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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2019 – La collina verde, Francesco Brusò_Mestre(VE)

Anno 2019 (I colori dell’iride – Verde)

Chissà perché, ma quando si diventa vecchi, non ti senti più libero di fare quello che vuoi. Vorrei, almeno per un’ultima volta ritornare su quella collina verde dove un giorno ho chiesto a mia moglie di sposarmi. Era una giornata di sole e avevamo deciso di salire al casolare dei miei parenti. Era una casa umile che dominava il paesaggio. Attorno c’erano prati, boschi e terreni coltivati a perdita d’occhio. Ho ancora il ricordo di quel prato verde attorno alla casa. Il colore verde mi è sempre piaciuto e stare lì mi faceva sentire in pace con il mondo intero. Quel giorno, abbiamo deciso di camminare a piedi nudi, la soffice erba che si appiattiva alla terra, al nostro passaggio e si rialzava subito, dopo dava un segno di speranza e di fiducia nella vita. E’ lì che ho capito che la scelta di sposare la donna che amavo era l’unica cosa che volevo. Chissà come sarà ora quella collina. Gli anni sono passati ed io non ci sono più ritornato. I miei figli mi dicono che quel casolare è abbandonato. Nessuno sale più in quel luogo da almeno vent’anni e la casa è diventata un rudere. Il bosco ha soffocato il verde trasformandolo in un groviglio di rovi. I terreni attorno sono diventati grandi capannoni e recentemente è stato costruito anche un centro commerciale.

D’altra parte anche la mia vita ora è così: soffocata dagli eventi.

Lei, Marta, mia moglie, è da due anni in un istituto per anziani. Non è più autosufficiente ed io ormai, novantenne non riesco più a provvedere ad entrambi.

Mi sento solo, non abbandonato perché i miei figli sono qui, mi coccolano e li vedo tutti i giorni. Sento che mi manca la mia dolce metà.

Ho potuto vedere dove ora vive Marta, è un ambiente nuovo, tutto sembra in ordine ma anche asettico, senza vita.

Nei primi mesi di ricovero riuscivo ad andare tutti i giorni a trovarla e facevamo delle passeggiate nel giardino dell’istituto. Purtroppo anche Lei si sentiva sola, pur consapevole che tutt’intorno c’erano infermieri e dottori gentili. La mia mancanza, le parole non dette, gli sguardi di sessant’anni di matrimonio erano le cose più tristi che ha dovuto lasciare.

Ormai non riesco a camminare per lungo tempo e al massimo riesco a raggiungere il centro città con fatica. Non posso più andare a trovarla tutti i giorni e il mio cuore è triste sapendola là, sola, circondata da persone estranee.

Quando scende la sera, non riesco a prendere sonno. La sensazione di vuoto attorno, m’impedisce di dormire. Così, mi siedo sulla poltrona e guardo la televisione sino a tardi. Qualche giorno fa ho visto un servizio che raccontava di una casa di riposo dove maltrattavano gli anziani. Non ho chiuso occhio. Nel bel mezzo della notte, in preda alla sensazione che anche Marta stesse male, mi sono alzato di colpo e sono caduto dal letto. Non ho detto nulla ai miei figli e la botta mi fa ancora un po’ male.

Il mattino seguente, ho telefonato alla casa di riposo e ho parlato con Marta: sta bene e lei per fortuna ha riposato serenamente.

Che brutta cosa è la vecchiaia.

Ora sono qui, disteso, mi sembra di vedere ancora quel prato verde. E’ imbandito dai fiori più belli che io abbia mai visto, i profumi della primavera penetrano nelle mie stanche ossa. Se guardo lontano, vedo la mia mano unita a quella di Marta e mi sembra di sentire la sua voce che mi dice: ti amo.

Rimane solo il colore verde della speranza e un senso di pace assoluto.