L’alma delle serve_Nicola Carfagna, Pianello(PG)

_Racconto finalista quinta edizione Premio Energheia 1999.

Nel buio dell’alba invernale Alessandro Ramazzani fu destato dal sopor notturno, poiché li pavoni urlavan forte, mentre ruspavan tristemente alla cerca di qualche vermicello in sulla corte bassa del castello.

Si disse ch’appena si fosse levato, preso l’archibugio, c’avrebbe pensato ei a far razzolare li pavoni per il verso ritto; però ora non aveva intenzione alcuna d’alzarsi dal morbido matarazzo dove giaceva, coperto da una spessa coltre di lana e da una sdrucita pelliccia di volpe. Rincorse il sonno per qualche minuto ma non l’acciuffò. Rialzò le palpebre e volse il guardo al soffitto. Anco quel mattino pensò che non avrà più voluto scrutare gli stessi travi e trascorrer la giornata sempre uguale alla precedente nella monotonia della rigida brutta stagione. Continuò forse per un’ora ad esser angosciato dal taedium vitae, poi udì uno schiocco nella serratura d’una delle due porte della camera, probabilmente quella che comunicava con la stanza da letto accanto, perciò capì subito che ad entrare era un servo, giacché si fosse stato qualcun dei sui congiunti sarebbe certamente entrato dalla porta principale che dava nella biblioteca.

Infatti era la serva Rosina che lentamente apriva una delle due ante dell’uscio cercando di far meno rumore possibile, per ella era molto emozionante destar il figlio del conte, un grande onore aiutarlo a mettersi le vesti. Aveva il cuore al gargarozzo e sentivasi pulsare il sangue sulle tempie e sul collo, le tremavano i piè, giacché era pur anco conscia che il signorino aveva già manifestato apprezzamento per le grazie sue; e l’età di questo era d’assai poch’anni inferiore alla di lei, quindi sapea ch’in pubertà l’uomini hanno sangue ribollente in vena; e che si ei l’avesse voluta importunar non si sarebbe potuta sottrarre. Alessandro osservò la giovine per qualche attimo ed ebbe un balzo al cuore, in ella riconoscendo la sua bella Rosina; bella di una bellezza un po’ rude, da contadina che ha sofferto la fame ed è cresciuta ad orzo bollito e rape; i di lei lunghi capelli castani si intrecciavano intorno al viso come trame di vite, la faccia mostrava dei tratti forti e sembrava seguire un lineamento dalli vaghissimi occhi marroni agli zigomi e al piccolo naso; il corpo era asciutto, scarno ed acerbo ancora. Avea sentore in cor d’un sentimento insolito ed osceno, che lo spingeva a desir di spogliarla e di palparla, un sentimento che l’avrebbe potuto spingere al peccato e agli atti impuri, e se poscia avessero la signora madre e l’abate di Valdiponte saputo di tali lascivi tenimenti, qual penitenza avrebbe dovuto scontare, dover rimaner chiuso in sulla cappella o il divieto d’uscir dal castello per la caccia ed i ricevimenti. Alessandro udendo i passi felpati della serva avvicinarsi alla finestra chiuse gli occhi e si finse addormentato, ella con tutta la forza che aveva si adoperò per aprire le pesanti imposte della finestra ad arco. Quindi ei scivolò fuori dal giaciglio senza che lei se n’accorgesse, e camminando in punta di piedi sul cotto a mosaico che ricopriva tutti li pavimenti del castello, le si avvicinò con le gambe malferme dal timore e dal desiderio e le cinse la vita con le braccia mentre le mani s’adopravano per stringerle i seni e il sesso; il signorino la baciò e la leccò sul collo; Rosina rimase quasi stordita da quell’attacco e per qualche baleno probò una voluttà inconsueta et intensissima, ciò accadde anco per il giovine, la fanciulla appena si riebbe, cercò di divincolarsi, e quann’ei la lasciò, andò a prender asilo dall’altra parte della stanza; sì fece le sue normali faccende come se nulla fosse stato, infatti grazie alla Madonna d’irreparabile nulla c’era stato. Alessandro s’andò a sedere sulla poltrona savonarola e chiese aiuto per abbigliarsi alla serva, che restia estrasse dalla possente cassapanca intagliata con zampe di leone gli abiti. Alessandro le sfiorò le labbra mentre ella si rialzava doppo che gl’avea infilato li calzari, poscia gli portò il palmo della mano alla bocca, lui sentì che profumava di sapone d’ossa e di infuso alla malva e lo baciò ripetutamente. Alessandro quel profumo, non lo avrebbe presto dimenticato ma mille volte agognato. La Rosina Rosignoli, avea verosimilmente l’età d’anni venti e potea aver ricevuto li natali al fin del secolo sedicesimo in luoghi che non le furon mai ben noti, l’unici cenni dell’infantil trascorso suo, l’ebbe dalli boni frati del convento francescano del Farneto, che l’allevarono amorevolmente; fin quando ad anni nove, la prese come biscetta la famiglia Rosignoli, ch’avea dimora in sulle colline al di sopra della Colombella nella plàga delli marchesi Florenzi. Ella era spregiata per lo suo stato, sì, sgobbava com’un’asina e buscavasi li rimasugli sovente guasti, delle pietanze. Talor sentiva l’odio per li sui domestici colmarle il cor, allor s’assideva in solitaria parte e sognava d’ire in altri luoghi; bensì, raziocinava, su che dimane ci potea essér per una biscetta villereccia che se l’era battuta: d’andar a far la puttana, ma qual’abisso potea essér ìnfero allo mestiere. Quand’ebbe l’età di maritarsi, niun, anco si era venusta, la volle. Intanto al castello di quell’era fuvvi una epidemia di polmonite, che portossi seco metà della servitù; sì un giorno, nì il marchese in su di una magnifica carrozza dipinta coll’araldo suo in ambo i fianchi, e dispose a Rosina di far fagotto, mezz’ora doppo la menò seco alla volta del castello di Ramazzano, ove sarebbe gita ad asservir. Per ella mai nissun gaudio fu tal da ravvisarle quello che provò quel giorno. Il giovane conte Ramazzani attraversò l’ampia biblioteca, discese lo scalone con la mente assorta nel rammentare la sua “Pulcherrima del Farneto”, titolo che avea largito alla servetta Rosina Rosignoli per mettere a frutto per la prima volta le sue superficiali conoscenze di latinorum impartitegli nelle petulanti lezioni dell’abate Guidone Pattoli. Le gambe lo condussero attraverso il salone d’Apollo, chiamato così per l’affresco posto al centro della volta a botte che ritraeva il dio alla guida del carro solare et era contornato da grottesche che ritraevano mostri, arpie, ragni, folletti, draghi et altri simboli misteriosi e spaurevoli, poi entrò nella saletta dei pasti, donde accomodossi in su di un seggio di legno scolpito e tappezzato di pelle bovina. Allora giunse a dargli il buondì il “Diavolaccio”, capo della servitù, chiamato così per la sua provenienza dal paese di Casa del Diavolo e per il suo zelo che lo faceva apparire apprensivo, bilioso, inquieto et indaffaratissimo, inoltra gli procurava perennemente un colorito paonazzo, specialmente sulle gote paffute. Il Diavolaccio sbatté le mani perché i suoi sottoposti iniziassero a tirare la corda del montacarichi ch’avria in un attimo portato la colazione del signorino dalle cucine del piano inferiore alla saletta da pranzo, ei, vedendo che nulla si muoveva cominciò ad andare in ebollizione, e si lanciò giù per l’irta scaletta di servizio e goffamente scivolò con la sua possente mole, ruzzolando per dieci scalini; appena si riebbe dal capitombolo iniziò a bestemmiare, inveire et a berciare contro gli apprendisti delle cucine che lo aiutavano a rialzarsi. Alessandro affamato com’era si disse che sarebbe stato meglio scendere nelle cucine e mangiare sul tavolaccio, in fondo era solo e Diavolaccio per come era ridotto non avrebbe potuto riferir di nulla alla contessa sua madre. Percorse la scesa, vide le serve che si rompevano la schiena sulle capacissime vasche della lavanderia; e finalmente le cucine!

Il giovane si mise a guardare la cuoca e le sguattere che ridevano fragorosamente per l’esilarante incidente accaduto al Diavolaccio.

Quanno le donne lo videro, prodigandosi in inchini e riverenze; esse furono ben contente di servir la colazione al signorino sul tavolaccio di cucina, senza dover adoperare il montacarichi, che appariva lor come un infernale e complicato marchingegno; il pasto ch’Alessandro accingevasi a desinar, consisteva in quattro uova fritte nel lardo, pancetta, salsicce e prosciutto coperti da miele ed accompagnati con torta al testo e sciroppo di mele cotogne, inoltre fichi ed albicocche secche e torcolo di San Costanzo, una ciambella di pasta dolce riempita con canditi, anice et uva passa, chiamato così a rimembranza del collare che il martire Costanzo portò al collo prima della tortura. Al giorno di Sant’Aquilino, domenica ventinove gennaio, annus domini mille secent’otto, Alessandro fu svegliato dalla Nella, la serva più anziana che era stata pure la balia sua. Era molto affezionato a quella donna corpulenta, la quale era grassoccia, e più avvenente che bella, avea in sé da sperare un affetto, non tanto da eccitarlo profondo; i di lei seni prosperosi pria lo avean allattato e poscia accolto e consolato un’infinità di volte. Però non poté fare a meno di esprimere una smorfia di disappunto nel non vedere sull’uscio, della sua camera la bella Rosina. Nelle cervella si sentì turbinare un crogiuolo di pensieri e giunse alla conclusione che per timore di esser violata la giovinotta non si sarebbe ancor una volta oberata della mansione, pur onorifica di farlo levar.

Al Ramazzanino; questo era il soprannome affibiatogli da Lucarello Lucaroni: fattore della tenuta agricola che circondava il castello, il borgo della Torre e le case coloniche, lambendo sette colline; sovvenne dopo la vestizione, che quello era il dì del Signore e si sarebbe dovuto sottoporre alle solite noiose cerimonie e funzioni religiose dell’abate Guidone Pattoli di Santa Maria in Valdiponte. Il prelato come sempre sarebbe partito dall’abbazia che distava due miglia in portantina e sarebbe giunto alle otto e trenta del mattino. Alessandro avrebbe attraversato il camminamento di ronda per poi balzare sulla terrazza della torre maestra, e da lì sarebbe riuscito a salutare il suo mentore, che soleva affacciarsi al finestrino della portantina. Ciò, che soleva accadere ogni domenica, accadde anche quel dì.

Il signorino salì in vetta all’edifizio e vi rimase finché vide gli uomini sorreggenti la portantina, posarla in fondo all’alberato viale di terra battuta, provocando lo scricchiolio delle assi dipinte e dorate della vettura, all’impatto con il terreno. L’abate scese mettendo lentamente prima un piede a terra poi anche l’altro, dimostrando anche con quel semplice movimento le sue maniere affettate et aggraziate. Alessandro scendendo per il viale si chiese per l’ennesima volta come potesse il magrissimo ed esile corpo del religioso regger la pesante et austera tonaca nera su cui era posato un possente e preziosissimo crocefisso aureo-eburneo, che l’uomo diceva essere stato cesellato da orafi bizantini. L’abito ecclesiastico gli cingeva il busto stringendosi su di una vita, che ravvisava quella d’una vespa, e che chiunque avrebbe creduto femminile; intorno alle gambe stecchine esso si gonfiava a mò di palloncino; il viso scarno e pallido, scavato sotto gli zigomi e sovrastato dal naso aquilino, aveva un’eterna espressione sofferente, indice di una vita che non avea voluto e non l’avea mai soddisfatto; sotto il colletto di pizzo frangettato si nascondeva un abnorme pomo d’Adamo che talvolta straripava dalla bordatura quando l’uomo parlava col suo inconfondibile tono di voce, acuto e quasi in falsetto. Alessandro scortò l’abate Guidone all’interno del castello; nella corte interna, intorno alla quale si snodavano le ali del maniero. I due, doppo, si diressero verso la cappella, dove l’abate confessò il Ramazzanino, che si fece carico dei soliti peccati commessi in una settimana: non aver orato abbastanza, pensieri ed azioni non ligie alla regola del Signore ed atti impuri sui quali al religioso era gradito soffermarsi ed indagare in maniera particolare, così Alessandro era costretto a descrivere le pulsioni ed i desideri lubrichi che lo spingevano a toccarsi, inoltra l’anziano volea aver una spiegazione minuziosa di come svolgiossi l’atto. Il giovinotto all’inizio era sgomentato dall’interesse perverso che l’anziano nutriva per ciò che gli accadeva nell’intimità, però poi ci fece l’abito e senza ritegno, allora, confessava le sue pecche all’uomo che più che scandalizzato si dimostrava allettato. Quella domenica per la prima volta mentì al suo confessore non raccontandogli l’approccio avuto con Rosina, per questo si sentiva colpevole e sozzo, però era convinto che se ei avesse saputo del galeotto amor per la servetta, gliela avrebbe allontanata, per sempre. Alla messa partecipavano i servi e i contadini, giunti dalle case coloniche sparse; essi eran abbigliati con il vestito a festa, nei loro visi solitamente si potevano scorger i segni della fatica, che giustamente sostenevano per aver il pane quotidiano, però in quel giorno, che Iddio avea avuto la grazia di dar per il riposo dei buoni cristiani, nessuno appariva abbronciato, triste o stanco. Baldanzosi li giovinetti si lanciavano sguardi di nascosto ai parenti, nei loro occhi si potea scorger il sentimento sincero che poste probabilmente l’avrebbe uniti e portati a crear un nuovo focolare. Alessandro assisteva alla funzione da una finestrella posta in una stanzetta al secondo piano dell’ala castellana centrale, questa si apriva tra le volte affrescate della cappella.

Il signorino si duoleva in questa occasione della sua nobile nascita, poiché mirando li giovinetti scambiarsi quei licenziosi sguardi amorosi, rendeasi conto che lui non sarebbesi mai ammogliato per proprio desiderio ma solamente per imposizione, dettata dagli interessi della famiglia.

Come gli sarebbe piaciuto aver in mano le redini del suo venturo, di poter sceglier come sposa colei la quale più aggradavagli, ma queste eran le consuetudini e gli obblighi della sua casta et occorreva mantenerli. Alessandro e l’abate s’accomodarono dintorno all’imponente tavolo che copriva l’intera larghezza della sala d’arme donde banchettarono

soli con cinque portate: prosciutto con frittata di pancetta e vitabbie, tordi e allodole in tegame, lepre in umido, arrosto di cigno pepato et un arvoltolo condito con miele e crema di fichi secchi schiacciati. Terminata la pappatoria, visto il bel tempo appena sopraggiunto e per aver una digestione migliore, i due decisero di passeggiar un poco.

Incamminavanosi pria taciturni per sentier contornati da siepi attraversanti la pineta, che si estendea a nord del castello, onde ripararlo dai venti di tramontana, poscia discussero degli studi storici e di latino che conducea Alessandro; quest’ultimo, ansimante per il lungo tragitto percorso, si posò sul muschio che era cresciuto al centro di una radura.

Scrutando l’abate Guidone, vide ch’ei non tradiva segni di stanchezza o cedimento; bizzarro, pensò, ch’un anziano, oltretutto bardato con il pomposo abito degli eminenti, avesse codesta resistenza; poste la sua attenzione improvvisamente fu richiamata dal rumore provocato da uno scoiattolo che correva tra i rami d’un pino, così ei alzò gli occhi al cielo, non vide l’animaletto ma al disopra delle fronde bitorzolute delli alberi, non poté fare a meno di guardar un nuvulo, a cui la sua mente diede la forma di un dragone; fece notare questo l’eminente che per qualche minuto non proferì parola, poi narrò, muovendo una delle sue dita adunche al firmamento: “Mirate cum occhio attento giovine mio pupillo, nos fummo li dragoni, giunti sino in codesto loco al seguito dello imperator, avemmo in plàga nostra, pro gratia de illo, cum obbligo de vassallaggio, dominatio et ius. Fummo sapienti siniscalchi et ministratori in sui nostri feudi; fummo ammennicoli delli papi, ch’hanno ripagatoci cum plumbum, Dio non me ne voglia s’asserisco ciò: hanno toltici li diritti e la libertà, c’han trastullato e distolto dall’armi, tosto ci han azzittato onde soverchiarci et hann’allevato segnandogli titoli, li homi novi cresciuti cum la pecunia fruttata dalli commerci, traffico ch’ogni signor di stirpe non pole ne manco concepir. Sì in nostra epoca li draghi stanno, sopiti, estinguendosi, e voi siete l’ultimo dragon delli Ramazzani abbiate sì forza et saggezza, sine qua non, est difficultoso di conducer vita per un signore; io vi fungerò da lume finché il sangue fluirà insulli mii vasculi, sed vò sarete a difender la stirpe et abbiate a rievocar li antichi fasti.”

Alessandro si ritirò nelle sue stanze et ebbe un bel pensar alle parole dell’abate, un’emorragia di pensieri sulla decadenza del suo mondo, che gli ci volle tutto il pomeriggio a spaludar. La famiglia delli conti Ramazzani avea terre dintorno a Ramazzano e sulli castelli vicini al Tevere, già dal 1100, ma doppo le conquiste farnesiane in suolo umbro, s’estinsero vari rami della dinastia, et essi persero gran parte delli possedimenti loro, salvo il castello e la massa che gli si stendeva attorno, ch’era allora ministratrata dal massaio (ch’era lo fattore d’un feudo) Lucarello Lucaroni, villico arfatto, meschino e di vili natali, ei magnava sulle rendite delli campi e mortificava i contadini, saccheggiandoli delle dispense, della massaricia e delle bestie, facendogli credere che codeste espoliazioni fosser ordite dal giovine conte; il tronfio Lucaroni s’era così enormemente arricchito a scapito del suo signore, che’avea provveduto a farsi edificar una bella dimora sulle alture del Piccione, piccolo borgo vicino a Ramazzano; inoltra tenea ai comodi sui anco una nutrita schiera di birboni, i quali gli erano d’ausilio nelle bravate suddette. Alessandro trascorse gli albori primaverili a corteggiar la serva Rosina, come fanno le bestie di selva e dell’aia prese dalle fregole amorose, inseguiva smanioso la sua bella in un rito finalizzato al contatto carnale. Ella ostinatamente non mutò parere ed ebbe un bel da fare a respingerlo; anco poiché i sui sensi avrebber voluto cedere alla carne, ma qual dimane le sarebbe destinato se fosse stata compromessa, sarebbe stata tacciata come baldracca, forse sarebbe potuta esser per qualche anno concubina del signorino ma doppo, solo un buio crepuscolo per se et i sui bastardi. Il giovin conte nutriva un amor sincero per la sua pulcherrima del Farneto, sapea che si l’avesse desiderato avrebbe potutala violar, ma egli proprio per quel sentimento non poteva commetter l’orribile. In quei tiepidi mesi si prodigò in regalie et inseguimenti della giovine, le donò un cammeo ch’ella prontamente nascose onde evitar che finisse tra le grinfie della Nella, inoltra commissionò al sarto di Le Pulci, paesino d’una manciata di misere casette che si stendevano ai piè della collina del castello, una pregevole sottana di lino. Rosina fu stupefatta dall’abile intessitura realizzata dal brav’uomo, con premura la conservava sotto le sue gonne; sovente, propinqua al di lei lettino, intanto che orava di fronte al crocefisso, soleva carezzar l’immacolata e soava stoffa, sì sentivasi munita e titubante nel coricarsi giacché riminisceva il venusto signorino, Alessandro; che a sognarlo le parea ancor più bello et evanescente; era orichiomato onder rimembrar l’eredità germaniche ci avean li Ramazzani nei vascoli; il viso avvenente avea liniamenti regolari, eleganti e languidi quasi femminei che gli davan un esprimento ingenuo ma alla stessa maniera voluttuoso, tale da suscitar le brame di donne et uomini; tra la fronte et il naso eran incorniciate le due luci, verdi che facean a gara di pulcritudine con i carnosi e rosei labbri; il guardo suo era sempre sperso nel vuoto a rimirar chissà quali misteri romiti; ei era alto, magro e slanciato, sotto il ventre si dipartivano le gambe lunghe e gagliarde, tali da permettergli di muoversi agilmente e con grazia sopraffina. Rosina tante volte avria voluto abbandonarsi a giovine di tali peculiari fattezze ma sempre domandandosi con qual venturo? Alessandro era conturbato giacché s’adoprava in tutte le maniere per cariar le resistenze della servetta però unicamente le avea rubato un bacio dintanto che ella saliva lo scalone appesantita di lenzoli e federe; di questa sua fregola se n’avvedé anco l’abate Pattoli, c’al giorno di Pentecoste doppo la messa, gli si appropinquò carezzandolo sulle scapole poscia sul petto con inaudita dolcezza, dandogli un sentimento di sicurità e calma che quasi l’addormentò, chiedendogli la cagione di tal tenimento ei non volle risponder, e repente si defilò. Il religioso s’interrogò su ciò ch’era potuto accader al giovine ma non riuscì a cavar un ragno dal buco, sì s’arresse e pensò solamente a tener la mente turbinante del Ramazzanino occupata in studi et educazione. Quando giunse l’estate, come le serpi che spinte dal tepor escon dalle buche e dalli tronchi cavi, sì fece Alessandro che gli ospite dalli conti Farneti nel di lor palazzotto a Monteaguttello sui confini tra Perugia e Gubbio; in codesto loco si dilettò in battute di caccia e amor cortesi, infatti fece il filo alla contessina Barzi ch’era parente dei Farneti et anch’essa ospite loro, per tutto il mese di giugno ubi soggiornò. Quand’era nel mezzo delli querciosi boschi che si stendevano da Monteagutello a Santa Cristina e al Galeto sino Castiglione d’Ildebrando, talor volgeva il pensier et il guardo a Ramazzano, allora avea nostalgia della sua pulcherrima e desiva d’esserle propinquo onde vezzeggiarla.

Intanto la Rosina era occupata nell’opere campestri, giacché niun signore era nel castello e gli usci delli saloni dell’ala nobile eran tutti serrati, sì trascorreva li giorni a raccoglier fave e piselli onde poscia essiccarli nelli magazzini; proprio negli orti accadde l’orribile che l’avrebbe squilibrato l’esistenza e le cervella. Al dì martedì ventiquattro giugno mille seicentotto, natività di san Giovanni Battista, Rosina Rosignoli venne violata nelli orti del castello di Ramazzano da Lucarello Lucaroni. Intanto che raccoglieva li baccelli di fave e li buttava in dei grandi cesti di vimini, la giovincella videsi venir incontro, su dal colle ove era coltivato il frumento, un losco e grasso figuro, che quando le s’appropinquò quatto – quatto, ella ravvisovvi il ministratore, grondante di sudor, che spandeva un repellente lezzo di sudicio e di merda, simile a quello dei porci nelli stalletti, e gli fece un bell’inchino, quillo le chiese come si chiamasse, ella sentivasi rifiatar addosso l’alito pestilenziale del ceffo meschino, questo le provocò un conato, quindi rispose et istintivamente si ritrasse verso i cancelli della corte, ma l’uomo le afferrò un braccio, poi le strinse le mani ruvide attorno alle ganasce, la costrinse ad aprir la bocca et infilovvi la sua putrida lingua, ella gliela morse tanto da staccarne un brandellino, tosto diede di stomaco, sì il furioso le alzò le gonnecò tanta virulenza da strappar la sottoveste donatale da Alessandro; questo tutto mutilato dalli di lei graffi si slacciò le brache e immobilizzatole i bracci, estrasse il membro virile, penetrandole la natura fino a che la coglia fu a contatto con le grandi labbra, provocandole un indicibile sofferenza e rompendole l’imene cagionò un’abnorme emorragia; durante l’amplesso peccatorio, pria ella dimenossi sotto il peso e la tanfa dell’orribil bruto bensì poscia la coscienza e le forze l’abbandonaron per sempre e quand’egli eiaculò, sentì lo spermio fecondarla. Rosina in seguito alli avvenimenti sopra citati, perse il senno, e non proferì più parola sensata alcuna, tranne lugubri strilli notturni; era inavvicinabile soprattutto dalli omini e chiunque gli si appropinquasse risicava di buscarsi un colpo, il Diavolaccio una volta la colse di sorpresa e solo per grazia del Signor non venne accoltellato. Alessandro talvolta da lungi la rimirava e si duoleva non capendo la motivazion di tali sui comportamenti; la servetta era u’era solamente perché il giovin conte la voleva, altrimenti il Diavolaccio avrebbe già provveduto a farla smammar celermente.

Tutti li servi cominciaron a crederla pazza et indemoniata, quando una notte si mise a lanciar stridule grida arnegando la Madonna e gettando il crocefisso dal finestrino della sua cameretta, doppo ch’accadde questo, rischiò il linciaggio, che solo grazie al sopraggiunger d’Alessandro, attirato dagli strilli fu evitato. Il signorino perdeva di prestigio davanti alli servi proteggendo colei la quale era da lor considerata una strega, essi nascostamente schernivanolo e facevanosi beffe del suo amor per la giovine. La Nella ch’una mattina vide la giovine ignuda s’accorse senza dubbio ch’avea una creatura in grembo, e si che la Nella intendevasi di codesti affari, infatti era l’unica levatrice a Ramazzano, tosto lo nunziò al Ramazzanino, sospettando che fosse sua, bensì quann’ei lo seppe si maravigliò ancor più della Nella a tal infausta nuova, oramai nulla più c’era che potesse onde tener seco una donna pazza et anco sine virtù. Il Diavolaccio che fin a quel dì avea taciuto, narrò la storia della Rosina all’abate Guidone Pattoli, ch’avria voluto processar la giovinetta per stregoneria e solamente per intercession del suo adorato pupillo orichiomato, Alessandro si convinse solo a bandirla dalla diocesi di Santa Maria in Valdiponte. Ella fu raminga per li casali abbandonati lungo il Tevere e nutrivasi della carità di qualche buon contadino o di ciò che sgraffignava e trovava in giro per l’agro tiberino.

Alessandro in quei mesi autunnali e poscia invernali sovente rivolgeva il pensier alla sua pulcherrima sperando che fosse ancora viva e mandò anco dei sui fedeli alla sua cerca, bensì non ebbe mai bone nuove e gli rimase la rimembranza solinga di colei la qual fu una fanciullina deliziosa e bella di una bellezza un po’ rude da contadina che ha sofferto la fame, con i bei capelli castani che le si intrecciavano intorno al viso pallido come trame di vite, e la faccia parea seguir un liniamento dalli vaghissimi occhi marroni agli zigomi et al piccolo naso; il corpo era asciutto, scarno et ancor’acerbo, non certo acconcio ad una gestazione. Al dì domenica quattro marzo mille e secentonove, san Casimiro, la Rosina era pronta a sgravar in s’una stalla d’un casolare  propinquo al Tevere, come vacca, quell’infante nutrito con tanti stenti e privazioni, ma già le parche accingevanosi a raccoglier i corti fili della sua esistenza. Sì postasi sul pagliericcio, fu rapita da dolori lancinanti che ne manco un martir avria resistito; stringea in un pugno serrato il cammeo donatole da Alessandro, e la sua mente volgevasi proprio al bel conte, come ad un essere fatuo e faunesco, quasi un divo. La sventurata dopp’ore d’agonia, nelle quali once di sangue le eran defluite dalla natura in un rigagnolo, s’abbandonò all’Orco, le riccaddero le membra sull’esausto ventre et infin giacque sulla paglia lurida. Il corpo stecchito di Rosina fu rinvenuto cinque giorni doppo da un contadino, il bimbo le rimase sempre in grembo, anche quando fu seppellita.

Alessandro quann’ebbe nunzio di tal rinvenimento dispose che le fosse concesso un funeral cristiano nella chiesetta di S.Orsola a Resina. Ei solingo assistette a tal cerimonia con le lacrime che gli rigavan le gote, e mentre il sacerdote leggea li testi sacri, sentivasi rugger dentro d’un foco rabbioso e di rimorso e quanno l’uomo sentenziò irrevocabile il destin di dannazione per l’alma della pulzella, ei sorse in un grido di diniego, ma quella era la legge di Dio.