Joe Sturder di Roberto Leoni_Reggio Emilia

Racconto finalista Premio Energheia 2018
Menzione Giuria XXIV edizione

A trent’anni ero disoccupato, italiano, avvilito e poco altro. Quasi per rabbia, da qualche tempo, mi dilettavo con la letteratura. Scrivevo racconti di facile consumo ma poi finii i galloni di benzina. Per giorni e giorni mi ritrovai dentro a un vuoto pneumatico. Battevo una frase, che nella mia testa doveva essere l’abbozzo di un raccontino formidabile, infine mi piantavo a guardare il computer e spingevo lo sfintere nella speranza di mollare un orrido peto, ma manco quello usciva. Quando non usciva nemmeno il becco di un peto voleva dire che era davvero un brutto periodo. La mia creatività era al cappio e all’orizzonte non si prospettavano sogni gloriosi di riscatto. Le frasi che scrivevo erano soltanto relitti di libri subito abortiti. Una di queste diceva: “Joe Bill era un uomo sulla quarantina, aveva il mento stretto e le palle candide”. Sì, una roba così non potevano pubblicarla nemmeno sul Journal della Spazzatura. Di frasi simili ne avevo riempito cartelle intere. Bisognava darci un taglio, però. O mi sbloccavo e arrivava il racconto eccelso, o niet.

Il problema era che la scrittura mi respingeva. Io cercavo di corteggiarla, signori miei, ma lei proprio non voleva saperne di flirtare. D’altra parte di talento non ne avevo mai avuto, solo mi ero messo in testa di poter scrivere qualcosa d’incredibile e fare un mucchio di soldi. Un po’ tanto come ambizione, bisogna ammetterlo. L’americanismo poi, mi ammazzava. Credevo che l’americanismo fosse la chiave magica per poter produrre qualcosa di buono: ovviamente sbagliavo. Ecco allora una sfilza di nomi farseschi e una serie di storielle ambientate nei deserti del Nevada o sulle rive del Mississippi. Ma io ero americano? No. Ma io vivevo o avevo vissuto in America? No. Ma io conoscevo i posti che descrivevo? No. E allora perché scrivere della vita di Joe Sturder, tanto per fare un nome? Quella vita non era mia, era di qualcuno che non ero io e che forse avevo incontrato in qualche film o in qualche libro a stelle e strisce. Qualcuno di certo, oltreoceano, avrebbe potuto denunziarmi per violazione del diritto d’autore. Tuttavia, malgrado i presunti plagi, le storie che riuscivo a finire mi sembravano (a torto) davvero fenomenali. E quella di Joe Sturder la ritenevo fenomenale a pieno titolo. La scrissi un mattino, tutta d’un fiato, dopo aver bevuto ventidue bottiglie di acqua minerale, stupendomi di me stesso (sia per la prova letteraria che per quella idrica, s’intende). Proprio nel momento in cui stavo per abbandonare ogni speranza, ecco l’ispirazione. Quel racconto pose fine al tremendo periodo nero nel quale non avevo fatto altro che partorire frasi insulse. Ora vedevo realmente accendersi il lume della letteratura su di me, il colpo di genio si era disvelato. Mi sembrava talmente bella, la storia di Joe Sturder, che la spedii alla rivista di letteratura giovanile The Calamaro Orzer, sperando di ottenere al più presto una pubblicazione. Il direttore della rivista era un certo Vetro, un nome che mi pareva perlomeno curioso. Ma uno che si chiamava così, pensavo, aveva sicuramente la favella per poter apprezzare quanto andavo scrivendo e avrebbe dunque divorato con gusto la freschezza americana del mio verbo. Perciò, come richiesto da regolamento, licenziai tre copie dattiloscritte del racconto, piegai in due i fogli, e li infilai a fatica in una busta gialla imbottita: Alla Spettabile Redazione ‘The Calamaro Orzer’. Dentro alla busta correvano parole del calibro di quelle che state per leggere (titolo del racconto Effetti laterali): “Joe Sturder viaggiava in sella alla sua moto quando una scoreggia, scappatagli dal lato destro del culo e rumorosa come lo stappo di una bottiglia di champagne, lo fece sbandare e sbattere contro una roccia del Grand Canyon. Se qualche autista di passaggio fosse capitato lì in quell’attimo, avrebbe visto un’enorme nuvola di polvere invadere la strada a seguito dell’assurda e ferale deflagrazione. I pezzi della moto, un secondo dopo, erano sparsi nel raggio di duecento piedi e della scoreggia assassina non rimaneva ormai che il suo ricordo sparso nell’etere, leggiadro e beffardo. Quando la polvere si diradò, di tutto quel trambusto non avremmo potuto cogliere nient’altro che rovine. Il telaio della moto aveva resistito discretamente, ma gli organi interni erano a pezzi. Il motore sbullonava e il manubrio era storto come un corno di montone. Quanto a Joe Sturder, per lui non c’era che l’apocalisse umana. La faccia gli si era spappolata e rincitrullita contro un grosso masso mentre il suo deretano, così laborioso fino a poco tempo prima, era adesso blando e depresso, quasi sgonfio. Ma a volte il destino riserva curiose sorprese. E così ecco comparire in fondo alla valle un pick-up bianco. Quel puntino luminoso, lucente come un vecchio calabrone, s’andava avvicinando all’impazzata sul luogo del disastro. Alla guida del pick-up c’era un uomo sulla quarantina, con un rosario di barba sotto al mento e gli occhi taglienti di chi sa fare affari con tutti, anche con la morte. L’uomo in questione portava il soprannome di “Lince”, il che lasciava supporre molte cose brutte su di lui. Passando sul luogo dell’incidente Lince notò il macello stradale e fermò la macchina. Scese dal pick-up e restò per qualche istante perplesso sul da farsi. Non era da lui. Poi un bombo del deserto, fastidioso come un herpes, gli passò accanto all’orecchio destro e allora capì che doveva muoversi, mettersi subito al lavoro. Chi era Lince? Era il più florido venditore di ricambi di motociclette della Novantesima Contea. Non ci volle un suggeritore per fargli presente che era finito nel bel mezzo di una miniera d’oro, nel posto dove meno se lo sarebbe aspettato. In tutta fretta sollevò la moto ridotta a brandelli scansando il cadavere, e la caricò sul pick-up. A trenta miglia da lì il nostro ganzo aveva la sua officina di ricambi. Anche se la moto era malconcia qualche pezzo buono lo si poteva comunque rimediare e rivendere al più presto. Calcolò che avrebbe potuto guadagnarci sui quattrocento dollari. Lince si pulì le mani sbattendole con forza sui jeans, poi si rimise alla guida. Per Joe Sturder invece non ci furono speranze. I suoi resti rimasero lì per altre sei ore, ai piedi di un grosso masso dal quale spuntavano qua e là dei cactus storditi, fino a che un novantenne del Wisconsin non lo intercettò di ritorno da una battuta di caccia. Il vecchio viaggiava su una vecchia station wagon Thuner del 1963. Nei sedili posteriori aveva sistemato un cervo morto e una beccaccia decapitata, che ogni tanto l’impallinatore vegliardo guardava nello specchietto retrovisore ridendo compiaciuto. Quando notò il Morto Joe sul ciglio della strada per poco non andò a sbattere contro un segnale stradale. «Per tutte le falene!» disse. «Ma che cavolo…» Non poteva credere ai suoi occhi. Sì, ciò che stava vedendo era un uomo! Fermò di colpo la macchina e corse verso quello che, di primo acchito, poteva diventare il terzo trofeo della giornata. (…)”.

Stop. Fermi. Così può bastare. Volete sapere come va a finire tutta questa storia? Sul regolamento delle Spedizioni di materiale inedito c’era scritto a chiare lettere che, entro un mese, la ‘Riunione Editoriale’ presieduta da Vetro avrebbe dovuto pronunciarsi circa la decisione di pubblicare o meno il racconto. In pratica dovevano inviarmi una raccomandata in cui mi dicevano se il mio testo veniva accettato o no. E invece niente! Nessuna risposta! L’indifferenza era la più atroce di tutte le armi e Vetro ne faceva largo uso. Lo avevo capito perfettamente che il racconto gl’ispirava la cacarella, ma almeno me lo avesse sbattuto in faccia! Quel silenzio mi gettò nella disperazione più nera. D’accordo, comprendevo che come scrittore valevo quanto una beccaccia morta, che questa umiliazione mi sarebbe servita di lezione tanto da indurmi a smettere di scrivere, però la dignità dello scrittore, seppur fallito, non va mai, dico mai scalfita! Così un mattino presi la mia doppietta speciale, la nascosi in una borsa per il fitness, e partii alla volta della magnifica città sede del The Calamaro Orzer (lo so, vi sembrerà assurdo, ma vi giuro che è tutto vero).

Impiegai più di un’ora per arrivare. Il traffico, soprattutto nell’ultimo tratto di strada, fu superlativo. Ne approfittai per meditare su alcune cose alquanto sciocche. Una di queste cose era in realtà una domanda. Me la ponevo spesso, dalle cinquanta alle cento volte al giorno, ed era divenuta una specie di litania paranoica. La domanda faceva più o meno così. Si poteva ancora scrivere qualcosa di veramente originale in questo universo? O tutto era già stato scritto e si rischiava d’incappare ogni volta in una violazione del diritto d’autore? Se per esempio scrivevo: “Era il 1956 e un cielo plumbeo, con nuvole druide che sembravano scolpite e pronte a crollare sulla terra, gravava sulla città di Cincinnati. John Avemaker fermò la sua Thunderstur sul ciglio della 57°, all’altezza del drive-in, e scese con l’intenzione di attraversare la strada, dura come un polpo berbero. Ma si fermò. Un pensiero gli baluginò per la mente, ebbe come la sensazione di venire strattonato dalla sintassi del suo cervello. Non era più presente a se stesso. Si trovava realmente a Cincinnati, o era in una città fiamminga nell’anno 1434?”, stavo dicendo qualcosa di mio o stavo rischiando grosso? La storia di John Avemaker, pensavo mentre parcheggiavo la macchina davanti al palazzo del Calamaro, non mi sembrava gran cosa. E soprattutto aveva l’aria di essere stata scritta da milioni di organismi prima di me, sulla terra e/o nei pianeti extraterrestri. Violazione del diritto, pensai. Poi scesi dalla macchina, presi la mia borsa per il fitness, e andai alla reception. C’era una signorina seduta al computer.

«Buongiorno, sarei… uno scrittore. C’è il direttore Vetro?»

«Ha un appuntamento?»

«No, ma è una cosa urgentissima».

«Il direttore riceve solo su appuntamento. Se vuole la inserisco nel database».

«Ah sì?»

Estrassi dalla borsa il mio fucile e lo puntai in faccia alla signorina.

«E ora mi accompagni da Vetro!»

La signorina, dapprima sconvolta, si ricompose subito e mi accompagnò senza protestare. Mi parve di capire che tutta questa storia la stava facendo sorridere. E in effetti faceva ridere anche me. Sembrava di essere in uno di quei raccontini banali, scritti da milioni di persone, che avevo pensato qualche minuto prima seduto in macchina. Qualche scrittore o sceneggiatore avrebbe potuto denunziarmi per violazione del diritto d’autore, belli miei, ma il problema (per loro) è che questa storia non la stavo scrivendo. Questa storia era la realtà. E come fai a denunziare la realtà per violazione del diritto d’autore? Come fai a metterla in discussione? Di quale autore è la realtà?

Arrivai davanti alla porta giusta, quella dove una targhetta dorata indicava lo studio di Vetro.

«Signorina, se ne vada!» dissi alla ragazza, che ormai rideva a crepapelle. Girò i tacchi senza batter ciglio. Con la mano sinistra diedi due colpi decisi alla porta, con la destra strinsi con più forza il fucile.

«Avanti!» urlò una voce cavernosa.

Girai la maniglia ed entrai. Vetro era seduto dietro a una scrivania trasparente e con la mano destra si titillava la sua panza flaccida. Era un uomo sulla settantina. Mi scrutò con due occhi impietriti e stupidi, mentre sopra di lui, alle sue spalle, appiccicato alla parete bianca, posto ad una altezza di trentacinque mignoli, un po’ spiegazzato e ingiallito dalla luce del sole che invadeva senza remore la stanza, messo lì ormai da quindici anni, cioè da quando Vetro si era installato in quell’ufficio in qualità di direttore della prestigiosa rivista The Calamaro Orzer, beh, attaccato alla parete se ne stava tranquillo e placido un imponente ritratto a stampa di Karl Marx. Proprio lui, l’Uomo del Capitale. Devo dirvi che la visione del signor Capital riuscì a distrarmi per un paio di secondi, secondi durante i quali analizzai ogni singolo pelo della sua barba furente, come se fossi alla ricerca, tra quel fiammar barbone, dei duri germogli del proletariato. Fu quella una distrazione che avrebbe potuto costarmi caro. Infatti in quei due secondi avevo dato la possibilità a Vetro di tirare fuori la sua pistola Pullgram e di freddarmi con tre o quattro colpi (pistola che deteneva regolarmente nel cassetto trasparente della propria scrivania, come ebbi modo di vedere). Fortunatamente per me, Vetro era uomo dai riflessi non proprio brillanti e così rimase a guardarmi senza riuscire a fare alcunché. Di paura, evidentemente, ne aveva troppa. Finito di distrarmi con la barba di Karl, ecco che tornavo a focalizzarmi su quel baluba di Vetro. Puntai le canne del fucile dritte sulla sua fronte.

«Ma… chi diavolo è lei? Cosa fa con quello… schioppo» balbettò scioccamente, forse pronto a farsela addosso.

«Questa cosa che ha detto, chi diavolo è lei, è invero alquanto banale. Non la pubblicherei mai!» e scoppiai a ridere.

«Vuole… uccidermi forse?» disse lui togliendo la mano dal ventre osceno.

«Potrebbe darsi. Mi chiamo Robert Lyon, le dice niente?»

«Oddio! Joe Sturder!?»

«Oh yes! Allora lo ha letto il racconto, brutto marpione!»

«Certo che l’ho letto, quel raccontaccio. E mi ha fatto schifo!»

«Ehi, ehi, gringo, piano con le offese! Avrei anche un fucile, io. Poteva degnarsi di una risposta, almeno. Mi dica, Vetro, perché non mi ha risposto?»

«Sono io che avrei da farle una domanda. Perché voi sedicenti scrittori in erba invece di fare un poco, dico un poco, di letteratura civile, politica, che vada un tantino a scaldare il dramma di questi tempi… oh, mica una letteratura impegnata come ne abbiamo avuta in passato, solamente un pizzico, ecco… dico, perché non fate altro che scrivere mucchi di cose fuori dal mondo, tipo dissertazioni su un tizio che passa il tempo a scoreggiare sulla sella di una moto, e finite pure per farcene dei romanzi? È davvero così arida la realtà nella quale vivete e operate da giustificare questa pochezza? Possibile che siamo arrivati a questo punto di sterilizzazione sociale? Ma forse non è neppure colpa vostra… poverini!»

Lo avevo lasciato parlare, ma a fatica. Di offese così pesanti non ne avevo mai sentite, ciò che aveva detto era qualcosa di inaudito che m’era sceso nei timpani come un rivolo di acido muriatico: «Letteratura impegnata, pfui! E poi cosa crede… per farla ci vogliono grandi palle e grande cervello, o sennò si è ridicoli: e io, umilmente, non ho né palle, né cervello».

«Beh…» bofonchiò il baluba.

«Joe Sturder mi rappresenta e ne sono fiero! Comunque, ci tengo a informarla, ho scritto anche cose molto, ma molto impegnate. Sullo stile, direi, dei grandi romanzieri dell’Ottocento. Le basta? Vuole che le legga qualcosa?»

«Eh?» disse Vetro, confuso e quasi assente.

«Dunque…» ed estrassi da una tasca un foglio spiegazzato. Cominciai a leggere: «Madame Ginevry, intercalando lenta lungo il viale increspato d’eburnei splendori, passato il Palazzo di Cambray, coi lunghi marmi levigatissimi d’eroi greci, il Giove infalcato, il Meteronte di sibilliaca falsità, il Fetonte caldissimo e gonfio di parossismo fidiaco, entrò tosta, con passo di sirena livida…» e m’interruppi. Alzando lo sguardo avevo notato la faccia sconvolta di Vetro, ma poi ripresi: «Entrò tosta, con passo di sirena livida, nella hall del bar scintillante di bottiglie di liquori d’ogni angolo del mondo. Il gusto spigoloso del Brillech dei Bassi Carpazi, l’umore ruvido del Giantat, indormiziato nelle brulle botti dell’Alta Asturia, il brivido molle e dal palato spugnoso del Vin di Rosata. Madame Ginevry s’incantava di quella lucenza intrimita e languida. Il cameriere, un uomo alto e dai modi scevri e balsamici, con una punta iridescente di barba degna del Conte di Boldini, domandò tosto alla madamasella se aspirasse ad una punta dissenterica…»

«Basta, basta!» s’intromise sprezzante Vetro, «questa non è una cosa seria, questa è una parodia oscena! Se ne vada, buffone!»

«Non mi rompa la poesia, sorcio!» urlai facendo vibrare l’arma. «Dov’ero rimasto? Ah, ecco: ‘Voi siete un uomo sfacciato ad esibire cotanta punta dissenterica’ rispose ella giocando con il pizzo losangato e furente del guantino in seta di Borbonne. ‘Vogliate perdonarmi’ fece lui sparando come un colpo di baionetta, con quella sua voce irsuta e bemollica…»

«Bravo, bravo furbo!» sentenziò Vetro, irridendomi.

«Questa è letteratura impegnata!» dissi col dito pronto a premere sul grilletto e gettando in aria il foglio.

«Vede? Lei non vuol capire, questo è il suo dramma! E questo archibugio non l’aiuta di certo. Lo butti via e dica e faccia cose più sensate, perdio!»

Sentito ciò feci partire un colpo di fucile, mirato sulla fronte di Vetro. Ma non morì. Avevo riempito una canna con proiettili di popò di capro. Il piccolo e duro stronzetto rimase attaccato alla sua fronte per un secondo, poi cadde rimbalzando sulla scrivania trasparente.

«Figlio di…! Io ti denuncio, io…»

«Silenzio! Torni immediatamente a darmi del lei e non fiati, intesi?»

Notai Vetro mentre cercava di aprire un cassetto.

«Cosa sta facendo con quella mano? Vuole prendere la pistola? L’avverto che la mia doppietta speciale è caricata con merda e… piombo. Non è detto che io continui a tener chiusa la canna “a piombo”!»

Assolutamente impassibile e freddo, sicuro come solo lo può essere chi sa di avere un’arma formidabile dalla sua parte, tornai a caricare il fucile, il quale emise un piccolo sbuffo di polvere leggiadro come le scoregge di Joe Sturder.

«Perché non si è degnato di uno straccio di risposta?»

Il Capo scroccò la pallina di merduccia dalla scrivania facendo una rimessa con la mano.

«Ma quale risposta! Mi spedisce la sceneggiatura di un film di Tarantino e pretende pure una risposta? Ecco il suo accidente di risposta!»

«L’ho scritto io quel testo, cosa c’entra Tarantino?»

«Cosa c’entra Tarantino? C’entra che le idee di quel racconto non le appartengono! Mi vuol far credere che le storie che scrive sono farina del suo sacco? Sono già state scritte da qualcun altro, sveglia mio caro Robert Lyon! Qualcuno, per giunta, con molto, ma molto più talento di lei! Tutti i giorni mi arrivano centinaia di robe come la sua! Centinaia! Tutti i giorni! Ma possibile che questo sia il 2018? Possibile? Comunque ho già segnalato a chi di dovere…»

Dette queste ultime parole, che mi sembravano tremendamente offensive, tornai a sparare una cacca di capro. Ma stavolta puntai più in alto, verso il volto austero di Karl. Il proiettile merdoso finì comunque per rimbalzare sulla testa lucida e canuta di Vetro. Lo schifo fluiva sempre lì, magicamente. Il baluba deglutì vistosamente, poi trovò il coraggio di grattarsi lo scroto, guardandomi con due occhi di sfida da telenovela portoricana.

«Da te vorrei sentire l’urlo di una letteratura militante!» disse dandomi nuovamente del tu, malgrado il mio categorico divieto di pormi confidenze.

«Si fotta, Vetro!»

«Ti avverto che la mia segretaria ha già informato la polizia sul tuo conto. Tra non più di cinque minuti i cecchini avranno circondato il palazzo!»

Capii allora che la faccenda si stava mettendo al peggio. Dovevo assolutamente divincolarmi da quella spiacevole situazione. Sembrava di stare in una pessima imitazione di Bukowski; mancavano solo i buchi di culo rotanti. Certo, mi salvava il fatto che tutto ciò fosse la realtà. Almeno per quello, potevo star tranquillo. Per evitare un arresto in flagrante decisi di allontanarmi dall’ufficio. Ma prima volli regolare i miei conti con il “mostro”. Aprii la canna col piombo, puntai il fucile verso il naso del magnifico direttore del Calamaro, e feci fuoco. Vetro cadde sulla poltrona, con la testa che gli scoppiava da tutte le parti, disperdendosi in una nube rossa percorsa da strani fulmini globulari. Poi quell’energia, riunitasi in un solo, densissimo punto luminoso, schizzò via oltrepassando le pareti. Per terra rimase un orrendo lago rosso fiammante. Vetro era steso, decapitato sullo schienale di pelle, e io ne approfittai per andarmene. Lasciai l’arma sulla scrivania trasparente e chiusi la porta maledetta. Uscendo incrociai gli occhi della segretaria che mi scrutarono con un taglio pietoso. La signorina scosse la testa, poi riprese a scrivere a computer. «L’ho sistemato» dissi freddamente. «E io ho chiamato la polizia» replicò lei senza staccare gli occhi dallo schermo. «Addio» pronunciai privo di pathos. Ormai al sicuro, fuori dal palazzo del The Calamaro Orzer, decisi che era giunta l’ora di far perdere le mie tracce. Camminavo quasi correndo su via Castelnuovo e il sole mi pareva snello e umido. Alle mie spalle intanto si sentiva un gran trambusto, proprio in direzione del Calamaro. Feci in tempo solamente a udire le sirene della polizia in lontananza. Salii in macchina e raggiunsi casa sperando di non essere fermato da qualche pattuglia. Andò tutto bene. Scesi dall’auto che neppure stavo in piedi. Il mio vicino di casa mi guardò dal cortile scuotendo la testa. Lui… beh, lui aveva letto il mio racconto (non lo aveva digerito) e sapeva che quel giorno ero andato alla redazione per aver rivalsa delle mie ragioni. Non appena mi vide comparire con la faccia stravolta, mi parve d’intuire dicesse, a bassa voce: «I miei ossequi, genio. Ritorni con le pive nel sacco, eh? Quando la smetterai di scrivere?» Mi avvicinai a lui che avevo gli occhi sparati in chissà quali orbite interstellari. Tolomeo, così si chiamava il mio vicino, richiuse le forbici con le quali stava potando i rami di un pero birmano. Con le mani mi aggrappai alla rete di recinzione che separava le nostre proprietà e presi a gridare, emettendo stridori di morte: «Ehi, credi che non t’abbia sentito?»

Tolomeo mi guardò sputando un pastone di tabacco duro come un bolide: «Ma io volevo proprio farmi sentire, Robert Lyon! Perché produci solo porcate?»

«Grazie per il complimento! Io» confessai quasi piangendo, «ho scritto anche brevi memorie sulla mia infanzia! Racconti pregni della campagna, di conigli, di galline. Roba classica, ecco. È solo che poi mi piace sperimentare storie strane, come quella di Joe Sturder!»

«Ma quale sperimentare! Intere generazioni sono allo sbando più completo e tu, in questo triste marasma, rispondi dando voce al vuoto più assoluto?»

Pieno di livore riuscii allora a dire: «Oh, anche tu con ’sta vecchia solfa! E quando mai l’arte ha cambiato le cose, eh? Ho appena freddato un uomo che ripeteva la tua stessa cantilena! Pensa al tuo pero birmano piuttosto…» e m’accasciai a terra.

«Che uomo scontato!» replicò lui, secco.

In testa risuonava l’eco di milioni di domande. Qual era la mia vera scrittura? Quella che aveva prodotto Joe Sturder, forse? No, non credo, lì la mia anima era assente. Dov’era? Esisteva poi? Quando scrivevo mi sembrava sempre di essere fuori dal centro di me stesso. Fu proprio in quell’istante che sentii un fruscio lontano e ovattato provenire dalla siepe del mio giardino. Fu un attimo perché, come mi voltai, vidi spuntare tra le foglie decine di poliziotti armati fino ai denti e con indosso scure tute mimetiche. Rapidamente mi circondarono coi mitra spianati mentre Tolomeo se la dava a gambe. Il capo, che esibiva una stella dorata sul petto, portò il suo grosso megafono nero alla bocca e prese a dire, con voce quasi robotica, frasi che non compresi. Poi l’apparecchio emise un verso stridulo e in breve ebbi un mucchio di agenti addosso. Notai che i poliziotti avevano volti famigliari ma minacciosi: portavano le facce e gli odori degli scrittori che avevo letto in vita mia (e vi risparmio i loro nomi, a parte quello di Michael M. del quale intravvidi uno spicchio di naso). Li avevo tutti alle calcagna. Decine di scrittori. Mi ammanettarono e mi portarono verso un blindato parcheggiato poco distante.

«Sì, sono io ad aver combinato quel casino al Calamaro!» urlai.

«Certo, certo, lo sappiamo… ma non l’arrestiamo per questo».

«E per che cosa allora?»

«Non faccia il finto tonto. Per Joe Sturder!»

«Per Joe?» domandai incredulo.

«Violazione del copyright. In quel testo mediocre ha rubato le idee e gli stili a troppa gente!»

«Immagino che quella gente siate voi…»

I poliziotti-scrittori sorrisero.

«Vetro ha segnalato il suo racconto al nostro ‘Ufficio Super Speciale Antiplagio’. Ed eccoci qua».

«Quel bastardo! Ha fatto la soffiata, dunque! Non ho copiato nessuno io!» e mi tapparono la bocca.

L’avventura sembrava davvero conclusa. Me l’ero cercata, non c’è che dire. Cosa aveva prodotto la mia condotta? Se ne avessi scritto un racconto, constatai in quel frangente con sarcasmo, tutta questa vicenda sarebbe apparsa solo come una farsa assurda, forzata, presuntuosa, falsa, cerebrale, piena di particolari posticci, di luoghi comuni, di frasi fatte, di nomi ridicoli, d’idee masticate, banalissime… Pagine prive di futuro e speranza. Roba alla Joe Sturder, roba desolante; da tempi vuoti. Da anni Duemila. Ma per fortuna erano tutti argomenti senza senso. “Questa è la realtà” pensavo mentre mi conducevano al commissariato tra rumori d’elicotteri, “e come fai a mettere in discussione la realtà?”