La stella rossa del deserto_Marisa della Gatta, Roma

_Menzione Giuria dodicesima edizione Premio Energheia 2006.

Quella notte aveva in sé qualcosa di veramente strano, anzi, di indecifrabile. Era una di quelle notti in cui ti svegli senza un motivo preciso, con un presentimento di paura, e in cui, anche se fai di tutto per cercare di riaddormentarti, non c’è verso di riuscirci. La prima cosa che feci fu guardare al mio fianco per capire se mia moglie dormiva ancora accanto a me. Era così. Allora accesi la luce del mio comodino e controllai l’orologio: erano le tre e mezza! Cosa potevo fare fino alle sette? Mi ricordai che forse poteva avermi chiamato qualcuno, magari un’emergenza ma niente! Forse sarà capitata a chiunque una situazione del genere, soprattutto a chi soffre d’insonnia; ciò che mi preoccupava non era tanto il fatto di essermi svegliato nel bel mezzo della notte, quanto di avere una sensazione mai provata prima: capii in quel momento che il giorno seguente la mia vita avrebbe potuto subire un cambiamento…

Comunque, cercai di non pensarci e, alzatomi dal letto, andai nella camera di mia figlia. Se c’è una cosa che mi rilassava maggiormente è guardarla dormire, sentire il suo respiro un po’ innocente e un po’ ansioso. Ansioso? Forse anche lei inconsciamente provava il mio stesso presentimento?

Certo, non potevo saperlo, non potevo neanche svegliarla per chiederglielo, anche se, devo confessarlo, lo desideravo. Che razza di padre!

In ogni caso, quella notte passò più velocemente di quanto pensassi, grazie alla magica lettura di un buon libro; alle sette fingendo di svegliarmi per non insospettire mia moglie (non volevo che si preoccupasse anche lei inutilmente, anche se forse, sarebbe stato utile per prepararla), feci colazione come tutte le mattine: latte, caffè, biscotti; poi andai al lavoro. Non ho ancora detto quanto amo il mio mestiere, come esso sia, per me, motivo di grande soddisfazione personale, la realizzazione di un sogno, inseguito con tutte le forze fin da bambino.

Non sono rimasto deluso, anzi, sono veramente contento, non pensavo fosse così piacevole. Va bene, si è capito che mi piace il mio lavoro, però i miei dieci lettori si chiederanno:

«Ma si può sapere che tipo di mestiere fai?»

Per il momento preferisco non dirlo; di sicuro, si capirà presto.

Allora, una volta raggiunto il mio ufficio, occupai la mia postazione, diedi un’occhiata alla posta elettronica: come ogni giorno, tantissimi “clienti” mi avevano inviato domande, complimenti, repliche, critiche. E, dal momento che sembrava una mattinata tranquilla, incominciai a rispondere, a scrivere, a rassicurare quanti il tempo mi permetteva. Ad una certo punto, però, vidi una mia collega venire verso di me: «Carlo, il direttore ti vuole urgentemente nel suo ufficio».

Io annuì con la testa (non mi sentivo particolarmente loquace) e, diligentemente mi avviai. Del resto, era una cosa del tutto normale, non c’era nulla di strano: come tutti i dipendenti ero stato chiamato dal mio direttore. Eppure, qualcosa non andava, incominciò a farsi vivo quel presentimento della notte precedente, che si era calmato alla vista della mia famiglia. E, forse, non aveva tutti i torti. Intanto mi trovai improvvisamente davanti alla porta del mio direttore, bussai,

«Avanti!», entrai.

«Buongiorno direttore, mi ha fatto chiamare? C’è qualcosa che non va?» chiesi, prima che incominciasse a parlare, perché non mi piacciono i discorsi introduttivi, voglio che mi si dica subito ciò che devo sentire. Ma, purtroppo, la risposta non fu così concisa.

«Buongiorno signor Carlo Maraini. Lei è un ottimo professionista, un giornalista stimabile che fa sinceramente il suo mestiere». — Sì, sono un giornalista. Chissà cosa hanno pensato i miei dieci lettori! Dunque è stato svelato il mistero

«Per questo, dopo questi anni vissuti da cronista, Le offro l’opportunità di dare una svolta alla sua carriera, per entrare nel mondo del giornalismo che conta. Cosa ne dice?».

Prima di rispondere pensai: «Ma perché tutti questi complimenti? Cosa può volere da me? Di solito si elogia qualcuno quando lo si vuole ingannare…»; poi: «Grazie per gli apprezzamenti professionali. Sarei molto contento di poter migliorare la mia posizione… Però, non so bene a cosa Lei stia pensando. Insomma, cosa dovrei fare precisamente?»

«Le sto chiedendo se vuole andare in Siria come l’inviato del nostro giornale, vorrei che Lei facesse un reportage su quel paese, che, anche se non direttamente, ha un ruolo importante in campo internazionale. Ha una settimana per pensarci. Se vuole, può portare un membro della sua famiglia, il periodo di tempo non è definito, dipenderà dalle situazioni», mi rispose, questa volta, in maniera troppo concisa.

Difficile descrivere il mio stato d’animo in quel momento, mi sentivo come quando, da bambino, a scuola non riuscivo a capire i piccoli problemi di matematica: vorresti fare tantissime domande alla maestra ma ti senti talmente confuso che non riesci a parlare, preferisci non chiedere, restare in silenzio con i tuoi dubbi. Bene, questo fu esattamente il mio comportamento: non riuscii a dire una sola parola. Rimasi in piedi in quella stanza, aspettando che l’uomo davanti a me si decidesse a dire qualcosa, almeno lui. Infine, disse semplicemente questo:«Ora vada a casa a pensarci. Le concedo qualche giorno di ferie per parlarne con la sua famiglia e riposarsi, poi mi farà sapere».

A questo punto, non mi restava altro che salutare e accogliere ubbidientemente l’invito: lasciai subito la mia redazione con la certezza che avrei potuto fare tutte le domande, che mi passavano solo in quel momento per la mente, quando e se avessi accettato. Di certo, non era una scelta facile… Dovevo decidere tra la famiglia e la carriera, perché accettare significava stare lontano da casa sicuramente per molto tempo, dal momento che quando non ti dicono la data di ritorno, vuol dire che è un impegno importante, lungo e impegnativo. Però, ero davvero onorato di una proposta del genere, l’avevo sempre sognata, e, improvvisamente era diventata una realtà: era proprio lì, davanti ai miei occhi, dopo essere stata nascosta per troppo tempo. Del resto, anche la mia mente era davanti ad un bivio: da una parte immaginavo i volti di mia moglie e di mia figlia; dall’altra sentivo che un’esperienza del genere avrebbe potuto sconvolgere in meglio, non solo la mia vita professionale, ma anche l’intera mia conoscenza, la mia esperienza.

Probabilmente, era per tutti questi pensieri che non me la sentivo di tornare a casa, che preferivo trovare risposta nella città e nella sua gente. Così, decisi di camminare, di andare a trovare qualche amico che non vedevo da molto tempo per fare due “chiacchiere”, di fare qualunque cosa che potesse schiarirmi le idee. Guardai attentamente le espressioni della gente: non mi ero mai reso conto di quanto alcune fossero tristi, angosciate, forse più di me, e questo mi tranquillizzava un po’; notai tantissime cose del mio quartiere di Milano che non mi avevano mai colpito e che, di colpo, sembravano lasciarsi osservare: una statua strana, un palazzo rosa, il cielo grigio chiaro, che avevo sempre odiato, ma che, in quel momento, mi rassicurava con il suo chiarore. Poi, andai a casa del mio migliore amico, Davide, che, per fortuna, era in casa.

«Cosa ci fai qui? Non eri tu quello che non aveva tempo di andare a trovare gli amici? Qual buon vento ti porta dal tuo amico?»

«Non sei contento? Forse ti ho disturbato… Va bene, comunque non mi interessa!»

Stavo ovviamente scherzando e lui lo capì subito, ci prendiamo molto spesso in giro.

«Sei sempre il solito! Ma, allora, si può sapere cosa ti è successo, si vede lontano un miglio che sei sconvolto! Ti hanno

licenziato, per caso?»

«Fortunatamente no, anzi. Mi hanno offerto di andare in Siria per fare un reportage, però non hanno specificato per quanto tempo. Mi piacerebbe molto, sì, ma non voglio lasciare Sara e Giorgia. Cosa mi consigli, tu che sei un mago dei consigli?»

«Vai, vai, vai. Se rifiuti non ti capiterà più un’ opportunità del genere!».

Il consiglio era molto chiaro, fin troppo. Lo salutai, abbracciandolo e promettendogli di dargli presto notizia.

Mi sentivo un po’ deluso all’inizio, ma, dopo, capii che Davide si era dimostrato, ancora una volta, un ottimo amico, chiaro ed esplicito come nessuna persona da me conosciuta.

Comunque, in quel momento, non c’era tempo per pensare all’amicizia, perché mi ero reso conto che era ormai sera e che dovevo tornare a casa per dire tutto alla mia famiglia. Arrivato davanti al portone di casa, lo aprii velocemente, corsi su per le scale per non aspettare l’ascensore e mi diressi, correndo, verso la porta. Che strano: non riuscivo ad aprirla, avevo paura. Ma paura di cosa? Questo non lo sapevo, forse della loro reazione, di guardare i loro occhi diventare improvvisamente tristi, di vederle fingere di essere contente per non farmi soffrire. Ma dovevo farlo, dovevo aprire quella dannata porta e trovare il coraggio di dire loro tutto, era necessario che anche loro partecipassero alla mia scelta. Questa convinzione mi diede forza e la chiave entrò nella serratura. Entrai. Mia moglie Sara era in cucina a preparare la cena ed era sinceramente felice di vedermi; mi salutò con un bacio dolce e mi disse: «Finalmente sei tornato. Non so, mi sembra che questa giornata sia durata più del solito, mi sei mancato».

Non c’era accoglienza migliore per far scomparire il desiderio di dirle tutto. Andai, quindi, in camera di Giorgia, mia figlia di diciassette anni: era tutto perfettamente in ordine e lei stava leggendo, perché adora leggere, proprio come il padre; ma il suo sguardo abbandonò subito il libro per rivolgersi verso di me.

«Ciao papà, come è andato il lavoro?», mi aveva chiesto.

«Ciao piccola, tutto a posto», mi limitai di risponderle.

Non capivo il motivo, ma non riuscivo a dirle altro, forse perché, come ho detto prima, quel giorno non avevo tanta voglia di parlare. Mi chiedevo perché, proprio allora mi avesse chiesto del lavoro, cosa che faceva molto raramente: sarà stata una semplice coincidenza o aveva capito, senza volerlo, qualcosa, come aveva fatto nella notte precedente quando il suo respiro mi era apparso ansioso? E’ un interrogativo a cui diedi una risposta solo molto tempo dopo.

Ancora torturato dal dubbio, tornai in cucina insieme a mia figlia e cenammo tutti insieme, come tutte le sere: era il momento giusto per raccontare tutto; l’avevo capito e, anche se con un po’ di fatica, ci ero riuscito. Stranamente le frasi si erano succedute naturalmente ed era scomparsa la paura per la loro reazione, che, inaspettatamente, era stata di poca sorpresa. Sembrava come se sapessero già tutto, o che, per lo meno, se lo aspettassero da un momento all’altro. Infatti, mi dissero: «E’ una scelta esclusivamente tua, prendila in tutta libertà, noi non vogliamo impedirti di realizzare una tua aspirazione».

Avevo la netta sensazione che, nelle parole fin troppo razionali di mia moglie, ci fosse un’inaspettata freddezza, direi quasi un’indifferenza, anche se sapevo con sicurezza di sbagliarmi: una situazione del genere accadeva quando, da adolescente, tornavo con la consapevolezza di aver fatto una “marachella”, che era a conoscenza di mia madre; mi aspettavo un rimprovero, una punizione, qualsiasi cosa. E, invece, nulla. Mia madre si comportava come se non le interessasse; e tutto ciò, era più doloroso di un qualsiasi rimprovero, perché capivo di non aver avuto l’interesse che ognuno desidera, paradossalmente, anche per gli errori. In questo modo, essi non erano considerati e avevo capito solo più tardi come tale comportamento era stato fondamentale per la mia crescita, per maturare una grande sensibilità.

Ripresi: «Il mio direttore mi ha dato la possibilità di portare qualcuno con me, nel caso accettassi…»

Mentre parlavo, guardavo nei profondi occhi verdi di mia figlia e mi accorgevo che mi trasmettevano l’entusiasmo di una ragazza che muore dalla voglia di vivere un’esperienza del genere con il proprio padre; in quel momento, presi la mia decisione: sarei andato, ma, ancora meglio, sarei andato con lei, nel caso che mi avesse confermato espressamente il desiderio che i suoi occhi mi comunicavano. «Una di voi due vorrebbe venire con me?», chiesi e, nel momento in cui pronunciavo la domanda, anche se essa appariva un po’ inappropriata, ebbi la risposta che speravo:

«Voglio venire io con te, papà. Lo so che devo lasciare i miei amici e anche la mamma per tutte le vacanze estive, ma è più forte di me il desiderio di conoscere, di viaggiare e di capire il tuo mestiere». Come si poteva dire di no ad una richiesta del genere? Inutile dire quanto in quel momento mi sentissi un padre fortunato; avevo voglia di chiamare subito il mio direttore e dirgli che accettavo subito, ma, poi, pensai che dovevo chiedere, prima, il parere di mia moglie. Accettò un po’ rassegnata il nostro volere, a suo parere, leggermente incosciente.

Quella notte era stata molto diversa dalla precedente, anche se non ero riuscito nuovamente a dormire: il presentimento si era avverato, perché avevo avuto l’opportunità di fare un viaggio di lavoro e di crescita e, di conseguenza, non avevo più paura.

Il giorno dopo, mi riposai un po’, non feci nulla di particolare: avvisai solo alcuni amici e parenti della partenza. Mia madre, non sembrava per niente d’accordo senza dimostrarlo: ormai non aveva più nessun potere decisionale nei miei confronti, si limitava ad accettare la mia scelta, senza giudicare, e, per questo, la apprezzavo; in fondo, le ho sempre voluto bene anche per questo suo modo di fare un po’ discreto e indifferente.

I giorni prima della partenza erano stati tranquilli, molto normali: avevo dato la risposta al mio direttore, avevo preparato le valige con mia figlia e avevo fatto le cose che ciascuno avrebbe fatto prima di una partenza importante. Avevo, tuttavia, la sensazione che questa tranquillità precedesse esperienze per nulla tranquille.

Il giorno della partenza fu strano, incomprensibile: non sapevo se dentro di me ci fosse più felicità o più paura; comunque, non volevo pensarci, perché ero troppo impegnato ad immaginare, a fantasticare su come sarebbe stata Damasco, una città definita da tutti quelli che l’avevano vista, incantevole. Nel frattempo, osservavo mia figlia dalla mia poltrona d’aereo diretto verso quello che amavo definire il “mio paradiso”: sembrava che anche lei provasse quello che stavo provando io e aveva quella aria sognante che segnava il mio viso alla sua età, quando, con la mia famiglia, facevamo i viaggi estivi.

Era stato davvero interminabile quel tragitto, più di qualsiasi altro, o era solo una mia impressione? Anche a questa domanda seppi dare una risposta solo molto tempo dopo. In ogni caso, finì, finalmente, dato che, dal microfono, l’hostess aveva comunicato l’arrivo imminente nella capitale siriana.

Era tutto come l’avevo immaginato, stranamente, perché, di solito, nel mio fantasticare, non riesco a guardare la realtà.

E, invece, ogni cosa mi appariva familiare: le persone, con i loro occhi scuri così profondi da non riuscire a guardarli senza ammirare le piccole lucentezze che possedevano; il sole, così estroverso, ma riservato; i minareti lucenti; l’acqua dei suoi fiumicelli; i parchi decorati dai tigli e dai castagni. Vidi vetrai che ricamavano garofani e cipressi sul vetro, vidi venditori di dolci che declamavano poesie con i sacchi di dolciumi e dei migliori fiori di datteri d’Arabia in spalla o sui cammelli; il forno sprigionava un profumo di pane…

Ero talmente affascinato da tanto splendore, che mi ero dimenticato di chiedere il parere di Giorgia. Giratomi verso di lei, mi accorsi che i suoi occhi verdi si intonavano perfettamente con quella luce, anche se il loro chiarore produceva un impatto prepotente,dopo tanti colori scuri.

«Cosa pensi? Vuoi dire qualcosa?! Non hai detto una parola durante il viaggio!», riuscii a dire, dopo qualche minuto.

«Scusami, papà, ma sono pensierosa. Sembra tutto bellissimo, anche se è una bellezza diversa da quella che immaginavo».

«Hai paura?»

«Non tanta. Certo che, però, mi sento un po’ spaesata. Poi, tante scritte incomprensibili…»

«Non preoccuparti. Ti abituerai. Lo sai che, alla tua età, capitava spesso anche a me di immaginare cose diverse dalla realtà? Penso che sia normale, anche se, oggi, è stato diverso: è tutto come se fosse stato sempre davanti a me…»

Passeggiammo per vari quartieri, al mercato dei polli, nella piazza deserta dell’ex mercato degli schiavi, in mezzo ai piacevoli profumi delle botteghe che vendevano zuppe e dolci.

Passammo davanti a barbieri con le porte chiuse, ad un anziano fornaio che mi guardò meravigliato mentre contava i soldi ed entrammo in un negozio di spezie solo perché rimanemmo attratti dai colori dei sacchi di caffè, zenzero e cannella, dei mucchi di anice, di cumino bianco e nero.

Accadde proprio in quel momento che capii quanto lo studio da autodidatta dell’arabo per dieci anni era stato utilissimo.

Anche se non mi era mai capitato di avere la necessità di parlare o, comunque di leggere o scrivere, riuscivo a comprendere quasi tutto, anche le parole che riecheggiavano nell’affollato mercato percorso da noi e dalla nostra guida, Samir, che ci aveva accolto caldamente all’aeroporto per accompagnarci in albergo. Però, lo raggiungemmo molto tempo dopo. Infatti, quando stavamo per prendere un taxi, si era avvicinato a me un uomo dalla faccia sconvolta, che guardava solo me con occhi furiosi. Io non sapevo cosa fare e cosa dire, dal momento che mi trovavo in una situazione mai provata: sembrava che quest’uomo, che io non conoscevo e che non mi conosceva fosse davvero arrabbiato con me senza motivo.

Non ricordo con esattezza cosa era successo in quel momento; posso soltanto dire che, non so come, mi trovavo nel deserto da solo (pensavo che mia figlia fosse rimasta con Samir o, almeno, lo speravo), con quest’uomo che potrei descrivere alto, di mezza età, scuro di carnagione, ma con gli occhi celeste cielo, quasi bianchi, che mi spaventavano per la loro stranezza.

Fu in quel momento che decisi di parlare:

«Perché sono qui? Chi sei? Posso sapere il tuo nome?»

«Mi chiamo Nabil. So che sei italiano e ti ho portato qui per raccontarti una storia, che devi diffondere in Italia. Che lavoro fai?»

«Sono un giornalista. Sono qui per un reportage culturale».

«L’avevo immaginato. E’ per questo che ti ho portato qui».

Così, incominciò a raccontare…

Ora, è passato del tempo dal bellissimo viaggio e dal reportage; nel frattempo sono riuscito a diventare il direttore di un quotidiano a tiratura internazionale, sono tornato nella mia città, nella mia casa, ho ripreso la vita accanto a mia moglie; mia figlia è tornata a scuola. Certamente l’esperienza vissuta l’ha fatta crescere ed è stata più importante di tutte le lezioni perdute. Ha deciso anche lei di fare il mio stesso lavoro! E oggi c’è l’anteprima del mio nuovo libro: “La stella rossa del deserto”. Si riesce ad indovinare cosa racconta? Certo, se si è stati attenti, è facile capire che è la storia di Nabil, l’uomo straordinario che mi ha portato nel deserto e che mi ha aiutato a rispondere alle tante domande che mi avevano assalito prima e durante il viaggio. La sua storia mi è stata di grande insegnamento e spero che lo sia anche per i futuri lettori del mio libro: ora è scomparso il timore di aprire la mia porta di casa che mi aveva torturato fino ad allora perché ho capito che era, in realtà, il timore di prendere le decisioni; mi sono accorto che il comportamento di mia madre mi ha reso capace di aiutare ed ascoltare; ho imparato ad essere meno diffidente con le persone. La storia di Nabil? Forse i miei dieci lettori vorranno saperla. Ma, allora, che utilità avrà aver scritto il libro? Posso solo dire che è una storia di amore e di elefanti, il resto è scritto.

Questa notte sto sognando: Samir e Nabil hanno ritrovato Ramzigliah, la bellissima moglie di Nabil, rapita da un gruppo di nomadi su alcuni elefanti. E’ notte, ma il cielo ha lo stesso colore degli occhi di Nabil. A volte le dune assumono l’aspetto di fantasmi per via di una strana luce giallo – verde, che non proviene dalla luna e che, da secoli, rende il deserto misterioso. E non mi abbandona il ricordo di quella stella rossa fra le nuove color zaffi ro, unica, ma sempre in nostra compagnia. La compagnia di un gruppo di persone, diventate amiche, che non saranno mai più sole, perché avranno, come allora, sempre a portata di mano quella stella.