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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2019 – La Corte delle Mollette Sucide, Corrado dal Maso_Roma

Anno 2019 (I colori dell’iride – Verde)

Per essere strano, era strano.

A cominciare dal nome, che era Bara Bance.

Forse anche per questo -può chiamarsi così una persona normale?- nel suo palazzo lo guardarono fin dall’inizio con sospetto o con sufficienza, se non con derisione.

Ma ben presto presero a detestarlo. Soprattutto dopo che, per una delle solite beghe condominiali, litigò con tutta l’assemblea, capitanata dal perfido geometra Feluca, e per dispetto si fece tingere di arancione le ringhiere dei balconi di casa.

Non ci fu verso di farlo desistere; minacce, lettere (anonime), raccomandate (anonime anche quelle, diceva lui, visto che gliele mandava l’insignificante rag. Tatarogna, l’amministratrice dello stabile), intimazioni legali … nulla. Alla fine, profittando di una sua assenza, dovettero noleggiare un camion con tanto di gru e balconcino sospeso, in modo da ridipingergliele dall’esterno. Un evento imperdibile per tutto il vicinato, cui assistettero in prima fila, schierati sul marciapiede, Feluca, la Tatorogna, il colonnello (in pensione) De Ruspantis, il comm. Deldiablo, il dott. Saracchio e l’intero Consiglio Condominiale: Dionino Marabutti, Amilcare De Cionfris, Ulpio Paletta, Agatino Agatà … (tutti strani, nomi e cognomi in quel palazzo, perché mai prendersela con i suoi, che almeno avevano un alcunché di esotico?).

Quando tornò, Bara Bance si fermò sulla strada e guardò in su, verso casa sua, mentre in tanti lo spiavano dietro le persiane socchiuse per godersi lo spettacolo.

Invece, niente.

Bara non batté ciglio. Ghignò soltanto, tra sé e sé “Che gente senza fantasia!”. Poi si mise le mani dietro la schiena e si diresse lentamente verso il portone, che attraversò con solenne naturalezza, nel disappunto generale.

Però da allora nel palazzo cominciarono a succedere cose strane. Scarafaggi nelle cassette della posta. Stuzzicadenti infilati in piena notte nei pulsanti dei citofoni, che così continuavano a suonare fino a che il capofamiglia, in pigiama ciabatte e bestemmie, non scendeva a staccarli. Colla spalmata sotto i sacchetti della spazzatura, poggiati sfrontatamente da tanti (i benpensanti) fuori l’uscio di casa che, una volta sollevati, prontamente si sventravano e vomitavano sul marmo del pianerottolo il proprio contenuto immondo, come fossero le budella di un cadavere sul tavolo autoptico ….

Insomma, questa era la situazione.

Ora in quel palazzo c’era una corte, piccola e umida. Il sole quasi non ci batteva mai, ma tutti vi stendevano il bucato, appeso, impiccato quasi, alle finestre interne, costretti com’erano da una ferrea, ineludibile norma condominiale, invece di tenerlo a svolazzare allegramente all’aria libera e luminosa che si godeva sulla facciata esterna.

Una corte triste, non poteva fare a meno di pensare Bara ogni volta che ci passava.  Poi, ben presto, cominciò a notare che in quel cortile ci cadevano in quantità delle mollette, sfuggite nello stendere i panni alle domestiche indolenti, o frettolose, o forse spaventate da quell’aria tetra che vi si respirava.  Mollette tutte uguali, di legno chiaro, come quello delle bare dei poveri; mollette che poi nessuno reclamava, e che restavano sul pavimento grigio a marcire, nel disinteresse generale, e senza una degna, cristiana sepoltura.

Bara Bance provava pena per quelle cosine, miseri resti di alberi poderosi stagliati verso il cielo; schegge, oramai, buone solo per tenere stracci in un cortile cupo. Gli sembrava che, disperate, cadessero di propria volontà, per ammazzarsi, e si chiedeva cosa potesse fare per loro (in premessa, s’è già detto, per essere strano, era stano …)

Poi, un giorno, fu fulminato da un’idea, che a lui parve brillante e, per questo, tale da portare se non luce, almeno lustro, e anche misericordia, a quegli oggetti disgraziati.

V’era nel cortile una grata alta e lunga, e lui, che basso non era, cominciò a pinzare le mollette suicide sui ferri, ora dritte, ora verso il basso, o all’incontrario, insomma secondo la sua fantasia; così finì con l’ottenere un disegno, che al suo sghiribizzo parve una vera e propria installazione, un’opera di arte moderna …

Figuriamoci! Un putiferio: scherno, fastidio, lamentele, istanze di censura verso ignoti; ignoti noti, tant’è che i condomini usarono la loro fantasia, sempre pronta nella gente quando va a caccia di colpevoli, e se la presero con lui. Gliele buttavano via, e lui piano piano ricomponeva quella specie di piccolo monumento con nuove mollette, che nel frattempo si erano tolte la vita. La cosa andò avanti a lungo, finché una mattina, come un messaggio mafioso, se le trovò tutte davanti alla porta di casa, buttate in malo modo sul pianerottolo, o appizzate alla ringhiera del ballatoio.

Ma lui le raccolse con cura, quelle che oramai considerava le sue creature, e le rimise al loro posto, secondo una diposizione che gli venne ancora più ardita e, sicuramente, provocatoria.

Non si spaventava, Bara Bance. Piuttosto, aveva un cruccio, che piano piano lo prese e finì per diventare un tormento: a quel capolavoro mancava colore. Gli esseri banali che popolavano il mondo attorno a lui usavano, tutti, le stesse mollette, uguali, piccole, di legno chiaro. Tutte. Né lui, nella sua coerenza mattigna, poteva intervenire, dipingerle, chessò, metterne altre diverse. La sua missione era un’altra, recuperare solo l’esistente e migliorarlo, ma senza mutarne l’essenza.

Però si crucciava, ogni volta che recuperava qualche corpicino che si era immolato nel vuoto, del cortile e di coloro che lo abitavano.

Poi, un giorno, all’improvviso, quasi che la specie delle mollette si fosse evoluta e, insieme, fosse tornata alle origini bucoliche, nel cortile apparve una molletta colorata; luminosa, nel grigiore opaco dell’imbrunire, e di un bel verde acceso, vivo come quello di un prato, anzi di un bosco. Primavera, per quella corte desolata…

Unique et vert!

Era il pezzo che mancava: avrebbe sistemato quella molletta -di un bel verde smeraldo, eccentrico segno di speranza- al centro dell’opera, creando un magico, singolare contrasto nell’uniformità delle altre.

Solo, era finita sul bordo del cortile, proprio sul ciglio, dietro la fitta ringhiera che riparava dal sottoscala che c’era molti metri più sotto.

Bara non esitò, si piegò sul ferro, basculò il busto verso il basso, sfiorò l’oggetto bramato, si tenne in equilibrio per un lungo attimo … poi, poi … precipitò nel vuoto…

 … cadeva e pensava, … pensava e cadeva, Bara Bance: l’avrebbero trovato esanime e avrebbero creduto che si fosse ammazzato, strano com’era. Lui, suicida. Lui, che aveva ridato un po’ di vita alla corte delle mollette suicide, e un po’ di estro a quegli ometti e al loro piccolo mondo …

“Che gente senza fantasia!” ghignò tra sé.  E con quel ghigno strano, come lui, lo ritrovarono schiantato il giorno dopo.