha ricevuto quel giorno e della punizione, ma ciò di cui si ricorda di più è la vergogna che ha provato una volta scoperta, mentre si sentiva invincibile e onnipotente al momento dei fatti, quando era riuscita a rubare senza essere stata presa in flagrante.

Ma certo! Ecco quello che ha dovuto provare il ladro o la ladra dopo il furto, il gusto della vittoria, l’onnipotenza di esserci riuscito, di aver infranto le leggi senza essere stato beccato. Se fossi una ladra sarei soddisfatta dopo ogni furto riuscito e me ne infischierei di quello che le persone derubate potevano provare. Sarei stata un’egoista. Ma che stai dicendo Hanaé, che stai dicendo, stai dando i numeri vecchia mia!!!!!

Man mano che l’angoscia le stringeva la gola e le penetrava il corpo Hanaé sprofondava nel suo delirio e perdeva la ragione. Si sdoppiava, diventava un’altra. Si prendeva per una ladra, si credeva una ladra, aveva l’impressione di aver scassinato il proprio appartamento e quello dei suoi vicini. Non si sentiva più patetica e debole, ma fiera e forte. Gongolava ed irradiava. S’immaginava fracassando le porte, entrando negli appartamenti come un razzo, scansionando con un occhio esperto ogni angolo per scovare gli oggetti di valore. Si vedeva fare una corsa contro il tempo ed uscire dal palazzo in 15 minuti cronometrati, senza fiato, ma con un bel carico. Si era messa nella pelle di una ladra e n’era diventata una, o lo era sempre stato. Oppure delirava? Era un’impressione, un miraggio o la realtà?…

Ah!!!! Questa volta ne sono certa, ho sentito un rumore nella serratura! C’è qualcuno dietro la porta! Sta per aprirsi! La paura mi toglie il respiro. Ho le lenzuola bagnate di sudore. Un brivido mi percorre la schiena. Mi alzo per bere un bicchier d’acqua e ritrovare i sensi. Odio gli incubi. Quando torno a letto mi accorgo che la mia porta d’ingresso è socchiusa. Ero sicura però di aver chiuso correttamente la porta a chiave. Ecco. Ho paura. Torpore e sentimenti. Polvere di sogno, schegge di vita; schegge di sogni, polvere di vita…