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I racconti del Premio letterario Energheia

La sveglia_Katia Serafini, Monfalcone(GO)

_Racconto finalista diciottesima edizione Premio Energheia 2012.

 

 

La sveglia suonò come ogni giorno alle sei e mezza del mattino, riproducendo melodie e suoni di un bosco pieno zeppo di uccelli. Ginevra allungò la mano e abbassò il volume, spostando lievemente un dito sullo schermo a cristalli liquidi.

Si stiracchiò e si alzò dal letto, ancora mezza addormentata.

Sbadigliò e si avviò verso la sua compagna di stanza, ancora completamente avvolta nelle coperte.

“Rachele?”

La ragazza le rispose con un grugnito.

“Rachele, alzati per favore. Le lezioni iniziano alle otto e mezza e non ho la minima intenzione di arrivare tardi”.

L’altra si nascose ancora di più nella trapunta. Ginevra sbuffò e andò a prendere la sveglia. La portò fin sotto le orecchie si Rachele e alzò il volume al massimo. Questa si girò bruscamente e, se la sua compagna di stanza non fosse stata già abituata alle sue reazioni, l’avrebbe colpita con la mano.

“Maledetta! Perché non mi lasci mai riposare cinque minuti in più?!” le sibilò contro.

Ginevra si mise un dito sul mento e, con fare pensoso, le rispose: “Chissà, forse perché qua non siamo a casa tua, dove puoi prendere il tuo tempo, ma in un posto dove ogni cosa ha il suo orario e il suo ritmo che devono essere rispettati?”

Rachele sbuffò e si alzò dal letto, per poi dirigersi in bagno.

“Dannato Continente”. Borbottò.

“Vedrai che ti abituerai”. Le disse la sua compagna di stanza, prima che l’altra ragazza sparisse dietro la porta scorrevole della toilette.

Ginevra sorrise; le sembrava di vedere se stessa il primo anno di università: impacciata, sempre in ritardo, stordita dal ritmo frenetico della vita del Continente e desiderosa di ottenere anche solo cinque minuti liberi, per potersi rilassare.

Non era stato affatto facile, ma alla fine si era abituata a quella vita sfrenata che non le lasciava neanche un minuto di respiro; c’era sempre qualcosa da fare e le uniche pause che si poteva concedere erano quelle dei pasti.

Si avvicinò all’armadio e, dopo aver premuto il pulsante centrale, questo si aprì, emettendo un leggero soffio. Prese un vestito rosa a fiori bianchi e se lo mise. Fece i letti di entrambe e sistemò un po’ la camera. Posò casualmente lo sguardo sull’orologio che ticchettava sulla parete e si accorse che era terribilmente tardi.

“Rachele, ti sei addormentata sul lavandino?”

“No”. Le rispose una voce rauca.

“E allora muoviti!” sbraitò.

“Perché, che ore sono?”

Ginevra detestava questo modo di fare così superficiale della sua compagna di stanza, ma doveva essere lo stesso gentile nei suoi confronti, come le avevano sempre insegnato.

“Le sette in punto e il nostro Urban Train parte tra mezz’ora!”

Aveva cercato di moderare il tono di voce, ma alla fine aveva alzato lo stesso la voce.

“E allora? Io sono quasi pronta, riusciamo a prenderlo”.

Affermò Rachele, ancora chiusa in bagno.

“Certo, tu sei pronta, ma io mi sono solo cambiata d’abito!”

Ginevra era sconvolta. Non solo la sua compagna non riusciva a capire che le altre persone avevano dei ritmi diversi dai suoi, ma anche che lei ci metteva una mezz’ora abbondante per preparasi.

Stava per andare a prelevare con forza la ragazza dalla toilette, quando questa uscì dalla stanza. La sua chioma di capelli oggi era più ribelle del solito e molto probabilmente aveva rinunciato a darle un minimo di ordine. Passò accanto a Ginevra e si diresse verso l’armadio, ancora barcollante per il sonno.

L’altra, intanto entrò immediatamente nel bagno, iniziando quella monotona routine di ogni giorno. Si lavò mani, viso e denti con la massima cura e si spazzolò accuratamente i capelli biondo pallido. Erano sicuramente belli, soprattutto grazie a tutti i trattamenti che utilizzava, ma non erano paragonabili a quelli di sua sorella: una cascata di fili dorati che risplendevano come dei fiumi aurei, sotto la luce del sole. Sospirò.

Era da tanto tempo che non la vedeva e lo stesso valeva per i suoi genitori. Da quando aveva vinto quel concorso per poter frequentare un’università del Continente era tornata a casa forse due volte ed ogni volta le era sembrato di essere diventata un’estranea. Purtroppo, però, questo era il destino di chi viveva in quel luogo: quando incominciavi a diventare una Continentale era molto difficile tornare alle vecchie abitudini e, soprattutto, alla vecchia mentalità. Infatti non riusciva ad adattarsi ai ritmi di Rachele, nonostante la vita che aveva condotto la sua compagna di stanza pochi mesi prima fosse molto simile a quella che aveva condotto a casa sua. Vivo in un posto che mi dà moltissime opportunità di lavoro per il futuro e frequento un’ottima università. Inoltre il divertimento non mi manca, come anche le amicizie. Ho tutto, perché mai dovrei lamentarmi? Pensò mentre era intenta a mettersi il fondotinta. Era molto felice di quella vita, ma continuava a sentire che le mancava qualcosa. Sapeva che era una cosa abbastanza importante, ma non riusciva a capire cosa fosse.

Sospirò nuovamente e finì di truccarsi, cercando di fare il più velocemente possibile. Fortunatamente si era lavata completamente la sera precedente, se no quel giorno non sarebbe mai riuscita ad arrivare puntuale all’università. Schizzò fuori dal bagno, afferrò la borsa con i libri e i quaderni per gli appunti, prese la carta magnetica e uscì fuori dalla porta. Stava già per avviarsi verso l’ascensore quando si ricordò che doveva chiudere la porta dell’appartamento e aspettare Rachele. Tornò immediatamente indietro e, non appena l’altra ragazza uscì ciondolando, chiuse l’uscio e passò la carta su di un lettore posto a lato, in modo si serrarla definitivamente. Prese per un braccio Rachele e la trascinò nell’ascensore. Premette il

pulsante per giungere al piano e terra e, finalmente, prese un attimo di fiato:” Dovevi proprio trascinarmi per il corridoio come una bambina disobbediente?” le chiese la sua compagna di stanza un po’ alterata:” Eri più lenta del signor Abelard e tu sai benissimo quanto ci mette a trovare un libro!” Rachele sbuffò e rimase in silenzio per tutta la discesa. Ginevra intanto si preparava a ciò che la attendeva: una corsa contro il tempo per raggiungere la piattaforma dell’Urban Train, attraversando il più velocemente possibile la strada e cercando di farsi spazio tra la folla. L’aveva fatto già molte altre volte, ma quasi sempre senza Rachele. Capiva perfettamente la sua difficoltà ad abituarsi a dei ritmi di vita così sfrenati, ma sperava ardentemente che si velocizzasse presto; ogni volta che era in ritardo entrambe riuscivano a prendere a stento il loro Urban Train.

Le porte dell’ascensore si aprirono e Ginevra scattò verso il portone d’ingresso, miracolosamente seguita da Rachele.

Depositò la carta magnetica nello Sportello di Controllo, dove c’erano tutti i dati degli abitanti del palazzo e poi attraversò le due porte scorrevoli. Riuscì a scartare per un pelo il vecchio signor Herman Carols. Abitava anche lui nel loro condominio, ma non gli aveva mai rivolto la parola, anche se lo vedeva ogni giorno.        Era spesso solo e pieno di borse colme di recenti acquisti. Questa mattina, però non aveva nulla sotto il braccio e stava tranquillamente rientrando dentro l’edificio. Ginevra cercò di accennare un saluto, ma ogni tentativo fu inutile: ora era nel bel mezzo della folla e doveva raggiungere in qualche modo la piattaforma del Urban Train. Iniziò a scivolare tra tutta quella gente che camminava imperterrita verso il loro ufficio o qualsiasi altro posto di lavoro. Erano talmente concentrati nei loro pensieri o ad ascoltare musica che nemmeno la notavano e molte volte Ginevra dovette urlare per farsi spazio. Arrivò al semaforo e si godè qualche secondo di pausa, mentre un continuo via vai di macchine le sfrecciava davanti. Era da ben due anni sul Continente, ma non si era ancora abituata ad un tale traffico e soprattutto al rumore che provocava: continui suoni di clacson infuriati con i guidatori più lenti, motori che andavano ad una velocità pazzesca, frenate improvvise e successive maledizioni dei conducenti contro chiunque gli avesse fatto sprecare del tempo prezioso e radio alzate al massimo volume. Era un incredibile caos assordante e Ginevra era convinta che le sarebbe servito ancora un anno per abituarsi.

Il semaforo passò da rosso a verde e tutti i veicoli si fermarono per lasciar passare i pedoni. La ragazza individuò Rachele e la trascinò nuovamente per un braccio, solo che adesso doveva zigzagare tra la folla, uno saldo schieramento che avanzava sulle strisce pedonali. Raggiunse con non poche difficoltà il marciapiede ed iniziò a salire le scale di ferro laccato di verde che l’avrebbero condotta alla piattaforma. Fortunatamente tutta la gente che era con lei sulla scalinata stava andando nella sua stessa direzione e ciò le facilitò la salita. Raggiunse la cima mentre l’Urban Train si stava avvicinando. Scattò verso la fermata, sempre trascinandosi dietro Rachele, e la raggiunse nello stesso preciso istante in cui il mezzo aprì i suoi portelloni.

Vi scattò dentro assieme alla sua compagna e si sedette nel prima posto che trovò, riuscendo finalmente a respirare a pieni polmoni. Quella corsa l’aveva estenuata ed era sicura di aver sudato. Tirò fuori una boccetta di fondotinta ed uno specchietto e si risistemò il trucco: “Mai più!” disse con il fiato corto mentre Rachele si sedette vicino a lei. Chiuse lo specchietto e mise i due oggetti nella borsa. Ora poteva finalmente riposarsi, mentre l’Urban Train scivolava lungo le rotaie.

Le lezioni trascorsero tranquille, come ogni giorno. Dovette rifiutare l’invito a pranzo dei suoi amici, dato che quel giorno aveva il suo turno di lavoro poco dopo.

Uscì dall’università e si immerse nuovamente tra la gente che affollava le strade di quell’enorme città. Alzò lo sguardo al cielo per pochi secondi: era una perfetta giornata di metà aprile e il sole rifletteva i suoi raggi sulle vetrate degli enormi palazzi che la circondavano. Sarebbe rimasta ad ammirare quel fantastico spettacolo di luci e riflessi, ma aveva poco tempo e riprese a camminare. Durante il tragitto si fermò presso una paninoteca che vendeva i suoi prodotti direttamente sulla strada. Ogni volta che doveva raggiungere il suo posto di lavoro poco dopo la fine delle lezioni prendeva sempre qualcosa da mangiare là. Il servizio era rapido ed efficiente ed i panini erano abbastanza buoni. La folla che circondava il bancone era composta perlopiù da lavoratori in pausa, che agitavano le braccia e urlavano cercando di ottenere prima degli altri del cibo, per poi avviarsi subito in ufficio. Ginevra si fece pian piano strada tra la calca e si ritrovò faccia a faccia con la cameriera.

“Un panino con prosciutto cotto, insalata, pomodoro, formaggio e funghi per favore, assieme ad una bottiglietta di acqua naturale”.

Disse. La donna annuì e ritornò poco dopo con ciò che aveva ordinato la ragazza.

“Sono sei e cinquanta”.

Ginevra prese il portafoglio dalla borsa e pagò in meno di quattro secondi.

“Ecco a lei. Arrivederci!”

Si allontanò rapidamente da quella folla famelica e riprese la sua strada. Era un’ora di punta e la massa della gente era aumentata parecchio da quella mattina ed era praticamente impossibile aprirsi un varco.

Iniziò a mangiare il suo panino, cercando di evitare eventuali spintoni o scontri. Le era capitato troppe volte di aver sprecato il suo cibo a causa della sua distrazione e non aveva la minima intenzione di rimanere a stomaco vuoto. Svoltò un paio di volte e attraversò tre volte la strada, finché non giunse davanti al bar dove lavorava: era un piccolo locale con qualche tavolo all’esterno, ma la maggior parte dei posti a sedere era all’interno. La scritta al neon “Caffè Bel Paese” era spenta, ma la si poteva notare lo stesso da lontano, dato che era quasi più grande della porta d’ingresso. Un giorno aveva chiesto al proprietario il perché di quel nome un po’ bizzarro e questo le aveva spiegato in un modo abbastanza vago che tutto il locale era stato costruito sul modello di un paese del passato; era molto rinomato per le sue bellezze artistiche e per l’ottima cucina e le aveva sottolineato che il caffè che faceva lui era basato su ricette dei suoi avi che provenivano proprio da quel luogo. Avrebbe voluto saperne molto di più su questo “Bel Paese” anche perché l’arredamento interno del locale le piaceva molto: un lungo bancone di legno, dietro al quale c’erano moltissime mensole piene di bottiglie, molte delle quali vuote, semplici tavoli quadrati e soffici divanetti che percorrevano certe pareti e sui quali ti potevi sedere al posto delle sedie.           Le pareti erano tappezzate con locandine di film vecchi e nuovi e con vecchie foto di famiglia, molte scattate durante la Lunga Depressione, come se anche il suo padrone volesse esaltare l’epoca di pace e prosperità che stavano vivendo. Un giorno vi aveva portato i suoi amici assieme a Rachele ed era rimasta sbigottita del commento che aveva fatto la sua compagna di stanza: “Mi sembra di essere tornata a casa”. Ne era rimasta sbigottita, dato che si aspettava da tutti una reazione più o meno di meraviglia: tutti i locali di quella zona della Città erano freddi e anonimi, mentre quello era molto accogliente e caldo. Il giorno dopo si era precipitata dal padrone del locale chiedendo se le Regioni della Primavera avessero a che fare con il ”Bel Paese”, ma questo l’aveva liquidata dicendole: “Voci di corridoio, nient’altro. Il “Bel Paese” è morto, anche se parti del Continente riproducono fedelmente alcune sue città”.

Voci, però, che sentiva troppo spesso. Un giorno aveva sentito un uomo discorrere su sua moglie sull’ambiguità delle Regioni: non facevano parte né del Continente e né delle Isole Sospese. Erano delle terre a sè, ubicate chissà dove, e gli sembrava strano che nessuno glielo avesse mai specificato.

E se in realtà fossero state il luogo di origine della gente del Continente e nessuno lo voleva ammettere? E inoltre, che cosa c’era oltre il loro confini? Perché nessuno aveva mai risposto a queste domande? Ginevra avrebbe voluto porre gli stessi interrogativi al suo padrone, ma alla fine ci aveva rinunciato: non poteva saperne più di tutti gli altri.

Era immersa in questi suoi pensieri mentre finì in un solo boccone la parte finale del suo panino ed entrò nel locale: “Buongiorno a tutti!” disse mentre apriva una delle ultime porte a maniglia che esistevano in quell’epoca.

Il tintinnio di un campanello accompagnò la sua entrata assieme ad un coro di risposte al suo saluto. Schizzò subito nella piccola cucina dove si cucinavano i dolci che erano esposti su metà bancone, dietro ad accurate bacheche di vetro. Si infilò un grembiule blu e bianco ed un piccolo cappello, della stessa bicromia, a forma squadrata, la divisa tipica delle cameriere che lavoravano là. Prese un palmare degli ordini e si avviò senza dire una parola a prendere le ordinazioni. Il locale, anche se piccolo, era sempre pieno e c’era un continuo via vai di gente e questo la obbligava ad essere molto rapida con ogni cliente se voleva riuscire a servire gli altri. Ovviamente non era da sola, ma tre camerieri sembravano sempre pochi. Prese subito

quattro ordinazioni e si diresse verso il bancone, dove prese due vassoi da portare ad altri tavoli. Il palmare che utilizzava era sicuramente molto utile: bastava indicare il numero della bibita o del dolce richiesto che questo emanava un segnale che veniva recepito dalla macchinetta apposita, che si metteva subito in azione per preparare il prodotto. Successivamente il padrone, che stava dietro il bancone, preparava i vassoi da portare ai tavoli e prelevava le paste che venivano richieste.

Questo, però, comportava un lavoro frenetico e senza sosta, tranne forse per i momenti in cui qualche cliente indugiava su cosa scegliere; momenti molto rari, dato che spesso tutti sapevano cosa ordinare sin dal momento in cui entravano nel locale.

Il tempo passò rapidamente ed arrivò la fine del suo turno di lavoro. Ginevra tornò nella piccola cucina dove, in quel momento, il pasticcere stava preparando dei bignè al cioccolato.

Si tolse la sua divisa e si diresse verso l’uscita, quando, tutt’un tratto, il padrone la fermò: “Ginevra, non mi avevi chiesto una cosa ieri?” la ragazza si bloccò sull’uscio. Lo studio, il lavoro e gli altri impegni le avevano fatto dimenticare completamente la sua richiesta e nemmeno in quel preciso istante riusciva a ricordarsela. L’uomo dovette vederla in difficoltà e le diede un aiuto: “Mi avevi chiesto cinque giorni di ferie per poter vedere la tua famiglia”. Improvvisamente si ricordò: lo studio accanito di quegli ultimi tempi per potersi avvantaggiare, il massimo impegno nel lavoro per non cercare di ottenere una risposta positiva alla sua domanda di ferie e tutto il tempo speso a cercare dei biglietti per il neo-aereo solo per poter passare un po’di tempo con la sua famiglia. Come poteva essersene scordata? Persino quella mattina aveva pensato ai suoi precedenti viaggi a casa e non le era venuto in mente che stava per ritornarci? Si girò verso il padrone, ansiosa di una risposta. L’uomo la guardò fissa negli occhi e, dopo una lunga pausa, si decise a risponderle: “Te li accordo. Se non sbaglio e da quasi un anno che non ti riposi un po’”.

Ginevra era al settimo cielo. Fece un enorme sorriso e stava per andare a ringraziare il padrone, ma questo la bloccò prima che lo potesse raggiungere.

“Dovere. Sai, però che al tuo ritorno… dovrò impegnarmi come sempre se non di più, per ottimizzare il servizio del locale”. Finì la frase. L’uomo annuì e le fece segno di andare.

La ragazza lo salutò, assieme ai suoi colleghi e uscì dal locale.

Stranamente i rumori che la circondavano sembravano lontani e remoti, come se non appartenessero al suo mondo.

Anche la folla le sembrava un insieme di persone che non facevano parte della sua vita, ma entità di passaggio che lei doveva semplicemente evitare. Tutto era circondato da una strana luce eterea e il marciapiede sembrava fatto di aria. Sto per ritornare a casa. Pensò.

Aveva speso un’ora e mezza a fare la valigia, ma ora l’aveva quasi terminata. Le mancavano solo gli ultimi vestiti e dovette ammettere che aveva impiegato più tempo a selezionare quelli che gli oggetti da mettere nel beauty case.

“Ma i tuoi sanno che stai andando a trovarli?” le chiese Rachele mentre stava leggendo un libro dal suo tablet.

“No, voglio fare loro una sorpresa. E’da tempo che non mi vedono e, sinceramente, sono ansiosa di vedere le loro facce quando ci incontreremo”. Rispose, mentre metteva una camicetta azzurra dentro la valigia. Ah…”, disse la sua compagna di stanza, continuando a sfogliare le pagine a cristalli liquidi.

Intanto Ginevra continuò a frugare nell’armadio in cerca di qualche altro capo di abbigliamento che avrebbe potuto portare con se, quando si ritrovò tra le mani un abito che non si sarebbe mai aspettata di trovare: un corpetto rosa pallido a cui era cucita una gonna viola a balze, corta davanti e progressivamente lunga dietro. Due maniche a sbuffo dello stesso colore della parte inferiore del vestito completavano il tutto. Motivi a forma di foglia decoravano il busto centrale mentre bordature di pizzo nero decoravano le bordure dell’abito.

“Non ci posso credere! Quello è un tipico abito delle Isole Sospese!” Urlò Rachele avvicinandosi a Ginevra. La ragazza impallidì di colpo e cercò di nasconderlo, ma ormai era troppo tardi.

“Che c’è? Mica ti vergogni ad avere un vestito tipico del tuo paese?!” Chiese sbigottita la sua compagna di stanza.

“No… no… è che… mi sorprende vederlo qua, pensavo di averlo perso…” mentì spudoratamente. Era vero che si vergognava di avere quel vestito, come se ne era vergognata quando l’aveva indossato per la prima volta nel Continente.

L’aveva portato con sè solo perché sua madre aveva insistito, se no l’avrebbe lasciato tranquillamente a casa; quando stava per andarsene aveva accuratamente selezionato i suoi capi d’abbigliamento, sapendo perfettamente che la moda del luogo che stava per raggiungere era completamente diversa da quella delle Isole Sospese. Quel giorno, però era rimasta a corto di un vestito decente e si era dovuta mettere quello che ora stava cercando di nascondere a Rachele. Era stata una delle giornate più brutte della sua vita: la gente l’aveva fissata come una creatura sovrannaturale per tutto il giorno ed aveva sentito anche dei commenti sarcastici tra gli studenti dell’università.

Si era sentita completamente estranea a quel luogo che ormai conosceva bene e ne aveva sofferto parecchio, tanto che aveva nascosto quel vestito in fondo all’armadio, sperando di non vederlo mai più. Invece adesso se l’ero ritrovato tra le mani e non sapeva più che farne.

“Che figata! Non avrei mai pensato di vederne uno originale! Mi sembra un costume appena uscito da un film ambientato nelle Isole Sospese!” Rachele sembrava felicissima di quella scoperta e forse Ginevra aveva trovato il modo di sbarazzarsi

di quell’abito. “Lo vuoi?”

La ragazza la guardò con occhi sgranati.

“Stai scherzando spero. E’ un ricordo del tuo Paese, non appartiene a me!”, rispose, iniziando ad agitarsi, “Non posso accettarlo”.

Ginevra scosse la testa e, malinconicamente disse:” Oramai non mi appartiene più, da molto tempo, prenditelo pure, ne farai un uso migliore di quello che ho fatto io”.

Chiuse la sua valigia e si alzò, diretta verso il suo letto: “Buonanotte e in questi cinque giorni ricordati di svegliarti in tempo e di fare tutto più velocemente del solito: non siamo nelle Regioni della Primavera e non ci sarò io a ricordartelo”.

Si infilò sotto le coperte e spense la luce del suo comodino, lasciando Rachele immobile come una statua e troppo sbalordita per poterle rispondere.

Ginevra cercò di addormentarsi subito, ma quel maledetto vestito le aveva fatto ricordare una cosa fondamentale, che le pesava come un macigno: ora lei era una Continentale, non più un’Isolana. Aveva completamente cambiato modo di vivere e di pensare. Aveva gusti completamente diversi da quelli di un tempo e anche comportamenti tipici di chi viveva a terra. Si era dimenticata della sensazione di vivere sospesa nel cielo, con cui ti sentivi padrone del mondo, dato che sotto di te il Continente era solo un infinità di puntini senza senso. Non sapeva cosa fosse accaduto negli ultimi tempi nella sua città e non sapeva nemmeno come stavano tutte le persone che conosceva un tempo e quali scelte di vita avessero fatto. Le sue ultime due visite erano state così rapide che era riuscita a far visita solo ai suoi genitori e a sua nonna. Inoltre sua sorella le scriveva sempre meno e-mail e lei non sapeva cosa fare per poter conoscere di più cosa stava succedendo in quel preciso istante nelle Isole Sospese. Si addormentò molto tempo dopo, mentre una lacrima le scendeva lungo la guancia: ora era consapevole di essere diventata un’estranea anche per la sua famiglia.

Un mare di nuvole candide si estendeva a perdita d’occhio ed era talmente fitto che era difficile intravedere il Continente.

Era da tempo che non ammirava quel panorama e ogni volta che porgeva lo sguardo fuori dal finestrino del Flying bus si sentiva più calma e meno preoccupata. Sin dal momento in cui aveva messo piede nell’aeroporto si era tormentata con un’infinità di domande: cosa dirò ai miei genitori? Come dovrò comportarmi? Come riuscirò a non far capire loro che sono a disagio? Devo spiegare loro come mi sento oppure no, per non farli restare in pensiero? Era stata talmente avvolta nei suoi pensieri che si era mal appena accorta di aver fatto il check-in e di essersi imbarcata nel neo-aereo. Solo quando l’enorme mezzo era decollato era riuscita a dimenticare le sue ansie, cercando di osservare la terra che man mano si allontanava.

Le domande si erano ripresentate quando era giunta sulla Piattaforma, un’ enorme aeroporto da cui partivano i Flying bus, veicoli identici agli autobus del Continente, solo adattati a solcare le distese del cielo. Quel luogo le aveva fatto ritornare in mente tutte le volte che era partita o arrivata alle Isole Sospese. La peggiore era stata sicuramente la prima, dove stava per intraprendere un viaggio verso l’ignoto, dopo aver abbandonato tutto quello che nei suoi anni di vita era diventato il suo unico mondo. Si era sentita terribilmente sola e confusa, ma si era fatta forza pensando a tutte le opportunità che le avrebbe potuto offrire il Continente. Quel giorno, però non si sentiva meglio del suo primo volo in un neo-aereo di due anni prima. Aveva paura di essersi allontanata troppo dai suoi cari e di non poter avere con loro il rapporto di un tempo.

I suoi timori si erano aggravati quando aveva presentato la sua tessera d’identità alla dogana.

“Bentornata a casa, signorina Ginevra Swan”. Le aveva detto una voce metallica al di là dello schermo a cristalli liquidi, ma non le aveva risollevato il morale. Bentornata dove? Potrò definire ancora le Isole Sospese casa? Aveva pensato in quel momento e l’aveva continuato a pensare finché non era partita con il Flying bus.

Improvvisamente si aprì suo squarcio tra le nuvole e Ginevra riuscì a vedere il Continente e notò che i palazzi perfetti e simmetrici della Città avevano lasciato spazio a costruzioni più decadenti e costruite senza un ordine preciso, ma in base alle esigenze dei suoi abitanti. Inoltre si potevano notare delle piccole nuvole di fumo alzarsi da qualche struttura Dannazione, il Borgo. Il Borgo era la parte della terraferma dove venivano confinate tutte le persone che sarebbero potute diventare criminali pericolosi, che erano per lo più ladruncoli e falsari. Più che l’ambiente, era l’ubicazione di quella parte del Continente a preoccuparla: si ricordava perfettamente che durante la sua infanzia stava intere giornate ad ammirarlo dall’alto della sua città, sperando di poter vedere cosa facevano le persone che lo abitavano.

“Stiamo per arrivare alla città di Meppole High. I passeggeri sono pregati di lasciar passare coloro che devono scendere”.

Quell’annunciò chiarì ogni suo dubbio: stava per arrivare e non aveva ancora risolto i suoi dubbi. Cercò di restare calma, anche se non riusciva a togliersi quel terribile senso di disagio dallo stomaco. Andrà tutto bene, non hai di che preoccuparti. Tu comportati come sempre e vedrai che filerà tutto liscio. Continuò a ripetersi queste parole finché non scese dal Flying bus, dato che ora aveva un problema ben più grave: salire lungo le strade dell’Isola. Alzò lo sguardo: la città si stagliava verso il cielo come un’enorme torre divisa in vari cerchi sempre più stretti man mano che si andava più in alto, collegati tra di loro o da una lunga strada circolare o da scalinate verticali intermedie. Le case sporgevano dalle pareti di roccia che facevano da sostegno ad ogni piano e molte erano anche circondate da un piccolo giardino.

Fortunatamente doveva raggiungere solo il terzo livello di Meppole High, ma camminare continuamente in salita con una valigia non l’entusiasmava molto. Aveva percorso molte volte da bambina quelle strade tortuose, anche di corsa, ma ora si era abituata alle comodità del Continente e al suo terreno pianeggiante.

Era tentata di prendere la funicolare che collegava l’ospedale con il resto della città, poco distante dalla fermata del Flying Bus; però, per poterlo utilizzare, avrebbe dovuto far finta di essere stata appena dimessa e, con una valigia appresso, pochi le avrebbero creduto. Prese un grande respiro ed iniziò la scalata. Incontrò molte persone lungo la strada: certe vendevano la loro merce nelle bancarelle che posizionavano fuori dai negozi quando iniziava la bella stagione, certe che si rilassavano nel bar che si trovava nel secondo livello della città e certe che si stavano semplicemente godendo una passeggiata di metà mattina. Pochi riuscirono a riconoscerla, forse a causa del grande cappello che indossava o forse perché era cambiata completamente da due anni prima. Ad un certo punto decise di fermarsi a riposare nei pressi di una balaustra: era giunta a Meppole High in anticipo e poteva godersi cinque minuti di pausa. Si appoggiò sulla struttura di ferro e riammirò quel paesaggio che aveva dominato la sua vita. Un leggero vento le scompigliò i capelli e lei per sicurezza premette una mano sul cappello, temendo che le volasse via. Era appena ritornata a casa e già le sembrava di aver fatto tutta quella strada troppo velocemente rispetto ai ritmi del resto della gente e riabituarsi a quel tenore di vita in soli cinque giorni le sembrava impossibile. Sorrise pensando alla situazione assurda che stava vivendo: le Isole Sospese erano state ideate dopo che una copiosa massa di gente appartenente al Continente si era opposta alla vita troppo frenetica della Città. I governatori avevano cercato di convincerli a trasferirsi in una delle Regioni, ma questi non avevano accettato l’offerta, dicendo che non erano intenzionati a passare il resto della loro vita senza il normale variare delle stagioni. Alla fine, dopo anni e anni di manifestazioni e proteste erano giunti ad un accordo: avrebbero creato delle zone appositamente per coloro che volevano tornare ad una vita mondana e tranquilla. La prima isola iniziò la propri avita appena trent’anni dopo gli accordi, ma gli oppositori per tutto quel tempo rimasero in silenzio, sapendo di aver ormai ottenuto ciò che avevano richiesto. Lei, invece, si era allontanata da quella vita pacifica per addentrarsi nel caos del Continente e le sembrava di essere andata contro gli ideali che avevano decretato la nascita delle Isole Sospese.

“Ehi piccola” disse una voce roca alle sua spalle. Ginevra non ci badò, pensando che si stesse rivolgendo a qualcun altro. “Ehi piccola”. Ripeté. Questa volta la ragazza si girò, nutrendo qualche sospetto che si stesse chiamando proprio lei.

“Sì, tu con quell’enorme cappello che ti copre gli occhi”.

A parlarle era stata una vecchietta che stava vendendo delle cialde dalla sua bancarella, “Tu non sei Ginevra Swan, la ragazza che si è trasferita sul Continente?”

Ginevra si avvicinò all’anziana signora, cercando di ricordarsi chi fosse. La sua memoria analizzò un’infinità di volti, ma quello della vecchia non riusciva proprio a trovarlo.

“Non ti ricordi di me, vero?”, disse la donna, con una nota di amarezza nella voce, “Eppure quando vivevi qua venivi sempre a mangiare le mie cialde…” Finalmente Ginevra si ricordò di quella vecchietta.

“La signora Treviri che mia sorella ed io chiamavamo sempre la signora delle cialde!”, esclamò, “Mi scusi terribilmente, ma sul momento non sono riuscita a…”

“Gli anni passano per tutti, anche per me, ti posso capire”. disse la donna, mostrando un sorriso sdentato.

“No, no, non è il fatto che lei è invecchiata. Ormai conosco così tanta gente che…” non sapeva come continuare la frase senza fare una brutta figura. La signora Treviri continuava a guardarla quello sguardo caldo e dolce che aveva accompagnato tutta la sua infanzia.

“Eh, mi sa che anche a te la memoria gioca bruti scherzi”, disse infine ridacchiando,“Solo che alla mia età è comprensibile qualche vuoto di memoria, ma alla tua… io inizierei a preoccuparmi seriamente!” Ginevra ricambiò il sorriso, sollevata di non averla offesa. Decise, però, che doveva fare ancora qualcosa per rimediare a quella dimenticanza.

“Potrei avere due cialde?”, chiese.

“Ma certo mia cara”, le rispose la vecchia, avviandosi verso il piano di cottura,” le preferisci con la marmellata di ciliegie o con la cioccolata?”

“Marmellata di ciliegie”.

“Lo sapevo…” ammise la signora Treviri. Ginevra le sorrise di nuovo: ogni volta che era andata a comprare le cialde con sua sorella aveva sempre scelto di cospargerle di marmellata e, quindi, la donna sapeva benissimo i suoi gusti, anche se non aveva mai smesso di proporle quelle con la cioccolata.

Ginevra si accorse che la vecchia era terribilmente lenta a cucinare e che lei stava perdendo molto tempo ad aspettare la sua pietanza. In confronto, la paninoteca dove si fermava ogni giorno era un lampo. Iniziò a tamburellare le dita sulla bancarella, impaziente di ricevere la cialda. Ma quanto ci mette? Pensò, prima di ricordarsi che la signora Treviri aveva sempre avuto quei ritmi. Ovviamente la donna era anche anziana e questo rallentava ancora di più le sue azioni, ma quando Ginevra aveva dato un’occhiata al bar, aveva notato che né le persone che erano sedute ai tavoli avevano fretta di andarsene e né i camerieri di portare gli ordini. Doveva assolutamente smettere di pensare come una Continentale, almeno finché era a Meppole High.

“La vita là sotto ti ha reso impaziente?” disse la vecchia mentre spalmava la marmellata sulle cialde.

Quella domanda la colse alla sprovvista.

“No… è che…”, sospirò e riflette su cosa risponderle, “Il Continente ha un altro tenore di vita e più a lungo ci vivi e più ti ci abitui”.

“Quindi ormai sei una Continentale”. Affermò la donna porgendole la pietanza. Ginevra si incupì, dovendo ammettere che quello che le aveva detto la signora Treviri era vero.

“Ma questo non significa che tu ti sei dimenticata delle tue radici”, la vecchia sorrise, forse per confortarla, “Se no non saresti qui, vero?”

La ragazza annuì, cercando di consolarsi con quel pensiero. La ringraziò e prese il taccuino, pronta a pagare, ma la donna bloccò il suo gesto, facendole intuire il suo proposito. Ginevra insistette, ma l’anziana fu più tenace di lei e, alla fine, dovette accettare il dono. La salutò ringraziandola e ritornò ai suoi bagagli, pronta a ricominciare la sua salita. Si accorse, però che non poteva trascinare una valigia e mangiare le cialde nello stesso tempo e, quindi, si fermò nuovamente, assaporando il gusto di quella pietanza. Erano passati due anni, ma il loro gusto non era cambiato per niente: calde e saporite come nessun’altra che avesse mai mangiato e addolcite dalla marmellata di ciliegie, prodotta sempre dalla signora Treviri.

Le divorò in meno di un minuto e, quando si accorse che erano finite, ne rimase un po’ delusa, ricordandosi che un tempo ci metteva molto di più a mangiarle. Gettò il piatto vuoto in un cestino che era nelle vicinanze e riprese la sua marcia.

Ad ogni passo il senso di angoscia ritornava sempre di più ed arrivò al culmine quando raggiunse la porta della sua casa. Non era cambiata neanche un po’ dal giorno che era partita: l’uscio e le bordure della finestra al piano terra erano sempre di quel colore verde cupo, nonostante le continue lamentele di sua madre di volerlo cambiare. Le tende, che ora oscuravano la visuale dell’interno della casa, erano quelle che avevano comperato cinque anni prima: bianche come le nuvole che circondavano l’isola e decorate con dei semplici motivi floreali. Anche i fori che ornavano l’entrata erano sempre gli stessi gerani rosso fuoco; orami era convinta che sua madre li producesse in serie.

Quando si avvicinò al campanello, il suo stomaco era stretto in una terribile morsa, che si strinse ancora di più quando lo suonò. Sentì dei passi avvicinarsi accompagnati da un ”Chi diamine è a quest’ora?”. Il cuore iniziò a batterle all’impazzata, sia perché era contenta di vedere i suoi genitori, ma anche perché aveva paura di cosa sarebbe successo dopo. Si sarebbe sentita lontana come le altre due volte? I suoi genitori sarebbero rimasti a corto di argomenti dato che orami lei era completamente cambiata? Avrebbero capito il suo disagio e si sarebbero preoccupati? Avrebbero pensato che oramai era diventata un’estranea?

Altri molti dubbi affiorarono nella sua mente, ma crollarono nel preciso momento in cui sua madre aprì la porta e la vide: i suoi occhi brillarono come due stelle in un cielo senza nubi e il suo sorriso era più raggiante che mai.

“Non ci posso credere!”, esclamò, prima di abbracciarla e di ricoprila di baci,”Oh Ginevra ma quanto tempo è passato, una anno? Potevi per lo meno avvisarci! Ho già preparato il pranzo! Se avessi saputo che saresti arrivata!”

“Volevo fare una sorpresa…” rispose, quasi strozzata dalla presa di sua madre. Le era anche caduto il cappello, ma lei era troppo felice per rendersene conto: i suoi non la consideravano un’estranea, ma come una figlia che era appena ritornata da un lungo viaggio. Che stupida sono stata! Come ho potuto pensare delle cose così terribili sul loro conto? Per loro resterò sempre loro figlia, anche se vivo a miglia e miglia di distanza!

Sua madre sciolse l’abbraccio e la condusse in casa, prendendo il suo cappello e la valigia prima di Ginevra.

“Caro, indovina chi è venuto a trovarci?” Urlò la donna mentre si avviava verso il soggiorno agitando la lunga gonna nera.

“Ho qualche sospetto”. Rispose una voce maschile. La ragazza entrò pian piano nella stanza e trovò suo padre intento a leggere un libro seduto sul divano. Non appena la vide si alzò e le andò incontro. La baciò sulle guance, solleticandola con i suoi lunghi baffi e le disse: “Ben tornata a casa, Ginevra”.

Non era mai stato un uomo che esprimeva apertamente le sue emozioni ma Ginevra sapeva benissimo che anche lui era felice di vederla. Sentì un rumore di passi veloci provenienti dal soffitto e che si fermarono solo dopo aver fatto scricchiolare qualche gradino della scala di legno, che collegava i sue piani della casa.

“Cosa sta succedendo qua?”, chiese una voce giovanile. Ginevra si girò e vide sua sorella che sporgeva dalla balaustra di legno. Non appena i loro sguardi si incrociarono, l’espressione curiosa della ragazza mutò in un muro freddo e impenetrabile.

“Ah, sei tu”. Disse, quasi scocciata.

“Maggie!”, sbraitò sua madre, “Ti sembra questo il modo di salutare tua sorella!? Ti ricordo che non la vediamo da un anno!”

“Ah, davvero?” sibilò tra i denti. Fortunatamente sua madre non sentì quel commento, ma Ginevra lo udì benissimo e ne rimase sorpresa. Aveva sempre avuto un splendido rapporto con sua sorella e non capiva perché era diventata così acida nei suoi confronti.

“Mamma, sai benissimo che Maggie non è mai stata una grande compagnona!”, disse, cercando di mitigare la situazione,“Molto simile al padre, no?” Strizzò l’occhio verso l’uomo di casa che ricambiò con un sorriso.

“Sempre meglio che assomigliare a zia Petunia”. Affermò sua sorella.

“Maggie!” Strillo di nuovo sua madre.

“Cosa c’è, stavo facendo solo dell’ironia”, commentò, mentre scendeva le scale e si avvicinava a Ginevra,” In realtà la tua venuta è una gioia per i miei occhi”. La baciò sulle guance come suo padre e quando si allontanò dal suo volto capì che quella frase era piena di ironia, sottile, ma era pur sempre ironia: lo sguardo di Maggie da dietro i suoi occhiali tondi era freddo e sprezzante, privo di calore.

“Bene, signorina, visto che sei così contenta di vedere tua sorella, potresti farle il favore di portare la sua valigia nella tua, anzi vostra stanza”. Le ordinò sua madre. La ragazza sbuffò, ma obbedì e trascinò l’enorme bagaglio per le scale.

“Tranquilla Ginevra”, continuò al donna,“ è stressata dallo studio e da qualsiasi altra cosa che può passare per la mente di un’adolescente. Lascia che si riposi un po’è vedrai che torna quella di una volta”.

“Lo spero”. rispose preoccupata la sorella maggiore.

“Oh, non farti questi problemi. Se non cambia atteggiamento glielo cambio io, poco ma sicuro”.

“Quanto rimani?” chiese suo padre, che per tutto il tempo era rimasto in silenzio.

“Cinque giorni, compreso oggi”.

“Così tanto?! Questa sì che è una bella sorpresa!”, esclamò sua madre, “Sali, Sali. Devo assolutamente farti qualcosa da mangiare e prepararti una bella cena per stasera. Dobbiamo assolutamente festeggiare il tuo ritorno!” Ginevra sorrise. Sua madre non era cambiata per niente: sempre attiva e intenta a fare qualcosa e, nonostante i suoi capelli fossero più grigi dell’anno precedente, era sempre allegra e piena di energie. Ad un certo punto, però, le venne un dubbio”. Mamma, scusa, io dove dormirò?”

“Ma nel tuo letto, mia cara. Da quando te ne sei andata è rimasto tale e quale!” rispose la donna.

“Fantastico…”, disse, mentre saliva le scale. Quando fu in cima sospirò, sollevata che tutto fosse andato per il meglio.

Aveva capito che quella sarebbe stata sempre casa sua, anche se ora viveva nel Continente e che tutti la trattavano come sempre. No, quasi tutti mi trattano come sempre.

Quando entrò nella stanza trovò sua sorella che era affacciata alla finestra. Aveva lasciato la valigia sul letto di Ginevra che aveva sempre la stessa coperta rosa e ricoperta di farfalle.

“Tranquilla, l’ha lavata dall’ultima volta che sei stata qua”. disse Maggie.

Ginevra notò che la ragazza aveva aggiunto delle piccole piante al resto dei soprammobili. Quella che la incuriosiva di più era una che aveva delle enormi foglie versi e dei fiori che non aveva mai visto prima d’ora.

“Che bella! Dove l’hai comperata?” chiese indicandola. Sua sorella si girò e quando vide a quale dei vegetali si riferiva rispose svogliatamente: “Me l’ha data una mia amica, viene dalle Regioni dell’Estate. Se ti interessa le altre le ho prese dal fioraio vicino alla piazza”. Si girò di nuovo verso la finestra e tornò ad ammirare il panorama. Ginevra decise che non ne poteva più di quel comportamento: non era solo stress e lei lo sapeva benissimo. Chiuse la porta e si avvicinò alla ragazza.

“Allora, cosa c’è che non va?” disse duramente.

“Niente che ti riguardi, miei problemi”. Maggie non si era nemmeno girata per riferirle quella frase.

“Niente che mi riguardi?! Sei mia sorella e mi stai trattando come se fossi uno zerbino su cui pulirsi i piedi!” Sbraitò.

“Servono a quello gli zerbini, cosa serve specificarlo?

“Ginevra si stava irritando parecchio. Avrebbe voluto mollarle un ceffone in pieno viso, ma si trattenne: preferiva giungere ad una tregua con le parole.

“Ascoltami, per favore. Tu non sai cos’ho provato io mentre stavo arrivando qua. Ero terrorizzata, terrorizzata di sembrare un’estranea ai vostri occhi e non avevo la più pallida idea di come comportarmi”, si fermò per riprendere fiato, “Ma quando sono arrivata a Meppole High mi sono resa conto che non era cambiato niente e che tutti mi trattavano come sempre. Ero felicissima, almeno finché tu non hai iniziato a trattarmi con una freddezza che non avrei mai pensato che potessi avere; perciò, dimmi, cosa c’è che non va?”

Maggie fece una risata secca e sforzata, prima di risponderle: “Tu preoccupata di essere diventata un’estranea?”, scosse violentemente la testa, come se avesse appena sentito un’assurdità,“Stai scherzando spero”.

Ginevra era allibita: cosa voleva dire quella reazione di sua sorella. La ragazza continuò il suo discorso: “Adesso ti dico cosa ho provato io. Da quando te ne sei andata i nostri genitori non hanno mai smesso di tessere le tue lodi a chiunque incontrassero. Oh, ma sai quanto è brava all’università Ginevra? Sai che bella donna

sta diventando? Sai che è stata così in gamba da trovarsi un lavoro che ci alleggerisce le spese?”, aveva alzato la voce e si stava innervosendo sempre di più, “Tu sai quanto sono stufa di sentir parlare solo e solamente di te in questa casa? Cara la mia sorellina, non sei tu lo zerbino, sono io, abbandonato e calpestato da tutti!” Maggie iniziò a singhiozzare. Ginevra cercò di avvicinarsi per consolarla ma questa l’allontanò.

“Scusami, Maggie, non avrei mai pensato…” non sapeva come continuare la frase senza ferire ulteriormente la sorella.

Non avrebbe mai pensato che sarebbe potuta accadere una cosa del genere, non tra loro due.

“Mi dispiace terribilmente”, sospirò, cercando le parole. “Se avessi saputo che eri in una situazione simile sarei tornata prima… lo sai che mi fa soffrire vederti così”.

Non sapeva che altro dire. Fissò la ragazza sperando di ottenere il suo perdono, anche se le sembrava un’impresa impossibile. Maggie era sempre stata ottusa, sin da piccola e se si impuntava su qualcosa era difficile farle cambiare idea.

La sorella minore si asciugò le lacrime con la manica della camicia rosso bordeaux e smise di singhiozzare.

“Accetto le tue scuse”, Ginevra si sentì enormemente sollevata da quelle parole, ma sapeva che la frase non era finita,” a patto che mi prometti che tornerai più spesso a casa.

I nostri genitori ti vogliono bene e sentono terribilmente la tua mancanza. Forse se vieni a Meppole High qualche volta in più del solito smettono di parlare così assiduamente di te”.

Quelle parole furono come una frusta per la ragazza. Ora capiva finalmente tutto: il letto ancora integro, la reazione di Maggie e il comportamento dei suoi genitori. Trascurava troppo i suoi cari, impegnata com’era nello studio e nel lavoro.

Ciò che la scioccava parecchio era che non le era mai passato per la mente di fare qualche visita in più alla sua famiglia.

“Promesso”…  rispose alla sorella, “Sono una figlia degenere”.

“Felice della tua constatazione”, disse sua sorella, sorridendole,

“Ora è meglio che scendiamo, non vorrai far aspettare ancora di più i nostri genitori?”

Cinque giorni erano passati velocemente, ma non come si era aspettata Ginevra. Ritornare a vivere sulle Isole Sospese, anche se per poco tempo, le era servito molto: non solo si era completamente rilassata, ma aveva assaporato lo scorrere del tempo con quella dolcezza che aveva perso vivendo sul Continente.

Inoltre si era aggiornata sulle ultime novità di Meppole High, anche se potevano sembrare irrilevanti: sua cugina si era fidanzata da poco e lei era invitata al matrimonio; la vedova della porta accanto aveva acquistato un cane che le teneva compagnia, e da quel momento non era più venuta a disturbare le altre persone; la squadra di freccette della città aveva vinto il campionato regionale e ora stava per partecipare alla fase nazionale; il vecchio signor Geremia era morto e aveva lasciato ai suoi nipoti un’eredità così esorbitante che questi non sapevano come utilizzarla; sua nonna si era iscritta al circolo delle Anziane Impegnate e stava diventando una campionessa a bridge; la nuova amica di Maggie si era trasferita da poco tempo a Meppole High dalle Regioni dell’Estate con il fratello, che aveva acquistato la locanda al sesto piano della città.

Sorrise al pensiero di sua nonna intenta ad insegnarle come si giocava a bridge: ci aveva messo un’intero pomeriggio ma alla fine era riuscita nel suo intento. Non si era mai divertita come in quel momento, dato che vedere l’anziana così concentrata a spiegarle qualcosa di così banale le aveva messo il buon umore. E che dire del momento in cui aveva conosciuto i due nuovi arrivati dalle Regioni dell’Estate? Si capiva benissimo che erano degli stranieri, e non solo per l’accento: avevano un modo di fare molto spigliato ed erano pieni di iniziative. Forse doveva ringraziare loro e sua sorella per aver rivisto tutte le persone che conosceva in soli cinque giorni. Anche con loro si era divertita moltissimo soprattutto durante la loro festicciola privata nell’isola accanto a Meppole High, dominata completamente dalla vegetazione, ma non per questo inospitale. Alla fine avevano dormito sotto le stelle e Ginevra rimase sbalordita da quello spettacolo di piccole luci luminose che ricoprivano l’enorme distesa blu, anche se l’aveva visto molte altre volte. Ma forse quella volta è stato un momento speciale, dato che le ho finalmente ammirate di nuovo dopo tanto tempo.

Entro nel suo condominio piroettando; il viaggio di ritorno non l’aveva stancata e in quel momento lei si sentiva più felice che mai. Era addirittura decisa ad accettare di andare in discoteca con i suoi amici.

“Oggi è di buon umore signorina Swan?” chiese una voce alle sue spalle. Ginevra si girò e rispose al suo interlocutore”.

“Buongiorno signor Carols. Le confermo la sua ipotesi, sono appena tornata da casa e mi sento più felice che mai: ho finalmente rivisto la mia famiglia e tutti i miei vecchi amici. Mi sento libera come un fringuello!”

“Lo vedo, lo vedo”. Disse ridendo l’uomo. La ragazza notò che oggi aveva di nuovo le sue pesanti borse e il contenuto la stupì parecchio.

“Libri?!”

Domandò incredula.

“Sono un appassionato dell’antiquariato e soprattutto di questi vecchi pezzi di carta, sa ritengo che abbiano ancora molto da dire, molto di più di quei vostri tablet. Sa leggere un libro è come…”

Ginevra stava pendendo dalle sue labbra. Non aveva mai avuto l’occasione di fare un discorso compiuto con il signor Carols, sempre troppo impegnata nelle sue attività. Ora, però, si rendeva conto che era un personaggio affascinante a cui

avrebbe prestato volentieri attenzione.

“Oh, ma le sto solo facendo perdere tempo con i miei discorsi! Lei avrà sicuramente qualcos’altro da fare! La vedo spesso uscire da questo palazzo immersa nei suoi pensieri”. Disse il vecchio.

“Invece, Signor Carols, questa sera sono libera e devo ammettere che le cose antiche mi affascinano parecchio… soprattutto le storie del passato e sarei ben lieta di ascoltare le sue”. Rispose. L’uomo la guardò sbalordito per un po’di tempo, ma alla fine decise di invitarla a prendere un tè a casa sua.

Ginevra accettò, a patto che l’avrebbe potuto aiutare a portare su quelle borse pesanti. L’uomo le sorrise e le porse una, prima di avviarsi lentamente verso l’ascensore. La ragazza la prese e lo seguì. Per un giorno poteva tranquillamente rinunciare ad una serata caotica in discoteca.