Jazz, o meglio, musica_Paolo Rapacchiale, Atri(PE)

_Menzione Giuria sesta edizione Premio Energheia 2000.

 

“La musica non è bianca, nera, verde o rossa. La musica è il vero

specchio dei nostri sentimenti. Sarebbe un’idiozia rifiutare di capire

questo. Sarebbe come se ci rifiutassimo di capire noi stessi.”

Freddie Mercury

 

Questo breve racconto è dedicato all’immortale spirito di Freddie Mercury

 

Storyville non è un buon posto dove trascorrere la notte. Non lo è oggi, quando ormai le guerre sono tutte finite, per un negro (e lasciamo stare i pregiudizi razziali: io sono nato negro, sto per crepare negro, non mi sono mai vergognato d’essere negro, ok?), figurarsi se poteva esserlo sessant’anni fa, quando era finita la prima guerra mondiale solo da poco tempo, per un uomo solo e per giunta bianco. Sono sempre stato convinto di questo: io a Storyville ci sono nato e ci ho vissuto a lungo, ed ero convinto di questo anche la sera che cambiò la mia vita e quella di altri tre miei amici, negri anche loro. Era il 24 dicembre 1934, Roosvelt era stato rieletto, ma per noi non sembrava ancora giunto il momento di apprezzare il suo famoso rimedio alla crisi successiva a quel tragico “giovedì nero” di cinque anni prima. In quel locale, che un’insegna, appesa ad una parete dipinta quando gli anni scritti sul calendario avevano ancora ai primi due posti le cifre uno e otto, chiamava “the Black Soul”, quella sera, quella della vigilia di Natale, noi stavamo suonando, come se fosse una tranquilla serata qualsiasi e non ci sognavamo neanche che sarebbe successo quello che stava per succedere. Noi suonavamo, o meglio, vivevamo in quel locale da cinque anni, da quando le nostre famiglie avevano concluso che eravamo abbastanza grandi per vivere gravando sulle infime finanze di casa e ci avevano scaricati. Noi quattro siamo sempre stati amici, lo siamo ancora oggi, dopo tanti anni, e quando ci trovammo uniti senza un tetto, non rimanemmo lì a piangerci addosso, né qualcuno di noi ha mai chiesto di essere commiserato per esser diventato orfano e maggiorenne, più o meno nello stesso periodo, ma decidemmo di trovarci un lavoro, mettendo in pratica quello che fino a quel giorno era stato il nostro passatempo: suonare. Io avevo una vecchia chitarra; Danny, il più anziano, di un anno più vecchio di me, un ragazzo alto e magro, sempre sorridente, un’opaca tromba; Samuel, il più giovane e grasso, un’armonica a bocca, che risaliva alla guerra di secessione, regalatagli dal nonno; e infine William, Billy per noi, più giovane di me di un anno e più pesante di almeno quindici chili, aveva due timpani più simili a due pentoloni, oramai. Cosa suonavamo?

All’inizio non lo sapevamo… Oddio, se devo essere sincero non lo sapevamo nemmeno ai tempi del “Black Soul”, ma ricordo che qualcuno alla radio disse “quando non si sa che musica si ascolta, allora è jazz!”. Io ho sempre pensato che quella musica ci veniva da dentro, ed ora so di aver avuto ragione, ma come l’ho scoperto, sto per raccontarvelo. Il 24 dicembre 1934 alle dieci di sera, stavamo suonando un tranquillo blues, genere che in quei giorni avevamo imparato a distinguere dalle altre sfumature della musica che sentivamo nel profondo, poiché Frankie, il padrone del locale (detto anche The Boss, perché ai tempi del proibizionismo era l’unico in grado di far arrivare un po’ d’alcool da quelle parti), aveva comperato una radio, appena di terza mano, e il pomeriggio, quando noi non suonavamo, ascoltavamo quella musica che tante volte avevamo già fatto, eseguita splendidamente da grandi maestri. Conoscevamo già a memoria tanti pezzi di Duke Ellington, di Jelly Roll Morton e di uno che si stava imponendo in quel periodo, che sembrava nato dalle nostre parti, un tal Luis Armstrong. Alle dieci e cinque minuti esatti la porta del locale si aprì, cigolando come sempre, e, come sempre i volti dei soliti Intenditori (così chiamavamo una decina di poveri uomini che passavano quasi tutte le sere ubriacandosi lì, ingurgitando tutto ciò che avesse anche una leggerissima parvenza di whisky… Penso che avrebbero ingollato anche del petrolio, se opportunamente tinto) si voltarono verso la porta. Il Boss, da dietro il bancone buttò a malapena uno sguardo, ma resosi conto dell’enorme assurdità che aveva visto, rialzò immediatamente gli occhi e spalancò tanto la bocca che quasi la mascella gli cascava in un bicchiere. Noi smettemmo di suonare, all’improvviso. Il piccoletto comparso sulla porta non aveva, in effetti, pressoché nulla di strano, se non un particolare che magari in un altro posto sarebbe stato del tutto normale. Era un bianco. Impossibile, tanto che nessuno riuscì a tirare fuori una parola: rimase lì, fermo a contemplare lo squallido interno del “Black Soul” e, ad un certo punto, il suo sguardo si appuntò su di noi. Poi, tra lo stupore generale, s’incamminò verso di noi. Scese, tranquillo i tre gradini che dall’ingresso portavano nel locale, superò il bancone alla sua destra senza nemmeno guardare il Boss, attraversò le due file di tavoli, quasi ammucchiati l’uno sull’altro per mancanza di spazio, giunse davanti a noi, che ci trovavamo come sempre sul fondo del locale, leggermente rialzato da una struttura di legno. Non contento, forse, dei nostri sguardi allibiti, si sedette al pianoforte. Quel piano era lì da quindici anni. Lo suonava la moglie del Boss, prima che una malattia di petto se la portasse via, circa sette anni prima: era stata lei ad insegnarci i primi rudimenti sulla musica, cos’erano le note e così via, quando eravamo ancora bambini e non avevamo di meglio da fare. Era da allora che nessuno lo toccava. Noi non sapevamo suonarlo ed il Boss si era accontentato di un gruppetto come il nostro, comprando una batteria usata per Billy. Ma ora un nanerottolo bianco si era seduto lì, dove nessuno si sedeva se non per riposarsi un attimo. Si tolse il cappello, nero come il suo elegante completo, e lo poggiò sulla parte alta del piano verticale, nero anche quello. I suoi capelli erano biondi, non però come quelli degli attori del cinema, che sembrano quasi dorati, ma di un colore normale, piacevole, forse, per i bianchi. La mascella presentava una linea decisa, la fronte ampia sopra due occhi splendidamente azzurri. Non poteva avere più di venticinque anni, come noi, eppure i lineamenti del suo volto, su cui tra l’altro sembrava non crescesse nemmeno un po’ di barba, sembravano quelli di un uomo che ha girato il mondo e visto cose ancor più stupefacenti di quella che stava accadendo lì quella sera. Aprì il piano e sfiorò con le dita chiuse i tasti, tutti e ottantotto, da un capo all’altro. Poi, come se non gli importasse nulla del fatto che nel venire lì aveva rischiato di morire accoltellato in qualche vicolo, e che probabilmente correva ancora quel pericolo, ci guardò e disse: “Allora, facciamo un po’ di musica per rallegrare l’ambiente?” Non dimenticherò mai quello che accadde dopo: non aspettò nemmeno che rispondessimo per cominciare a suonare. Blues. Un blues così bello che nella bocca del Boss sarebbe passato una locomotiva vecchio modello intera. Billy fu il primo: attaccò, dopo il primo giro, un tranquillo ritmo col vecchio charleston, preciso, ma semplice. Poi fu la volta di Sam, che prese ad eseguire la stessa melodia del tizio al piano, con la sua armonica, presto imitata dalla tromba di Danny. Allora accadde un’altra cosa che non dimenticherò mai: dalla strada entrarono cinque persone, poi dieci, quindici, finché il locale non fu pieno. Quasi tutti all’ingresso rimanevano fermi, con gli occhi appuntati sul piano e su chi lo stesse suonando. Fu allora che cominciai a suonare anch’io, eseguendo con la mia chitarra gli accordi di quella specie di fantasmagoria. Allora lui si girò verso di me, annuì e prese a cantare: “I got a blues one day, lady, far away in San Francisco bay… You’re should mine, I got so far away…” e così via, una canzone che sembrava essere nata come un misto di tutti i motivetti fischiettati dagli scaricatori di porto di Frisco, usciva dalla bocca di un bianco, eppure anche la sua voce era diversa… Come fosse segnata da decenni di cantate al sole del sud, quando nelle piantagioni di cotone decine di schiavi intonavano inni da cui poi è nata la nostra musica. Fu Joe Brown, uno che tirava avanti lavorando in un capannone della “Louisiana steambot”, che ruppe il ghiaccio: era probabilmente mezzo sbronzo quando, nel silenzio che seguì il pezzo, disse con voce impastata: “Ehi ragazzo bianco, sei per caso stato a Frisco? Mio zio lavora là.” Fu allora che il Boss si spostò dal suo solito posto dietro il banco, si piazzò al centro del locale. Forse aveva intenzione di chiedergli dove lo avesse pescato, un pezzo così bello, oppure chi gli avesse insegnato a suonare così. Ma, evidentemente, non volle smentire la sua natura di fanatico sostenitore della consapevolezza negra, oppure non riuscì a far di meglio che dire solennemente, fissando il pianista:

“Qui non è mai entrato nessun fottuto schiavista.”

“Io non schiavizzo nessuno” rispose lui, tranquillo. Il Boss non parve gradire.

“Forse non mi sono spiegato: tu hai già rischiato la pelle per arrivare qui, e se non ti alzi immediatamente da quel piano, uscirai dalla porta coi piedi in avanti.” Il tono era quello di una minaccia, neppure tanto velata.

“Guarda che non scherza…” intervenni io. E qui accadde la terza delle cose che non dimenticherò mai di quella sera: il ragazzo bianco rivolse gli occhi verso i tasti, poi guardò di nuovo il Boss, tristemente, e gli disse: “Frankie, mi dispiace che tua moglie non possa suonare più questo splendido piano. Questo pezzo lo dedico a te ed a lei.”

Il Boss rimase fermo, rigido come un baccalà. Non ebbe nemmeno il tempo di obiettare che una splendida melodia riempì l’aria. Sembrava che le note non avessero fretta, che il piano stesse raccontando, una per una mille e mille storie. Persino il tempo parve fermarsi. Fu allora che cominciò a cantare. Una canzone senza tempo, senza paure, senza parole. La sua voce era calda, avvolgente. Ti abbracciava e poi restava con te a discutere dei tuoi problemi, della tua vita. Il suo canto seguiva alla perfezione la melodia che la sua mano destra stava eseguendo. Forse è impossibile farvi capire con le parole quella splendida musica, ma se volete fare un paragone, quel brano assomigliava a “Pages”, un pezzo di Mike Stern, considerato a ragione il miglior chitarrista Jazz vivente, oggi. Non so quanto durò, so solo che quando finì nel locale stavamo tutti piangendo. Persino gli ubriachi avventori erano profondamente commossi. Il Boss chiese, piagnucolando “Come diavolo hai fatto?”

“Cosa?”

“Quello era il pezzo preferito di mia moglie.” Annunciò, cominciando a riprendersi.

“Lo sapevo, Frankie.” Rispose candido. Per poco non ci restai secco.

“Che sei venuto a fare qui?” Gli chiese allora il Boss, ormai più curioso della mia vecchia zia, quando mia madre le racconta delle più o meno vere storie d’amore del quartiere.

“Voglio suonarci.” – Assurdo, pensai io (mentre Joe, appollaiato su uno sgabello vicino al bancone, sentenziava “Faccia bianca è più sbronzo di me!”), – totalmente impensabile. Siamo ai limiti della follia!

La notte di Natale piomba qui un bianco, che si mette a suonare perlomeno come il figlio di Jelly Roll Morton, e, invece di ringraziare la sua buona stella per esser ancora vivo, dopo aver attraversato Storyville, per poi andare a cercare lavoro in un locale serio, chiede di suonare con quattro improvvisati come noi!- Ma non fu questo che quasi mi faceva prendere un colpo, bensì la risposta del Boss “Se per i ragazzi sta bene, sei dei nostri.” Affermazione retorica: lui era il padrone, dovevamo accettare per forza. Un bianco nel gruppo… Non che avessi qualcosa contro, ma un’idea del genere non mi era mai nemmeno passata per l’anticamera del cervello. Allora io accettai per tutti… E tutti applaudirono. Nel locale c’erano in quel momento una cinquantina di persone, tra cui donne e bambini, e tutti applaudivano.

Non vi so dir bene come mi sentivo, perché subito dopo, quasi a non volermi dare il tempo per pensare, “faccia bianca” ricominciò a suonare una vecchia canzoncina di Natale: subito noi gli fummo dietro.

Lui ci guardò sorridente e iniziò a cantare. La gente cominciò ad accompagnarlo.

Fu davvero bellissimo, anche per noi: ci sentimmo un gruppo, uniti dalla musica, dimenticando per un attimo quella tristezza che ci aspettava là fuori, una volta usciti, quando non avremmo avuto nessuno con cui dividere quella festa. Quando finimmo, nuovi applausi: noi non c’eravamo abituati, perché suonavamo solo per riempire i molti vuoti che si creavano nel locale, quando tutti erano troppo sbronzi perfino per farsi due risate. Poi, come d’incanto, una voce zittì quelle mani: una signora che portava con sé due marmocchi disse, indicando la finestra: “Ehi cos’è quella?” Guardammo tutti fuori, da una delle finestre in alto, quasi al livello del soffitto e la vedemmo.

Vidi l’ultima delle cose che non dimenticherò mai di quella sera…

Nevicava. Forse solamente due o tre persone là dentro l’avevano già vista… Io stesso ne conoscevo solo la descrizione. Ma l’eccezionale non era la nevicata in se stessa quanto il fatto che quello era stato un inverno particolarmente mite e che quella stessa era stata una bella giornata. In quell’istante magico, mentre tutti non avevamo occhi che per quel bianco fenomeno naturale, che fino ad allora per molti era stato un semplice miraggio, ancora il silenzio fu rotto dal piano e da una voce quasi sommessa che cantava “Thank God… it’s Christmas…”, e poi, come in un film, tutti gli sguardi si volsero contemporaneamente verso quel magico bianco… E, una dopo l’altra, tutte la voci di tutti i presenti si unirono alla sua. Quando la lieta ballata popolare si concluse, il vecchio orologio a pendolo posto dietro al bancone, accanto alla specchiera, suonò la mezzanotte. Il pianista, staccate le mani dal piano, sorrise dolcemente guardando la gente ancora più commossa di prima (c’era chi, come del resto noi dell’orchestra, quasi scoppiava a piangere), e disse “Buon Natale a tutti voi.”

Poi si alzò, infilò il cappello e si diresse verso la porta. Io, spontaneamente, lo seguii. Tutti lo fecero. Lui uscì e si fermò davanti al locale, a braccia aperte, guardando il cielo. Aveva chiuso gli occhi e sorrideva, con la stessa dolcezza di quando era dentro al locale. Da quel momento, avevamo un pianista.

Così, io conobbi Vince… In una bianca notte di Natale, lui, un bianco a Storyville, il quartiere nero di una città in cui i neri erano quasi la maggioranza: New Orleans.

Passammo due anni dopo quella sera ad imparare da lui cose nuove sulla musica: arrangiare, suonare in gruppo con la giusta sincronia ed il giusto affiatamento. Imparammo ad improvvisare, a farlo sempre meglio e sempre più velocemente. La musica divenne una cosa talmente seria, che a volte ci dimenticavamo persino di mangiare, occupati nelle prove. Non saltammo, però, nemmeno un pasto: Sam aveva un appetito troppo grande, spesso insaziabile perché ci permettesse di non andare a tavola. Se mancava uno, inoltre non era mai la stessa cosa.

Il “Black Soul” si riempiva ogni sera. In capo ad un anno il Boss rinnovò il locale e lo ingrandì.

Una sera di marzo del 1937, venne a sentirci un reverendo famoso, uno di quelli che strillavano ogni domenica da un pulpito che la razza nera avrebbe avuto ciò che meritava, facendo valere i suoi diritti sui bianchi. Naturalmente con l’aiuto di Dio, dite tutti Amen. Probabilmente non capiva nulla di musica, tanto meno di Jazz, visto che noi non suonammo certamente al meglio, perché Vince non era in serata, ma rimase tanto impressionato, che volle prometterci un posto di lavoro migliore. Noi non avevamo ancora avuto il tempo di pensare alla carriera, poiché eravamo troppo impegnati a migliorarci e, inoltre, quel po’ che ci passava il Boss era più che sufficiente per vivere.

Si pensava solo alla tecnica, effettivamente… Non ci eravamo mai interessati alle tasche. Non volevamo andar via, ma come molte volte in quei due anni era già successo, fu Vince a convincerci. “Pensate a cosa potremmo fare una volta nel giro vero”, disse, “potremmo diventare tanto bravi da far concorrenza al Duca!” Forse calcò un po’ la mano, ma riflettendo un po’, l’idea di competere con le band più famose della città, anche se di certo non con quella di Ellington, era certamente molto interessante.

Da quella sera, per circa un anno e mezzo, girammo un gran numero di locali, esibendoci quasi a gettone: rimanevamo in un posto non più di un mese, per poi cambiare. Fino ad una calda sera del giugno del 1939. Il mondo era in fermento, da lì a tre mesi sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale, ma New Orleans non era molto interessata alla cosa.

Noi suonavamo in un grosso locale, una specie di casinò-ristorante, di nome “Paris La Nuit”. Quella sera, l’undici del mese, dovevamo attaccare, come tutte le sere, alle nove. Ma non trovavo Vince. Non era in nessun posto, erano le otto e tre quarti e il direttore, un certo Jean Vandeleur, un gelatinoso bianco dall’accento francese, aveva un diavolo per capello. Vince arrivò. Alle nove meno due minuti. Era profondamente eccitato. Mi porse una lettera, farfugliando “Luis Armstrong… domani…” Gli presi la lettera di mano. Il giorno dopo “Satchmo” Armstrong si sarebbe detto contento di esibirsi con noi nel casinò. Quella sera l’umore di tutti andò a mille. Suonammo proprio bene, forse come non mai.

Se questa fosse una storia come tante altre, dovrei dirvi che la sera dopo suonammo così bene che Luis decise di prenderci con lui, che da quel giorno realizzammo tutti i nostri sogni più lieti. Ma non andò così.

La sera dopo, noi suonammo bene, davvero. Armstrong fu grande, come sempre. Il locale era pieno di una calda e sorridente atmosfera dixieland, quando smettemmo di suonare. Gli spettatori si alzarono divertiti e soddisfatti del nostro Jazz. Dopo lo show, “Satchmo” entrò nei camerini, e quello che disse ce l’ho ancora ben chiaro, parola per parola. “Siete bravi, come dicono”, furono le sue prime parole, dopo qualche divertente battuta sul pubblico in parte bianco (tipo “i bianchi capiscono talmente poco il jazz, che non riuscivano nemmeno ad applaudire a tempo”) “ma non fate musica, fate calcoli.” Restammo allibiti.

Pensate al vostro mito, il giocatore di baseball più forte d’America che viene da voi e vi dice “Ehi bello, te la cavi, ma non hai l’estro del fuoriclasse.” Non puoi fare altro che sentirti una merda. Così ci sentimmo noi, in quel momento. Armstrong ci fissò per un attimo e, prima di uscire, disse “Se volete fare musica dovete divertirvi, commuovervi

o incazzarvi secondo il pezzo che eseguite. La musica è passione, non matematica.” E la porta si chiuse alle sue spalle. Dopo qualche attimo Vince si alzò e disse “Ho sbagliato tutto: vi ho fatto credere, credendolo io stesso, che la tecnica era tutto… E ho dimenticato che l’amore che ho per la musica dovevo essere capace di trasmetterlo con ogni mia nota…” Piombò di nuovo a sedere e si prese la testa tra le mani. Io non sapevo nulla di lui, credetemi, non avevo mai avuto il tempo di fermarmi a parlare con lui: forse questo vi farà capire quanto eravamo stati assorbiti dalla musica. Ma effettivamente neanche lui si era mai mostrato aperto nei nostri confronti: quando la discussione verteva su temi all’apparenza leggeri, come il fondoschiena di una bella cliente, lui non sembrava interessarsi. Inoltre in certi momenti, abbassava la fronte, celandosi in un pensieroso silenzio, e guardava davanti ai suoi piedi. Se gli domandavi cosa avesse, lui rispondeva evasivamente di stare bene, di non aver problemi. Sapete bene quali sono i guai in cui può incappare un giovane di quell’età: il più ricorrente ha il dolce nome di Amore e credo che tutti abbiano preso fior di cotte prima di trovare la più giusta e stabile sistemazione. In quel momento noi eravamo letteralmente sommersi da quel tipo di problemi e, se devo essere sincero, a me non dispiaceva per niente, perché insieme ad essi vivevamo tutti i retroscena che ben conoscete: l’ansia della dichiarazione, il dolore o la gioia secondo l’esito e soprattutto, la chiacchierata con l’amico, di cui ascoltavi i consigli e con cui potevi condividere liberamente i tuoi sentimenti. Tra me, Sam, Danny e Billy era da sempre così e tutti eravamo aperti e sensibili, tanto che avremmo certamente fatto lo stesso con Vince, se ne avesse avuto bisogno. Io ho sempre pensato che ne avesse un continuo bisogno, ma che qualcosa gli impedisse di parlarne. Con qualche anno d’esperienza in più, avrei attribuito quel rifiuto all’età, al passaggio che lo stava facendo diventare adulto, ma in quel momento, mi sentivo quasi in dovere di sapere cosa causasse in lui quei giorni di chiusura al mondo ed a noi in particolare. Mi sembrava che Vince non mi ritenesse all’altezza del suo io, come forse non mi riteneva pari a lui come musicista e, sebbene per metà avesse ragione, la situazione non mi piaceva per niente.

Ora lo vedevo lì davanti a noi, con la testa tra le mani, Vince di cui non conoscevo il cognome vero, Vince della cui vita non sapevo nulla, Vince che a metà strada tra i venti e i trent’anni non dava segni di essersi mai innamorato, Vince per cui sembrava contare solo diventare un pianista eccezionale, Vince che, probabilmente, non sapeva spiegare nemmeno a se stesso, cosa volesse dire “pianista eccezionale”.

Era lì, non diceva più una parola, mentre noi ci guardavamo come deficienti. Allora lui si alzò e se ne andò. Senza un’altra parola. Senza spiegarci nulla. Scomparve così, nella notte di New Orleans e non lo vedemmo più.

Per più di dieci anni.

La vita della nostra band non fu più la stessa senza Vince: il nostro livello si attestò sulla sufficienza che qualche migliaio di band aveva, in tutto lo stato. Scoppiò la guerra. La città non se ne interessò. Noi continuavamo a girare per i locali. Sbarcavamo il lunario e ci divertivamo, come agli inizi. Io sostituii Vince alla voce, con esiti per me sorprendenti. Eh sì, cantavo davvero bene, anche se non raggiunsi mai il livello dei vari Otis Redding, James Brown e Sam Cooke. Nel ’42 tornammo al “Black Soul”. Tutto come prima, perfino il Boss, seppure un po’ più stempiato. Passammo una serata ad ascoltare un gruppo di giovani che suonava lì, che somigliavano tanto a com’eravamo noi anni prima che, quando uscimmo, piangevamo come coccodrilli per la nostalgia. Ad un certo punto, camminando per la strada, Sam disse “Chissà dove sarà Vince adesso.” Tutti ce lo chiedemmo, ma nessuno rispose. Non avrei certo immaginato di poterlo rivedere.

Passarono altri cinque anni. Storie come questa si sarebbero forse già concluse con un tranquillo scioglimento in cui tutti si ritrovano e si abbracciano, ma non è stato così, per noi. Restammo uniti, e cominciammo a scrivere noi le nostre canzoni. La notte di Natale del ’47 tenemmo un concerto al Teatro Centrale. Applausi, risate. Io mi divertii come non mai, il pubblico apprezzò. Fu il nostro decollo. Ecco, non fu grazie ad Armstrong, ma grazie ad un ignoto impresario che ci fece firmare un contratto per cui avremmo girato il mondo suonando. Il massimo, per noi. Forse non saremmo mai diventati famosissimi, ma va bene così. Viaggiammo e suonammo per venticinque anni. Suonammo di spalla a gente come Miles Davis, Benny Goodman, lo stesso Duke Ellington, rivedemmo Luis Armstrong, conoscemmo astri allora nascenti come Ben King e Ray Charles.

Ma quello che per sempre ricorderò di quegli anni è una sera di Aprile del 1950.

Eravamo in Italia, dovevamo esibirci nel Teatro Vittoria di Roma.

Eravamo arrivati con un giorno d’anticipo e ci divertimmo a girare per la città. Davvero impressionante. Tuttora mi ritengo ignorante in fatto di storia ed arte, eppure penserò sempre che Roma è la città più bella del mondo.

Girammo fino a sera. Gli altri andarono in albergo per cena, io volli salire sul Pincio, un colle dal quale si gode una splendida vista della città. Mentre passeggiavo per il parco che c’è lassù, ripensai a Vince. Pensai ai suoi occhi, al suo sguardo. Pensai alla sua storia, che non avevo mai sentito. Mi sembrava di ascoltare una canzone di cui non riuscivo ad indovinare le note e gli accordi. Il sole tramontò. S’accesero i lampioni. Allora, mentre mi voltavo per tornare all’albergo, sentii una voce, debole, ma sicura, sconosciuta e familiare, dolce e triste. Cantava: “I got a Blues, one day, lady, far away in San Francisco Bay…”

Mi voltai lentamente, mentre solo nella parte più recondita della mia mente una voce stava dicendo che non era possibile, sorridendo e piangendo come un bambino, e continuai “You’re should mine, i got so far away…”

Un’ombra dall’altra parte del parco, si avvicinava lentamente. Le andai incontro. Il nostro canto si unì. Pensai a chi si sarebbe trovato davanti Vince… Perché ero certo che fosse lui. Io ero cambiato. Adesso la barba che copriva il mio volto mostrava qualche tinta grigia, e sul mio naso erano spuntati un paio di occhiali. E lui come sarebbe stato?

Avrebbe avuto lo stesso volto liscio di un tempo? Lo stesso sguardo?

Non ebbi tempo di rispondere. Era lì, a mezzo metro da me. Mentre concludevamo il pezzo, che era diventato l’apertura dei nostri concerti, lo vidi. Era lui. Proprio lui. Seppure i suoi capelli stavano andando in grigio, per il resto era lui. Ci abbracciammo, ed in quella stretta c’era tutto l’affetto che forse non aveva mai voluto mostrarmi, tutte le esperienze vissute insieme e lontani, tutto ciò che non ci eravamo mai detti. Mi fece i complimenti per il gruppo. Lo sapeva. L’aveva letto sui giornali? No. Allora ricordai della moglie del Boss. Lo sapeva. Lo fissai e trovai il coraggio per chiedergli “Chi sei, Vince?”

Lui rispose “ Non Vince, Vincenzo. Sono italiano.” Prima mazzata.

“Vedi, il mio unico desiderio è sempre stato andare in America, così una notte fuggii. A New Orleans conobbi il Jazz e dimenticai di aver già realizzato i miei sogni, per dedicarmi solo alla musica.” Seconda mazzata. “Quando vi lasciai ero sconvolto, credevo di non aver più possibilità, perché avevo sbagliato. Volevo stare un po’ solo, capire i miei errori e trovare il coraggio per tornare con voi, ma non ebbi più tempo per pensare alla musica: leggendo i giornali ed ascoltando la radio, al posto del Jazz sentii bollettini di guerra. Sentivo parlare della morte come di una sciocchezza mondana. Capii che c’erano cose che venivano prima. La mia famiglia viveva in un paese colpito dalla guerra.

Tornai qui. Quale musica suoneresti, Paul, circondato dai nazisti? Come potevo sentire la gioia di suonare? Chi poteva essere di nuovo contento? Con questi pensieri lasciai il piano. Ma poi, un giorno, capii che la musica non deve mai morire, perché è l’unico mezzo con cui puoi far cantare tutto te stesso, puoi esprimere il massimo anche in un attimo, in un solo semplice accordo. Quel giorno mi avevano sparato.”

Terza mazzata, ci restai quasi secco. Lui sollevò la giacca e mostrò una ferita, letale, al cuore… il sangue era fresco. I bianchi impallidiscono, ma io non ho idea del colore che assunse la mia pelle in quel momento. Lui proseguì, dicendo “Lassù suono tutti i giorni, e cantiamo tutti insieme… Ti sto aspettando: il tuo posto sarà accanto al mio, nel coro.” Quarta mazzata, restai di sasso. Avrei voluto dire tante cose, chiedergli chi davvero fosse, perché era tornato lì quella sera, se magari me l’ero sognato e invece dissi, in lacrime “Ci lasci di nuovo?”

“Stavolta per sempre, vecchio mio. Saluta anche gli altri. Dì loro che gli voglio bene.” Stava per andarsene, quando disse: “Forse ne incontrerai altri come me… Fa in modo che non commettano i miei stessi errori. Arrivederci.”

Allora si voltò, fece due passi e sparì. Voilà, il gioco è fatto, pensai.

Questa storia si conclude qui, senza pretesa di essere presa per buona (dopotutto potrei anche essere un vecchio rincoglionito). Noi, come ho detto suonammo fino alla fine degli anni ’60. Siamo ancora tutti vivi, nonostante il fatto che gli 80 li abbiamo ormai alle spalle da un pezzo. Quando ci incontriamo, davanti ad un allegro caminetto, parliamo sempre di quegli anni e del magnifico coro che deve esserci in Paradiso. Sam fa sempre la solita battuta “Ci credo: il direttore dev’essere proprio un Dio!” e noi ridiamo ogni volta. Chiamatela idiozia senile. Io la chiamo speranza.

Ah, dimenticavo. Un giorno incontrai un giovane che aveva lo stesso sguardo di Vince… Avevamo suonato nell’ambasciata inglese in India, e, dopo lo spettacolo, l’ambasciatore ci aveva presentato il figlio, che nel ’55 doveva avere 13 anni, credo. Suonava il piano da quando ne aveva quattro. Ci tenne un’ora lì, ad interrogarci sui nostri segreti esecutivi, sulle tecniche. Alla fine, quando gli chiesi: “Allora, hai capito qualcosa?”, lui alzò gli occhi scuri verso di me e disse “La musica è passione.” Sentii Vince in quella risposta. Me ne compiacqui e lo salutai. Lui andò via sorridente, agitando i lunghi capelli neri.

Si chiamava Farouk Boulsara, ma il padre, raffinato inglese lo chiamava Freddie. Portava uno strano bracciale, con un simbolo strano: diceva a tutti che era un pianeta. Se la mia stanca memoria non mi inganna, Mercurio.