La nascita di un re_Waciina Dx

deserto_Racconto finalista prima edizione Premio Energheia Africa Teller.

Traduzione a cura di Mariella Larocca

 

Era una bella giornata piena di sole. L’allegro cinguettìo degli uccelli nei giardini incolti del castello di campagna del re si mescolava in una sinfonia  perfetta al tintinnio dei campanelli degli armenti che pascolavano sull’altro lato della collina, e al belato delle pecore che il pastore conduceva ad un pascolo vicino ad un ruscello scintillante, a fondo valle. Nel castello, circondato da grigie mura, l’ostetrica incitava la signora sul letto a spingere ancora un’ultima volta. Ed ella lo fece con una smorfia di dolore. Plop! L’ostetrica prese il bambino tra le mani e lo osservò.

“E’ un maschietto!” disse alla madre ancora ansimante che era rimasta in attesa.

Grida di gioia riempirono l’aria del mattino non appena la notizia aleggiò nel castello. La banda del re afferrò gli strumenti e intonò un bel motivo per dare il benvenuto al principino.

Le trombe fecero rimbalzare la notizia. Il canto degli uccelli fece da rinforzo.

Le pecore smisero di brucare, alzarono la testa per sentire la musica che fece sì che perfino i bovini smettessero di masticare l’erba. Un grosso ariete, sollevandosi sulle zampe posteriori, emise un belato di trionfo verso il cielo azzurro. Il pastore si sedette accanto al cane, accostò il flauto alla bocca e diffuse nell’aria una toccante melodia. Anche il ruscello con il suo gorgoglio sembrò unirsi alla festa di tutti quelli che apprendevano della nascita del principe.

Tutti si zittirono quando il re entrò nella stanza e prese il figlio dalle mani della moglie. Il re baciò il piccino sulle fronte angelica.

“Benvenuto a casa, mio principe” disse solennemente. Poi sorrise rivolto a sua moglie. Tutti erano radiosi. Il loro principe era nato…

Sarebbe dovuto andare così; ma così non fu. Fu persino meglio. Ecco come andò…

La capanna dal tetto di paglia si ergeva nel buio della notte, solitaria, quasi senza vita; i pipistrelli andavano e venivano dal nido sotto il tetto che era in parte crollato. Era quasi mezzanotte.

Le stelle brillavano di una luce fredda nel cielo scuro della notte. Non un alito di vento disturbava i cespugli intorno alla capanna, non un grillo friniva nell’erba che cresceva incolta.

Era una strana notte silenziosa.

Un sentiero, solo di rado calpestato, conduceva alla porta che era socchiusa, sorretta da uno sgabello roso dalle formiche. Questo era l’unico mobile della capanna. All’interno, accanto alla porta, a sinistra, cinque cuccioli.

La cagna stava accanto al letto della padrona. Il letto era un sacco di iuta riempita di erba secca, ricoperto da un altro sacco. Vi giaceva una donna che si lamentava, i gomiti e le ginocchia ossuti sporgevano da un pezzo di coperta logoro che un tempo portava l’etichetta Raimond.

Era incinta e aveva le doglie ed erano tre giorni che non toccava cibo.

Era sola. Il marito era in prigione, condannato a cinque anni per aver spaccato tre denti ad un uomo che aveva sorpreso a violentare sua moglie, quando era tornato a casa dopo una sfibrante giornata di lavoro trascorsa nella fattoria di quell’uomo. Il suo lavoro consisteva nel riportare alla luce paratie difficili da scoprire, per una misera paga di trenta scellini.

Un povero cristo che aveva osato alzare le mani su un ricco; Kabochi era stato arrestato, processato con l’accusa di aggressione e violenza e trascinato in prigione.

Sua moglie, rimasta incinta dopo lo stupro, aveva chiesto aiuto al suo stupratore, ma neanche prostrandosi ai suoi piedi l’avrebbe intenerito.

Emma aveva provato una grande irritazione.

Era stata selvaggiamente picchiata, trascinata via e gettata fuori dai cancelli che recingevano la proprietà dell’uomo. Ma lei era rimasta lì bastonata e, benché percossa a sangue, si era rifiutata di andarsene. Le avevano lanciato contro i cani, due grossi mastini che l’avevano ripetutamente azzannata sulle braccia e sulle gambe, e allora era corsa via urlando. In suo aiuto era corsa la sua guardia del corpo ed amica: una bastardina tutta ossa e pelle. Ma questa non era un avversario adatto a quei cagnacci ed essi l’avrebbero sbranata se il padrone non li avesse richiamati.

Sia Emma che l’animale erano rimasti nascosti per intere settimane prendendosi cura l’una dell’altro. Dopo alcuni mesi la cagna era andata in calore ed aveva ceduto alle insistenze di uno dei cani del vicino.

Era rimasta incinta e dopo solo tre giorni aveva partorito cinque cuccioli emaciati. Ora era la sua padrona che voleva lasciar andare il suo cucciolo.

La cagna si sollevò sui fianchi e si avvicinò alla padrona uggiando e scodinzolando mentre leccava il viso di Emma nel vano gesto di rassicurarla.

“Aaaarg… Wooooi!” Emma si lamentava fin quasi a perdere coscienza mentre un’altra doglia l’assaliva e lei si afferrava alle zampe della sua amica a quattro zampe nel futile tentativo di rimanere cosciente.

Emma si lamentò nuovamente.

Fu come se il suo lamento avesse rotto l’incantesimo. Un grillo frinì.

Un rospo gracidò. Il grillo si zittì. Una civetta dall’alto di un eucalipto chiurlò due volte e il rospo si zittì. Il vento sussurrò tra le foglie degli alberi e le nuvole lentamente nascosero i freddi puntini della luce delle stelle nel cielo.

Il vento soffiò più forte, piegando gli alberi nella foresta lungo la collinetta, alla fine della quale si trovava la capanna. Sollevò un po’ di paglia dal tetto crollato, allargando il buco e spalancando la porta ancora di più. Emma tremava e la cagna le si accovacciò più vicina per tenerla calda. L’odore del sangue riempiva la stanza e l’istinto disse alla cagna che qualcosa non andava bene per la sua padrona. Aveva bisogno di un aiuto umano.

Emma gridò di nuovo in uno spasimo di dolore mentre cercava di spingere fuori il bambino che minacciava così di ucciderla, di nuovo la cagna le leccò il viso.    “Va, Haiko. Va a cercare aiuto, per favore.” Emma spinse gentilmente la cagna con il respiro che sibilava tra i denti.

Haiko, la cagnetta, capì; leccò ancora una volta il viso di Emma e uggiolò, agitando la coda. Si allontanò di qualche passo dal mucchio di stracci puzzolenti intrisi dell’odore della pipì dei cagnolini e spinse indietro un cucciolo che vagava per conto suo. Poi spinse lo sgabello fino a chiudere completamente la porta e, attraverso un buco nel muro, strisciò fuori nella notte che era più nera del gatto di una strega.

Evitò la fattoria più vicina dove facevano la guardia due enormi mastini.

Aveva ricordi brutti e belli di quell’azienda e trepidando strisciò sotto il filo spinato che recintava la terra di Kabochi. Quella terra era ora adibita a pascolo per un centinaio di capi di bestiame che avrebbero fornito bistecche di prima scelta. La cagnetta, con le mammelle penzolanti e gonfie di latte, attraversò il prato dirigendosi verso la grande casa bianca.

Dei tori, tranquilli, ruminavano; uno di loro, di cattivo umore, aspettò che la cagnetta fosse molto vicina a lui poi la inseguì all’improvviso.

La cagnetta avrebbe potuto lasciarlo indietro ma un altro toro davanti a lei abbassò le corna e la caricò. Il toro che le stava dietro la prese sulle corna e con un’oscillazione della sua massiccia testa lanciò in aria la cagnetta indifesa.

Con un gemito che voleva essere un grido, la bestiola atterrò tra due tori, riuscì a sfuggire alle loro zampe e sfrecciò via, evitando le loro corna acuminate che avrebbero potuto squarciarla da cima a fondo. Fortunatamente riuscì ad uscire dal pascolo per trovarsi di fronte ai due mastini che latravano e l’aspettavano fuori dal recinto.

Istintivamente si girò sulle zampe di dietro e si mise a correre in direzione opposta, con i due cagnacci che la inseguirono con veemenza. L’unica via di scampo era nella foresta e riuscì a seminare i suoi inseguitori tuffandosi in una siepe di mele selvatiche ed emergendo dall’altro lato lacera, dolente, tremante e disorientata, con l’angoscia della sua padrona nel cuore. Si tolse le spine che riuscì a raggiungere con i denti e via, di corsa, giù dalla collina – l’istinto le diceva di fare in fretta. Doveva trovare un essere umano.

Da due ore ad Emma si erano rotte le acque e voleva partorire a tutti i costi. Ma questo era il suo primo figlio ed il suo corpo malnutrito non era pronto. Il bambino era metà dentro e metà fuori ed Emma sapeva che rischiavano di morire entrambi se non faceva presto.

Tentò di sollevarsi sul fianco ma una contrazione dolorosa la paralizzò.

Emise un flebile grido che era di poco più forte del guaito dei cuccioli, cadde all’indietro cercando di aggrapparsi alla creaturina che picchiava nel suo dotto vaginale, “Oh Dio mio!… Oh marito mio! Dove siete?”

Ma Dio era in cielo e Kabochi in prigione. Al processo di Kabochi nessuno dei parenti si era degnato di presenziare. Era stato giudicato colpevole, era stato condannato a cinque anni di carcere e tre quarti della sua terra erano andati al querelante come ricompensa per le offese. Nemmeno per un attimo quel giudice corrotto si era fermato ad ascoltare le ragioni di Kabochi – che egli aveva colpito – un pervertito che aveva sorpreso a violentare la sua Emma. Il giudice aveva preferito la versione di Onesmus secondo il quale era stato concordato che Onesmus dormisse con Emma nei fine settimana, in cambio dell’aiuto finanziario concesso a Kabochi a cui quest’ultimo non avrebbe potuto far fronte da solo. Onesmus aveva anche prodotto un documento contraffatto con la firma di entrambi.

Kabochi aveva protestato ma la sua firma e quella sul documento erano identiche, erano due scarabocchi illeggibili.

Non avevano considerato che nessun uomo sano di mente avrebbe mai potuto permettere che ciò accadesse, per quanto tormentato dalla povertà. Onesmus, con tre denti in meno, se ne era andato libero mentre Kabochi stava scontando una lunga condanna ed aveva lasciato la sua Emma alla mercé del fato, bisognosa di tutto e senza nessuno che provvedesse a lei. Sola, con una capanna ed il suolo su cui si ergeva, che non era più grande di un campo di pallavolo.

Ella aveva venduto la capra per comprare il cibo e quando i proventi erano finiti aveva cominciato a lavorare nelle fattorie vicine. In seguito aveva dovuto attraversare il fiume per cercare lavoro quando i vicini, ostili, glielo avevano rifiutato. Aveva cominciato a sentirsi depressa, a nutrirsi a stento, a morire letteralmente di fame ed ora i dolori del parto, senza altro aiuto che quello di una cagna che allattava.

La cagna guaì fuori da un’altra capanna ed alla vecchia che si trovava lì dentro quel guaito suonò come quello di un vampiro. Avvolse il suo mucchietto di ossa in una vecchia coperta, afferrò un tizzone ed andò fuori a vedere.

La cagna si accovacciò sulle zampe posteriori fuori dell’uscio e quando si aprì una fessura, uggiolò e si avvicinò. Vedendo che si trattava solo di un cane, la vecchia rientrò e si rimise a dormire sul suo duro materasso di foglie di agave. La cagna ululò più forte grattando alla porta.

Questa volta la vecchia venne fuori con due patate lesse, la sua colazione per l’indomani e le lanciò alla cagna. Haiko le ignorò, afferrò la coperta fra i denti, la tirò poi la lasciò andare, si allontanò di qualche passo ed abbaiò in direzione di casa.

“Ehi, cosa vuoi?” Brontolò la vecchia.

La cagna tornò indietro ed afferrò la vecchia coperta e, nella foga, gliela tirò di dosso. La vecchia protestò gridando, rientrò di corsa nella capanna e sprangò la porta maledicendo quello che pensava fosse un demone, lì fuori. Ebbe paura di tornare fuori a riprendersi la coperta, temendo il demone. Quella, per lei, dovette essere una notte molto fredda!

Fuori la cagna ululava insieme al vento e istintivamente comprese che la vecchia non sarebbe tornata fuori.

Allora trotterellò via ansiosa di trovare qualcuno che l’avrebbe accompagnata

al capezzale della sua padrona.

Kabochi era stanco morto. Nella cava, dove lavorava con i suoi compagni di cella, aveva avuto una giornata faticosa. La cella numero nove, che condivideva con altri due, era stata la sua dimora negli ultimi otto mesi o giù di lì, insieme con pidocchi e pulci che lo tenevano sveglio per metà della notte.

La sua vendetta contro Onesmus gli bruciava dentro, più forte ad ogni nuovo sorgere del giorno ed i giorni gli sembravano mesi mentre aspettava quello in cui sarebbe uscito di prigione e si sarebbe vendicato. Sapeva che Emma stava per avere il bambino ma… cosa poteva fare? Era impotente!

Poteva ricordare la sollecitudine, l’amore; perfino nella più nera miseria avevano formulato speranze per un futuro migliore. Un giorno egli aveva detto ad Emma con tono serio: “Un giorno sarò un grand’uomo, mia cara Emma. Un giorno arriverò in alto ed esaudirò tutti i tuoi desideri”.

“Ti farò a maglia qualcosa di caldo, Kabochi. E’ freddo lassù in alto”.

Gli aveva risposto lei allegramente. Ed ora egli si trovava in prigione.

Lei era andato a trovarlo solo una volta. Ed aveva indossato il suo unico vestito buono. Il vestito bianco, ora tutto ingiallito e che lasciava le ginocchia scoperte di un pollice. Una parte dell’orlo era stata rosicchiata dai topi e, poiché la pancia glielo tirava su, sembrava di poco migliore di un sacco indossato con eleganza. Se si aggiungevano i piedi impolverati e screpolati, calzati in sandali che mal si adattavano al vestito, gli occhi infossati che accentuavano le guance scarne e sporgenti ed i capelli che erano diventati di un castano rossiccio intorno alle tempie, era davvero una splendida Emma quella che era andata a trovare Kabochi!

Crollarono e piansero mentre si guardavano attraverso le sbarre. La loro famiglia era stata distrutta, la loro povera ma appassionata unione fatta a pezzi dalla impudicizia della bestia umana. Da uno stupratore, un ricco, bestiale stupratore.

Tra le lacrime Emma gli aveva detto che era incinta e di quanto fosse umiliata di esserlo di Onesmus. Kabochi aveva inveito e bestemmiato, livido di furia. Era stato trascinato via dalle guardie, lasciando Emma senza nessuno che la confortasse ad eccezione di un secondino che l’aveva rudemente spinta con la punta del manganello e l’aveva rispedita via piangente. Ora Kabochi si era assopito e non sapeva che la sua Emma stava morendo dando alla luce il bambino.

Ella spinse più forte pregando affinché non le mancassero le forze. Era quasi alla fine ma sentiva che sarebbe morta dando alla luce il bambino.

Una contrazione la afferrò quando il bambino si mosse un po’. Era debole e si sentiva venir meno per il travaglio che durava da oltre tre ore.

Aveva perso molto sangue e mentalmente giurò che non sarebbe morta prima che il bambino fosse nato. Avrebbe fatto di tutto per farlo nascere.

Emma si sarebbe operata da sola!

Prese il coltello che si trovava in una pentola accanto al camino. Le sue mani annaspavano, poi picchiò forte sulle pentole. Dov’era il coltello? Infine le sue mani lo toccarono e le dita si chiusero sull’impugnatura di quel coltello affilato. Sapeva dove doveva tagliare per facilitare l’uscita del bambino, per salvare almeno il nascituro se non se stessa. Si spinse in avanti fino ad appoggiarsi al muro così da raggiungere bene il dotto vaginale, poi con il coltello stretto con tutte e due le mani, chiuse gli occhi e…

Lampi e tuoni terribili. Il vento fischiava attraverso la siepe di mele facendo perdere l’equilibrio alla cagna mentre si faceva strada tra gli alberi di caffè per raggiungere una casa illuminata. Poteva sentire provenire dal suo interno il chiasso di gente eccitata.

La festa nella casa procedeva come vi fosse stato un incendio. I ragazzi erano più della metà delle ragazze e, ubriachi, facevano a gara fra loro per far colpo su quelle prescelte con i balli più nuovi provenienti dall’America.

Il primogenito di quella famiglia speciale era stato circonciso il giorno di Natale e stavano festeggiando secondo la tradizione.

Stavano anche festeggiando il nuovo millennio. Era la vigilia di Capodanno; l’indomani sarebbe stato il 1° gennaio del 2000.

Fece di corsa il giro della casa per due volte, guaendo ogni volta che si avvicinava ad ognuna delle cinque porte. Poi, sentendo rumore di passi, si fermò davanti ad una di esse. La porta si aprì ed un giovane uscì con in mano una torcia fumando con furia. Si fermò accanto alla cagnetta bianca e nera, arretrò di qualche passo ed urtò l’amico.

“Che c’è?” chiese quello che si chiamava Jack, con in mano un randello da usare caso mai si fosse trattato di un ladro. Anche nei paesini i furti sono frequenti.

“Ah! E’ solo una cagna. Me la sono quasi fatta sotto.”

“Una cagna che fa pisciare i jeans?” lo prese in giro Jack, un po’ alticcio.

“Pisciamole addosso noi, invece!”

Haiko guaì forte, si girò nella direzione da cui era venuta ed abbaiò. “A che cosa abbaia?” chiese Jack.

“Forse un cucciolo è rimasto impigliato nella siepe” rispose Naftaly, il figlio di Onesmus lo stupratore, cercando di ricordare dove avesse visto quel cane bianco e nero.

“Su, dai; non fare la femminuccia! Piscerò sulla cagna!” Jack si sbottonò la patta ed un fiotto di urina gialla, ad arco, volò sulla testa di Haiko.

Alcuni schizzi la raggiunsero ed ella si piegò all’indietro per evitare il resto.

“Smettila di essere crudele con gli animali. Questo animale ha bisogno di un qualche aiuto, non lo vedi?” Naftaly, dall’uscio, si accomiatò dagli altri poi si rivolse a Jack.

“Aspetta! Io conosco questo cane. E’ quello di Emma. Forse si trova in difficoltà. L’ultima volta che l’ho vista aveva l’aspetto di un babbuino gonfiato. Andiamo”.

Potrebbe essere vero, pensò Naftaly. Era il nono mese da quando… da quando suo padre l’aveva violentata!

“Devi essere matto. Non mi avvicinerò neppure a quella capanna maledetta.

E questa cagna ha un brutto aspetto. La uccido!” Jack scagliò contro Haiko la sua mazza pesante.

Essa si girò velocemente per scansare la mazza roteante ma troppo tardi!

Diretta alla sua testa la mazza la mancò e la prese sulla zampa anteriore che si frantumò!

Silenzio.

“Bowagigiigii…!” guaì Haiko in preda al dolore. Si allontanò zoppicando con la velocità che la sua zampa rotta, oscillante dolorosamente ad ogni passo, le concesse. Naftaly si girò verso Jack livido di rabbia.

“Tu, bastardo!”

“Taci!” Jack lo minacciò con il randello.

“Cane!” Naftaly afferrò il randello fra le mani mentre con il piede  destrosferrava un calcio nella pancia di Jack. Questi cadde di sedere a terra, accompagnato da un altro calcio sotto il mento che lo sollevò un po’ da terra. Poi Naftaly gli fu addosso facendo cadere su di lui una gragnola di colpi. Gli altri invitati li separarono.

“Me ne torno a casa”. Naftaly sputò con rabbia, afferrò la sua torcia e si incamminò nella fredda notte scura e ventosa.

E aveva appena cominciato a pregare che le prime gocce di pioggia caddero, picchiando sul tetto accompagnate da forti tuoni.

“Aiutami ora, oh tu, Dio di tutti gli uomini. Aiutami ad avere questo bambino e sarò tua per sempre. Oh Padre, le nostre vite sono nelle tue mani.

Ti prego, non farci morire. Così sia”.

La volontà di Dio si compiva. Attraverso lei Dio avrebbe dato al mondo un signore risoluto, senza vizi; un signore che avrebbe governato tutto il mondo e sradicato il male dai cuori degli uomini. Sarebbe stato il tanto atteso supremo signore del mondo; un uomo che avrebbe condotto il mondo alla conquista dei mari e dei cieli. Era giunto il momento della nascita di un re, un uomo che avrebbe impedito agli uomini di trasformare in un incubo il sogno di Dio.

I lampi illuminarono l’intera campagna. Le zolle di terra dura sul muro affondavano penosamente nella schiena scheletrica di Emma allorché si tese a toccare il bambino. Estrasse la mano umida ed afferrò saldamente il coltello. Doveva allargare il dotto vaginale, lo sapeva bene.

Ma sarebbe sopravvissuta?

Fuori la bufera si rinforzò, e, attraverso la porta, ora aperta, i colpi acuminati dei lampi illuminavano la donna nuda. Emma si rannicchiò al rumore dei tuoni che spaccava i timpani mentre Dio mostrava i suoi fuochi d’artificio.

La pioggia cadde più forte ed il tetto cominciò a gocciolare; ad Emma sembrò che fosse vicina la fine del mondo. E per lei lo era.

La lama affilata del coltello toccò la parte più bassa del suo dotto vaginale teso allo spasimo. Lacrime, per quanto stava per fare a se stessa, le rotolarono giù per le guance fino alle mammelle turgide. Spinse ancora di più il coltello tra sè e la grossa testa del bambino poi, con un orribile urlo, si squarciò il ventre!

Il taglio allargò il dotto vaginale. Urlando, con una forte spinta, fece scivolare fuori il bambino che emise il tipico vagito dei lattanti. Emma, respirando affannosamente, chiuse gli occhi e sentì il sangue che usciva insieme alla placenta. Il suo era un mondo fatto solo di dolore; era mezza morta ma il bambino era nato ed Emma rese grazie a Dio. Ma… era vivo?

Il bagliore dei lampi era quasi continuo ed i boati dei tuoni scuotevano il pendio della collina; la capanna, la cui intelaiatura era stata erosa dalle formiche, ondeggiava e tremava. Il vento possente faceva penetrare la pioggia nei muri e nella capanna. Era come se gli elementi della natura stessero presentando il figlio di Emma al mondo. Ma… era vero? Emma sollevò il bambino che era tutto bagnato dal liquido amniotico e lo osservò alla luce dei lampi. Aveva gli occhi aperti e, senza battere ciglio, sembrava che guardasse dritto nel suo cervello. La testa era grossa e pelata, e la fronte si profilava alta sopra le sopracciglia. Il bagliore di un lampo le permise di guardare in mezzo alle gambette: era un maschietto.

“Oh, il mio bel bambino!” Cantilenò felice. Poi il bimbo aprì la bocca per piangere, era piena di denti bianchi!

“Wuuuuuuuui!” Emma allontanò il bambino da se andando a sbattere contro il muro mentre si riprendeva dallo shock della visione. Il bimbo ridacchiò nel tentativo di piangere.

Il cuore di Emma si mise a battere forte, i polmoni aspirarono aria, il cervello si infiammò quando comprese la terribile verità. Aveva dato alla luce un mostro! Il cuore si arrestò, i polmoni emisero un lungo sospiro, crollò su un fianco. Nello stato di debolezza in cui era morì quasi subito.

Il muro della capanna, impregnato di pioggia e scosso dai tuoni, fu avvolto da una raffica di vento e si spaccò con un fischio e la parte sopra la porta crollò.

Per fortuna la parte dal lato di Emma rimase in piedi. Proprio in quel momento Haiko oltrepassò zoppicando il muro che era crollato, affrettandosi accanto ad Emma.    Guaì sommessamente mentre le leccava il volto.

Non c’era respiro; non c’era vita – la sua padrona era morta. Haiko leccò ancora una volta il viso di Emma poi si accucciò e ululò di dolore.

“Boow – Arroo – Arrooouulf!”

La pioggia, lì fuori, smise di cadere; i lampi e i tuoni sparirono ed il vento si calmò e diventò una brezza gentile. Era tutto finito, il bambino era nato. La tempesta cessò.

“Arroooouulf!” Ululò ancora Haiko, il muso levato verso il cielo con un gesto di sfida. Si alzò e si avvicinò al bambino che scalciava gentilmente tra le gambe di Emma. Lo leccò tutto fino a ripulirlo poi si accovacciò e lo riparò dal vento.

Il bimbo annaspò in quel tepore, trovò una mammella turgida di latte e, felice, cominciò a succhiare. La cagnetta gemette e probabilmente “sorrise” per la sensazione di allattare un cucciolo d’uomo.

Sebbene fosse notte, Naftaly aveva deciso di andare a vedere se Emma stava bene. Dal cancello vide le rovine della capanna e si rese conto che qualcosa non andava.

Saltò il cancello, correndo e scivolando, slittando davanti al mucchio di terra che aveva fatto parte della capanna. Con la torcia illuminò l’altra metà che ancora restava in piedi.

Delle figure giacevano inerti, immobili; i cuccioli stavano davanti alla cagna e volevano succhiare ma erano respinti dai denti della cagna che sembrava voler dire     “Ora ho un altro cucciolo!”

Al di là dei cani giaceva Emma, immobile, nuda e sgonfia. Aveva partorito, ma dov’era il bambino?

Naftaly tentò di avvicinarsi a quelle forme silenziose. La cagna ringhiò per avvertirlo, sollevandosi sulle tre zampe buone scoprendo così il bambino che poppava.

Egli si avvicinò in fretta alla madre e le sentì il polso – non c’era alcun battito.        Gli occhi di Emma, come terrorizzati, guardavano fissi nel vuoto.

Era morta!

“Oh Dio!” Naftaly si avvicinò alla cagna che ringhiava, chiamandola sommessamente per calmarla. “Vediamo cosa nascondi sotto di te”.

Il bambino cominciò a piangere, piccole braccia che ondeggiavano nell’aria e chiedevano a gran voce il seno di sua “madre”. Alla luce della torcia Naftaly vide i denti e si ritrasse inorridito. Un neonato con i denti!

“Santa Madre di Gesù!”

Con le mani che gli tremavano afferrò il coltello e tagliò in fretta il cordoneombelicale, lo legò con un pezzo della vecchia coperta ed avvolse il bambino.

“Perdonami, padre celeste, e dammi la forza di prendermi cura di questo bambino senza madre. Oh Dio! Cosa ha fatto di male Emma?”

Una lacrima scivolò lungo il volto di Naftaly. Il bambino ghignò verso di lui e per poco egli non lo fece cadere.

“Cosa significa tutto ciò?”

Il concepimento del bambino… la povertà… l’inizio del nuovo millennio… la furia della tempesta… un neonato calvo e con tutti i denti in bocca…

“Sia fatta la volontà di Dio”. Pregava mentre camminava con passo pesante verso casa, aprendo la mesta processione di una cagna zoppa e cinque cuccioli che cadevano e si rialzavano per cadere di nuovo. Guardò il bambino che aveva in braccio e pregò di nuovo per lui.

Gli angeli sopra di loro li guardavano sorridenti. Poi, avendo portato a termine la loro opera per il bene dell’umanità, volarono via verso il Paradiso.

Era passata da mezz’ora la mezzanotte del 1° gennaio del 2000: il futuro re del mondo era nato. Tutto sulla Terra sarebbe di nuovo andato bene.