La confessione dell’ultimo solipsista, Primož Vidovič

Racconto finalista Premio Energheia Slovenia 2018

Perché mai Jean Brunel uccise madame Julie du Deffand? Con la signora, dalla quale affittava un appartamento, aveva una buona relazione platonica. Quando lo buttarono fuori dal suo appartamento precedente, perché non volevano avere a che fare con i radicali, madame du Deffand lo accettò volentieri, lei stessa infatti soffriva di isteria e la vicinanza umana le faceva bene, ora che non poteva più farsi vedere in pubblico dopo alcuni scandali. Se monsieur Brunel non fosse stato impotente, e madame du Deffand non avesse avuto la sifilide, la coppia avrebbe potuto avvicinarsi anche eroticamente; i conoscenti, tuttavia, dissero che tra di loro non c’era niente di più dell’amicizia, si aiutavano a vicenda ad affrontare i problemi e la loro relazione era molto buona. Fu quindi ancora più sorprendente per i vicini, per non dire, come va di moda oggi, scioccante, quando monsieur Brunel li invitò a bere un tè e videro nell’appartamento madame du Deffand impiccata pendere dal soffitto, dopodiché lui li pregò di «essere così gentili da chiamare la polizia.» Monsieur Brunel fu arrestato. Se non fosse stato conosciuto, lo avrebbero immediatamente impiccato, ma era un nemico dei clericali e amante della borghesia così come anche di alcune famiglie nobili, perciò si sparsero per l’intera città voci e speculazioni che costrinsero alla fine la polizia a formare un’unità di ispezione per venire in fondo alla questione. Perché allora monsieur Brunel uccise madame du Deffand?

Sinceramente, non avrei mai sentito parlare di lui se non avessi letto nel terzo numero della ventiquattresima edizione della Gazzetta filosofica un articolo di un certo B. M.. Parlava di ‘metafisica egoista’ e di come un certo monsieur Brunel dovrebbe esserne stato un sostenitore. Le sue idee hanno avuto un impatto così forte su di me che ho deciso di scoprire il più possibile su questo misterioso filosofo e, ancora di più, quando ho letto a piè di pagina che monsieur Brunel assassinò la famosa madame du Deffand — ero infatti professionalmente coinvolto nei suoi romanzi sentimentali; fino ad allora si credeva che la signora si fosse suicidata dopo un esaurimento nervoso. Ma su monsieur Brunel non si poteva scoprire nulla nelle biblioteche vicine.

Ho trovato i primi dati solo negli archivi di Parigi. Ho dovuto iniziare con la sua infanzia, che non era bella. Suo padre era un debole ubriaco, la madre un’isterica frustrata con un disturbo compulsivo-ossessivo legato all’igiene. Il padre si sparò, la madre, poco dopo, fu chiusa in un manicomio perché colpì il piccolo Jean con del carbone in testa (per questo monsieur Brunel indossava sempre un copricapo da notte, simile ad un turbante). Jean e i suoi fratelli (presumibilmente erano in tre) furono affidati ad un orfanotrofio, visto che lui mostrava un talento accademico, andò poi anche in una scuola dei Gesuiti. Per pura curiosità ho controllato i documenti lì e ho trovato un resoconto da cui ho appreso che la sua classe fu vittima di abusi sessuali da parte di un monaco. Cioè significa che monsieur Brunel fu condannato alle avversità per le quali poi divenne famoso. Nella sua pagella scrisse già il preside che «anche se accademicamente sopra la media, mostra segni di malattia mentale e fisica. Monsieur Brunel è soggetto a instabilità emotiva, inespressività, epilessia, inoltre vede e sente cose che non ci sono. Padre L. dopo un’attenta interrogazione, con aggiunta di flagellamento, non ha trovato segni solidi di possessione demoniaca.»
Si sa che dopo la laurea monsieur Brunel cominciò a fare l’avvocato, ma presto lasciò la giurisprudenza e si mise in contatto con i philosophi francesi e li aiutò con l’Enciclopedia. Le mie ricerche iniziavano a complicarsi. Ho cercato l’appartamento in cui duecento anni fa successe il crimine, in via la Rossieurs. I nuovi proprietari, che ora gestivano lì una caffetteria, mi hanno detto che tutti gli oggetti del vecchio appartamento che avevano comprato sono stati venduti a un collezionista di antiquariato. Ho rintracciato il vecchio signore e, grazie a Dio, ho trovato i resti del diario di Brunel. Ora il mio lavoro biografico poteva davvero iniziare.

In una nota del diario del 15 aprile 1745 ho letto quanto ho potuto decifrare dalla scrittura antica di Brunel che fu «perseguitato tutto il giorno perché non gli [?] piacciono i miei testi anti-monarchici.» Dopo qualche giorno buttarono monsieur Brunel fuori dall’appartamento, e si trasferì da madame du Deffand, «la cui natura gentile è un balsamo per la mia mente inquieta. Vicino a lei le voci cessano, i fantasmi si nascondono e sulla mia anima giace la beatitudine. […] Nessuno vuole più guardarla, poverina, perché […], per questo abbiamo molto […]» Con madame crearono una specie di rifugio e si difesero dalla sofferenza con l’amicizia.

Ma già il 25 maggio le cose si fecero più ostili. Il mondo di Brunel cominciò a cadere a pezzi: «Ancora una volta si è aperto in me il vuoto a cui pensavo di aver detto addio con madame du Deffand. [..] Ho avuto degli incubi terribili, madame du Deffand pendeva impiccata dal soffitto, e io tenevo la corda tra le mani! — Ho di nuovo le allucinazioni.» Scrisse di iniziare a dubitare del mondo esterno, sempre più terribile e pieno di anomalie, che «forse il vescovo Berkeley aveva ragione — tutto il mondo è un prodotto della mia mente, e la mia mente è malata.» Verso la fine di giugno, i pensieri suicidi iniziarono ad intensificarsi. La sua logica era questa: se fu lui a creare il mondo intero e questo mondo gli causava sofferenza, l’unica soluzione era uccidersi. Luglio fu dedicato alla pianificazione del suo suicidio. Aveva paura che «conoscendo la sua goffaggine» avrebbe fallito, che si sarebbe soltanto fatto male e avrebbe dovuto vivere con le conseguenze. Le sue intenzioni erano serie a questo punto e alla fine trovò un metodo affidabile.

Poi, il 1 agosto, un titolo grande ‘IL GRANDE SBAGLIO’ e sotto una scritta schiacciata: «Il mondo esiste. Io non esisto.» Dal solipsismo, cioè dalla convinzione che esiste solo lui e che tutte le cose sono formazioni della sua mente, raggiunse quindi una sorta di anti-solipsismo. Cominciò a pensare che in realtà era solo il frutto dell’immaginazione di un altro individuo, che la sua esistenza era quindi legata a questa persona. E se questo era vero, non poteva morire, perché sarebbe esistito quanto il suo creatore lo avrebbe immaginato. Peggio ancora: se tentava di uccidersi, il creatore poteva immaginarselo in un modo che gli avrebbe impedito di uccidersi la prossima volta, e così avrebbe sofferto ancora di più nella sua nuova ‘vita’!

Ho scovato questi dolorosi pensieri dalle sue note con molta difficoltà. Non solo la sua scrittura ha perso tutta la sua leggibilità dal periodo dei Gesuiti, le sue frasi spesso non avevano alcun senso. Stava scrivendo qualche pensiero serio, ma poi improvvisamente cadeva nello scarabocchiare e scrivere pazzie come ad esempio «chi è il mio creatore? crear creir creoro creer creatore creato» e «st ts tst ts» e così via, come se stesse scrivendo qualche tipo di gioco sonoro. E a volte scriveva contenuti senza senso, da «ho stuprato Lucrezia» a «ho risolto l’enigma di Omero».

Nel diario ho trovato inseriti elenchi di nomi, tutti barrati. Controllò, infatti, molti dei suoi conoscenti che avrebbero potuto inventarlo, ma scoprì che non avrebbero avuto nessun motivo di farlo. Non era abbastanza importante per nessuno. L’unico elemento più ricorrente della sua vita era madame du Deffand, la sua «carissima Julie. Mi hai forse inventato tu, Julie? Sono il frutto della tua immaginazione? È la tua mente malata quella che è riuscita a dar vita al mio mondo malato?» Su una pagina disegnò uno schema, dei nomi, i collegamenti tra di loro, frecce, crocette. Nel mezzo c’erano dei ritagli di giornale sullo ‘scandalo di una signora parigina con un conte sconosciuto’. Poi ho capito. Mi sono ricordato alcuni dati biografici dei tempi in cui studiavo l’opus di madame du Deffand. Nei miei appunti ho trovato un’informazione chiave: il suo primo amante, un certo conte, si chiamava Jean Rondelert, il suo secondo, che era sposato e poi morì di leucemia, François Brunet. Ciò significherebbe che il nome di monsieur Brunel rappresentava l’unione dei nomi degli amanti della signora; ma sarebbe ridicolo, l’esistenza di entrambi, sia di monsieur Brunel come anche di madame du Deffand è un fatto storico dimostrato…

Monsieur Brunel capì con il cuore pesante che madame du Deffand doveva morire se lui voleva porre fine alla sua sofferenza e dissolvere questo mondo pieno di dolore e fantasmi per trovare finalmente la pace. Naturalmente, essendo solo un’illusione, non poteva ucciderla direttamente. Doveva storcere in tal modo la sua immagine di lui per portarla al suicidio. «Ciò significa — impiccarla, ma in realtà sarà Julie ad impiccare se stessa,» pianificava. «Julie, perdonami, se mi sbaglio. Possa Dio riunirci insieme nell’aldilà, se ho torto.» La sua sofferenza deve essere stata terribile. Madame du Deffand era l’unica rimasta con lui, in quel momento non aveva contatti con nessun altro.
Da qui in poi, si può anche ricostruire questa storia attraverso i documenti della polizia, le testimonianze dei vicini, ecc. Evidentemente, monsieur Brunel pensò a tutto. Era consapevole del fatto che avrebbe potuto sbagliarsi commettendo l’omicidio di madame du Deffand, ciò significherebbe che la sua prima intuizione solipsistica era corretta, che quindi esisteva soltanto lui e nessun altro. Se questo fosse vero, avrebbe dovuto suicidarsi, ma scoprì che non poteva fidarsi di se stesso — poteva fallire, poteva cambiare idea. Pertanto, questo mondo governato da causa ed effetto, deve essere reso tale da eseguire la sua uccisione senza ulteriori aiuti. Prima di legare e impiccare madame du Deffand, mandò un ragazzino alla polizia per chiamarla in via la Rossieurs, con la scusa del raduno di alcuni anti-monarchici radicali. Poi invitò i suoi vicini a bere un tè. Quando arrivarono i vicini, a loro sgradevole sorpresa, madame du Deffand era già stata impiccata. Quando corsero a chiamare la polizia, la incontrarono sulle scale, e così tornarono insieme da monsieur Brunel che li stava aspettando in uno stato catatonico. In questo momento scrisse probabilmente l’ultima riga del suo diario perché la scrittura era di nuovo tranquilla, come se fosse tornata alla sua raffinatezza del periodo dei Gesuiti: «Come mi guardavi, mia amata Julie, con quanta impotenza, con quanta tristezza… Ma dovevo farlo, dovevo controllare la mia ipotesi. Ora so di essermi inventato tutto. E ora ho intenzione di inventare la mia fine. E ci ritroveremo di nuovo nell’oblio.»

Monsieur Brunel non ricevette alcuna visita in prigione mentre aspettava la forca. I suoi colleghi professionali a quanto pare non volevano più esserci associati, probabilmente perché la sua follia avrebbe potuto essere dannosa per il loro progetto illuminista. Poiché fu dichiarato pazzo, le autorità erano benevole con lui. Gli permisero di leggere libri e gli consegnarono i materiali di scrittura. Fu allora che doveva essere creata la famosa Nuova Metafisica di Brunel. Un’opera, come afferma B. M. nella Gazzetta filosofica, tutt’altro che sensata: perché un metafisico egoista come Brunel, così denominò il suo solipsismo, scrisse un libro, se riteneva che tutto ciò che esiste, esiste solo in lui, e che gli altri esseri non esistono? Per un uomo che non crede nell’esistenza di altri esseri, ogni dialogo è un monologo, ogni libro è solo un diario.

Sfortunatamente, della famigerata Nuova Metafisica rimangono purtroppo solo dei commenti indiretti. Saint-Sauveur nella sua Histoire de solipsisme del 1825, cita le sue prime parole: «Omero, c’est moi.» Monsieur Brunel, così come lo interpreta Saint-Sauveur, credeva che se tutto il mondo è solo un prodotto della sua mente e non esiste niente oltre ad essa, allora questo vuol dire che comprende tutti gli eventi, le persone e gli oggetti dell’universo. Alla luce di questo, sono più sensate le sue prime dichiarazioni, quelle definite in precedenza come divertenti, quando dice di aver «risolto l’enigma di Omero», «scritto l’Eneide» e «stuprato Lucrezia» — quindi queste non erano soltanto le follie di un pazzo, ma se teniamo conto del solipsismo, dichiarazioni teoricamente giustificate. Virgilio non è mai esistito come entità separata; lui è Virgilio, e Omero, e anche Shakespeare e Gesù Cristo.

Non trovò un difensore, né cercò di difendersi da solo, e quindi eseguirono la condanna a morte. Che cosa esattamente fosse successo alla sua Metafisica dopo la sua impiccagione, non si sa, né come ne fosse venuto a conoscenza Saint-Sauveur — comunque in qualche modo deve essere entrata nel mondo, per poi perdersi nuovamente. L’unico uomo che parlò con lui prima della morte fu un certo abate Lebourné, almeno così si legge nel registro delle visite. I chierici che godevano di questa condanna di un eretico, mandarono il loro confessore più fanatico dal povero Brunel. Ma qui questa storia diventa veramente strana. Nella gazzetta Mercure galant si scopre che l’abate Lebourné fu trovato nella Senna poche settimane dopo la confessione di Brunel. La morte fu classificata come un incidente, ma con la conoscenza di oggi, non sarebbe impossibile escludere il suo collegamento a qualcosa successo durante la confessione di Brunel. Che cosa disse Brunel all’abate? L’abate si suicidò perché Brunel gli distrusse il sistema epistemologico? Le stranezze non si fermano qui. Se ci si impegna un po’ di più, si può vedere che il nome dell’abate Lebourné non è altro che un anagramma del nome di Brunel! Se si cerca negli archivi della chiesa di Parigi, il nome dell’abate Lebourné non si trova affatto… Si riesce però a trovare in una nota iniziale del diario di Brunel una novella su un prete che era il terzo di tre figli e come tale costretto a diventare un sacerdote, anche se voleva fare il soldato. Non riusciva a tenere a bada l’impulso sessuale, così abusava dei suoi discepoli. È questo lo stesso abate che insegnò anatomia pratica al giovane Brunel e lasciò un segno profondo nella sua psiche? Ma se l’abate Lebourné fu un’illusione, a chi si confessò Brunel e chi annegò nella Senna?

La cosa più insolita è però che non vi è alcuna annotazione dell’uccisione di monsieur Brunel. C’è tutto: la sentenza, le interrogazioni, le testimonianze della confessione, ma all’evento chiave, cioè l’impiccagione, ci si imbatte improvvisamente nel silenzio, in un vuoto completo. Impiccarono monsieur Brunel o no? La risposta è probabilmente nascosta nella sua Metafisica, ma quest’opera è, come già detto, persa.

Pensando a tutte le coincidenze e ai dettagli e alle incongruenze di questa storia, sto iniziando a provare una specie di disagio. Perché ho scoperto proprio io Brunel essendo uno studioso di madame du Deffand? Perché ho trovato così facilmente il suo diario che se ne stava per pura fortuna ricoperto di polvere in un negozio di antiquariato? Perché sono stato in grado con una tale impeccabilità di interpretare delle note appena leggibili e schizofreniche che non significano niente per un comune mortale? E perché sento così forte la fine del mio saggio come se allo stesso tempo segnasse la fine della mia esistenza? Questo pensiero mi sembra pazzesco, forse sono anch’io solo un’illusione di Brunel con i minuti contati. C’è qualcosa di cristiano in tutto questo. Come se monsieur Brunel dovette prima concretizzarsi, in modo da diventare consapevole della sua onnipotenza e onniscienza. La sua morte è come la morte di Cristo sulla croce, con la quale appena iniziò una nuova era, con la quale l’uomo si scrollò di dosso il peccato originale — il peccato dell’individualismo. E allora l’abate Lebourné? La confessione fu una confessione con se stesso; per purificare e alleviare l’anima; finirla con la vecchia fede, con il vecchio peccato, tutto questo è simbolico, anche il fatto che il vecchio peccato finì nella Senna… E se tutto questo fosse vero, cosa sono io? Forse il suo apostolo, che comunicherà agli altri esseri tramite questa testimonianza che non valgono né più né meno di monsieur Brunel. Che siamo tutti davvero uno in lui: siamo tutti Omero, siamo tutti noi Virgilio, Augusto e Agostino, Giuseppe e Lucrezia? Per comunicare che le differenze tra di noi sono teoricamente prive di significato, e che deve ciascuno per sé, non solo monsieur Brunel, dire: Le monde, c’est moi.

 

Traduzione dallo sloveno di Tereza Hussu