La storia di un ragazzo di strada_Philip Mushiba Mung’ao

piccolo kivuli_Racconto finalista prima edizione Premio Energheia Africa Teller.

Traduzione a cura di Maria Teresa Piccolo

 

Non sarei mai diventato un ragazzo di strada se la sfortuna non si fosse accanita contro la mia famiglia. Non conobbi mai mio padre che avev abbandonato la famiglia prima della mia nascita.

Kamau, così si chiamava mio padre, aveva vissuto felicemente con mia madre, le mie tre sorelle e i miei quattro fratelli a Madaraka, una piccola tenuta di Nairobi, al tempo della fienagione. Era impiegato presso una banca straniera e guadagnava un discreto stipendio che consentiva a tutta la famiglia di avere tre pasti al giorno, una casa comoda e vestiti alla moda. Mia madre gestiva un piccolo negozio non lontano da casa ed ogni giorno i miei fratelli e le mie sorelle erano prelevati e riaccompagnati a casa dal bus della scuola che frequentavano.

Purtroppo mio padre perse il posto di lavoro a causa della riorganizzazione dei servizi della banca. Ricevette tutto ciò che gli spettava, oltre ad una liquidazione per i suoi numerosi anni di servizio. Con tutto quel denaro mio padre consentì alla famiglia di mantenere lo stesso stile di vita, confidando sul fatto che presto avrebbe trovato un nuovo lavoro. Ma il tempo passò, i mesi divennero anni, e di lavoro neanche l’ombra.         Le risorse finanziarie incominciavano a scarseggiare ed anche gli affari nel negozio di mia madre andavano male; gli amici di famiglia si allontanavano e a scuola i miei fratelli erano continuamente sollecitati a pagare le rette.

Mio padre divenne ostile prima verso mia madre, poi verso i miei fratelli.

Non stava quasi mai a casa e trascorreva la maggior parte del tempo abbandonandosi ad un consumo smoderato d’intrugli alcolici fatti in loco. Dimagrì e si abbrutì nell’aspetto, indossava stracci e un giorno scomparve abbandonando mia madre, sola con i suoi figli.

Njeri, così si chiamava mia madre, era stata una donna molto bella, come si evince dalle sue fotografie, ma gli eventi l’avevano segnata profondamente.

Avvezza ad una condizione agiata, fu costretta a lavorare duro per mantenere la famiglia nonostante fosse incinta di me. Seguendo il consiglio di mia zia, si trasferì in una misera abitazione a Mathare che fece del suo meglio per renderla accogliente, poiché i mobili erano stati in parte venduti da mio padre e in parte confiscati per il mancato pagamento del fitto di casa.

Mia madre tentò la via del commercio prima con il pesce e poi con i sukuma wiki (cavoli), ma non aveva il capitale necessario per gestire tale attività e la famiglia ogni giorno doveva affrontare il problema degli stenti e della fame. La nostra umile dimora molte volte fu inondata dalle acque del fiume Nairobi e diventò perciò umida e piena di crepe. Inoltre usavamo, insieme a centinaia di altri residenti, le poche e sudice latrine che si trovavano nelle vicinanze del nostro quartiere che consisteva di misere abitazioni che erano spesso devastate dalle incursioni della polizia alla ricerca di delinquenti. Non sempre la mia famiglia disponeva dei 250 scellini kenioti necessari per pagare il fitto e mia madre era costretta a implorare il padrone che molte volte la minacciava di sfratto. Ngotho, mio fratello maggiore, si unì ad un gruppo di ragazzi di strada e non si vedeva quasi mai in casa. Ciiku, mia sorella maggiore, sposò un individuo che viveva di espedienti illeciti e che abitava in un quartiere povero non lontano dal nostro. Fu proprio in questo momento critico che nacqui, condannato ad una vita di povertà, lotta e disperazione.

Lottai contro il seno emaciato di mia madre nella speranza di trarne un po’ di latte. Lottai incessantemente contro le malattie dovute a mal nutrimento e mancanza di igiene, e ogni giorno dovevo lottare anche contro i miei fratelli per avere attenzione e cibo. Mia madre tentò di produrre birra illegalmente nella valle di Mathare, e quando le leggi divennero più restrittive si diede al commercio ambulante illegale.

Anche in questo caso dovette fare i conti con la legge e in più occasioni fu costretta a destinare i suoi miseri guadagni per corrompere sia gli ascari, affinché le consentissero di continuare la sua attività, sia i poliziotti per riottenere la libertà quando veniva arrestata. Mia madre era così disperata che cominciò a prostituirsi con tutti per 20 scellini, somma che utilizzava per comprarmi qualcosa da mangiare.     Quando mia madre faceva la venditrice ambulante, i miei fratelli e le mie sorelle a volte l’accompagnavano e mendicavano per le vie della città. Qui presto essi appresero i segreti della vita di strada e scomparvero per tornare a casa solo occasionalmente con qualche soldo per me, che porto il nome di Kuria, e per la povera mamma sofferente.

Le condizioni di salute di mia madre migliorarono leggermente quando mio fratello Ngugi, il terzogenito, trovò un lavoro in un’impresa edile.

I suoi guadagni che consegnava alla mamma tanto amata ci permisero di avere finalmente un pasto al giorno.

A quel tempo avevo cinque anni ed ero già attratto dalla vita di strada per i racconti che ascoltavo dai miei fratelli e dalle mie sorelle. Ma essendo l’ultimo nato, ero tenuto sotto stretto controllo da mia madre che addirittura mi iscrisse ad una scuola nelle vicinanze, che frequentai soltanto per due anni. Infatti, la mancanza di libri e dell’uniforme, il problema del pagamento delle rette e il cibo che scarseggiava, mi fecero odiare la scuola. Mia madre allora mi portò con se a vendere arachidi finché non fui in grado di vendere autonomamente buste di carta davanti ai supermercati.

Fu in questo periodo che alcuni compagni mi fecero conoscere la droga e mi spinsero a vivere per le strade di Nairobi.

Fu il mio amico Njoroge ad iniziarmi alla vita di strada. Njoroge aveva scelto di vivere per strada per sfuggire alla violenza di sua zia, cui era stato affidato dopo la morte dei suoi genitori in un incidente stradale.

La donna aveva promesso di provvedere all’educazione del ragazzo ma, non appena si assicurò la proprietà di famiglia, cominciò a maltrattarlo tanto che il suo corpo portava i segni delle selvagge violenze subite.

All’inizio la vita di strada fu dura, molto dura. Si dormiva sui marciapiedi su cartoni e giornali senza avere niente con cui coprirsi durante le notti fredde ed umide. Dovevamo fare i conti non solo con le pattuglie di poliziotti e di sorveglianti vari che, per lasciarci in pace sui marciapiedi, ci chiedevano soldi, ma anche con la gente comune meschina e crudele che ci trattava sempre come criminali.

I ragazzi di strada operavano in “gang” ed io iniziai nella gang di Ninja.

L’iniziazione consisteva nell’essere abbandonati dai compagni più fidati alla mercé dei membri della banda che ti costringevano a batterti, e soltanto con la propria forza fisica era possibile garantirsi un posto di rango all’interno della gang. Presto mi ritrovai pieno di cicatrici per le ferite provocate dai continui combattimenti e dalle percosse dei poliziotti, dei vigilanti e della gente comune.

Dopo circa un anno, ero diventato un esperto sopravvissuto della strada.

Dall’accattonaggio ero passato allo scippo e al borseggio, usando come armi feci umane in buste di plastica. Poi diventai un “comandante di base” con il compito di sorvegliare un’area operativa e una squadra di complici.

La mia base era il mercato di Wakulima nel centro della città e nelle aree limitrofe, tipico centro commerciale per turisti. Come comandante di base, dovevo coordinare il pedinamento delle vittime e dare consigli sulla giusta strategia da adottare a seconda delle circostanze. I turisti erano il nostro obiettivo principale. Le strategie adottate erano varie: afferrare un oggetto e scappare via con l’aiuto di complici, pronti a seguirti nel caso in cui l’oggetto sfuggisse dalla presa; far cadere l’oggetto consentendo ai complici di raccoglierlo e fuggire; strappare i vestiti ad una donna che, mentre si concentra a coprirsi, concede tutto il tempo per essere derubata delle sue cose o, in modo più complicato, scippare la gente usando un veicolo.

In un memorabile pomeriggio, in compagnia di Njoroge e altri due amici, applicando la strategia del “denudamento” di una turista, riuscii ad impossessarmi di una catenina d’oro ed a scappare con i miei complici, ma non riuscii ad evitare l’inseguimento della gente. Avevamo pedinato la signora dalla zona del Grand Regency Hotel. L’inseguimento finì sulla rotonda del cinema Globe, dove nel disperato tentativo di attraversare la strada, fui investito da una Nissan che mi scaraventò contro il palo di un lampione.

La catenina cadde, e mentre Njoroge la raccoglieva per portarla via, fummo tutti intrappolati. Fummo circondati e grazie a Dio si trattava di poliziotti, poiché la folla ci avrebbe facilmente linciati. La turista invano supplicò la polizia di rilasciarci ed io, nonostante le ferite, fui trascinato sanguinante senza pietà verso una Land Rover della polizia che ci portò tutti in una casa di correzione a Kabete.

La vita nel carcere era orribile; ci erano negate le cose essenziali come le coperte ed eravamo tenuti nelle stesse celle dei criminali adulti che continuamente ci istruivano su come ingannare il giudice se ci avessero portati in tribunale. Dopo nove terribili mesi di attesa in carcere, fu stabilito che frequentassimo scuole speciali, ed una mattina fummo chiamati in direzione per incontrare due signore che, come appresi in seguito, erano assistenti sociali. Ci fecero molte domande che riguardavano le scuole frequentate, l’ambiente familiare, l’esperienza di vita vissuta nelle strade e infine ci fecero la domanda più gradita, se eravamo disposti a ritornare a scuola.    Naturalmente sia io che i miei compagni accettammo la proposta, allettati dal pensiero di uscire dal carcere e ritornare nelle nostre strade.

Una settimana dopo questo incontro, fummo portati insieme a delle assistenti sociali ad un centro in Kariobangi. Seppi poi che si trattava di un centro di recupero che sarebbe diventato la nostra nuova casa. La signorina Anjela, una delle assistenti sociali, ci presentò Joshua, il nostro nuovo custode. Fummo messi insieme ad altri ragazzi del centro che avevano la nostra stessa età. Grazie agli sforzi di Joshua, i ragazzi del centro ci accolsero bene; tutti volevano parlare con noi e volevano anche

aiutarci. Ci spiegarono come si svolgeva la vita nel centro; ogni ragazzo aveva il proprio letto con un armadietto, cose di cui fummo dotati quella sera stessa da Joshua, che viveva nella casa del parroco della chiesa cattolica di San Martino. All’ora di cena ci diedero piatti puliti, un cucchiaio ed un coltello. Insieme a Fratello Tom, Joshua ci condusse nel refettorio dove disse qualcosa e i presenti fecero dei segni e dissero cose che per noi, quattro nuovi del posto, erano incomprensibili. In seguito ci fu spiegato che si trattava del segno della croce e della preghiera prima

dei pasti.

Il cibo mi piaceva e quando rivolsi lo sguardo verso Njoroge, che era seduto a tavola di fronte a me, mi sorrise sollevando il pollice in su per dirmi che anche per lui le cose andavano bene. Dopo cena ci alzammo tutti e recitammo una preghiera.

Fratello Tom annunciò che, poiché era domenica, avremmo visto un video, e quando fummo nella sala video mi andai a sedere a fianco al mio vecchio amico Njoroge.

“A me il posto piace; e a te?” Gli sussurrai. “Anche a me,” mi rispose e subito aggiunse “hai della colla con te?”

“No, ho buttato via la bottiglia al cancello per paura,” gli dissi sottovoce.

“Ne morirò”. Lui disse.

“Perché, a causa della colla?” Gli chiesi.

“Sì,” rispose toccandosi la testa, “mi sta venendo anche il mal di testa”.

“Ti daranno qualche medicina”. Replicai.

Rimase in silenzio e la sua attenzione fu attratta dal video. Era “Gli dei devono essere pazzi”, un film che ci piaceva guardare nella penombra dell’Hotel di River Road durante i giorni trascorsi nelle strade.

Quella notte non riuscii a dormire. Ero in un letto con un materasso nuovo e lenzuola pulite; Njoroge dormiva nel letto sopra al mio. Incredibile!

Mi mancavano le fredde notti del carcere e della strada; eppure le persone qui erano così brave.

La mattina successiva ci svegliammo alle sette, ci lavammo e ci affrettammo verso la chiesa per la messa mattutina. Alle otto, dopo la colazione, Njoroge ed io ci fermammo in aula con Fratello Tom, mentre gli altri ragazzi andarono con Joshua.

Fratello Tom fu contento di sapere che noi quattro, Njoroge, Osore, Sheyi ed io, eravamo andati a scuola e sapevamo leggere, scrivere e far di conto.

Fu colpito in particolar modo da Osore che parlava un buon inglese e che era stato il nostro maestro nelle strade nei momenti più difficili. Il buon frate promise di agevolare il nostro trasferimento in una scuola, se ci fossimo comportati bene e se avessimo mostrato interesse nel lavoro in classe.

Dopo tre mesi eravamo in grado di osservare le regole del centro senza alcuna difficoltà. Avevamo deciso di comportarci bene per andare in una scuola esterna al centro, con la speranza di incontrare altri ragazzi che avrebbero potuto avere un po’ di colla. Le nostre speranze però sembravano ormai vane soprattutto perché un sabato pomeriggio Njoroge, andando con Fratello Tom a Buruburu a fare la spesa, rubò della colla.

Gli altri ragazzi, avendo qualche sospetto, controllarono l’armadietto di Njoroge mentre era in bagno e riferirono quanto avevano scoperto a Fratello Tom che naturalmente confiscò la “merce”.

Una settimana prima che andassimo a scuola, la signorina Anjela venne spesso al centro. Avolte si soffermò ad ascoltarci mentre parlavamo liberamente, altre volte venne in classe per farci delle domande e si fermò anche a pranzo con noi. Tutti ignoravamo le sue intenzioni, finché non mi capitò di ascoltare la sua conversazione con Joshua.

“Signora, i suoi ragazzi sono davvero bravi; li porti a Ruai,” disse.

“Davvero?” Lei chiese.

“Sì, è sorprendente; i quattro ragazzi che sono venuti recentemente sono eccezionali. Hanno fatto in realtà enormi progressi e si comportano bene anche in classe”. Joshua spiegò.

“E per gli altri sette ragazzi?” Chiese Anjela riferendosi agli altri ragazzi che erano lì prima di noi.

“Apprendono lentamente; potremmo prendere in considerazione Eliya, Mutua e Kipsang, agli altri penseremo più in là,” rispose Joshua invitandola ad andare nel suo ufficio.

Quella sera, vennero nel refettorio Joshua, Padre Kaiser e Fratello Tom il quale disse che sette di noi avrebbero lasciato il centro per andare a Ruai e frequentare una scuola regolare. Poi aggiunse che il giorno seguente la signorina Anjela avrebbe accompagnato al centro altri ragazzi che avrebbero preso il nostro posto.

Eravamo tanto felici che rimanemmo a chiacchierare sotto voce fino a notte fonda. A metà mattina del giorno dopo, Fratello Tom era pronto con il pulmino.       Mentre il veicolo girava al cancello per partire, salutammo Padre Kaiser, Joshua, gli altri quattro compagni che rimanevano là e altri cinque appena arrivati con la signorina Anjela.

Arrivammo a Ruai nella tarda serata. Avevo 11 anni allora. Qui incontrammo tanti ragazzi, più di 200 fra i 6 e i 17 anni. La maggior parte proveniva dai carceri minorili sparsi per tutta Nairobi. Njoroge ed io fummo destinati al dormitorio di San Kizito, mentre i nostri compagni finirono negli altri tre dormitori. La mattina seguente, il direttore del centro, Fratello Ayier, ci sottopose a un esame preliminare per determinare l’ammissione alle varie classi. L’esito del colloquio ci destinò in classi diverse: io fui ammesso alla seconda classe, Osore alla quarta, Njoroge e gli altri alla prima.

Era cominciata una nuova vita, fatta di compiti in classe, regole scolastiche, preghiere mattutine e serali prima e dopo i pasti, di sabato, di domenica, in realtà quasi sempre. La scuola funzionava dal lunedì al venerdì, dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio. Il sabato era dedicato alla cura della persona e alla ricreazione; la domenica mattina alla preghiera, il pomeriggio alla ricreazione.

Il centro offriva molte occasioni di svago: film, televisione, palloni per ogni gioco. I genitori o i tutori, a cui molti di noi erano stati affidati grazie agli sforzi degli assistenti sociali, frequentavano il centro il primo sabato del mese o durante gli incontri programmati per loro. Dopo solo tre settimane, avevo fatto parecchie amicizie. Incontrai anche una vecchia conoscenza, “yellowman”, un ex ragazzo di strada che era stato “comandante di base” della zona circostante l’Hotel Hilton e che ora era responsabile sanitario. Il suo sogno, però, era di andare nel centro giovanile di Strarehe dopo la scuola primaria, e in seguito studiare Legge all’università.

Conobbi il ragazzo più brillante della scuola, Wariua, allora soprannominato “ministro”, sebbene la sua aspirazione fosse quella di diventare un diplomatico, il quale fu fortunato ad avere la possibilità di frequentare una scuola secondaria a Nyeri. Feci amicizia anche con Mulandi e Kamusidi, i “pastori”, i quali aspiravano a diventare preti, con Kisanjana, l’intrattenitore, con Kirefu, l’atleta, Kabaloko, l’aspirante autista, e Abel “il professore”.

Tutti sognavamo una carriera brillante ed i nostri insegnanti ci incoraggiavano a lottare per realizzare i nostri sogni. Ci volevano tutti bene, a cominciare da “Ndahwo”, il guardiano e Mulina, l’addetto al campo sportivo, per finire con “Mathe” il cuoco. A me piaceva molto la signora Bino, la mia insegnante. Era molto gentile e ci comprava banane. Era brava nel suo lavoro e, dopo un trimestre, mi nominò capoclasse.

Eravamo tutti affezionati a Sorella Rachael, l’infermiera della scuola che detestava chiunque tentasse di maltrattarci.

Ci inserì nel gruppo liturgico e, dietro sua insistenza, entrai a far parte del gruppo di preghiera. Pregavamo per tante persone: i benefattori, i fratelli, le vittime dei conflitti tribali ed anche per la nostra scuola e i nostri genitori.

Mi piaceva lo sport e, al tempo in cui frequentavo la quarta classe, entrai a far parte della squadra di calcio allievi diventandone il capitano.

Progredii nel canottaggio fino a diventare capovoga nell’equipaggio dell’”otto con”. Battemmo le cosiddette scuole “normali” del circondario in molti giochi e sport, nella musica e nel teatro. Una volta Mohi, “il Poeta”, fu dichiarato il migliore di tutto il Paese.

Padre Joseph ci portava la carne abbastanza spesso. Altri vicini ci portavano abiti, frutta, libri e molte altre cose. Mi chiedevo perché qui tutti ci amassero, mentre nelle strade tutti ci odiavano. Ogni anno la compagnia aerea del Kenya ci donava delle vecchie uniformi. Tutte le volte che arrivavano pacchi dono, Fratello Chris, il direttore del centro, era solito suonare la campanella per farci mettere in riga e distribuirci ciò che era stato mandato per noi.

Imparammo tantissime canzoni e poesie che cantavamo e recitavamo quando venivano i visitatori.

Tutte queste cose contribuirono a renderci migliori.

Ho completato il ciclo dell’istruzione primaria l’anno scorso e, poiché sono sempre stato un ragazzo brillante, spero di vincere la borsa di studio, promessa da uno dei nostri benefattori, per frequentare una scuola americana. Il mio compagno di scuola Otieno è riuscito ad andarci l’anno scorso, avendo riportato una valutazione di 580 punti nel suo certificato di istruzione primaria in Kenya.

Se riuscirò ad andare in America, spero di contattare qualche amico turista incontrato a Ruai. In particolar modo mi piacerebbe incontrare Miss Hicks, un’insegnante di scuola superiore del Minnesota. Spero infine di poter studiare Legge e di ritornare in Africa per combattere ogni momento per i diritti dei ragazzi di strada e di altri gruppi di emarginati.