La ventesima donna di Alessandra De Vita e Roberta Pieraccioli, Massa Marittima(GR).

_Racconto finalista ventiduesima edizione Premio Energheia 2016
_Menzione Giuria Premio Energheia 2016

 

islanda2Tosca se ne stava in poltrona davanti alla finestra aperta. L’aria di
primavera intiepidiva la stanza e dal giardino arrivavano profumi e
ronzii. Sulla strada passò una ragazza in bicicletta. Tosca si sporse
per guardarla: portava dei jeans e aveva uno zainetto sulle spalle.
L’anziana donna si riappoggiò allo schienale della poltrona e chiuse gli
occhi. Sarebbe stato bello avere biciclette come quella quando doveva
correre di qua e di là per portare ordini, informazioni, messaggi. E
magari anche indossare un paio di jeans anziché quelle gonne che
ogni volta rischiavano di entrare nei raggi delle ruote. Erano altri tempi,
c’erano di mezzo settant’anni! Allora i pantaloni li portavano solo gli
uomini. Se mettevi i pantaloni ti facevi subito notare e non era proprio
il caso quando avevi le bombe a mano nella borsa della spesa
nascoste sotto l’insalata. Meglio passare per una madre di famiglia in
cerca di cibo per i suoi bambini. Si era qualificata così una volta che si
era imbattuta in un posto di blocco tedesco. Era primavera anche
allora, la primavera del 1944. Indossava un vestitino svolazzante,
pieno di fiori e aveva una borsa pesante carica di esplosivo. Vedendo i
tedeschi aveva sfoderato il sorriso più accattivante di cui era capace.
– Cosa portare? – uno dei soldati aveva indicato la borsa col fucile.
– Lo vede bene: insalata, frutta. Ho fatto tanti chilometri per portare
qualcosa da mangiare ai miei bambini.
– Vedere!
Il tedesco si era avvicinato facendo l’atto di frugare dentro la borsa con
la canna del fucile.
– Ma così me la sciupa! – Tosca aveva allungato le mani sul cestino
per proteggere il contenuto guardando l’uomo negli occhi con aria
implorante. Si accorse che era solo un ragazzo e che aveva paura
anche lui. Da lontano si era sentito all’improvviso il rombo di un aereo
ed era suonato l’allarme.
– Andare, andare! – aveva urlato il tedesco tornando verso gli altri
soldati. Tosca era ripartita in volata col cuore in gola, consapevole di
averla scampata per miracolo.
Alla porta della stanza si affacciò Giulia, e Tosca si riscosse dai suoi
pensieri.
– Buongiorno, Tosca! Brava, vedo che ti sei vestita da sola!
– Lo sai, Giulia, finché posso, preferisco fare da me. In fondo sono
giovane, non ho nemmeno novant’anni! – sorrise alla sua infermiera
preferita – Sono contenta che oggi ci sia tu – continuò – È il 25
aprile… – Agitò una mano nell’aria senza finire la frase.
– Già – rise Giulia – oggi un po’ di liberazione anche per me, molti
vecchietti se li sono portati a casa per il ponte, così io ho poco da fare.
– Tu scherzi – replicò Tosca seria – ma sapessi quanto abbiamo
combattuto, noi vecchiette, per la Liberazione!
– Combattuto? Ma le donne non sono mica andate in guerra! – il tono
di Giulia era un po’ canzonatorio.
Tosca scosse la testa.
– Eh lo so, voi giovani a malapena sapete che c’è stata una guerra. E
poi, di quello che hanno fatto le donne non si parla mai. Invece ce ne
sarebbe da dire! Qualche storia potrei raccontarla anch’io.
– Davvero? – incalzò Giulia – Non mi hai mai parlato della guerra.
Tosca la guardò in silenzio cercando le parole:
– Non è facile. I ricordi mi si sono gelati dentro. Finita la guerra
nessuno aveva voglia di ascoltare quello che era appena passato.
Quando arrivarono gli Alleati finalmente si ricominciò a mangiare, si
ballava, si passeggiava per le strade, dappertutto si sentiva musica, si
pensava solo a divertirsi, a dimenticare. E poi, certe cose era davvero
difficile raccontarle. Anche dopo settant’anni … – Tosca si interruppe e
guardò Giulia negli occhi – … parlarne fa male.
Giulia prese una sedia, si sedette vicino a Tosca e le prese una mano.
– A me puoi raccontare, ho le spalle larghe.
Delle sue fatiche, della sua resistenza quotidiana tra lavoro, figli, ex
marito e i soldi che non bastavano mai, qualche volta l’infermiera
aveva parlato con quella donna diversa da tutte le altre che vivevano
nella casa di riposo. La incoraggiò:
– Davvero, Tosca, hai combattuto anche tu?
L’anziana donna frugò nella memoria alla ricerca di volti, immagini,
istantanee del passato. Poi cominciò a raccontare.
– Nel ’43 mio fratello entrò nella Resistenza, ogni tanto mi chiedeva di
fare delle cose, tenere nascoste delle armi. Tutto filava liscio ma una
volta… Era tornato a casa per un giorno e stava nascosto in soffitta.
Voleva ripartire col buio, ma sono venuti a prenderlo i tedeschi.
L’hanno impiccato in piazza insieme con altri quattro. Tre giorni sono
rimasti lì, attaccati ai lampioni, nessuno poteva avvicinarsi, quei corvi
in camicia nera sparavano. C’era un vento freddo che sollevava la
polvere e li faceva oscillare. Questo spettacolo orrendo, secondo loro,
avrebbe dovuto toglierci ogni voglia di lottare! Invece ravvivavano lo
spirito di ribellione. Così sono entrata nella Resistenza con altre
donne. Noi non eravamo come gli uomini, ce ne infischiavamo di
correnti e partiti, eravamo unite, attente, avevamo uno scopo comune,
ci interessavano solo la pace e un futuro migliore. Per aiutare i ragazzi
alla macchia si faceva di tutto, lavare i panni, cucinare, rammendare,
ma anche cose più pericolose. Io ero una staffetta e un’infermiera.
Giulia ebbe un brivido:
– Non avevi paura? Se ti prendevano…
– La paura c’era, eccome! – Tosca continuò – Hanno cercato in tutti i
modi di dominarci con la paura, ma arriva il momento in cui non si può
più rimanere nella quieta vigliaccheria del tirare a campare facendo
finta di non vedere. Arriva il momento in cui si deve fare una scelta, a
volte è una scelta obbligata: quando ti ammazzano una persona cara il
coraggio ti viene da solo. E poi eravamo giovani e un po’ incoscienti.
Quando partivo in bicicletta, avevo paura, ma era anche un’avventura,
mi sentivo importante, la vita si era riempita di senso e la mente si
proiettava in avanti a immaginare la fine della guerra e tutte le cose
belle che sarebbero venute. A volte portavo materiale scottante, armi,
bombe. Allora sì che la paura si faceva sentire, però a noi donne la
furbizia non manca, se ci fermavano eravamo sempre pronte a
inventare qualche storia che ci traesse d’impaccio, a giocare d’astuzia.
E come godevamo a prenderci gioco di quelle canaglie!
– Io sarei morta di paura a girare con le bombe nella borsa! –
intervenne Giulia.
– Le nascondevo nel doppio fondo delle borse sotto qualcosa di
insospettabile: patate, mele, farina. Credimi, il cuore batteva
all’impazzata, ma dopo aver portato a termine un’impresa, ripartivo
leggera e felice, pronta a rifare quello che avevo appena fatto.
– Ma dimmi un po’, gli uomini, i partigiani intendo, che cosa pensavano
delle donne nella Resistenza? – Giulia era incuriosita
– Questa per noi fu una scoperta bellissima, per la prima volta c’erano
degli uomini che ci trattavano alla pari. Avevano rispetto per quello che
facevamo, si correvano gli stessi rischi e questo ci faceva salire tanti
gradini nella loro considerazione. Non si riusciva a credere che le cose
potessero essere cambiate talmente tanto. Da bambine pensavamo
che il nostro futuro sarebbe stato solo stare in casa ad accudire figli e
marito, a obbedire all’uomo, così ci insegnavano a scuola, così voleva
il Duce. Dopo l’8 settembre di uomini non ce n’era quasi più in giro, fra
quelli presi prigionieri e quelli alla macchia. Donne che non avevano
mai lavorato cominciarono a farlo per mantenere la famiglia e molte
entrarono nella Resistenza. Senza di noi quei ragazzi non avrebbero
mai potuto farcela.
– Ma non c’era nessuno che ti faceva la corte? – interruppe
nuovamente Giulia, spostando l’attenzione su un argomento più
leggero.
– Certo qualcuno si innamorava, ma ci trattavano sempre con rispetto.
Se uno faceva lo stupido, ci pensavano i compagni a rimetterlo in riga.
– Di sicuro ce ne sarà stato almeno uno che si è innamorato di te –
insisté Giulia.
– Sì, con uno si cominciò a scambiare qualche parola – Tosca cercò di
mascherare un sorriso – ogni volta cercava scuse per trattenermi a
parlare, ma c’era poco tempo per l’amore. E poi era tutto così
precario. Il mio partigiano… non sapevo nemmeno come si
chiamasse, il suo nome di battaglia era Lupo e gli stava a pennello.
Quasi nessuno conosceva i veri nomi degli altri, per non rischiare di
tradire. Un giorno mi informarono che lo avevano ferito. Feci delle
bende con un vecchio lenzuolo, presi del disinfettante e dei
sulfamidici, dissi a mia madre che andavo a trovare la zia e che sarei
rimasta a dormire da lei per non farmi beccare dal coprifuoco. Allora
queste bugie si potevano raccontare, non c’erano i cellulari per
rintracciarti! Invece mi arrampicai sulla collina. Aveva la febbre, lo
medicai, gli detti le medicine, gli misi uno straccio bagnato sulla fronte
e rimasi con lui tutta la notte. Al mattino stava meglio, la febbre era
calata.
– A questo punto ti ha baciata, dì la verità Tosca! –Giulia fece un
sorriso malizioso.
– E va bene, sì, quella notte mi baciò – Tosca era emozionata come se
stesse rivivendo quel momento – Ma cosa credi, – si riprese subito –
che abbia curato lui perché mi piaceva? Sapessi quanti ne ho assistiti,
portati dal medico nascosti in un carretto sotto un cumulo di fieno,
travestiti in mille modi, ne avrei da raccontare per un anno intero!
Giulia sorrise.
– Ci avrei giurato che Lupo ti baciò quella notte! Ma come sei riuscita a
non farti mai prendere dai tedeschi?
Tosca sussultò come se avesse udito un colpo di fucile, per un attimo
fu come se una folata di vento avesse sparpagliato in terra gli appunti
dei suoi ricordi. Quella pagina scurita dal tempo era girata a faccia in
giù: voltarla a faccia in su, questo chiedeva ora Giulia, vedere, sentire
il buio. Guardò la ragazza che la osservava con aria interrogativa:
– Ho chiesto qualcosa che non dovevo?
Tosca tirò fuori dalla tasca il fazzoletto e si asciugò la fronte.
– Vedi Giulia – ansimò leggermente – c’è una cosa che non ho mai
raccontato a nessuno. Mi è facile parlare della paura di quando
sentivo il rumore di un motore, di quando passava un aereo
mitragliando la strada e mi buttavo a terra sperando di non essere
colpita, ma questo… sono arrivata a novant’anni senza averlo detto a
nessuno. Forse mi farebbe bene riuscire a raccontarlo.
Giulia le strinse le mani.
– È una cosa molto dolorosa. Occorre tanto tempo per rielaborare i
brutti ricordi, per dare senso a ciò che non ne ha, per accettare di aver
vissuto l’indicibile. Gli omicidi succedono anche in tempo di pace, ma
sono cose fuori dall’ordinario, la guerra invece dà la licenza di
uccidere. A certi uomini, a certe donne dà anche la licenza di togliere
ogni catena alla parte più buia, quella che si definisce bestiale perché
non si ammette che sia umana, ma che alle bestie non appartiene.
Tosca fece una lunga pausa, i suoi occhi sembravano aver cambiato
colore.
– Un pomeriggio stavo pedalando per un sentiero, due tedeschi
sbucarono all’improvviso dal bosco. Accelerai per cercare di fuggire,
ma un terzo soldato mi corse incontro sbarrandomi la strada. La
bicicletta sbandò, caddi a terra e dalla borsa uscirono le patate, due
pistole e alcuni caricatori. Mi vidi perduta e tutta la mia fantasia e la
mia astuzia in quel momento svanirono perché mi resi conto che non
c’era modo di sfuggire all’inevitabile. Mi portarono in una caserma e mi
interrogarono, prima con le buone, poi con le cattive perché non
parlavo. Vedi, c’è una cosa terribile che succede in guerra: il corpo
delle donne diventa possesso del nemico. Torturano uomini e donne,
ma per le donne c’è un’offesa in più. Fuori dalla mia cella aspettavano
il loro turno, andarono avanti tutta la notte, tutto si confondeva nella
mia mente: le mani, il peso dei corpi, l’alito, l’odore della pelle, le
sghignazzate, le parolacce. Quando smisero cominciava ad
albeggiare. Sentii il rumore degli scarponi che scendevano le scale e
dopo silenzio. Rimasi rannicchiata sul tavolaccio, desiderai morire.
Non so dire quanto tempo passò, avevo perso ogni riferimento.
All’improvviso sentii degli urli, degli spari, qualcuno corse per le scale,
poi dette degli spintoni alla porta della mia cella che alla fine cedette e
si spalancò. Con fatica sollevai la testa e riconobbi Lupo. Cercò di
rivestirmi in qualche modo e di sollevarmi. Lo avevano avvertito che mi
avevano preso. Mi prese in braccio e uscimmo. Fuori ci aspettava
un’automobile. Partimmo a tutta velocità allontanandoci dalla città e
imboccando stradine di campagna. A un certo punto abbandonammo
l’auto per proseguire a piedi. Io mi reggevo a malapena e perdevo
sangue, ma qualcosa mi dette la forza di camminare, un senso di
ribellione mi stava montando dentro. Nessuno aveva il diritto di
togliermi la voglia di vivere! Mi portarono in un podere isolato, c’erano
una donna anziana e un vecchio che non avevo mai visto. Mi fecero
stendere su un letto, la donna si muoveva intorno a me in silenzio con
gesti sicuri, immaginai che avesse esperienza, forse era stata
un’infermiera o una levatrice di campagna. Dopo, i miei ricordi si fanno
confusi, avevo la febbre, deliravo. Mi trasportarono in un piccolo
ospedale. Un medico mi sistemò nel reparto maternità. La complicità
dei medici fu determinante per i partigiani. I compagni di Lupo
avevano incaricato una staffetta di avvertire i miei genitori che ero
stata arrestata e che dovevano allontanarsi da casa al più presto per
evitare di finire anche loro sotto tortura o di subire rappresaglie.
Poverini, non ne sapevano nulla! Era appena morto un figlio, e ora
avevano una figlia in fin di vita! Si trasferirono a casa di mia zia in
campagna. Quando cominciai a migliorare, un medico mi spiegò che
avevo avuto una bruttissima infezione ma erano riusciti a salvarmi la
vita. Prima di rimandarmi a casa mi disse con imbarazzo che con ogni
probabilità non avrei potuto avere figli. Pensavo che dopo quella notte
terribile non sarei più riuscita a piangere, invece sentii le lacrime
montare impetuose e mi lasciai andare, sperando che tutto il dolore
defluisse come un fiume dai miei occhi. Uscii dall’ospedale e andai
subito a cercare i miei genitori. Mia madre era seduta nell’aia intenta a
pulire della verdura. Alzò la testa vedendomi arrivare e, prima ancora
di abbracciarmi, mi chiese guardandomi severa “Sei ancora a
posto?”1. La vista mi si annebbiò, feci di sì con la testa e non dissi
nulla. Io ero stata sul punto di morire e a mia madre interessava
soltanto che fossi ancora vergine!
Giulia non riusciva a dire una parola, annichilita dal dolore di Tosca.
L’anziana donna guardò l’infermiera e continuò a parlare.
– Dopo qualche mese gli Alleati entrarono in città. Ci furono esplosioni
di gioia, ci riversammo tutti nelle strade, io finalmente uscii dal mio
isolamento. I partigiani scesero dalle montagne, insieme a loro c’erano
anche delle ragazze con il fucile e il fazzoletto al collo, qualcuna coi
pantaloni: avevano fatto la lotta armata vera e propria stando alla
1 Mimma Paulesu – L’erba non cresce ad Auschwitz, Mursia, Milano, 1994, pag. 70
macchia. I compagni cercavano di dissuaderle dal marciare insieme a
loro, all’inizio non capivo, poi quando fummo in piazza mi resi conto
che queste ragazze, vestite come maschi, che avanzavano sorridenti
e spavalde, con passo deciso e col fucile a tracolla, attiravano gli
sguardi e i commenti degli uomini schierati ad attendere l’arrivo dei
partigiani. Alcuni si davano di gomito mormorando “Ah, povera Italia!”,
altri strizzavano l’occhio e sorridevano maliziosamente scambiandosi
battute. Per te, cara Giulia, queste cose sono incomprensibili, ma
allora il cosiddetto “onore” delle donne era una cosa importantissima,
se una ragazza si faceva una certa fama la sua vita diventava molto
difficile e non c’era più nessuno disposto a sposarla. Quelle ragazze
avevano combattuto lontane da casa, passando giorno e notte con
degli uomini giovani: agli occhi dei benpensanti erano donne libere,
poco serie. Quando mi accorsi di quello che stava succedendo, passai
in un momento dall’esaltazione e dall’orgoglio di aver lottato insieme ai
partigiani, allo sconforto, perché fui assalita dal timore che quei
sorrisetti maliziosi, quelle battute, tutte cose apparentemente innocue,
avessero in realtà una forza travolgente in grado di vanificare il
patrimonio di rispetto e parità che noi donne eravamo riuscite a
costruire negli ultimi due anni di guerra con i nostri compagni di lotta.
Non mi sbagliavo, fu davvero così. Quasi tutti i progressi che avevamo
fatto cominciarono velocemente a fare marcia indietro. Perfino per i
compagni le donne dovevano stare al loro posto. C’era un giornale di
sinistra, “Noi donne”, che ci incitava a essere arrendevoli, a non
imporre la nostra volontà, a tenere bene la casa. Dappertutto era un
coro di voci che ci spingeva a coltivare le doti che avevamo prima
della guerra, a essere dolci e sottomesse. Ti confesso che ci sono
stati dei momenti in cui ho invidiato quelle che sono morte.
– Ma siete riuscite a ottenere il diritto di voto! – esclamò Giulia.
– Sì, ma non fu facile neanche quello. Sembrava un diritto acquisito in
quegli anni, invece abbiamo dovuto continuare a lottare. Sui giornali
intellettuali, anche illuminati, scrivevano: “Mentre c’è da ricostruire un
Paese, si discute se dare o no il voto alle donne”, come se si trattasse
di una cosa di nessuna importanza. Purtroppo anche le donne
dimenticano, si lasciano sfuggire dalle mani quello che sono riuscite a
conquistare. Vedi, Giulia, anche mantenere la memoria significa
resistere. Io mi ostino a conservare i ricordi, le immagini, i visi di tutte
le donne che hanno lottato con me per la Liberazione. Eravamo tante,
solo diciannove hanno avuto la medaglia d’oro, ma non immagini
quante hanno fatto le stesse cose e nessuno lo sa.
– Medaglie d’oro? Davvero? Guardiamo su internet.
Giulia tirò fuori il cellulare dalla tasca del camice e cominciò a cercare.
Non fece fatica: si aprì subito la pagina di Wikipedia con l’elenco e le
biografie delle diciannove donne che avevano ricevuto la medaglia
d’oro.
– Accidenti! – esclamò Giulia – Addirittura quindici sono state date alla
memoria! Ma tu ne hai conosciuta qualcuna di queste ragazze?
– Le conosco una per una, so i loro nomi, so quello che di loro è stato
scritto fino a oggi, che non è molto. Ho sempre letto, sai, dopo la
guerra, via via che uscivano libri e articoli.
– Davvero erano tante!- Giulia aveva sempre il cellulare collegato a
internet – Qui dice che le donne impegnate nella Resistenza sono
state 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna!
– Erano molte di più! Finita la guerra moltissime sono tornate a casa
alla vita di sempre, rimanendo nell’anonimato senza raccontare nulla
di quello che hanno fatto.
Giulia rimase pensierosa per qualche secondo continuando a leggere
su internet. Poi alzò la testa e guardò Tosca:
– Mi domando come mai solo diciannove medaglie d’oro.
– È già tanto che abbiano dato la medaglia al valor militare a delle
donne – commentò Tosca – non era mai successo prima. Io penso che
dovrebbero dare almeno una ventesima medaglia, una per tutte le
donne che hanno dato il loro contributo e che sono rimaste senza un
riconoscimento, quelle che sono morte e quelle che sono rimaste vive,
quelle che hanno raccontato e quelle che sono tornate alla normalità
senza raccontare, inghiottite dall’anonimato. Loro, noi tutte insieme
siamo la ventesima donna.
Giulia per qualche minuto rimase in silenzio. Pensò al partigiano di
Tosca:
– E Lupo? – domandò.
– Mi lasciò in ospedale e tornò dai suoi compagni. Ogni tanto passava
una donna a portarmi notizie e a chiedermi come stavo. Poi quando
sono uscita, di lui non ho saputo più nulla. Non potevo più fare la
staffetta, ormai ero bruciata, sono rimasta nascosta in campagna fino
all’arrivo degli Alleati e non c’era modo di avere notizie. L’ho incontrato
in strada il giorno della Liberazione, in mezzo alla folla che
festeggiava. Era il più alto di tutti, l’ho visto da lontano, con il fazzoletto
rosso al collo e il fucile a tracolla. Ero incerta se avvicinarmi o no, non
sapevo come avrebbe reagito, avevo paura che facesse finta di non
conoscermi. Magari chissà, anche lui, come mia madre, mi avrebbe
considerata una poco di buono. Poi quando mi sono resa conto che
sarebbe scomparso trascinato via dalla folla, non ho retto, l’ho
rincorso, l’ho preso per un braccio, si è voltato e … beh, ci siamo
sposati! Lui sapeva tutto, sapeva anche che io non avrei potuto avere
figli, ma mi ha sposato lo stesso.
Tosca aveva la voce incrinata dall’emozione e Giulia non riusciva a
dire nulla perché un nodo le serrava la gola. L’unica cosa che le riuscì
fare fu abbracciare Tosca attirandola a sé. L’anziana donna appoggiò
la testa sulla spalla dell’infermiera e rimasero a lungo così, in silenzio,
l’una assorbita nei ricordi, l’altra a cercare di immaginare, di
immedesimarsi.
Si riscosse per prima Tosca. Sollevò la testa dalla spalla
dell’infermiera, la guardò negli occhi e sorrise:
– Una cosa non ti ho ancora detto: il mio nome di battaglia era Giulia.