La storia della dolce Katiwa_Cosmos M. Nzilili

venezia1-300x199_Racconto finalista sesta edizione Premio Energheia Africa Teller.

 

Traduzione di Katia Basile

 

Katiwa era una giovane ragazza, figlia della prima moglie di suo padre.

Aveva una sorellastra Kaala, nata da suo padre e dalla sua seconda moglie.

Perse sua madre in tenera età e spettò a suo padre e alla madre di

Kalaa occuparsi dell’educazione delle due ragazze. Era da poco morta

sua madre, che si imbatté nell’ostilità della sua matrigna. Non riceveva

mai abiti, né gioielli come le ragazze della sua età, mentre per Kaala si

compravano sempre gli oggetti più belli dell’intero villaggio. Suo padre

non immaginava che sua figlia orfana ricevesse un così terribile trattamento.

Ogni giorno Katiwa doveva recarsi al fiume e nella boscaglia per procurarsi

la legna. Al suo ritorno era la sola a preparare la colazione, il

pranzo e la cena. Doveva lavare gli indumenti dei genitori, occuparsi

delle faccende domestiche e lucidare persino i gioielli della sorellastra.

La sua matrigna la picchiava per qualsiasi piccola omissione nei suoi

compiti quotidiani a tal punto che non riusciva a capire se aveva lavorato

bene o male.

Una mattina si recò al fiume per prendere l’acqua. Dopo aver riempito

d’acqua la calebassa si accorse che il coperchio di legno era caduto nell’acqua.

Pensò: “Come farò a tornare a casa senza il coperchio? Mia madre

mi ucciderà”. Era sconvolta. La sola alternativa era quella di cercarlo.

Si avviò verso il fiume facendosi largo tra le piante acquatiche

che incontrava alla ricerca del vecchio coperchio di legno. Sopraggiunse

la notte e non lo aveva ancora trovato. Dormì nelle grotte sulle

sponde del fiume e si svegliò molto presto al mattino per proseguire la

sua ricerca.

Ad un tratto scorse nell’acqua una grande varietà di perle e di conchiglie.

Non aveva mai visto nulla di così bello. Nemmeno i gioielli che la

sua matrigna comprava per Kaala erano così belli. Subito dopo udì una

voce. “Ehi, passante, prendili per te”. “A ciascuno il suo, non prendo

ciò che non conosco”, rispose soddisfatta e proseguì la sua ricerca. Scese

la sera e non aveva ancora trovato il coperchio. L’avrebbero ammazzata

se fosse tornata a casa senza il coperchio. Nella boscaglia trovò un posto

in cui dormire. L’indomani proseguì con fermezza la sua ricerca.

Lungo il corso del fiume vide altri bei gioielli come quelli che una sposa

indossa sempre il giorno delle nozze. Erano così belli che si sedette

lì solo per ammirarli. All’improvviso una voce gridò: “Ehi passante, fa’

come ti pare”. “A ciascuno il suo, non prendo ciò che non conosco”, rispose

per le rime. Fu più volte allettata dagli oggetti lungo il corso del

fiume che ebbe la tentazione di prenderli per sé.

Trascorsero molti giorni e non aveva trovato il coperchio. In una giornata

particolarmente soleggiata si riposò sotto un albero che cresceva

sulla sponda del fiume. Mentre stava lì tutta sudata, sentì una pesante

goccia cadere sulla sua spalla sinistra. Volse il capo e scoprì che era

una goccia di miele. Fece finta di niente e continuò a riposare. Un’altra

goccia cadde sulla sua spalla destra. Era un’altra goccia di miele.

La ignorò, si sedette e si appisolò. Al suo risveglio si guardò intorno

stiracchiandosi. “Fumo!”. Si sorprese nello scorgere del fumo dopo tanti

giorni nella boscaglia. Si era nutrita di frutti selvatici e di acqua durante

le giornate in cui aveva camminato lungo il fiume serpeggiante,

alla ricerca del coperchio della sua matrigna. A breve distanza dal

fiume, vide del fumo uscire dal tetto di una piccola capanna di paglia.

Non riusciva a capire dove fosse esattamente. “Forse se andassi in quella

casa potrei incontrare della gente?”. Stava pensando al da farsi. “Potrebbero

farmi un altro coperchio?”. Non c’erano risposte ai suoi continui

interrogativi. Decise infine di recarsi in quella casa, avrebbe potuto

trascorrere lì la notte per poi proseguire con la sua ricerca la

mattina seguente.

Nella piccola capanna viveva un’anziana signora che la accolse cor-

dialmente senza chiederle nulla. La donna le diede la coda di un grasso

agnello su cui sedersi, del porridge con del latte e le mostrò il luogo

in cui riposare. Al suo risveglio, verso sera, l’anziana signora appena

conosciuta le diede del miglio per rimuovere la pula con mortaio e pestello.

Con sua grande meraviglia batté soltanto una volta e tutta la pula

andò via. Le mostrò il camino dove preparare la cena. Non riusciva

a capire per quale motivo o in quale modo, ma si sentiva a casa e si fermò

lì a lungo. Per tutto il tempo si sedette sulla coda d’agnello che le

era stata data il giorno in cui era arrivata. L’anziana donna la trattò come

una figlia. Non pensò più al coperchio perduto.

Un giorno l’anziana donna chiese a Katiwa se desiderasse ritornare a

casa del padre. Katiwa era molto emozionata. Sentiva la mancanza di

tutti. All’improvviso sentì il bisogno di vedere suo padre, la sua sorellastra

Kalaa e la sua matrigna. Non ricordava più le percosse che

aveva ricevuto né il coperchio perduto. Disse immediatamente alla persona

che l’aveva ospitata che le sarebbe piaciuto tornare a casa. Come?

Non lo sapeva, non sapeva neanche quale direzione prendere. Quella

sera l’anziana donna le diede due bidoni. Uno era oleoso, ma tenuto

con cura, l’altro era molto vecchio, danneggiato, in stato di abbandono

e incenerito. Le chiese di sceglierne uno, entrarvi dentro e chiudere

gli occhi. Scelse il bidone incenerito, vi entrò e chiuse gli occhi. Poco

dopo aprì gli occhi e si ritrovò sul soffitto di legno della casa di suo

padre. Era sera e gli animali erano appena stati portati in casa. La sua

matrigna aveva mandato Kaala ad accendere il fuoco. Il camino era

proprio sotto Katiwa.

Mentre Kaala stava accendendo il fuoco, sentì alcune gocce cadere e

spegnerlo. Gridò alla madre: “Qualcosa sta spegnendo il fuoco dal soffitto”.

Sua madre fece finta di niente. Cercò di riaccendere il fuoco, ma

si spense di nuovo. Corse via spaventata lamentandosi che qualcosa sul

soffitto stesse urinando sul camino. Sua madre decise di accendere il camino,

ma si trovò davanti alla stessa terribile situazione. Suo padre decise

di scoprire che cosa potesse essere successo. Chiese il suo arco e

frecce ed ordinò a chiunque o qualunque cosa fosse sul soffitto di scendere,

altrimenti avrebbe colpito. Katiwa si identificò ad alta voce davanti

all’incredulità dei suoi parenti. “Allora, perché non scendi, figlia

mia?”, le chiese suo padre. Katiwa gli spiegò: “prendi della vecchia pelle,

distendila con della cenere in direzione dell’apertura del soffitto”. Tutta

la famiglia era in preda a qualsiasi tipo di stato d’animo.

Il padre seguì le istruzioni e invitò la figlia che aveva perduto a scendere

dal soffitto. Non appena aprì la porta del soffitto, una luce abbagliante

irradiò la casa del padre. Katiwa indossava gioielli magnifici e

preziosi. Emanavano bagliori di luce dappertutto. Indossava gioielli

che ogni ragazza avrebbe sognato, oro, diamanti, argento e perle di ogni

tipo. “Non può essere Katiwa, o almeno quella che ora dovrebbe essere

morta! Deve essere un fantasma”. Erano tutti increduli. Il padre era

più confuso di tutti gli altri membri della famiglia. Pensò e disse ad alta

voce: “Perché ha chiesto della pelle incenerita quando sta scendendo

con così tanti bei gioielli?”.

Katiwa si sedette sulla pelle incenerita, era davvero lei, suo padre ne fu

felice. La sua matrigna provò un misto di odio, invidia e gelosia, la sua

sorellastra fu felice perché Katiwa avrebbe certamente diviso i suoi

averi con lei. Appena si sedette raccontò l’intera storia, dal momento in

cui aveva perso il coperchio, aveva temuto di ritornare a casa senza di

esso, era andata alla sua ricerca e aveva trovato l’anziana donna che si

era presa cura di lei per tutto il tempo in cui era stata via. Il padre commosso

sgozzò una capra e festeggiò il ritorno della figlia perduta.

Trascorsero alcuni giorni e Kaala le chiese dei gioielli. Katiwa spiegò

gentilmente: “Poiché tua madre è viva e compra tutto quello di cui

hai bisogno e poiché io non ho nessuno che mi compri qualcosa, per

favore lasciami stare con i miei gioielli e lascia che tua madre ti compri

quelli più belli”.

Pervasa dalla gelosia e dall’invidia, Kaala decise di seguire il fiume come

Katiwa aveva fatto. Un giorno si recò al fiume e dopo aver riempito

d’acqua la calebassa vi fece cadere il coperchio per poi immergersi

nelle acque alla sua ricerca. Per lei fu una vera e propria caccia al tesoro.

Voleva andare in quei luoghi dove Katiwa aveva trovato i suoi gioielli.

Non molto lontano vide perle e conchiglie scorrere nell’acqua. “Ehi

tu, passante, prendili”, la invitò una voce. “Sì!, Sì! Deve essere stato qui!”.

Pensò alla bellezza di Katiwa mentre raccoglieva i gioielli. “Oh, no!”,

c’era solo acqua tra le sue mani. Continuò lungo il fiume. Tutta la sua

attenzione si riversava sui gioielli e non sul coperchio. Vide bellissimi

anelli, collane e molti altri oggetti scorrere nel fiume. La stessa voce la

invitò “Raccoglili!”. Non c’era nient’altro che acqua nelle sue mani e

nessun gioiello nel fiume.

Era affranta, ma decisa a tornare a casa solo dopo aver trovato i gioielli,

come Katiwa aveva fatto.

Dopo aver trascorso molti giorni e notti nella boscaglia senza trovare

nient’altro che inviti, trovò l’albero dove Katiwa si era riposata. Non

appena arrivò lì, una goccia di miele le cadde sulla spalla sinistra “Wow,

miele!” leccò la goccia. Un’altra goccia le cadde sulla spalla destra, leccò

anche quella. Si appisolò e al suo risveglio vide del fumo fuoriuscire

da una capanna. Si avvicinò e fu accolta molto calorosamente dalla

stessa anziana donna che aveva vissuto con Katiwa per molti giorni. Le

fu data una grossa coda di agnello su cui sedersi. Non appena si sedette

cominciò a raccogliere e mangiare la coda del grasso montone fino

ad appiattirla e assottigliarla. Le fu dato del miglio per rimuoverne la

pula. Batté, ma la pula non venne via. Fu sufficiente all’anziana donna

battere solo una volta per rimuovere tutta la pula. Mangiarono e dormirono.

Kaala non sentì il bisogno di proseguire la sua ricerca né di ritornare

a casa. Visse lì a lungo fino a quando un giorno l’anziana donna

le chiese se desiderasse ritornare a casa. Era contenta e acconsentì

soltanto se le avesse indicato la strada. Quando i due bidoni furono rimossi

si ricordò dell’episodio raccontato da Katiwa. “Katiwa deve aver

scelto quello liscio e oleoso” immaginò. Scelse il bidone oleoso, vi entrò

e chiuse gli occhi come suggerì l’anziana signora.

Al suo risveglio si ritrovò sul soffitto della casa di suo padre. Katiwa

stava accendendo il fuoco quando sentì alcune gocce spegnerlo. Gridò

alla sua matrigna: “Qualcosa sta urinando sul fuoco”. La matrigna corse

in casa esaltata fingendo di lamentarsi. Sapeva che doveva trattarsi

di sua figlia Kaala. “Cosa c’è? Non c’è niente qui”. Si chinò per accendere

il fuoco, ma si spense di nuovo. Chiamò il padre di Katiwa. “E’ vero,

qualcosa sta spegnendo il fuoco”. L’anziano uomo entrò in casa e chiese

a chiunque fosse sul soffitto di identificarsi. Prese il suo arco e le frecce

e minacciò di colpire qualunque cosa o chiunque fosse sul soffitto.

Kaala si identificò gridando. Chiese al padre di oliare della pelle e di

posizionarla in direzione dell’apertura del soffitto. “Perché oliare della

pelle? Deve essere molto più bella della sciocca orfana Katiwa” immaginava

la madre di Kaala in preda all’esaltazione. Quando tutto fu pronto

Kaala aprì il soffitto pronta a scendere. Che orrore! Sua madre svenne,

mentre suo padre spalancò la bocca incredulo. La sua sorellastra era

in stato di shock. Il corpo di Kaala era interamente avvolto da strisce di

pelle secche e consunte. Produceva un suono terribile man mano che

scendeva: “lo-ko-ko-ko-ko”. Era come se le strisce si rompessero in mille

pezzi. Alla fine si sistemò sul tappeto di pelle oleato. Nonostante una

tale spregevole visione, suo padre, dopo essersi composto, sgozzò la capra

per la festa di benvenuto.

Il ritorno di Kaala fu un altro terribile momento per Katiwa. La sua matrigna,

la sua sorellastra e in modo evidente suo padre le manifestarono

odio. La maltrattavano e la picchiavano minacciandola di privarla di

tutti i suoi bellissimi gioielli. La sua matrigna la accusò di stregoneria.

Non c’era giorno senza litigi, non c’era più pace nella casa di suo padre.

Fu costretta ad andar via, ma non sapeva dove andare. Indossò

tutti i suoi averi e si recò nella boscaglia. Mentre girovagava, incontrò

dei cacciatori che scuoiavano i loro animali. Ogni qualvolta li incontrava

chiedeva loro della pelle appena rimossa per coprirsi. Così

fece per nascondere i suoi bellissimi gioielli affinché nessuno potesse

ammirarla o derubarla.

Mentre girovagava, incontrò dei giovani uomini che conducevano i loro

animali al pascolo. Nel vederla tutti scapparono via tranne uno. Sembrava

un fantasma con quei pezzi di pelle umida. Il giovane che era rimasto

in disparte si chiamava Ngumbau o il coraggioso. Andò incontro

a Katiwa che per lui era una persona normale. Vide in lei una futura moglie

e le propose di sposarla immediatamente. Lei acconsentì e trascorsero

il resto della giornata insieme. Il resto dei mandriani separò i propri

animali da Ngumbau sostenendo che non potevano farli pascolare

insieme ad un fantasma. Al calar della sera Ngumbau riconduceva gli

animali a casa dove lo aspettava sua madre come sempre. Era molto contento

e non vedeva l’ora di presentare sua moglie a sua madre. “Di che

diavolo stai parlando? Quel fantasma spettrale, una moglie! Sei fuori di

senno?”, rispose sua madre con disgusto. “Non potrei condividere una

casa, nemmeno una cucina con un fantasma. Fuori da casa mia!”, gridò.

Ngumbau, per nulla turbato dal rifiuto che sua madre aveva manifestato

per sua figlia, non si arrese e sistemò la cucina accanto alla sua

casa. L’amicizia con sua madre era finita.

Sin da allora, tutti i giorni, Ngumbau e Katiwa si presero cura degli animali

insieme. Mentre li portavano al pascolo, si recavano a turno nel

fiume per lavarsi. Per tutto quel tempo Katiwa non aveva mostrato i suoi

bei gioielli a Ngumbau. Si toglieva le strisce di pelle, poi gli abiti, si lavava

e poi si rivestiva riacquistando il suo aspetto spettrale. Tuttavia,

Ngumbau aveva la sensazione che sua moglie gli stesse nascondendo

qualcosa. Un giorno, giunto il turno di Katiwa di lavarsi al fiume, decise

di spiarla. Tolse le strisce di pelle mostrando scintillanti gioielli d’oro,

d’argento e diamanti. Ngumbau ansimò, non riusciva a credere a quello

che stava vedendo. Katiwa finì di lavarsi, rimise i suoi abiti e i suoi

gioielli. Non appena prese le strisce di pelle, Ngumbau urlò correndo

verso il fiume dove Katiwa giaceva spaventata. “Perché mi hai nascosto

tutte queste bellezze? Perché non mi hai mai detto nulla?”. Ngumbau

non sapeva quali domande porre e che cosa dire. “Te lo avrei detto,

ma temevo che gli altri mandriani potessero derubarci”, spiegò Katiwa.

Giunse la sera e i due ricondussero gli animali a casa. Ngumbau

aveva riacquistato le sue forze. Sua madre fu molto felice nel vedere il

nuovo aspetto di Katiwa. Pensò che Ngumbau avesse cambiato Katiwa

e trovato una nuova moglie. Tuttavia, Ngumbau le spiegò che cosa era

accaduto. Soddisfatta e molto dispiaciuta per aver disonorato sua figlia

acconsentì di vivere con loro. Katiwa e Ngumbau continuarono ad andare

nella boscaglia insieme.

Dopo un pò di tempo, Katiwa rimase incinta. Un giorno mentre era nella

boscaglia diede alla luce un bambino. Lo lavarono, gli diedero da mangiare

e giunta la sera non vollero portarlo a casa. Sua madre avrebbe

chiesto a Katiwa di restare a casa con il bambino mentre Ngumbau avrebbe

condotto gli animali al pascolo da solo. Misero il bambino in un alveare

vuoto. Al ritorno mantennero il segreto e non dissero alla mamma

che aveva avuto un nipote. Da quel momento in poi uscirono con

gli animali prima del solito. Raggiunto l’albero dove stava l’alveare, Katiwa

cantava ad alta voce: “Syana ii sya maithyaniii, singilya mbwii usin-

gilye siamba usingilye ngao”, “voi piccoli del gregge, fate risuonare i

pianti, le catene, gli scudi”. Il bambino gridava “Ah, Ah, Ahaa”. Lo toglievano

dall’alveare e Katiwa lo allattava di tanto in tanto mentre

Ngumbau si prendeva cura degli animali.

Tuttavia, la madre di Ngumbau aveva notato molti cambiamenti nel

corpo e nel comportamento di Katiwa. Sospettava già che sua nuora

stesse allattando. Decise di indagare e trovò la soluzione da sola senza

chiedere.

Una mattina Ngumbau e Katiwa si recarono nella boscaglia come sempre.

La loro mamma li seguì a distanza, in incognito. Questa volta era

lei la spia. Voleva sapere a tutti i costi che cosa facevano i suoi figli oltre

al prendersi cura degli animali. Raggiunta la zona dove spesso portavano

gli animali al pascolo e dopo che gli animali si erano sparpagliati

per mangiare, si posizionò strategicamente in un punto dove poteva vedere

tutto quello che facevano. Poi giunse il momento tanto atteso. Katiwa

si fermò sotto l’albero dove si trovava l’alveare e cantò: “Syana ii

sya maithyaniii, singilya mbwii usingilye siamba usingilye ngao”, “voi

piccoli del gregge, fate risuonare i pianti, le catene, gli scudi”. Il bambino

gridò “Ah, Ah, Ahaa”. La madre vide tutto questo. Era felice, incredula,

in preda allo shock e al rancore. Perché i suoi figli le avevano

nascosto suo nipote? Si poneva ad alta voce molte domande senza risposta.

Attese pazientemente che Katiwa finisse di allattare il bimbo,

raggiungesse suo marito e si prendesse cura degli animali. Non appena

gli animali si allontanarono in modo da non poter sentire o vedere dove

tenevano il bambino, la nonna, tutta felice, si diresse lentamente e

furtivamente verso l’albero. Cantò nello stesso modo in cui aveva sentito

cantare sua nuora: “Syana ii sya maithyaniii, singilya mbwii usingilye

siamba usingilye ngao”, “voi piccoli del gregge fate risuonare i

pianti, le catene, gli scudi”. Il bambino gridò “Ah, Ah, Ahaa”. Aprì rapidamente

l’alveare, prese il bambino e lo portò a casa ansimando. Fu

il giorno più bello della sua vita. Aveva atteso a lungo il giorno in cui

l’avrebbero chiamata nonna. Giunta a casa, fece mangiare il bambino e

lo nascose nella sua camera da letto. Conoscendo le abitudini dei bambini

il mattino seguente gli diede da mangiare di nuovo non appena i

suoi figli si erano allontanati con il bestiame.

Giunto mezzogiorno, Katiwa si recò presso l’alveare e cantò: “Syana ii

sya maithyaniii, singilya mbwii usingilye siamba usingilye ngao”, “voi

piccoli del gregge fate risuonare i pianti, le catene, gli scudi”. Nessuna

risposta. Cantò di nuovo, ma invano. Chiamò suo marito che cantò senza

alcun esito. Si arrampicò sull’albero e scoprì che l’alveare era vuoto.

Cominciarono a gridare e cantare in tutta la zona, ma non sentirono nessun

vagito. Giunse la sera e ricondussero gli animali a casa. I loro occhi

erano rossi e gonfi dal pianto. Non potevano dire alla loro mamma

preoccupata ciò che era successo. Ogni giorno si recavano nella boscaglia

e cercavano il bambino dappertutto. Nel frattempo, la loro mamma

si prendeva cura felicemente del suo bel nipote. Smisero le ricerche, ma

continuarono a portare gli animali al pascolo insieme.

Una sera, mentre Katiwa stava preparando la cena, pensò ai giorni in

cui aveva il bambino. Si ricordò di quando cantava e di come il bambino

rispondeva piangendo. Si ritrovò a cantare la canzone ad alta voce:

Syana ii sya maithyaniii, singilya mbwii usingilye siamba usingilye ngao”,

“voi piccoli del gregge, fate risuonare i pianti, le catene, gli scudi”. All’improvviso

sentì un forte e familiare vagito di un bambino provenire

dalla camera da letto della mamma. “Ah, Ah., Ahaha”. Tutti sentirono

il bambino piangere. Katiwa e suo marito Ngumbau corsero verso la porta

della camera da letto della mamma. “Vergogna! Vergogna! Perché state

andando nella camera da letto di vostra madre?”. La loro mamma stava

gridando ma nessuno sentiva i suoi urli nella frenesia di raggiungere

il bambino. “Mamma, perché lo hai fatto?”, Ngumbau era ipnotizzato.

Katiwa non riusciva a distogliere lo sguardo dal suo bambino, non aveva

la forza di fare domande. Aveva perso suo figlio e lo aveva ritrovato.

La madre di Ngumbau spiegò come aveva sospettato dei loro piccoli

sotterfugi, li aveva seguiti, aveva preso e nascosto il bambino e perché

lo aveva fatto. Li rimproverò di averle nascosto la verità sin dal primo

momento. Si perdonarono l’un l’altro e la dolce Katiwa si prese cura di

suo figlio. Lei e Ngumbau vissero felici per sempre.