La lussuria delle lacrime_Giovanni De Astis, Valenzano(BA)

_Racconto finalista seconda edizione Premio Energheia_1994.

Sei di fronte a me; un corpo, nient’altro. Desisto. Non riesco a sottrarmi a questo gioco. Sì, guardami. So che stai consumando i tuoi occhi su di me. Accetto. Puoi guardarmi. Sorprenderti E stato facile, più volte. Continuo a fissarti.

Alza lo sguardo, incrocia il mio. Distanti, nascosti dal silenzio delle nostre bocche mentre intorno si dispiega il mondo, cade furiosa la pioggia sulla strada a gocce gravi, batte armoniosamente sulle vetrate, e per un istante mi lascio conquistare dalla sua musica, continua, a tratti imprecisa, a volte confusa col battito misurato del mio cuore. Sò che muori dalla curiosità di alzare gli occhi da quel bicchiere, le fibre delle tue mani sono tese. Questo gioco ci confonde, la nostra solitudine ci tradisce. Tutti hanno inteso.

Cerco di privare la mia mente del tuo sguardo, delle immagini umide del tuo corpo, bagnato unicamente dalla mia saliva, melassa sulle tue labbra. Per un attimo credo di essere prossimo al languore. Non resisto. Il frammento di tempo che divide l’impulso dal movimento reattivo, e sono ritto, in piedi, ammaliato e incatenato dal canto sottile e persistente, gelido e tagliente del tuo sguardo, marmoreo e gessato. Tremo. Non guardarmi, ora, nella mia interezza. Ma non posso fermarmi; proseguo passo dopo passo, simulando una fredda indifferenza e volutamente osservandoti. Vorrei strapparti quella irritante maschera di tedio profusa sul tuo volto; ma non posso schiaffeggiarti qui, davanti a tutti. I miei sforzi per contenere il piacevole disagio per la tua presenza sarebbero stati vani.

Ti sono quasi vicino: gli occhi bruciano sui nostri sguardi. Due passi e ti sono di fianco, ancora uno… sei in piedi. Sconvolgi le mie poche certezze, non dovevi alzarti. Tutto era così congeniato; sto riflettendo troppo, devo ricostituire l’indifferenza in volto, devo continuare a procedere freddo e distaccato, eliminare il rossore sulle guance e la sorpresa perché colto impreparato. Che fai? Non essere crudele. Ritira quella mano. Devo uscire, subito; con calma, non devo scompormi. Ecco, giro la maniglia, scosto la porta, un piede dopo l’altro oltre la soglia e… respiro. Meccanicamente porto il fazzoletto alla fronte, cercando di detergermi il sudore ma la pelle è affatto bagnata. Massivo, scuoto un braccio e penso che forse avrei dovuto parlarti o magari ricambiare quel tuo gesto crudele. Ormai è inutile. Questa sensazione di abbandono, di distensione è noiosa. In fondo la tensione non è così spiacevole: ha un sapore acre, è vero ma, preferibile di gran lunga a questa melensa sensazione di tranquillità.

Percorro, confuso dal martellare in sordina del tuo sguardo, il lungo corridoio illuminato a tratti da piccole lampade poste ai lati della parete. Un grosso uomo calvo procede barcollando al centro del percorso, piantando distrattamente i piedi sulle linee che delimitano le mattonelle smaltate del pavimento a scacchiera. Mi concentro affinchè i miei passi occupino con precisione lo spazio messo a disposizione da ogni singolo quadrato colorato; un modo per svuotare la mente dal tormento delle tue labbra vermiglie. Dietro di me, il rumore di una porta aperta e subito chiusa, passa inosservato. I miei pensieri sono di nuovo pregni del tuo statuario pallore, diffuso su un ovale preciso e ieratico, delicatamente stemperato dalla mia voluttà, dalla bramosia di godere della luce che la tua immagine propaga.

D’improvviso passi sui miei passi. Tra le ciocche adagiate sulla mia fronte calde sfere argentate si perdono tra i solchi rigati dal terrore. Sono braccato dal desiderio: È  dietro di me. Non riesco a voltarmi, e comunque è inutile. Soccombo al mio destino. Rallento, poggiando una spalla alla parete; boccheggio, ma non mi volto. D’istinto sorrido, mentre sgomento, percorro un filo nella memoria, mettendo a fuoco l’immagine ormai dimenticata di un tramonto rosso-bruno, diffuso sui corpi sudati e bruciati dei miei amori. Per un attimo le fiamme riardono sul mio viso, ma quel filo si spezza quando sento tremare le ginocchia. I passi, lenti, si fanno via via più rumorosi, un ritmo continuo, insistente, maniacale. Impazzisco. Un’ombra dietro di me, parvenza eterea a cui il mio imbarazzo non riesce a dare forma.

Un brivido verga la mia schiena, mentre gli occhi ruotano all’indietro, nascondendo l’iride. Le tue labbra, turgide ed umide, poggiano delicatamente sul mio collo e per un istante le sento vibrare, mosse dai continui tremori che mi accecano. Le tue labbra ora mordono. Spingo il tallone contro il muro, inarcando il ginocchio per farti spazio tra le gambe; tremo all’idea di toccarti. Mi accascio. Ti giri, allungando le tue verso l’esterno e con le braccia tirate indietro mi cingi la vita, ti aggrappi in estasi con le mani. Le mie percorrono l’ampiezza del tuo busto, stringendo, accarezzando mentre serro tra le labbra, i tuoi morbidi lobi. Volgi lo sguardo verso di me, con la bocca protesa e implorante dolcezza, ed io affondo la mia lingua giù verso il tuo cuore.

La luce di una lampada lontana si staglia verso l’alto propagandosi sul soffitto, come nebbia labile, e noi siamo avvolti in questo fluido artificio luminoso dal velo evanescente dell’avidità di piacere. Guardami. Ora devi guardarmi. Questo è il delirio degli amanti, E il compiacimento della sofferenza: la lussuria delle lacrime.

Un castello di sabbia si dissolve sotto le sferzanti ondate, spumose e profumate della tua lingua. Sento delicati assalti dappertutto, sono cosparso dell’odore del tuo corpo che infierisce strisciante sul mio. Mi sembra che il tuo respiro sia diventato più misurato, lo avverto sommessamente, o forse è rimasto uguale; purtroppo sono distratto dal piacere di possederti, stringerti, abbracciarti. Ho bisogno di altre mani, di altri occhi.

Non lasciarmi, non allontanarti. Sei un pensiero insistente, continuo, doloroso. È impossibile farne a meno perché, quando cerco di estirparti, affondi i tuoi artigli ancor più in profondità. Sei un amo nascosto dal piacere. Cos’è difatti il piacere se non un’esca allettante per chi vive ed un ingegnoso espediente per chi caccia? Brucio come un cilindro di cera, consumandomi sotto i colpi torridi della tua bocca. Non staccarti. Finiscimi. Sto per morire, fermati, svengo.

Tutto riacquista il suo contorno definito e preciso. Sorrisi e silenzi nascondono il desiderio di restare soli per poter pensare, ad alta voce, quanto noioso sia fingere di avere qualcosa da dirsi. La mia mente si allontana veloce dall’immagine ormai indefinita del tuo volto, tirato da un sorriso che nasconde l’evidente imbarazzo per la tua indifferenza. Cerco di dire qualcosa, ma i concetti, le idee, restano sillabe vuote ordinate in sequenze senza significato. Potrei scappare senza voltarmi, oppure sorriderti e aspettare. Ho sbagliato ancora e questo tu lo hai già capito, tu che mi parli a sospiri, tenendo lo sguardo basso e le ciglia chiuse.

Ci siamo abbandonati e persi in questo meraviglioso surrogato d’amore, un desiderio di carne e di odori. Null’altro corpo sembrava meraviglioso, nessuna forma altrettanto perfetta, nessuna perfezione altrettanto grande. Ma noi aspiriamo ad un concetto d’amore, un discorso confuso, mutevole e soggettivo, fatto di convinzioni di temporanea universalità, di logiche sconnessioni legate tra loro dal filo sottile della ingenuità, prerogative di chi è incompleto e pertanto umanamente perfetto, ma aspira ad una umana imperfezione e lo esige. So che comprenderai… (in fondo i buoni propositi sono indispensabili per poter occultare le nostre “cattive” azioni).

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