La morte non ha età_Emilia Cavallaro, Messina

_Racconto finalista dodicesima edizione Premio Energheia 2006.

 

Strana cosa è il tempo: silenzioso e discreto ti passa davanti senza disturbare. Tic, tac. Tic, tac. Io sono una pendola e segno il tempo. Dicono. Non so se è vero. Segno le ore, i minuti e i secondi come se fossero tutti uguali, come se fosse possibile renderli uguali. Tic, tac. Tic, tac. E le lancette tornano sempre a mezzogiorno. Due volte al giorno. Come se tra un giorno e l’altro non ci fosse alcuna differenza, come se il tempo fosse un serpente che si morde la coda. Tic, tac. Tic, tac. Invece ogni istante è diverso dall’altro. Non si è mai uguali a se stessi. Non lo sono gli uomini e nemmeno io. Le mie rotelle dentate girano, il mio pendolo ondeggia, i granelli di polvere s’accumulano, i tarli aumentano. Tic, tac. Tic, tac. E la vita non è un ciclo, non è come le lancette, non ripassa mai sugli stessi punti. Ognuno ha il suo mezzogiorno, ognuno ha le sue ore da vivere, né una di meno né una di più. L’ ho detto: non sono le stesse per tutti. Tic, tac. Tic, tac. Alcuni muoiono vecchissimi, altri giovanissimi, altri non nascono. Ed è inutile tentare di nasconderci al tempo. Ed anche alla morte. Tic, tac. Tic, tac. Ti trova ovunque e sempre. Non puoi barare con lei. Tic, tac. Infatti…Tic…Come si dice?..Tac…“La morte non ha età”. Cucù!

Ho quasi cent’anni. Eh, sì: sono vecchiotta, ma le mie rotelle funzionano ancora bene. Come quelle della vecchia Mena, checché ne dicano i parenti. Mi ricordo quand’è nata: ero nuova fiammante, appena arrivata a casa. Regalo di una zia un po’ eccentrica. La mamma era perplessa:

Regalare una pendola a cucù ad una bambina?

Certo!-, disse la zia aggiustandosi il cappellino con aria civettuola

Così rammenterà sempre il tempo che passa ed avrà voglia di goderselo al meglio…!

Ma la Mena aveva un’idea un po’ diversa da quella della zia riguardo all’espressione “goderselo al meglio”. Non adorava le feste, non amava la confusione, non le piaceva uscire, si annoiava a leggere, non aveva mai imparato a suonare uno strumento. A volte non andava neanche alla messa per non muoversi da casa. L’unica cosa che sembrava appassionarla era il ricamo. Dico “era” perché, poveretta, adesso i suoi occhi non sono più buoni come un tempo. Abbiamo passato assieme lunghe giornate: lei seduta ai miei piedi a cucire la sua “tela”, come la moglie di un marinaio di una favola che non ricordo più, ed io appesa qui, a farle compagnia coi miei “tic tac” ed i miei “cucù”. Se ne andava così un’ora dopo l’altra, una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro. Così la sua giovinezza, come era cominciata, finì. Nanni, suo fratello, la prendeva in giro:

– Oggi sei più vecchia di ieri!

E lei faceva spallucce.

Finisce che muori zitella!

E lei faceva spallucce.

– Guarda che hai dieci anni in più di me e muori prima! Poi mi tocca seppellirti a spese mie!

Allora lei smetteva di sferruzzare e gli puntava addosso quei suoi occhi fermi ma maliziosi e, sollevando un sopracciglio e accennando uno strano sorrisetto con un angolo della bocca, gli faceva: – E chi te lo dice? Forse non sarai tu a seppellire me… Non si può mai sapere: la morte non ha età..

E Nanni rideva. Non so come, ma alla fine Mena riuscì a sposarsi. Lui, Peppuzzo, era un ragazzotto grassottello e ottuso, ma la cosa non importava a nessuno, purché avesse le tasche piene. Mi portarono con sé nella nuova casa e mi sistemarono nel salotto, dirimpetto a un grande specchio antico con una grossa cornice incrostata di dorato. Che emozione!

Vidi finalmente la mia immagine! Scoprii d’essere una piccola casetta di montagna a tetto spiovente con due abeti scolpiti sul davanti, pendolo a forma di foglia e una minuscola finestrina appena sopra il quadrante, dalla quale si intravede una minuta coppia di gnometti che si bacia allo scoccare d’ogni ora: un bacio per ogni mio cucù. Insomma, un po’ “kitsch”, come mi definì qualche tempo dopo il nipote di Mena, Saro, che è sempre più indelicato ed inopportuno, come suo padre, del resto. A proposito di Nanni, ricordo una simpatica conversazione a cui ebbi il piacere di assistere qualche anno fa.

Erano seduti proprio lì su quel divano, lui e quella snaturata di Lina, accanto alla Mena.

– Ma cerca di capire, mammuzza… Non mi fai andare tranquilla a lavoro se ti ostini a stare da sola…

E il suo caro zio Nanni che le dava manforte:

– Ma sì, ora non c’è più Peppuzzo che ti assiste… ! Hai bisogno di una compagnia… !

E la povera Mena aveva un bel da fare a inveire:

– Non c’ ho bisogno di nessuno, io!

– Ma non puoi stare sola! E se cadi di nuovo chi ti soccorre?

Chi sta con te?

– Dovresti essere tu a stare qui… Sei un’ingrata! Io t’ho cresciuta e non ti ho mai fatto mancare niente. Dovresti essere il bastone della mia vecchiaia, come io lo sono stata per mia madre, e invece che fai?

Lina abbassò gli occhi e arrossì cominciando a mordicchiarsi il labbro inferiore con aria colpevole. Sapeva che era una cosa che toccava a lei, solo a lei. Bisogna ricambiare il bene ricevuto… A un certo punto alzò la testa e parve quasi sul punto di dire qualcosa di ragionevole. Si trattenne: un ripensamento.

Evitò lo sguardo della madre e, prendendo a torturarsi una ciocca di capelli, farfugliò un “devo lavorare, non posso”.

Mena sapeva chi le metteva quelle parole sulla bocca:

– Lo sstràno… -, disse a Lina con aria di rimprovero. – Lo sstràno ti mette contro di me! È un’idea sua, non è così?

“Lo sstràno” , cioè “l’estraneo”, era Toto, il marito di Lina, un omino esile e sciupato, con un ridicolo cespuglietto di barba sul mento. Silenzioso, si nascondeva dietro quei tondi oblò che osava definire occhiali, ostentando quella sua improbabile timidezza. Con la suocera era sempre umile e accomodante, ma la Mena non si fidava di lui. Immaginava non facesse altro che architettare nuovi metodi per allontanare sua figlia da lei: viaggi, cene fuori e tutta una serie di inutili e dispendiosi passatempi, solo per il gusto di avere la moglie tutta per sé.

Fortuna che Lina era un osso duro: non era facile dissuaderla dai suoi doveri. Così, da che si erano sposati, avevano sempre passato le serate qui a casa a fare compagnia alla Mena. Ora, però, quell’intrigante ci stava riuscendo. “Una badante per lei”, cercava, per “aiutarla e farle compagnia”, diceva. Come se non sapesse badare a se stessa.

– In effetti, avere un’estranea per casa… oltre che fastidioso può essere un pericolo… Sbalorditivo. Finalmente da che s’era seduto Nanni diceva qualcosa di sensato. Gli occhi di Mena si riaccesero per la speranza d’avere trovato un alleato nella sua lotta.

– Oltre al dispendio di denaro, s’intende… non si sa mai chi ti arriva… può rubare… o peggio far entrare altri estranei… Mena sembrava compiaciuta dell’intervento del fratello.

Lina guardava lo zio incredula.

– Ma… ma…. credevo che anche tu fossi d’accordo…

Farfugliò Lina.

– Si, ma un estranea non è di compagnia! E non ci mette l’amore di un parente… Però capisco che tu devi lavorare… E’ giusto… anche Saro non può stare a casa con me per questo…

Così, ecco, pensavo…

A Mena il discorso non piaceva più. Dove voleva arrivare?

Lo squadrò con sospetto mentre tentava d’articolare la sua “proposta”.

– Ecco, pensavo che potrei trasferirmi io da te per un po’… Solo finché non ti riprendi del tutto… Era una brutta caduta… Pensaci, ci faremmo compagnia e io potrei aiutarti in casa… Che ne dici?

Mena non la prese molto bene… Si alzò ribadendo l’importanza della sua autonomia e si ritirò offesa nella sua stanza. Zio e nipote restarono seduti sul divano ancora per un po’.

– Ma non avevo proprio capito che volevi prendere una badante! Io credevo parlassi di me! D’altronde era più logico, credo…

– Ma che più logico! Che c’entri tu!? Io cerco una donna per non restare io qui, sepolta in casa con lei e potrei mai pretendere che lo faccia tu!? Ma via, zio, non te l’avrei mai chiesto…Non è il caso che tu rinunci così alla tua indipendenza solo per farmi un piacere…Tu sei ancora così attivo, così vitale… Zappi la terra, ti arrampichi sugli alberi per raccogliere la frutta, spacchi la legna… Ah, come vorrei che anche mio marito fosse atletico come te…

Lina guardava lo zio con ammirazione sconfinata.

– Ma davvero a me non costerebbe nulla…

Nanni sembrava un po’ imbarazzato. Rigirava la coppola di panno tra le mani, come uno scolaretto lodato dalla maestra che si schermisce con falsa modestia. Ci avrei scommesso le lancette che quello scroccone volesse solo piazzarsi qui da noi.

– Ma no, ma no… Poi Saro come la prenderebbe… Non mi mettere malu cori con mio cugino… Non voglio che pensi che mi approfitto di voi…

– Assolutamente! Non dirlo nemmeno! Anzi, è stato Saro a darmi l’idea! Davvero, sono a disposizione!

Lina aveva cambiato espressione e tono di voce. Ora studiava bene e cadenzava ogni parola che le usciva dalla bocca.

Lo sapevo che non era così ingenua! Aveva capito che quel volpone di Saro s’era fatto i suoi conti. Questa generazione di snaturati… Altro che bastoni della vecchiaia!

– Sei tanto caro, zietto… Ma davvero non devi darti pensiero. Ormai Toto ha sbrigato tutte le pratiche ed ha anche contattato alcune signore disponibili. È questione di poco e la mamma non sarà più sola…

Infatti qualche giorni dopo “la signora” arrivò. Dana, si chiamava, ed era siberiana. Era alta e longilinea e così bionda da sembrare platinata. Poteva avere al massimo venticinque anni e si dava certe arie da gran dama da far venire il voltastomaco. Fortuna che io lo stomaco non l’avevo. Mena purtroppo sì e proprio in quei giorni cominciò a fare i capricci. Una bruttissima influenza e di assistenza ne ebbe proprio bisogno.

Ma la cosa più brutta fu doversi sentir ripetere da Lina ogni volta che veniva a trovarla:

– Hai visto come è utile avere Dana a casa?

Ovviamente non le passava neppure per un attimo in testa il pensiero che le stesse cose poteva farle benissimo lei, che era la figlia. Comunque la situazione era intollerabile. La nostra antipatia nei confronti di quella ragazzina cresceva ogni giorno di più. C’era qualcuno che pareva condividere la nostra avversione per Dana, ma delle sue parole era bene non fidarsi.

– Hai perfettamente ragione, zietta. Deve essere terribile avere per casa quella piccola insolente! Hai visto con che sgarbo ci ha portato il tè? E ogni volta che le si chiede qualcosa fa una faccia…

– Sì, è davvero insopportabile… Ma quando non si ha più il rispetto dei figli si devono subire le loro decisioni… Una volta ero io che guidavo Lina, e finché è stato così è andato sempre tutto bene. Ora invece… con tutte quelle idee strane che ha per il capo…

– Ma sai, zia, non ha poi tutti i torti, dovresti cercare di capirla un po’… Deve anche lavorare… Non è per mancanza di affetto nei tuoi riguardi…

– Se lei avesse sposato il figlio del Commendator Morelli come volevo io, sarebbe così ricca che non avrebbe bisogno di lavorare! Come non ne ho mai avuto bisogno io. Ho sempre fatto la signora… Ma invece no, lei s’è voluta pigliare quello spiantato che me la mette contro e le riempie la testa di idiozie…

Saro sorrise sornione.

– Veramente non mi risulta tenga molto in conto le sue opinioni…

Poi, visto che lo tratta… alla stregua di un lacchè…

– Sciocchezze! Quello sembra innocuo, ma io lo so quant’è tinto!

Il giovane pareva non ascoltare troppo. Il suo sguardo correva dagli intonaci del soffitto alla scollatura di Dana che si limava le unghie poco in disparte.

– Ad ogni modo, perché non rivaluti la proposta di papà? Pensaci: non stareste bene assieme?

Mena ormai era rassegnata ad essere sola contro tutti, ma nessuno mai l’avrebbe convinta di qualcosa che era contro le sue idee. S’era dovuta piegare, poveretta, ma dentro di sé ribolliva e rodeva. Non aspettava che rimettersi per tornare a farsi valere in casa sua. Intanto la ragazza smaniava. Si vedeva che la convivenza era forzata anche per lei. Non le piaceva stare chiusa in casa, infatti stava delle lunghe ore a fumare affacciata alla finestra, guardando la gente che passeggiava per strada e pensando chissà a che cosa. Passarono dei mesi. Alla fine la vidi partire. Seppi solo dopo, da una conversazione tra Nanni e Lina, che s’era licenziata. E seppi anche qualcos’altro.

– Ancora non ci credo… Poverina! Era così giovane…

– Ma come l’ hai saputo!? Come è successo!?

– Stamane l’ ha letto Toto sul giornale… Un incidente d’auto, pochi giorni dopo che se n’era andata…

– …Cose da pazzi… Forse se invece di andarsene come un’ingrata fosse rimasta qui con voi non sarebbe successo…

– Sai, però non aveva tutti i torti… Era sacrificata qui dentro…

Una ragazza così giovane… Ci soffro io figuriamoci lei come si doveva sentire…

– Sciocchezze! Era pagata per questo! E poi, diciamocelo, non era un lavoro così pesante… Inoltre tu non facevi altro che darle ore libere! Appena potevi tornavi qui a prendere il suo posto…

– No, ma vedi… una ragazza con le sue potenzialità…

– Sì,sì… Lo so io che potenzialità aveva, quella…

Nanni scrollò la testa con l’aria di chi la sapeva lunga.

– Ma no, dico davvero… Nel suo paese studiava danza…

Voleva fare la ballerina, poveretta, ma la vita ha deciso altrimenti…

– Già… Moolto altrimenti…

– Zio! Gradirei non facessi certe insinuazioni… Lo so, io, cosa vuol dire quando il tuo sogno nel cassetto non si realizza e tu non puoi farci niente…

Lina alzò gli occhi al cielo con fare drammatico. Nanni non era convinto, ma lasciò cadere il discorso.

– E dunque, ora che ne diresti se fossi io a fare un po’ di compagnia a tua madre…? Chissà come rimarrà scossa quando le dirai che la povera Dana…

– La povera Dana cosa?

Mena entrava nel salotto in quel momento. I due si guardarono negli occhi costernati. Lina porse il giornale a sua madre.

Mena inforcò gli occhiali per leggere il trafiletto. Restò un attimo titubante, si posò il quotidiano sulle ginocchia come assorta nei suoi pensieri. Dopo pochi attimi sembrò risvegliarsi.

Tolte le lenti, sentenziò la sua solita massima:

– Che volete farci? La morte non ha età…

Di morti Mena ne aveva già affrontate parecchie: i suoi genitori, la sua eccentrica zia ( sì, quella che mi aveva comprata), suo marito. Ormai ci aveva fatto il callo. Oserei dire che aveva finito per avere un buon rapporto con quel simpatico scheletrino che va a spasso con la falce in mano per pareggiare tutti i conti. La accettava, ci filosofava anche sopra, in cuor suo. E soprattutto non batteva ciglio quando la incontrava.

E l’avrebbe incontrata ancora tante altre volte prima che venisse per lei. Nanni, ad esempio, era convinto che essendo più piccolo di Mena sarebbe morto dopo. Per questo vederla ancora in ottima salute lo metteva di buon umore. Sicuramente pensava : “per me ancora ci vuole” e tornava allegro alle sue faccende. Viveva in campagna, dove aveva una bella casa e un piccolo appezzamento di terreno, a quello che ho capito dai discorsi della famiglia. Conduceva una vita campestre e doveva anche essere abbastanza spericolato. Una volta cadde dal tetto mentre sostituiva delle tegole rotte. Si spezzò una gamba, ma nulla di grave. Un’altra volta si prese una strana infezione per un taglio che s’era fatto, ma se la cavò anche in quella circostanza. Però quel brutto vizio di arrampicarsi sugli alberi gli costò caro alla fine. Un incosciente. Ma come si può a quell’età credere d’avere ancora i riflessi di un tempo?

Cadde da un mandorlo, finì in rianimazione e rimase in coma per molti giorni. Qui in casa era una tragedia e l’atmosfera era tesissima. Mena era l’unica che manteneva una calma perfetta.

Era una donna forte, lei. Tra Lina e Saro, invece, cominciava a non correre buon sangue. Li vedevo ronzare da una stanza all’altra squadrandosi con sospetto. Le rare volte che si parlavano sembravano pesare le singole parole, quasi che per ogni cosa ne fosse sottintesa un’altra. Un giorno Saro esplose:

– Medici incompetenti! Io non l’avrei mai lasciato entrare in coma! Al pronto soccorso dove lavoro io, lì a Catania, non è mai successa una cosa del genere!

– Su, avanti… Cerca di stare calmo…

Gli disse Lina. Dopo un attimo di pausa, quasi stesse studiando prima la situazione, continuò con tutta la diplomazia di cui era capace.

– Però è anche vero che, vivendo solo, sono cose che possono succedere… Poi lo zio non era un tipo così tranquillo.

Già altre volte…

– Non parlare di lui al passato che non è ancora morto, mi pare…

Sbottò Saro stizzito. Poi cercò di ricomporsi prima di rivolgersi nuovamente alla cugina.

– Sì, hai ragione… A quell’età non è raro mettersi nei pasticci.

Però mi pare che negli ultimi tempi a lui non piacesse più poi così tanto stare da solo…

La voce di Saro si fece più sarcastica. Lina girò cautamente e lentamente la testa verso di lui.

– Cosa vorresti insinuare…?

– Se la zia l’avesse preso con sé, probabilmente sarebbe stato meglio per tutti e due! Ma lei non l’ ha voluto!

– E con questo? Non è mica colpa di mia madre! Perché non hai preso nessuno che lo assistesse, invece!?

Saro fece una smorfia a metà tra il disgusto e l’indignata sorpresa.

– Mettergli un estraneo in casa?! Ma come avrei potuto sapendo quant’era diffidente!? Come puoi credermi capace di una tale indelicatezza!?

– Dì piuttosto che non volevi uscire i soldini dalla sacchetta!

Gesù, come sei ipocrita!

– Lascia stare il Padreterno, cuginetta, per come hai fatto per tutta la vita…

Lina parve offesa.

– Io vado a messa tutte le feste comandate… Semmai qui lo scomunicato sei tu…

– Ma se non sai nemmeno che vuol dire feste comandate…!

Ma parla come mangi…!

– Non permetto a uno meschino come te di farmi la morale!

– E sentiamo che avrei fatto di meschino…!

– Hai lasciato lo zio abbandonato a sé stesso costringendolo a venir qui ad elemosinare un po’ d’affetto! Dovresti vergognarti!

– Parli d’affetto tu che hai mollato tua madre ad un’estranea…!

– Io ho dovuto farlo per esigenze di lavoro!

– E con questo!? Lavoro anch’io, sai!? E vivo da solo!…

Non ho due stipendi a casa e non mi posso permettere di non lavorare per assistere il mio vecchio!

– Ora che colpa ne ho io se tu sei troppo bisbetico per trovare una povera crista che ti sposi!

– Bisbetico io! Hai un bel coraggio a criticare! Non ti fare la gran donna solo perché quel poveraccio di Toto non ti ha ancora ‘gghiantata! Non è certo per quanto sei buona e cara!

Te lo dico io perché: è troppo vigliacco per dirti in faccia quanto sei seccante! E si nu’ capisti, ti voli troppu beni m’ì ti fa fari sta mala cumpassa davant’i genti…!

– Ma che cosa stai dicendo!? E perché mai dovrebbe farlo!? Non mi aiuta mai! Non facciamo mai niente! Perde sempre tempo in quisquilie e non capisce nemmeno quanto sono stressata!

– Ma se lo tratti come una pezza! Fa tutto lui a casa! Di cosa saresti stressata, sentiamo!? Cos’è che affligge la tua fragile psiche…!?

Lina si ficcò con rabbia le mani nei capelli.

– Voi! Tutti voi mi stressate! Tutti che avete rivendicazioni!

Tutti che ve la prendete con me! Non ce la faccio più!

E Lina uscì di casa urlando come un’ossessa. Passò qualche giorno. Saro non si vedeva più, penso per via di quella discussione. Intanto era arrivata una nuova badante, la signora Cettina. Neanche questa piacque alla Mena: era una signora grassa e attempata, indolente come e più di Dana. Ma la ragazza russa, pace all’anima sua, aveva quantomeno il buongusto di tacere. Questa, invece, non faceva altro che lamentarsi dalla mattina alla sera. Non voleva mai fare niente, le dava fastidio tutto, non le si poteva fare nessuna osservazione su come lavorava. Un’altra novità era saltata fuori da poco: la storia delle medicine. Mena sospettava che fosse un modo per stordirla, infatti ultimamente si sentiva sempre più debole ed aveva difficoltà ad alzarsi. Lina lo attribuiva all’influenza, ma Mena non era molto convinta… e in effetti nemmeno io. Ricordo una lite abbastanza accesa, in merito. Era una domenica mattina e dalla finestra aperta entrava la brezza primaverile che gonfiava le tende come le vele di una barca. Lina era semidistesa sul divano a leggere uno di quei romanzetti rosa stupidi e commerciali che vendono nelle edicole. Toto stava ancora dormendo e Mena era in cucina con la signora Cettina per farsi servire la colazione. A un tratto:

– SCRASH!

Lina sussultò. Tese l’orecchio e, udito che tra la madre e la badante volavano paroloni, accorse preoccupata.

– Mi vuole drogare, questa sciagurata!

– Ma mammuzza, che dici? La signora Cettina è tanto buona…

– No, è brutta e vecchia! Io non la voglio! Lina pareva non ascoltarla e guardava sconsolata il pavimento.

– Guarda qua… Cocci ovunque… Ma perché hai buttato il bicchiere per terra…

– Io quella porcheria non la bevo…

– Ma sono solo vitamine… Come sei testarda… Ora devo dartene un’altra… Cettina, dove ha messo le pillole?

– Signuruzza, fi neru… L’ultima era..

Dalla voce Lina sembrava molto irritata.

– Ma come sarebbe? Avevo detto a Toto di comprarle…

Ora mi sente…

Si diresse nella loro stanza con tutto l’intento di buttarlo giù dal letto. Urlava tanto che la sentivo starnazzare da qui.

– Alzati, sfaticato! Perché non hai comprato le medicine della mamma!? Un favore ti avevo chiesto, ma tu come sempre te ne freghi quando le cose te le chiedo io…

Nessuna risposta.

– Ma mi ascolti quando parlo!? Ti ho detto di alzarti! Mi serve che tu vada in farmacia! Ma sei proprio di suola! Avanti!

Lo so che sei sveglio… Non è divertente… Dai, rispondi… Va bene… vado io in farmacia… ma tu… ma tu parlami… Su, apri gli occhi… Ma che stai male?… Toto?… Toto?!… Toto!

Eccolo qua, Toto. Che nervi! Se ne sta lì disteso, rigido come un baccalà senza concludere niente. Ma in fondo, cosa è cambiato? Era insignificante prima e lo è anche adesso, chiuso in quel suo ostinato ed irritante silenzio. L’unica cosa buona che faceva era comprare le medicine e ora nemmeno questo ha voluto fare più. Quelli delle pompe funebri l’ hanno messo su questa specie di lettino tutto agghindato, con la croce a un capo e i candelabri agli spigoli a far da lumino. In realtà non ci sono vere candele, solo lampadine, ma a chi importa?

Oggi è venuta a trovarci un mucchio di gente. È incredibile, quando qualcuno muore si ricorda di lui chiunque, anche chi in vita non l’ ha mai considerato. E vengono con le facce tutte afflitte e con tra le braccia corone di fiori tanto più grandi quanto più sconosciuti risultano i visitatori. Perché devono “fare scena”, perché “pare male” far vedere che non gliene importa nulla, perché a quanto pare il “compianto amico” ha parenti importanti che possono ancora tornare utili. E poi, diciamoci la verità, chi poteva venire realmente per un uomo scialbo come Toto? E il bello è che stanotte sarò io a fargli la guardia con Lina, visto che tutti gli altri stanno andando a dormire. Eh, perché casomai c’è il rischio che si alzi e scappi via. Ma non sarebbe molto meglio che si coricasse pure lei, dico io? Stare qui fino a domattina a guardare quello scricciolo inamidato, con questa penombra sinistra e cimiteriale e con l’aria impestata dal profumo di tutte queste erbacce. Ma tu guarda: sembra il negozio di un fioraio. Fortuna che io il naso non ce l’ ho, se no c’era da farsi venire male al capo. Che ore sono? Ah, ecco lo specchio. Manca un minuto all’una. E la

Mena cosa fa ancora in piedi?

– Allora, il vestito è stirato?

– Sì, signuruzza… ce lo sto mettennu sopr’a seggia… Nì putemu cuccari…

Volevo ben dire. La signora Cettina la sta portando a letto. Tic, tac. Tic, tac. Già me la immagino domattina come si guarderà allo specchio vanitosa. Si avvierà la chioma bianca con la mano e distenderà le pieghe della gonna. Poi si metterà ad accarezzarne il tessuto ricordando quando lo indossava per passeggiare con Peppuzzo sul lungomare. Tic, tac. Tic, tac.

Quel vestito nero le piace così tanto che dimenticherà d’averlo messo per un funerale. Ma, d’altro canto, perché dovrebbe dispiacerle la morte di Toto. Ora avrà la figlia tutta per sé, senza distrazioni, e sarà come quand’era bambina, sempre assieme a lei. Tic, tac. Tic, tac. Sta per infilare la porta. No, s’è fermata accanto al divano. Guarda Lina che, sdraiata, fissa il vuoto, come allibita, quasi non capisca ancora cosa è successo. Tic, tac tic, tac. Mena le ha appena posato la mano sulla spalla.

Si vede che le dispiace per la figlia. Sembra cercare una cosa carina da dirle per consolarla. Tic, tac. Tic, tac. Oh, mancano pochi secondi all’una.

– Perché non vieni a dormire?

Tic, tac. Tic, tac. Lina scuote il capo.

– Dovresti riposare un po’. Domani…

Tic, tac. Tic, tac. Non è la cosa giusta da dire. Mena sospira.

– Che vuoi farci?…

Tic, tac.

– … La morte non ha età…

Cucù!