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I racconti del Premio letterario Energheia

La visita_Giuseppe Lomonaco, Montescaglioso(MT)

_Racconto finalista seconda edizione Premio Energheia_1994.

 

‘Ste mosche mi stanno rompendo. Dicono che quest’anno non ci sono soldi per la disinfestazione. Sono nella merda. Almeno che pulissero le strade. Si vede uno spazzino ogni morto di papa. Nessuno che li controlli. Dove cazzo si nascondono? Cosa fanno tutto il giorno? Non so dove andremo a finire. Anche lo spazzino, se non lavora, ruba. Non si capisce un cazzo di niente. Prima hanno rubato ed ora non ci sono soldi per ammazzare le mosche. Questi ladri di miliardi, bisognerebbe fucilarli. Mi chiedo che tipo di Stato abbiamo. E poi, bel cambiamento hanno fatto. Quel testa di cazzo del miliardario, il padrone delle televisioni, ha avuto la capacità di legittimare e portare di nuovo al potere, dopo mezzo secolo, i suoi amici fascisti. Non escludo che possano ricominciare a somministrare su vasta scala l’olio di ricino. Fottuti bastardi! Stronzi di fogna!

Sciò, sciò… Anche le galline ci si mettono. Sciò, sciò… Perché non le tengono nel pollaio ‘ste galline. Sciò, sciò…

La mia prima volta fu con una gallina. Non l’ho detto a nessuno. Fu con una gallina. Ci facemmo due galline, una io e l’altra Mario, nel pollaio della sagrestana. Gli altri si facevano le pecore e anche le vacche. Le nostre galline erano di quelle con il culo pulito. Se da lì esce lìuovo può entrarci qualcos’altro, pensammo. Non l’ho detto a nessuno. Anche Mario, ne sono certo.

Sì, quei fottuti stronzi mi cacciarono da Matanza. Mi tolsero la residenza e mi costrinsero ad andarmene. Venni quì a Manana con Marietta, Francesco e Luisa. Non avevo ancora trent’anni quando sono venuto. Ero falegname a Matanza. Lavoravo legno, la mia passione. La passione ce l’avevo da ragazzino quando badavo alle vacche. Impegnavo il tempo a intagliare il legno. Facevo bastoni, cucchiai e mestoli lavorati e disegnati con intagli. Imparai da massar Nicola. Lui mi affilava la punta dell’attrezzo e m’istruiva sul legno d’olivo, di ciliegio, d’olmo e di cerro. Veramente imparai anche con il latte per il formaggio e la ricotta. Non continuai con le vacche perché mia madre mi volle artigiano e mi affidò a Mest’Eustachio.

La storia è lunga, non ci voglio pensare. A Manana nessuno sa questa storia. E forse anche a Matanza. Gli stronzi sono morti da tempo. Se quello stronzo di don Egidio non fosse venuto da me, non sarebbe accaduto quello che accadde. Lui faceva parte del Comitato “Pro Matanza Provincia”. Mi disse che nel comitato c’era pure il podestà, il segretario del fascio, l’avvocato don Pancrazio, il sottoministro don Ciccillo Labotte, don Raffaele Marra, il Centurione della Milizia e altri che adesso non ricordo.

Il sottoministro don Ciccillo, a Roma, era riuscito a farsi ricevere dal Re e a convincerlo a visitare Matanza in occasione della proclamazione della città a provincia. Il Comitato “Pro Matanza Provincia”, a sua volta, costituì il Comitato “Pro Visita Re” per organizzare il programma per i festeggiamenti. Il presidente di questo comitato era don Egidio che un giorno venne da me, nella mia bottega, a dirmi del programma già pronto nei dettagli, e che bisognava provvedere a un particolare importante per la visita del Re. Mi disse: “Il Re proclamerà Matanza Provincia, poi dovrà inaugurare il monumento ai Caduti, l’ospedale e il nuovo carcere. In piazza sarà allestito un grande palco con il trono, e la piazza stessa sarà interamente ornata da grandi drappi rossi e drappi neri, perché il Re parlerà ai matanzesi. Tu, caro Mest’Oronzo, sei da questo momento incaricato di costruire il trono dove il Re sederà per il suo bisogno. Capisci cosa voglio intendere”.

Io gli dissi di sì, che avrei costruito il trono da mettere sul palco in piazza, dove il Re si sarebbe seduto per parlare ai matanzesi.

“No, no”, disse don Egidio. “Quel trono lo stanno preparando nella capitale. Arriverà bello e pronto dalla capitale. Tu devi preparare il trono dove il Re sederà per il suo bisogno. Capisci cosa voglio dire. Sua Maestà il Re non può sedersi sul candro, dove ci sediamo tutti noi. Lui, il Re, è il Re di tutta la Nazione, di tutta l’Italia e non può sedersi su di un candro qualsiasi. Il Comitato ha deciso di costruire un trono tutto particolare, con un buco nel centro e sotto il buco ci sarà lo spazio per occultarci un candro vero e proprio. Ora tu, caro Mest’Oronzo, dovrai costruire il trono che sarà rivestito di raso rosso. Ma ciò che più conta, dovrai inventarti un qualcosa, un ingegno, un meccanismo che automaticamente pulisca il culo del Re, nel momento in cui avrà finito il suo bisogno. Mi capisci, Mast’Oronzo. Mi sono spiegato?”

Il problema mi fu chiaro abbastanza. Mi era evidente il tipo di trono da costruire, ma mi era difficile immaginare il meccanismo che avrebbe permesso di pulire automaticamente il culo del Re. Comunque non disperavo. Una soluzione mi sarebbe venuta fuori. C’era un mese di tempo e mi bastava. Infatti, tranquillizzai don Egidio che ce l’avrei fatta; che avrei cercato una soluzione adeguata per il meccanismo automatico. Gli dissi anche che mi sentivo onorato per essere stato scelto proprio io, tra i tanti artigiani di Matanza. Lui, don Egidio, volle concordare il prezzo con l’intesa che il Comitato “Pro Visita Re” mi avrebbe fornito il raso rosso e tutto l’occorrente per l’imbottitura del sedile e dei braccioli, oltre ai materiali per la riproduzione dorata dello stemma reale sulla spalliera.

Mi misi all’opera subito. E, intanto che lavoravo di sega e di pialla, cercavo la soluzione per il meccanismo automatico. Me ne feci subito un’idea, ma funzionava fino ad un certo punto. Non sapevo come avviare l’azione del congegno nel momento propizio.

Nei primi giorni andavo tranquillo ed ero fiducioso delle mie risorse. Si trattava di aspettare per perfezionare l’idea. Ma, intanto, un giorno sì e l’altro pure, don Egidio veniva da me per rendersi conto di come procedeva il lavoro. Lo vedevo soddisfatto. E così fu soprattutto quando tutto il trono fu rivestito di raso rosso e la spalliera decorata con lo stemma reale dorato. Don Egidio sorrideva da solo ed era felice. E fu allora che mi confidò che l’idea del trono bucato con l’automatismo era stata sua e che, quando l’aveva proposta al Comitato, era stata subito accettata con l’entusiasmo di tutti.

Intanto, avevo perfezionato mentalmente il funzionamento del meccanismo automatico. Con degli argani e delle molle metalliche avrei collegato un’asse di legno la cui estremità sarebbe stata avvolta da ovatta e garza. L’azione dell’asse sarebbe avvenuta nel momento in cui dal sedile del trono si sollevava il deretano. Infatti, il meccanismo sfruttava proprio il peso del corpo gravitante sul sedile, sotto cui avrei sistemato le molle che, comprimendosi, avrebbero caricato gli argani che avrebbero permesso la corsa dell’asse per quattro volte nel buco del trono nel momento in cui il peso veniva a mancare.

Lavorai alacremente per giorni e giorni e poi anche di notte. Vennero fuori notevoli difficoltà, ma alla fine il sistema funzionava. Io stesso sperimentai la macchina senza, però, cacarci dentro. Il meccanismo funzionava alla perfezione dopo modifiche di ogni sorta e dopo aver ricostruito più parti in dimensioni più opportune. Funzionava. Anche don Egidio volle di persona sperimentare la macchina. Loro la provarono senza mutande e furono contenti di tutto, anche se mi fecero sostituire il raso rosso del sedile con quello nero.

Mancavano quattro giorni all’arrivo del Re. Tutta Matanza era in fermento per i preparativi. Strade pulite come non mai; aiuole magicamente fiorite; palazzi imbiancati di calce; il Palazzo del Podestà rimesso a nuovo; le porte delle botteghe e dei negozi pitturate come nuove. Io portai il mio trono nel Palazzo dove il Re sarebbe stato ospitato. Lo sistemai con cura e lo riprovai più volte. Tutto era a posto. Funzionava alla perfezione.

Don Egidio con l’aiuto delle camicie nere sistemò la stanza. Ci mise gli specchi, le bacinelle nuove, il pitale decorato colmo d’acqua e la sputacchiera di porcellana. Aveva in precedenza imbiancato la stanza e verniciato a nuovo la porta e la finestra e sul pavimento, dalla porta al trono, aveva disteso un lungo tappeto rosso. Tutta la stanza sembrava una reggia.

Il giorno della visita don Egidio mi volle con sé sin dal mattino. In giro c’era movimento. Gente in tutte le strade che andava in ogni direzione. Drappi neri e rossi e minacciose bandiere nere sventolavano dai balconi di tutti i palazzi. Striscioni e striscioni di VIVA IL RE e di DUCE A NOI lungo le vie. Fanfara militare, carabinieri, miliziani, agenti dell’OVRA, guardaboschi e guardie municipali in alta uniforme. Un mare di gente che era il popolo. Il popolo di Matanza. E c’era gente arrivata dalle campagne, contadini e pastori che per un giorno avevano abbandonati gli orti e le greggi. Gente arrivata sui traini o a dorso di asini e di muli dai paesi vicini. Un casino in giro come non s’era mai visto. Uomini, donne, ragazzi con i cani e le capre. Una baraonda incredibile. Io ero con don Egidio tra quelli del Comitato “Pro Visita Re” e tra le autorità di Matanza: il Podestà, il Centurione della Milizia, il Vescovo, il Veterinario, il Sottoministro. Tutti in piazza ad attendere il Re. E la piazza era piena di voci, la fanfara provava il pezzo per l’arrivo del Re e le camicie nere e i balilla si schieravano in ordine per acclamare il Re presente e il Duce assente. E sul sagrato c’era la statua della Madonna e tutti gli ordini religiosi e le congreghe con gli stendardi. E le mogli delle autorità di Matanza con i cappelli e le velette davanti agli occhi in compagnia delle figlie e delle comari. E davanti al Caffè Impero s’erano radunati i fattori, i campieri e i massari delle ricche famiglie matanzesi.

Ad un certo punto in piazza arrivò un cavallo a passo di trotto, con in sella un miliziano che annunciò l’approssimassi della carrozza reale. Appena dopo, sul fondo del viale, apparvero i cavalli bardati con in sella i gendarmi in alta uniforme e con i fucili a tracolla. E dietro ai cavalli s’intravedeva la carrozza del Re. Immediatamente fu un vociare di “Arrivaaa, arrivaaa, arrivaaa”. Poi, in un momento, in piazza si fece silenzio. Si udiva solo il battere degli zoccoli dei cavalli sull’acciottolato. Dalla fanfara e dal plotone dei soldati si elevò una voce: ARRIVA IL RE! Gli armati scattarono in posizione di attenti. La carrozza si fermò al centro della piazza. Era un momento di trepidazione. C’era silenzio. Non si udiva una voce. PRESENTAT ARM! Disse la voce di prima. E si videro i fucili sollevarsi da terra. Qualcuno aprì la porta della carrozza. Nel silenzio ci fu un improvviso e cupo rullare di tamburo. Un cane per lo spavento si mise ad abbaiare ripetutamente nel momento più solenne. ONORE AL RE! Ordinò la voce. E la fanfara intonò “Giovinezza, giovinezza”. Intanto dalla carrozza venne fuori il primo uomo che si fermò a reggere lo sportello, e si capì che non era il Re. Poi venne fuori il secondo uomo con in testa un cilindro dorato con la visiera anch’essa dorata. Era il Re. Riverenti gli si fecero vicini il Podestà, il Sottoprefetto e il Sottoministro. Partirono gli applausi e i “VIVA IL RE”. Poi, insieme, si avviarono presso il palco reale, tutto ornato da drappi, cordoni, nappe e fiori, su cui faceva bella mostra il trono dorato venuto dalla capitale. Intanto la fanfara aveva cessato “Giovinezza” e attaccò con “Faccetta nera”, e nell’aria ci fu di nuovo un gran casino di voci e di grida e di VIVA IL RE.

Dalla mia postazione vedevo per la prima volta il Re che fino a quel momento avevo immaginato grande, molto grande, e alto, molto alto. Invece, ora, vedevo il Re che non era né grande e né alto e non era neanche quanto una persona qualsiasi. Era piccolo, minuto, basso. Molto più di me che non sono grande né alto e né basso. Il Re era straordinariamente piccolo. Piccolo e leggero.

Intanto il Podestà, salutò il Re e cedette subito la parola al Sottoministro, don Ciccillo che parlò dei risultati definitivi delle sottoscrizioni al Prestito del Littorio, e con orgoglio, dichiarò che i comuni della neonata Provincia di Matanza avevano sottoscritto la somma di sei milioni e novecentomila lire e chiuse il suo intervento gridando: “Per il Duce, creatore e garanzia della nuova Provincia, per il partito e per l’Italia. A noi!”.

Intervenne, quindi, IL Re che salutò il Podestà e tutte le autorità presenti e anche il popolo di Matanza. In piazza ciera silenzio e si udiva solo la voce del Re quando, improvviso, un asino scoppiò a ragliare accompagnandosi con rumorose scoregge ed espellendo numerose palle di cacca. Non si riuscì più a seguire il discorso reale perché il popolo se la rideva per l’asino che aveva ragliato. Il Re, alla fine del suo breve intervento, proclamò la città di Matanza ottantasettesima provincia del Regno e il Podestà applaudì per primo e poi anche il popolo di Matanza applaudì rumorosamente.

Appena dopo ci fu l’inaugurazione del Monumento ai Caduti e, ancora dopo, il Re, a capo del corteo, si diresse verso l’ospedale. Io ero in terza fila con don Egidio che aveva il compito di accompagnare il Re al cesso, qualora ne avesse avuto bisogno. Fu durante l’inaugurazione dell’ospedale che mi assalì il dubbio che la macchina sotto il trono non potesse funzionare, per via del modesto peso del Re. Infatti, per farla funzionare era necessaria una certa pressione, un certo peso sul sedile. E a me non sembrava che il Re ne avesse abbastanza da poter caricare gli argani che avrebbero dato il movimento all’asse per pulirgli il buco del culo.

Quando il Re, con tutto il corteo delle autorità, si mosse per recarsi al carcere, ebbi modo di riferire la mia preoccupazione a don Egidio. Il suo viso divenne rosso e gli si spalancarono gli occhi. Mi tempestò di domande. Gli risposi che non potevo prima sapere dell’inconsistente peso del Re. Nessuno glielo aveva detto, perché a Matanza non c’era nessuno che avesse visto il Re con i propri occhi prima di quel giorno.

“Cosa si può fare?”, mi chiese don Egidio.

“Non lo so. Ci devo pensare”, gli dissi. Don Egidio era abbattuto.

Pensai che l’unica cosa possibile era di manovrare l’asse della macchina manualmente, a condizione che qualcuno si mettesse sotto il trono ad attendere il momento dell’intervento. Don Egidio condivise la mia proposta e mi disse bene e bravo, e anche che, sotto il trono dovevo starci io, dal momento che ero l’unico a saperne l’uso e che non era pensabile incaricare chicchessia della delicata operazione.

In cuor mio non volevo andarci, ma mi rendevo conto della situazione difficile che s’era creata. Alla mia disponibilità don Egidio si rasserenò. Ma appena dopo si fece di nuovo preoccupato e pretese che andassi da quel momento, a posizionarmi sotto il trono. Concordammo che ci sarei andato all’ora di pranzo, quando il Re sarebbe entrato nel Palazzo e presumibilmente, avrebbe avuto bisogno del trono. Così fu. E mentre il Re era a tavola a banchettare, io ero al buio sotto il trono.

Era trascorso del tempo, un’ora forse più, quando sentii aprirsi la porta. Vidi aprirsi il sedile del trono e il nudo culo del Re, posizionarsi sul buco. Ci furono delle loffe e delle scoregge, non molto potenti, e la pipì. Il Re si sforzava vistosamente, evidentemente era stitico. Infine venne fuori la cacca e una puzza asfissiante. Temetti di morire. Per un po’, tenni fermo il respiro e, come vidi il culo sollevarsi, azionai immediatamente l’asse, ma il culo s’era posizionato fuori dal raggio d’azione e in un attimo recuperai l’ovatta dalla punta dell’asse e intervenni manualmente a fare quello che c’era da fare e, veloce, ritirai dentro la mia mano. Appena dopo, il culo riapparve. Pensai che il Re volesse continuare il suo bisogno. Attesi degli attimi, ma la cacca non veniva e pensai che il Re volesse ripetere il pulirsi automatico. Intervenni velocemente. Il culo si tolse e venne la luce. Sentii imprecare in una lingua a me sconosciuta. Sentii il rumore dell’acqua versarsi nella bacinella e ancora imprecare. “Cazzo anche il Re bestemmia”, mi dissi meravigliato. Poi udii socchiudere la porta. Il Re era uscito dalla stanza ed io uscii dal trono. Osservai il fondo della bacinella e vidi dei residui di cacca dello stesso colore della cacca dei bambini.

Don Egidio mi chiese com’era andata. Gli dissi ch’era andata bene. Lui era preoccupato, perché aveva visto il Re turbato dire qualcosa al Podestà, prima e al Sottoministro dopo.

Seppi dopo, ciò che era accaduto. Me lo disse don Egidio che i baffi del Re si erano sporcati di cacca. Mi resi conto, allora, che nel mio secondo intervento avevo pulito i baffi e non il culo. Evidentemente, il Re s’era incuriosito del cesso automatico e aveva voluto rendersi conto, da vicino, del meccanismo.

Il podestà minacciò di punire don Egidio con l’olio di ricino. Ma don Egidio, che era avvocato, si difese in tutti i modi e accusò me di tutto l’accaduto. Era giusto. Mi tennero tre giorni e tre notti rinchiuso sotto il Palazzo del Podestà, dove c’erano quelli che non avevano sottoscritto al Prestito Littorio e anche il campagnolo con il suo asino che aveva ragliato in piena cerimonia. E in quei tre giorni decisero il mio allontanamento da Matanza. Mi dissero che il segretario del fascio voleva mettermi in galera, nel nuovo carcere, per tutta la vita. Ma non andò così perché si accontentò di farmi ingoiare un litro di olio di ricino. E non mi diede neanche il tempo di potermi riprendere dalla potente diarrea, che mi fece accompagnare dagli squadristi neri fuori da Matanza.

Fu allora che venni a Manana. Prima da solo e poi tutta la famiglia. Sento appetito. Il sole s’è fatto forte. Sarà mezzogiorno. Le campane forse non hanno suonato. Mi preparo qualcosa da mangiare.

‘Ste mosche, maledette mosche. E’ come se stessi tra le vacche, con tutte queste mosche.