La bambina della notte, Nicoletta Perrotta_Novara

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017

E’ una bellissima giornata di fine inverno. Dalla nostra casa si può vedere nitida la catena del Monte Rosa ancora abbondantemente imbiancata, che si staglia sullo sfondo azzurro scuro del cielo. Questa è una delle poche cose belle, ma davvero belle, che riesco a vedere dalla finestra della sala. Tutt’intorno solo case anonime, gru e auto parcheggiate nei cortili. Benedetta sta finendo di vestirsi, con la sua solita lentezza. Sono già le otto e dieci e deve ancora allacciarsi le scarpe e pettinarsi.

– Maammaa…! – come ogni mattina mi chiama perché le allacci le sue Nike bianche e rosa, uguali a quelle di migliaia di altre bimbe come lei. Direi non proprio come lei, perché a quest’età tutti i bimbi sono in grado di allacciarsi le scarpe da soli. Benedetta no. Quando le trovo, le compro quelle scarpine con il velcro, che può agevolmente sistemare da sola, ma ormai ha un piedone, e fatico a trovare i numeri adatti. – Benedetta, sono le otto e dieci e dobbiamo ancora pettinarci, mettere il cappotto, salire in macchina e attraversare la città, perché la scuola è lontana. L’ultima campanella suona alle otto e mezza! – Eh, ma non è tardi, adesso finisco!…Oh, non trovo più il mio cerchietto dei capelli…mi aiuti a cercarlo? -. Queste sono le cose che, tutte le sante mattine, mi fanno lanciare urla da selvaggia, e mi fanno venir voglia di scagliare oggetti contro le pareti. Mi limito alle urla.

– Tutte le volte la stessa cosa. Ma dove lo hai messo questo benedetto cerchietto, ieri era sul comodino!!! – Non mi ricordo più – fa laconica la bimba, senza scomporsi. Sopprimo l’impulso di diventare cannibale, del resto un Conte Ugolino basta e avanza! Guardo sotto i letti, sul lavandino del bagno, sul mobile dell’ingresso, mentre Benedetta se ne rimane tranquillamente a contemplare la copertina di un bel libro per ragazzi. Con il collo che si irrigidisce per l’artrosi (è pernicioso guardare sotto i letti), do un ultima occhiata al divano del salotto e magicamente riappare l’agognato cerchietto. Sono le otto e ventidue. Ci fiondiamo nell’auto, esco dal cancello sgommando, passo con il rosso ad un semaforo, lungo un rettilineo sfioro i 100 km all’ora. Arriviamo nei pressi della scuola, parcheggio malamente sbattendo la macchina di traverso, sulle strisce pedonali. Corriamo, le bidelle stanno per chiudere i cancelli e ci guardano male, come sempre. Riesco anche a dare un bacio a mia figlia, mentre mi sguscia via e raggiunge l’ingresso della scuola. Tornata in macchina, mi accascio al posto di guida e accendo la radio.

Benedetta fa la terza elementare. E’ il dono più bello che la vita mi ha fatto. Una grazia. E’ nata in una brumosa mattina di ottobre, due anni dopo la perdita di Gabriele, il nostro primo bimbo.

Benedetta si diverte un mondo con Martina, l’amica del cuore, ma con gli altri compagni non è riuscita a stabilire una vera e propria amicizia. Perché?

Che cosa succede in classe durante le lezioni?

Quando la maestra di italiano fa leggere qualche brano agli alunni, la piccola incomincia, ma è un po’ più lenta degli altri, fatica molto e si stanca presto.

Quando poi è la volta del dettato, le doppie e le acca vanno tranquillamente a fare una passeggiatina da qualche parte, mentre sul foglio rimangono solo parole zoppe. I compagni ridacchiano, alcuni osservano Benedetta in silenzio. Quando arriva la maestra di matematica, tutta la classe si prepara ad eseguire i problemi con le moltiplicazioni e le divisioni.

La bimba, pian pianino, mette in colonna i numeri, uno sotto l’altro, poi si accorge di non averli scritti con ordine, allora cancella e li riscrive. Impiega molto tempo, mentre alcuni compagni stanno già risolvendo il problema. Ecco, Paolo ha finito, e corre verso la maestra con il quaderno in mano, un sorriso trionfante e le braccia in alto, come se avesse vinto una competizione.

Altri terminano poco dopo. E Benedetta?  Mangiucchia la biro, seduta nel banco vicino a Francesco che ha già risolto tutto e sta tirando palline di carta in testa a Matteo, che siede dietro di lui e si ripara con l’astuccio aperto sulla faccia. La maestra li vede, urla, va a controllare i loro quaderni, che sono in ordine, senza cancellature e con il problema eseguito alla perfezione.

Si avvicina a Benedetta, si accorge che la bambina non sa da che parte incominciare e cerca di aiutarla, senza capire davvero il motivo del suo blocco, senza farsi domande inutili.

La piccola  ritarda a comprendere la matematica, ma non si sa il perché.

Nessuno se lo chiede. Benedetta non capisce, e basta.

Ogni giorno vado a prenderla all’uscita da scuola e le domando come sia andata la giornata. La bimba parla poco,  risponde sempre solo con brevi frasi.

– E’ andata bene,  mamma. Abbiamo fatto il dettato.-

– E come è venuto, sei riuscita a scrivere tutte le parole giuste?-

– Sì -. Ma già il suo sguardo corre veloce verso le compagne. Che si avviano verso il parchetto, dove decine di scolaretti vocianti si ritrovano dopo la scuola.

Eccola che spinge Martina sull’altalena o sale sullo scivolo. Ride, corre, strilla felice. Ora è Martina che la spinge, le due bimbe si raccontano storielle senza senso, tipiche della loro età.

– Benedetta – chiedo io -.come mai giochi sempre solo con Martina? – Nessuno mi vuole, mamma, nessun altro bimbo cerca la mia amicizia, anzi l’altro giorno Giovanni ha detto a me e a Martina che siamo due handicappate! –

Una mattina Benedetta deve andare dalla pediatra per una visita di controllo. Entrando a scuola, con stupore scopro che non è in classe, ma in un’altra aula vicina, molto piccola, insieme ad altri tre bambini, con una maestra diversa dalle solite due.

Cercando di sorridere ugualmente, prendo la piccola, saluto cortesemente la maestra, e insieme saliamo in macchina. Durante il tragitto chiedo: – Benedetta, non sapevo che tu facessi lezione in un’altra aula! Ti spostano sempre là, o solo qualche volta? – Sempre, mamma, solo in qualche momento della giornata ritorno nell’aula grande con tutti gli altri miei compagni! –

– E cosa ti fanno fare nell’auletta? Chi è quella maestra?  E’ nuova? –

– Siamo in quattro ad andare nell’auletta, io, Cecilia, Martina e Giuseppe. Ci fanno fare cose diverse dal resto della classe, ci fanno imparare meno argomenti. –

Dunque i quattro bimbi venivano spostati in una sorta di “classe  differenziale”, come quarant’anni fa, come ai tempi in cui Don Milani fondava la scuola di Barbiana!

Stento a credere alle mie orecchie: – Davvero Benedetta, è sempre così? -. Chiedo di nuovo, voglio sapere, voglio capire, andare a fondo nella ricerca della verità, una verità amara, dolorosa, che ferisce, che fa chiudere lo stomaco e stringere gli occhi, serrare i pugni e scuotere la testa. NO!  NO!  NO!

Come era potuto accadere, in una scuola che si vantava di avere come motto “Il bambino deve stare bene a scuola“?

E questo voleva dire  stare bene a scuola?!

I bambini che sono destinati alle aule differenziali diventano dei non-bambini. Bambini non- pensanti, non ridenti, non giocanti. Bambini a metà. La creatività, la gioia di essere delle piccole persone viene offuscata dall’appiattimento della struttura differenziale, che li differenzia da tutti gli altri, ne blocca la crescita. Così tornano indietro e si fermano. E si ferma l’autostima, il carattere, la forza dirompente della crescita. Per sempre.

Diventano i bambini della notte, i bambini del buio.

Torno con la memoria ai primi colloqui con le insegnanti, nei primi mesi dell’anno scolastico, e incomincio a comporre un puzzle …

Le maestre, in quei primi incontri, erano rimaste quasi mute, sembravano reticenti, sembravano nascondere molto, avevano espresso un giudizio non chiaro sulle prestazioni scolastiche di Benedetta, mezze frasi…- Sì, legge bene…

si impegna…  è educata…  usa le dita per contare… si distrae sempre, dobbiamo continuamente riprenderla, perché vive nel suo mondo, è dietro ai suoi pensieri! –

Ora tutto è chiaro. Le tesserine del puzzle sono ciascuna nella giusta posizione.

Benedetta viene considerata una handicappata.

Decido di parlarne a casa con Cosimo, mio marito, che vorrebbe prendere le maestre e cacciarle dalla scuola a calci.

Poi, insieme, parliamo molto e Cosimo parla molto anche con Benedetta. Incomincia ad insinuarsi in noi un sospetto: e se la bimba fosse dislessica?

Quando la piccola frequentava la prima elementare, in un’altra scuola, avevo già intuito che ci potesse essere questo disturbo, perché aveva difficoltà nella lettura, invertiva le lettere, scriveva molto male e con tanti errori di ortografia, non riusciva a svolgere le prime semplici operazioni aritmetiche. A scuola era continuamente distratta, “persa nei propri sogni“ dicevano le maestre; a casa, quando la aiutavo nei compiti, si dondolava sulla sedia, si alzava continuamente, prendeva una bambola, saltellava, mangiava una merendina. Però era sembrato prematuro ricorrere ad uno specialista per una diagnosi, perché, da quanto si sapeva, bisognava aspettare almeno fino alla terza elementare.

Alla fine del primo anno scolastico le maestre avevano consegnato la pagella al papà, senza dire una parola, senza un commento.

Una pagella scarna, che segnalava risultati minimi.

Benedetta veniva  trasferita in una nuova scuola.

Tutta la seconda elementare era trascorsa tranquillamente, noi eravamo sereni, Benedetta faceva sempre la stessa fatica ma le maestre non sembravano preoccupate, in fondo la bimba doveva ambientarsi, ci voleva tempo, era una bambina timida.

Le maestre avevano parlato sempre poco.

E adesso?

Per fugare ogni dubbio, prendiamo appuntamento con una psicologa che si occupa di disturbi dell’apprendimento. Decidiamo di far partecipare Benedetta ad alcuni incontri, per poter stabilire con certezza che si tratti di dislessia.

Terminato il ciclo di sedute, la diagnosi è disarmante: risulta che la bimba ha un’intelligenza al limite del normale, e dunque non si tratta di dislessia, ma di un handicap. Tutti i suoi comportamenti ”strani”, la disattenzione, il perdersi nei suoi pensieri, il non aver memoria per le tabelline, sono da attribuirsi, secondo la psicologa, a un basso quoziente intellettivo. Né io né Cosimo riusciamo ad accettare il verdetto, poiché in cuor nostro siamo sempre più convinti che le difficoltà di Benedetta siano da collegare ai disturbi specifici dell’apprendimento. Cosa ancor più grave, la psicologa ha comunicato tali risultati alle insegnanti!  Ci sentiamo traditi.  Cosimo si attacca al telefono, e dopo una discussione durata quasi un’ora, “licenzia” la psicologa, che adesso sembra voler correre ai ripari, nel goffo e inutile tentativo di voler stilare per iscritto una diagnosi di dislessia.

Di nuovo soli. Ancora noi tre. Soli.

La piccola è rimasta male alla notizia che non andrà più dalla dottoressa. Ma, da bambina forte qual è, comprende in breve tempo che quello non è il percorso giusto, e che il cammino per trovare alla fine la strada della verità, sarà ancora lungo e doloroso.

– Mi trovavo bene, mamma, era simpatica la dottoressa, ma se non ha capito niente pazienza, andremo da un’altra parte! -.

Si tratta a questo punto di affrontare le maestre. La cosa non sarà semplice, poiché le due insegnanti, che già si erano fatte una loro opinione su Benedetta, ora hanno anche un documento ufficiale a rafforzare la loro tesi.

Ci facciamo coraggio e prendiamo un appuntamento con le insegnanti.

Il sole filtra attraverso le finestre dell’aula, tappezzate dai disegni degli alunni, in questo pomeriggio di inizio primavera. Ci sediamo in cerchio, io, Cosimo, le due insegnanti, la maestra “di  sostegno“ e la direttrice. Un dialogo tra sordi. O, meglio, un monologo di noi genitori, perché le maestre, tutte, parlano pochissimo.

Io e Cosimo ci affanniamo a spiegare che la piccola è probabilmente soltanto dislessica e che quindi il programma da seguire con lei dovrebbe essere lo stesso adottato per il resto della classe, senza riduzioni, e che per nessun motivo avrebbero dovuto spostare la bambina in un’altra aula. E più ci affanniamo, meno le maestre rispondono, più tentiamo di far capire come stanno le cose, meno veniamo capiti.

Ho portato con me un disegno fatto al computer da Benedetta. Poiché nel programma di storia si studiano i dinosauri, la bimba ha realizzato, da sola, un disegno che raffigura un T-Rex e sullo sfondo l’arrivo del meteorite che avrebbe causato la scomparsa dei dinosauri dalla faccia della Terra. Il disegno è molto bello, creato con un programma grafico non facile da utilizzare. Questo per dimostrare alle insegnanti come la bimba abbia delle capacità particolari, tipiche di chi è dislessico, che sì, non saprà mai quanto fa sette per otto, ma potrà eccellere in informatica, disegno, arti visive, in tutte quelle discipline dove sono richieste buone doti di intelligenza e di creatività.

Le maestre guardano il lavoro distrattamente, senza commentarlo, poi me lo restituiscono.

Ormai, forti del giudizio insindacabile della psicologa, ritengono di agire nel giusto, Benedetta  è ritardata e come tale bisogna trattarla.

– Sì, la terremo in aula insieme con il resto della classe. State tranquilli, perché il programma è lo stesso, uguale per tutti! Non vi preoccupate, sono altre le cose di cui preoccuparsi! Fanno in coro le maestre.

La direttrice ha avuto il coraggio di sostenere che l’aula separata è una risorsa, così come l’insegnante di sostegno, anzi bisogna ringraziare il Ministero della Pubblica Istruzione se ancora permette questi aiuti per i bambini. Alla fine chiosa acidamente : – Va bene, la bambina sarà trattata come tutti gli altri! –  Sembra quasi una minaccia.

Arriva la pagella del primo quadrimestre. Vanno a ritirarla Benedetta con il suo papà, che nello scarno colloquio con le insegnanti legge i voti in pagella. Tutti “ sei” e due “cinque”,  in matematica e scienze. – Scusate, ma che voti sono questi? Perché le due insufficienze? Vorrei che mi spiegaste che senso ha una pagella di questo tipo! –  urla Cosimo. Chiede quali siano gli obiettivi che si sono eventualmente prefissate, e se siano stati raggiunti.

– Eh, un voto dovevamo pur darlo! – è l’eloquente risposta della maestra di italiano. Quella di matematica non dice una parola. Cosimo si infuria, manca poco che sollevi e rovesci la cattedra. Pensa: – Visto che Benedetta meritava cinque, loro che voto meritavano? – Purtroppo la bimba ha visto e ascoltato tutto. Padre e figlia escono dalla scuola muti, smarriti, disarmati.

Come tutti i combattenti, il giorno dopo riprendiamo fiato e forze, e telefoniamo alla direttrice per un colloquio. Veniamo convocati di lì a pochi giorni. – Adesso basta, mi sono veramente stufata! – irrompe la dirigente a gran voce. – Dovete rassegnarvi, vostra figlia  non può rendere più di così e voi, con il vostro comportamento, fate solo del male alla bambina, le procurate solo sofferenza! –

Guardando la donna negli occhi, sicura di me come non lo sono mai stata in vita mia, replico ferma: – Mia figlia non è una handicappata, è soltanto dislessica, e si ricordi che il più grande dislessico che la storia ricordi era Albert Einstein! –  Silenzio. Poi ci alziamo e ce ne andiamo.

 Dopo qualche settimana Martina, l’amica del cuore che ha subìto la stessa sorte di “deportazione” nell’auletta, cambia scuola.

Adesso Benedetta si trova davvero sola, ad affrontare l’ostilità delle maestre, la fatica dello studio e l’indifferenza dei compagni, che spesso si tramuta in vera e propria cattiveria.

Passano alcune settimane e la bimba continua a frequentare la scuola, dignitosamente, dimostrando una forza d’animo che nessuno avrebbe immaginato potesse avere.

Tira dritto, perché sa che quello sarà per lei l’ultimo anno in quel postaccio.

Solo, si chiede e mi chiede spesso, quando si potrà trovare una scuola adatta a lei, quale scuola, visto che sarebbe la terza in quattro anni? Tento di rassicurarla, dicendole che presto andremo tutti insieme a cercare la nuova scuola. In realtà, dentro di me, so perfettamente quanto sarà difficile affrontare nuovamente direttori didattici, insegnanti, orpelli burocratici.

Incominciamo a contattare i vari circoli didattici della città. Dapprima, la cosa più semplice ci sembra quella di contattare le insegnanti della classe dove si è da poco trasferita Martina. Vedono Benedetta e parlano a lungo con me e Cosimo. Sembrano comprensive e disponibili, anche se, tengono a precisare, la scelta di accogliere la piccola in quella classe non dipende da loro, ma dal dirigente scolastico. Questi, al momento del colloquio si mostra irremovibile: non si può accettare un’altra alunna con problemi; ci liquida in quattro e quattr’otto, sbattendoci la porta in faccia.

Come tre pellegrini approdiamo ad un altro circolo scolastico, dove insegna una nostra conoscente, che ha fama di donna di ferro, ma molto preparata.

– In tutta la mia carriera di insegnante, non ho mai conosciuto un dislessico e quindi non so come trattarlo! – E se ne va, seduta stante, lasciando la nostra famigliola di stucco.

Impavidi, ormai decisi ad affrontare tutte le scuole della città come se fossimo tre gladiatori nell’arena, incontriamo una psicopedagogista dell’ennesimo circolo didattico. La donna ci ascolta per circa un’ora, facendo intendere di aver compreso il disagio e le peripezie di Benedetta. Parlerà senz’altro con il dirigente scolastico per trovare nel giro di una settimana una soluzione ottimale per la piccola.

Passa una settimana, passano dieci giorni. Allo scadere della seconda settimana, senza ricevere risposta alcuna, telefono alla psicopedagogista, che sembra vaga, quasi non si ricordasse più di  noi. Ci fissa un appuntamento. Durante il colloquio ci tratta freddamente, liquidandoci dopo circa un quarto d’ora.

– Eh, la sezione A è pienotta, non c’è posto, la B è piena, e la C…. è piuttosto

pienotta….provate in qualche altro circolo! –

Presi a schiaffi ancora una volta.

E così, dopo aver fatto “il giro delle sette chiese”, eccoci  ancora al punto di partenza. Restano da prendere in considerazione le scuole private, dove si dice che i dislessici abbiano un trattamento adeguato.

Una mattina ricevo una e-mail di saluto da parte di una mia amica maestra, che si informa su Benedetta.  Racconto le varie tribolazioni. La maestra mi propone di iscrivere la bimba nella scuola dove insegna lei, una piccola, semplice scuola di periferia, dove i bimbi sono pochi e ben seguiti.

Già, a quella scuola non avevamo mai pensato, così lontana e fuori mano!

Titubanti, riluttanti, ma con un tenue filo di speranza, facciamo un colloquio con la dirigente. E’ cortese e attenta, ha già conosciuto casi di alunni dislessici in passato, e si dimostra disponibile a parlare con le insegnanti. La classe è di soli 12 bambini e dovrebbe essere abbastanza agevole seguire una nuova alunna.

In quarta elementare, Benedetta viene iscritta alla nuova scuola.

Tutti i compagni sono tranquilli ed educati. Nessun bulletto, nessun bimbo che deride chi presenti una qualsiasi diversità, tutti collaborano attivamente alla buona riuscita della classe, ciascuno nel suo piccolo.

La bimba, poco a poco, si inserisce nell’ambiente, senza trauma alcuno, poiché lì si sente finalmente accettata.

Di lì a qualche mese incontriamo una brava logopedista ed un noto neuropsichiatra che insieme stilano un documento completo ed articolato, dove vengono descritti tutti i disturbi di Benedetta. Risulta chiaramente dislessica, disgrafica, disortografica e discalculica!

Trascorre senza scosse tutto il quarto anno di scuola elementare, anno in cui la piccola ha dovuto lavorare sodo, per poter recuperare, almeno in parte, tutto ciò che non era stato fatto nelle scuole precedenti.

In gioco adesso c’è una cosa importante: ritrovare la fiducia in se stessa, la propria autostima. In questo le insegnanti le sono state di aiuto, sollecitandola spesso ad intervenire durante le lezioni.

Alla fine dell’anno scolastico, con la consegna della pagella, una maestra commenta così l’anno appena trascorso: – Il sorriso con cui questa bambina entra tutti i giorni a scuola basta a noi per essere motivo di grande soddisfazione! -.

Adesso la bimba frequenta la quinta elementare, sempre nella piccola scuola di periferia. E prosegue nel percorso di crescita, che la porterà verso il grande balzo nella scuola media.

Il 29 settembre 2010 è stata approvata dal Parlamento Italiano la legge sulla dislessia, che per tutti i bambini dislessici e le loro famiglie, è una grande vittoria ed un punto di partenza. Molto ci sarà ancora da fare, da parte di tutti, affinché la scuola, e la società intera, possano finalmente comprendere l’enorme potenziale creativo e umano che questi bambini meravigliosi portano dentro di sé.

Benedetta è dislessica, tenacemente, orgogliosamente dislessica. Proprio come me.