La stanza azzurra_Milo Colli, Piacenza

_Menzione Giuria nona edizione per il miglior racconto da sceneggiare Premio Energheia 2003.

Finalmente avevo finito di divincolarmi tra siringhe, clisteri, pastiglie e minestrine ed ero nella stanza azzurra. La stanza azzurra era in realtà un ripostiglio che noi infermieri avevamo riadattato a camera di decompressione. Stavamo là dentro per venti minuti prima e dopo il nostro turno di lavoro.

Non era semplice lavorare in un manicomio e la stanza azzurra ci serviva per adattarci alla nuova situazione senza subire traumi. Non che fossi nuovo del posto, quando era finita la guerra e avevo smesso di collaborare con i partigiani, otto anni prima, mi avevano assunto immediatamente.

Fumavo la mia sigaretta e ripensavo al giorno in cui i tedeschi avevano ucciso la mia famiglia, mio padre, mia madre e i miei due fratelli. Il giorno successivo era stata la volta della mia fidanzata, Maria. Così mi trovavo a trentadue anni con un lavoro da pazzi, è proprio il caso di dirlo, in un mondo che sentivo non mio.

Pensavo spesso a queste cose quando ero nella stanza azzurra, soprattutto quando avevo finito il mio turno di lavoro.

Spensi la cicca, era il momento di uscire. Ero decompresso.

Feci per afferrare la maniglia della porta quando vidi che si mosse. Alessandro infilò la testa tra lo stipite e la porta.

«C’è un lavoro per te», mi disse.

«Ho finito per oggi, sto per andarmene», ribattei io.

«Cambiamento di programma. Devi andare ad Alessandria, hanno ordinato il trasferimento di una paziente».

I trasferimenti erano uno degli aspetti peggiori di quel lavoro.

Non che il resto fosse molto più gratificante, ma quantomeno era più facile e meno pericoloso. In genere affidavano quel genere di compito agli infermieri più giovani, ma ogni tanto la sorte decideva che toccasse a me fare il viaggio.

«E quando dovrei partire?», chiesi già rassegnato.

«Immediatamente – rispose Alessandro -. Ti aspettano alle 19».

«Dovrei fare il viaggio di notte?». Già l’idea di portare una pazza da Alessandria a Padova non mi faceva impazzire, ma di notte poi…

«Ordini dei superiori», si giustificò Alessandro alzando le spalle.

Uscii dalla stanza azzurra e mi avviai verso la mia topolino verde, di quelle con le portiere al contrario. Feci per avviare il motore quando vidi Alessandro correre verso di me agitando le braccia. «Riccardo, Riccardo, la scheda della paziente».

Non ci avevo nemmeno pensato. Avevo appena finito il consueto processo di decompressione che ti faceva dimenticare per un po’ quel mondo di pazzi. Presi la cartella e la

riposi distrattamente sul sedile posteriore, ripromettendomi (e promettendolo ad Alessandro) di leggerla in seguito.

Mi misi in viaggio per Alessandria. Tutto procedeva bene, ma più mi portavo verso ovest più il cielo si faceva scuro, minacciando pioggia.

Arrivai al manicomio giusto in tempo per l’orario stabilito.

Fortunatamente non avevo incontrato imprevisti lungo il tragitto, ma ciò che più mi auguravo era di non incontrarne durante il viaggio di ritorno, con la paziente.

Il manicomio di Alessandria era molto più piccolo rispetto a quello di Padova, evidentemente il trasferimento era dovuto ad una carenza di posti letto. Era anche piuttosto malandato l’edificio, forse per i postumi della seconda guerra.

La prima cosa che notai appena entrato era l’assenza di una stanza azzurra. Non so perché ogni volta che andavo per qualche motivo in un altro manicomio mi aspettavo di trovarne una, mi sembrava strano che noi padovani fossimo gli unici ad averne bisogno. Forse non ci avevano ancora pensato, tutto qua.

Chiesi informazioni ad un’anziana infermiera che stava compilando una sorta di schedario, molto diverso da quelli che usavamo noi. Mi indicò la portineria, dove avrei trovato il responsabile della struttura.

Bussai alla porta che si aprì con i colpi delle mie nocche.

Un uomo di mezza età era in piedi con lo sguardo impaziente.

Mi stava aspettando.

«Lei è l’infermiere di Padova immagino».

«Sono io».

«Venga con me. La paziente è già pronta». Mi fece cenno di seguirlo. Camminammo per alcuni corridoi abbastanza intricati da perdercisi dentro, poi si fermò davanti alla stanza 127.

Lo spettacolo che si offrì ai miei occhi era tutt’altro che gratificante. I muri erano imbrattati di feci e di sangue, così come lo erano le lenzuola del letto. Sulla destra c’era un piccolo tavolo verdastro, e sotto, lei. Era accucciata, quasi a quattro zampe, con davanti a sé un piatto di minestra dal quale si nutriva direttamente con la bocca.

Rivolsi uno sguardo interrogativo al direttore, che mi prese per un braccio e mi portò appena fuori la stanza.

«Crede di essere un animale», mi disse.

«E’ pericolosa?». L’idea di andare fino a Padova con lei al fianco mi faceva piuttosto paura, per quanto fossi abituato a pazzi di ogni genere.

«Aggredisce solo se viene attaccata, proprio come un animale, oppure per difendere il branco».

«Il branco?».

«Senta, le metteremo la camicia di forza e le daremo dei sedativi, nel caso dovessero servire. Non c’è motivo di preoccuparsi».

Annuii poco convinto, poi chiesi: «Parla?».

«Raramente. Solo con le persone che gli sono simpatiche».

E questo era tutto. Aspettai un quarto d’ora in portineria, dove l’infermiera che avevo incontrato all’ingresso mi offrì un caffè.

Poi arrivò la paziente, scortata da due infermieri. Nonostante la camicia di forza si dimenava con la forza di cinque uomini.

Con non poche difficoltà riuscimmo infine a farla sedere sul sedile destro della Topolino. Non era certamente il mezzo più adatto per un viaggio del genere.

La prima ora trascorse meglio di qualsiasi mia previsione.

La paziente si dimenava ogni tanto ma la camicia di forza svolgeva adeguatamente il suo lavoro, e io mi auguravo di essere a Padova entro le due di notte.

Le nubi che avevo visto durante il tragitto di andata però decisero che era giunto il momento di liberare il loro nettare.

Fu uno dei più incredibili temporali che abbia mai visto. Mi parve anche di vedere un fulmine colpire un prato a pochi metri dalla strada, ma non ne sono sicuro.

Dopo poco la statale mi riservò la seconda brutta sorpresa.

Un traliccio era caduto sulla carreggiata e aveva colpito un’automobile che stava transitando in quel momento. Attorno c’era un folto gruppo di persone che stavano cercando di liberare le due persone intrappolate sotto il palo della corrente elettrica.

Furono costretti a rinunciare per evitare di rimanere fulminati.

Scesi sotto la pioggia e chiesi spiegazioni ad un agente di polizia che stava bloccando il traffico. Mi disse che dovevamo tornare indietro di qualche chilometro e deviare per Genova.

Provai a spiegargli che trasportavo una paziente psichiatrica ma lui alzò gli occhi al cielo e fece spallucce.

Risalii in macchina tutto inzuppato e mi accorsi che la paziente stava ridendo.

«Non c’è niente da ridere», le dissi stizzito. Feci inversione e presi la deviazione per Genova.

Dopo un po’ le chiesi come si chiamava. Nessuna risposta, aveva smesso di ridere e guardava davanti a sé. Perlomeno stava ferma.

«Io mi chiamo Riccardo», le dissi ugualmente.

Venti minuti dopo, quando l’effetto del caffè stava cominciando a svanire e i primi sintomi del sonno si facevano sentire sentii una voce profonda dire: «Iole».

Si chiamava Iole. Penso che avesse atteso tutto quel tempo prima di rispondermi per dimostrarmi che non era tenuta a parlare se non lo voleva.

Era strano il suono della sua voce. Aveva una strana intonazione, mi ricordava mia madre quando da bambino mi raccontava le storie di cappuccetto rosso e Biancaneve. Una di quelle voci che hanno qualcosa da dire.

Il viaggio proseguì in silenzio, anche se continuava a riecheggiare nella mia mente la melodia di quel nome.

Poco dopo la mezzanotte fermai la macchina e le dissi:

«Dobbiamo dormire qua. Ho sonno, non credo che riuscirò a guidare per molto».

Eravamo in una zona imprecisata tra Genova e La Spezia, e sotto di noi c’era una piccola spiaggia, di quelle tipiche della Liguria, con un rilievo di roccia, un lembo di sabbia e il mare naturalmente.

Finalmente aveva smesso di piovere, così scesi per fare una passeggiata. Poco dopo, tornai alla topolino e vidi Iole più sveglia che mai, con un’espressione che ai miei occhi pareva docile. Decisi di lasciarla andare sulla spiaggia per un po’, non mi sembrava un’idea troppo pericolosa in fondo.

Inoltre il direttore del manicomio mi aveva detto che parlava con quelli che gli sono simpatici, no?

Le tolsi la camicia di forza e lei non oppose nessuna resistenza, quindi si incamminò lungo il breve sentiero che portava al mare. Indossava la tunica del manicomio e solo in quel momento mi accorsi che non portava scarpe.

Il lembo di spiaggia era interamente circondato da rocce quindi non poteva scappare.

Si avvicinò all’acqua, e la risacca ogni tanto le bagnava le punte dei piedi. Si abbassò un paio di volte per accarezzare il mare con le mani. Non le immergeva, semplicemente lo accarezzava come si fa con un gatto.

Io ero seduto alla sommità del sentiero e stavo fumando l’ultima sigaretta della giornata. La vidi ritrarsi dal mare e inginocchiarsi sulla sabbia ancora umida per il temporale appena terminato. Cominciò a muoverla, dalla mia posizione non riuscivo a capire bene cosa stesse facendo. Decisi di scendere per controllare, più per curiosità che per necessità di sorvegliarla.

Stava scrivendo. Disegnando per la precisione. Non capivo cosa rappresentasse ma più le sue dita si muovevano, più riuscivo a scorgere un significato in quell’insieme di figure apparentemente astratte. Sembrava a suo agio nel disegnare con le dita, come se non fosse la prima volta che lo faceva.

Finalmente l’insieme di forme prese una connotazione precisa.

Non solo, era bello anche quel disegno.

Feci per commentarlo ma lei mi precedette: «Questa è casa mia».

C’era una casa, stilizzata ma perfettamente riconoscibile, e c’erano molti animali. Mucche, cani, pecore, capre, maiali, gatti e qualche altra figura che non riuscii a decifrare, di forma animale in ogni caso.

«Perché pensi di essere un animale?», le chiesi senza riflettere.

«Non sono un animale. Sono una donna», rispose Iole. E si sedette con lo sguardo rivolto al mare.

Mi ricordai della cartella che mi aveva dato Alessandro prima di partire. Naturalmente non l’avevo nemmeno sfogliata.

Corsi immediatamente alla topolino e la presi, poi cominciai a leggerla nuovamente seduto alla sommità del sentiero.

 

NOME: IOLE FALETTI

ETA’: 55 (presunta)

LUOGO DI NASCITA: Valle d’Aosta (imprecisato)

DESCRIZIONE DELLA PAZIENTE: affetta da seri problemi caratteriali, è convinta di essere un animale. Il suo comportamento rispecchia pienamente quello di un animale, in tutti i suoi aspetti. Nata e vissuta sulle montagne della Valle d’Aosta nei boschi, dove aveva una casa e un notevole numero di bestiame, non ha avuto contatti con la civiltà fino al 1944, anno in cui a causa della guerra fu costretta a lasciare la sua abitazione. Fu trovata ad Aosta in preda al panico e portata al manicomio di Alessandria. Nella sua abitazione sono stati ritrovati diversi utensili databili alla fine dell’800 e una notevole quantità di libri. Rifiuta qualsiasi forma di approccio sociale.

 

La scheda proseguiva con dettagli di carattere psichiatrico di nessun interesse.

In otto anni di lavoro al manicomio di Padova devo ammettere che in qualche caso ho avuto dubbi sulla reale pazzia di alcuni pazienti, ma non me ne ero mai preoccupato più di tanto. Mi importava solamente di non diventare io pazzo. Un giro nella stanza azzurra e a casa, mi ripetevo. Quella volta era diverso. Tutto mi diceva che Iole era perfettamente sana di mente, forse non si comportava come la maggior parte delle persone, ma questo era sufficiente a farla rinchiudere? Mi chiedevo anche per quale motivo nessuno ad Alessandria si fosse accorto di quanto io avevo capito in poche ore. Probabilmente la loro stanza azzurra l’avevano nella mente.

Dormimmo sulla spiaggia umida fino a quando il sole non ci accecò, costringendoci a svegliarci. Non avevo preso nessuna precauzione per evitare una fuga di Iole, ero convinto che non l’avrebbe fatto. O forse volevo che lo facesse, e io non avevo il coraggio di permetterglielo.

Ripartimmo nel nostro viaggio verso Padova, questa volta senza intoppi. In poche ore eravamo giunti a Parma e ci fermammo a Viadana, vicino Mantova, per pranzare. Il manico mio non mi aveva dato denaro eccetto quello necessario per la benzina, così chiedemmo ospitalità ad un fattore che non esitò a farci accomodare su una bellissima panca di legno piallata a mano così come il tavolo dello stesso materiale. Un pioppo che non voleva lasciare le proprie foglie nonostante settembre fosse quasi finito ci riparava da un sole ancora estivo.

La moglie del fattore ci portò una teglia di baccalà in umido e dell’ottima polenta rovesciata su un tagliere che affettò con un filo di cotone.

Mangiammo avidamente io e Iole. Non parlavamo, non l’avevamo fatto nemmeno durante il viaggio, ma non a causa del suo mutismo, semplicemente non avevamo niente da dire.

Sono certo che se le avessi chiesto qualcosa mi avrebbe risposto.

Avevo l’impressione di esserle simpatico insomma, parafrasando quanto mi aveva detto il direttore.

La vidi osservare alcuni cavalli che si stavano nutrendo di fieno all’interno del loro recinto. Il suo viso pareva trasformato, come se le fosse tornata la luce negli occhi, quella luce oscurata dagli anni nel manicomio. Si alzò improvvisamente e si diresse verso il recinto, formato da tre legni paralleli. Afferrò il superiore e con un balzo incredibilmente agile saltò dentro.

La moglie del fattore corse immediatamente verso la casa e invocò ripetutamente il nome del marito, che corse fuori all’istante.

«Esca, quel cavallo è impazzito, lo dobbiamo abbattere», urlò il fattore indicando uno splendido stallone grigio cui Iole stava andando incontro.

Dodici cavalli nel recinto e lei, si avvicinò proprio a quello.

Mi alzai e raggiunsi il fattore che era appoggiato impotente alla palizzata.

Iole ignorava i moniti del contadino e cominciò ad accarezzare la criniera del cavallo. «Come si chiama?», chiese poi, rivolta al fattore.

Lui mi guardò confuso poi, si voltò verso di lei e disse:

«Aquila».

Iole avvicinò il capo all’orecchio di Aquila e sussurrò lui alcune frasi. Il cavallo restava perfettamente immobile, poi ad un tratto, senza preavviso, si piegò leggermente sulle gambe.

Lei salì sulla sua schiena e lo cavalcò all’interno del recinto.

Un poco di passo e un poco al trotto, compirono alcuni giri in circolo, poi si fermarono e Iole scese.

Prima che ce ne fossimo andati, Iole si fece promettere dal fattore di non uccidere quel cavallo perché era perfettamente sano. Mantenne la promessa perché un paio di anni dopo passai da quelle parti e lo vidi correre.

Non impiegammo molto tempo per arrivare a Padova, e questa volta parlammo, parlammo molto. Iole mi raccontò della sua vita nei boschi, della sua casa, dei suoi animali, dei suoi libri dai quali aveva imparato molto della civiltà, di come faceva a vivere isolata dal mondo.

Arrivammo al viottolo alberato che conduceva al manicomio.

Ne percorsi un tratto poi fui colpito da un fulmine. Credo che fosse quello che succedeva a Mozart o a Shakespeare quando una melodia o un pensiero li colpiva invadendoli completamente, o qualcosa di molto simile.

Io ero stato invaso dal significato della stanza azzurra.

Compresi cosa significava realmente. Penso che una parte di me ne avesse sempre conosciuto la natura ma io l’avevo sempre repressa. Era una delle forze della stanza azzurra questa.

Fermai la macchina e iniziai a togliermi tutti i vestiti. Iole mi guardava come se non comprendesse il gesto ma avesse ben presente l’intento, perché cominciò a spogliarsi a sua volta.

Ci scambiammo i vestiti. In un attimo lei era in un abito da uomo piuttosto abbondante, e io in una tunica da pazzo che mi lasciava scoperti mezzi i polpacci.

Le diedi le chiavi della macchina e le dissi di tornare a casa sua, in Valle d’Aosta. Non disse nulla ma il suo sguardo parlava più di mille oratori.

Mi avviai verso l’ingresso del manicomio, vestito come un paziente, che avevo capito essere l’unica discriminante tra me e Iole.

Appena varcata la soglia vidi tutti gli sguardi rivolti verso di me, udii commenti diretti e sottovoce, persone che chiedevano spiegazioni, che volevano sapere dov’era la paziente.

Risposi che era stata giudicata sana di mente.

Non entrai nella stanza azzurra, mai più. Ero uscito da quella bolla di sapone che ti rende di gomma, inconsapevole di quanto accade fuori e dentro di essa, così sottile eppure difficile da spezzare. Io l’avevo fatto, avevo rotto la bolla di sapone e la stanza azzurra era sparita con essa.