I brevissimi 2017 – Islero di Chiara Rossi_Santa Margerita Ligure(GE)

anno 2017 (I colori dell’iride – rosso)

Zebù, dovevo nascere zebù. È il pensiero che mi martellava la testa ogni volta in cui si aprivano le porte del ruedo(1). Invece mi toccava affrontare il mio destino di toro ‘bravo’, iscritto nel Libro Genealógico de la Raza Bovina de Lidia. Me la ricordo ancora quell’alba, in cui mi fecero salire su un camion: mi fu subito chiaro che la mia vita sarebbe cambiata. Il caldo mi dava la nausea, le labbra si screpolavano e la mente si appannava. Finalmente arrivammo a Prado del Rey, nel cuore dell’Andalusia: da quanto diceva il mio ganadero(2), capii che lì sarei stato protagonista del mio tentadero, una toreada di vitelli, per selezionare gli stalloni o gli esemplari per le corride.

Ángel Luis aveva solo otto anni. Un bambino minuto, di cui notai lo sguardo fiero e i capelli lunghi, già intrecciati nella coleta(3). Fu quella la prima volta in cui ci incontrammo. I nostri allenamenti si sarebbero trasformati in un’esperienza forte, che ci avrebbe fatto crescere, creando in entrambi un legame potente con la vita.

Sapevo che nell’immaginario collettivo degli uomini il toro deve avere le narici fumanti, l’aria di sfida e una zampa che scava sulla sabbia dell’arena l’impazienza di scatenare la propria rabbia. Era un ruolo e lo dovevo interpretare, ma non mi piaceva affatto. Ángel Luis però mi rispettava. Io mi affezionavo a lui. «Il toro è al di sopra di tutto», ripeteva. Io mi crogiolavo in quella testimonianza di stima. E poi mi inorgogliva il modo in cui pronunciava il mio nome, Islero(4).

Detestavo gli esercizi con la muleta, il drappo rosso scarlatto sostenuto da un bastone, che il mio matador mi agitava davanti (per provocarmi o distrarmi?). Io, come tutti i tori, distinguo solo un paio di sfumature di colore(5), e non capivo perché quel panno avrebbe dovuto farmi infuriare. Ángel Luis, infatti, lo sapeva, e me ne parlava, allineando i suoi occhi ai miei. Voleva farmi capire che noi due, insieme, potevamo raggiungere l’eccellenza, estasiando le folle e trasformando un possibile cruento massacro in danza sublime. «Non si torea contro il toro, ma con il toro: ricordalo, Islero!».

Fu così che scoprii che si poteva fare della corrida una poesia. Eseguiva con me sequenze di pose statuarie, inattaccabili dalla rabbia, che per il rosso della muleta fingevo – per compiacerlo -, di eruttare. Quando sceglieva un adorno, posando un ginocchio per terra, esponendosi a un irragionevole rischio, io lo sfioravo, facendogli frullare il capote: scroscianti gli olè degli spettatori sugli spalti. L’eleganza delle sue verónicas, o dei suoi navarras, era assoluta, come la sua precisione e il suo coraggio. Perfezionava meticolosamente le posizioni dei piedi e la curvatura del bacino, come un ballerino di flamenco usa la sua giacca per invitare alla sfida il toro immaginario(6), incarnazione della forza del destino, scatenendo un’enorme energia di rivincita contro qualcosa di mitico e inafferrabile. Così Ángel Luis danzava con me, focalizzando amarezze e dolore, combattendo, per uscirne vincitore. Usava me come propellente, per disegnare figure indimenticabili, esorcizzando il fantasma della sua (e della mia) morte. La maestria di quelle coreografie fece di noi una coppia osannata, che celebrava il coraggio e la forza, oscurando il rito macabro e tribale.

Questa è la nostra storia. Sono stato valoroso. Il pubblico ha chiesto la mia vita e Ángel Luis l’ha concessa, facendo di me un toro indultado, lasciandomi vivo, con un nastro rosso granato annodato al collo (ritagliato dalla sua cappa di seta preferita come ricordo), e riservandomi il privilegio di tornare ai miei pascoli. Succede molto di rado, ma a me, Islero, è successo.

 

1 Arena.

2 Allevatore di tori.

3 Nel XIX secolo i toreri si lasciavano crescere i capelli, per formare una piccola coda intrecciata, come si faceva nel XVIII secolo. La coleta veniva tagliata nel caso in cui il torero abbandonasse l’arena.

4 Come quello del toro divenuto famoso per aver incornato in modo fatale il torero Manolete. Nome peraltro scelto anche per un modello di Lamborghini.

5 È stato recentemente dimostrato che il toro attacca matador che indossano colori anche diversi dal rosso, solo perchè addestrato per reagire al movimento del mantello (che è rosso solo per tradizione). Una ricerca condotta dall’Università di Phoenix, che ha dimostrato che i recettori visivi dell’animale gli consentono di vedere due sole sfumature di colore, smentirebbe dunque anche che i tori vedano solo in bianco e nero.

6 Tauroflamencologia è la definizione che dà Jose Blas Vega nel suo Dizionario Enciclopedico del Flamenco all’insieme delle similitudini estetiche e di talento fra l’arte di toreare e l’arte flamenca.