Irrequiem_Fabio Biasio, Campodarsego(PD)

_Racconto finalista tredicesima edizione Premio Energheia 2007.

 

Il piazzale della chiesa sussurrava appena l’eco del traffico sulla statale. Una nebbia fitta e granulosa come un’immensa ragnatela di polvere grigia e umida aveva avvolto la pianura.

Ci si bagnava a stare a capo scoperto, all’aperto, cosicché il sacrestano, che preparava il banchetto delle elemosine, teneva in capo un berrettino di tela da imbianchino. Dalla macchina parcheggiata in un angolo nascosto della piazza, prospiciente un muretto d’argine al torrente che scrosciava la cascata del mulino abbandonato, due figure osservavano quello che accadeva. La campana toccò… uno, due, tre colpi dal tono largo e prolungato. Campana da morto. Il sacrestano finiva di attaccare con l’adesivo l’epigrafe che portava l’immagine del defunto. Il vecchio farmacista del Paese. Uomo integerrimo e pio, grande fedele, umanista e mecenate. Ex Sindaco.

Il sacrestano lottava con il plexiglass bagnato e con il nastro che, come una farfalla dalle ali bagnate, si appiccicava alle mani dell’uomo che, di contro, si intestardiva a pressare il nastro, inefficace per il bagnato, costruendo, con continui soccorsi di altro nastro, dei grumi biancastri agli angoli della stampa, finché tuttavia, leggermente storta, l’epigrafe, rimase attaccata.

La nebbia sembrava piovere se stessa e il piazzale della chiesa, vuoto, occupato solo da quell’auto dai vetri appannati, sembrava essere stata appena lavata e ramazzata, lucidata con la cera… Il sacrestano guardò l’orologio. Doveva preparare turibolo, fuoco e navicella. Tra poco sarebbe arrivato il corteo.

 

* * *

 

La cravatta al collo di un defunto può dare il senso di soffocamento. Meglio un foulard. Di seta, morbida. Ben afflosciato. Anche perché sul collo, là dove il segno della corda aveva lasciato un livido bluastro, bisognava mettere qualcosa.

“Starà bene così, papa!” – pensava la figlia, mentre una lacrima le rigava la guancia. Il fratello grande la sorreggeva e guardava il padre affondato in quell’alcova di raso e pizzo della bara. Erano rimasti solo loro due. La mamma li aveva lasciati molti anni prima, durante il parto del loro fratello minore. Già… Il loro fratello… Avevano un fratello loro. Più piccolo. E fin dalla morte della mamma era stato la causa di ogni cosa. Chissà, forse anche della morte di papà.

L’obitorio si riempiva di conoscenti e amici. Venivano per una preghiera e per vedere il morto. Per vedere se attorno al collo si vedesse la cicatrice bluastra che la figlia, con un bellissimo foulard di seta, era riuscita a nascondere con grande maestria e naturalezza.

Fu un sollievo quando gli inservienti delle onoranze funebri passarono lo stagno sui bordi della bara. Era finito tutto. I due fratelli si strinsero in un abbraccio forte. Rassicurante.

Quel disgraziato del loro fratello più piccolo non si sarebbe presentato neanche al funerale di papà. Se lo sentivano…

 

* * *

 

Riders on the storm

Riders on the storm

Into this house were born

Into this world were thrown

Like a dog without a bone

An actor out on loan

Riders on the storm…

Dentro l’auto faceva freddo. Gli aliti andavano a compensare di vapore la nebbia che fuori avvolgeva ogni cosa.

Il ragazzo che stava seduto alla guida finiva di fumare uno spinello. Teneva lo schienale del sedile appena reclinato cosicché il fumo e la musica dei Doors, che sgorgava a basso volume dal mangianastri dell’auto, si adagiassero su di lui, lo penetrassero e si depositassero sul suo cervello, sui sensi, dentro allo stomaco.

Sul sedile accanto, l’amico stava lavorando qualcosa.

“Dai! Fai presto!” –, lo incalzava il guidatore.

“Buono, che non è mica facile in macchina!”

L’accendino scaldava un cucchiaio e il cucchiaio scioglieva dell’eroina.

“Passami la spada!” – disse l’amico.

Il ragazzo aprì leggermente il finestrino e buttò il filtro della canna. Quindi rovistò brevemente nel porta oggetti della portiera.

“Cazzo!… Dov’è andata a finire!… Ah, eccola!”.

Passò la siringa al compagno che la prese, con due dita.

“Ma non ce l’hai mica una di sterile?!” – disse con faccia schifata l’amico.

“Ma vai… Vai lo stesso! E fai presto, che non ce la faccio più…!”

L’amico intinse la punta della siringa nel liquido contenuto nel cucchiaio, aspirò fino a che l’aria non sussurrò il caratteristico gorgoglio.

“Metà a te e metà a me!” – sancì al fine l’amico.

Il ragazzo che stava seduto alla guida levò con agilità scarpa e calzino e porse il piede all’amico.

“Dai fai presto!”.

Là c’erano ancora delle vene prominenti. La siringa centrò la più rigogliosa di sangue che attraversava il colmo del piede.

Spinse metà del contenuto nella vena, quindi, senza pulirla dal sangue, iniettò la sua dose nel polso.

Prima di assopirsi liberò della condensa che appannava il vetro della macchina con un movimento arcuato del palmo della mano. E guardò fuori.

Il carro funebre stava arrivando, seguito da un lungo corteo di auto nere.

I Doors avevano già iniziato Touch me e la morte li aveva esauditi.

 

* * *

Avevano sperato fino alla fine che il loro fratello minore si fosse fatto vivo almeno in chiesa. Potevano anche accettare che vedere il papà all’obitorio non fosse un bello spettacolo per lui, ma almeno partecipare alla cerimonia funebre…

Ora che il papà era rinchiuso dentro la bara, che male gli avrebbe fatto!? Sarebbero stati per una volta ancora una famiglia.

Una famiglia come Dio comanda. Unita, almeno nei momenti di necessità più che di difficoltà. Nei momenti estremi della vita. O della morte. Era vero anche che i momenti di difficoltà oramai erano la consuetudine e che la morte poteva sembrare quasi una liberazione.

Scesero dall’automobile e accompagnarono il feretro in chiesa. Accanto al tavolino, dove i convenuti lasciavano elemosine e le firme della loro partecipazione, si era creato un piccolo capannello. I conoscenti e gli amici segnavano i loro nomi per la presenza e scrivevano un pensiero. Poi mettevano dentro all’urna delle elemosine, delle banconote. Il prete con questi funerali faceva cassa per tutto il mese. Si vedeva subito quando moriva una persona perbene. L’urna non tintinnava di centesimi ma di silenziosi fruscii di carta moneta.

Dalla chiesa sgorgò, come da una fonte, la melodia di un De profundis e il canto del coro.

 

* * *

 

“L’umidità! Maledetta!”

Non gli era mai capitato

“Guarda che roba!” – bofonchiava il sacrestano che si stava ustionando i polpastrelli delle dita con gli zolfanelli.

“Niente! Non prende!”

Ne aveva, già, cambiati un paio, ma la sostanza non era cambiata. I carboncini per il turibolo non si accendevano. Il sacrestano sentiva l’avvicinarsi del momento in cui avrebbe dovuto portare al parroco il turibolo e l’incenso e una frenesia lo stava prendendo. Doveva calmarsi, trovare un po’ di tranquillità.

Far sparire dalle mani il tremolio che gli impediva di scaldare i carboncini per il turibolo. Si avvicinò all’armadio, dove stavano gli arredi sacri. Aprì l’anta. Prese una grande scatola di cartone. Infilò dentro la mano e ne trasse un pizzico di particole non consacrate. Se le mise tutte in bocca macinandole velocemente con i denti. Poi prese la bottiglia del vino da messa che era lì, vicino, e ne bevve a garganella un lungo sorso.

Guardò le mani. Ferme e diritte. La sua cirrosi era pasciuta.

Riprovò ad accendere. Il carbone prese, immediatamente, scoppiettando. Ne accese altri due per scrupolo e mise un po’ di incenso nel turibolo. Il diabete gli portava via le forze e … anche la memoria.

Sì, la memoria. Cosa aveva dimenticato?

Sapeva di aver dimenticato qualcosa…

Si concentrò un poco. E poi si lasciò partire una sberla forte e punitiva che gli colpì la fronte. Non aveva ancora ritirato l’urna con le elemosine alla porta della chiesa.

 

* * *

 

Quando il prete fece sparire tutti dentro all’incenso, sembrò che definitivamente la nebbia avesse invaso anche la chiesa, impossessandosi di ogni cosa, penetrando dalla pianura che oramai ne era stata interamente conquistata. Il sacrestano, con il pensiero delle elemosine incustodite era costretto a fare, in quel momento della messa, da chierichetto e pregava in cuor suo che nulla potesse accadere all’urna delle elemosine.

Con tutto quel movimento di dottori, avvocati, autorità, il ricavato doveva essere stato molto buono. Pregava che in quella giornata di nebbia, nessuno si fosse accorto della sua dimenticanza.

Aspettò con agitazione che il parroco completasse le sue preghiere e l’aspersione dell’incenso. Depositò il turibolo e la navicella in sacrestia e quindi si precipitò, attraverso una porticina di servizio, sul sagrato della chiesa. Nessuno! Meno male. Si avvicinò al tavolino correndo, cercando di dissipare ad ogni passo la nebbia che era densa come una nuvola di polenta bianca. Mano a mano che il sacrestano si avvicinava tuttavia si sentiva mancare. Individuava il panno verde, la cornice di plexiglass con l’epigrafe scollata, ma…

Ora che, salendo i gradini che salivano al portale della chiesa, poteva portare il suo raggio visivo in orizzontale sul piano del tavolino individuava anche il registro delle presenze, due penne ma… Ma… Ma… l’urna con le elemosine… era sparita!

Il sacrestano si sentì mancare. Avevano rubato l’urna delle elemosine. Con tutti quei soldi dentro… Doveva avvertire subito il parroco!

Raccolse la cornice di plexiglass e il registro delle presenze.

Non poteva non accorgersi di quello che stava scritto sull’ultima pagina del registro delle presenze, prima di chiuderlo.

Un po’ perché non era una firma, un po’ perché era scritto in stampatello, a carattere cubitale, a riempire tutto il fondo della pagina, un CIAO PAPA’!!! che lui non sapeva interpretare.

L’avrebbe portato al parroco. Lui sì che avrebbe capito…

 

* * *

 

People are strange when you’re a stranger

Faces look ugly when you’re alone…

Il ragazzo guidava piano, nella nebbia, e con frenesia continuava a chiedere: “Quanto, quanto abbiamo fatto?!

Eh… eh…!”

L’amico teneva sul tappetino l’urna delle elemosine aperta e cercava di dividere e mettere insieme le banconote da cinque, da dieci, da venti.

“C’è anche un foglio da 50!” – sbottò.

“Quanto… quanto in tutto! Dimmi ti prego!” – rideva isterico il guidatore che non aveva ancora sbollito il suo trip.

“Una mazzetta da cinque. Un bel po’ da dieci, due da venti, uno da cinquanta! Più pochi spiccioli!”-, cercava di contare l’amico.

“Quanto… quanto… quanto!”-, era ancora sotto l’effetto dell’eroina, il suo compare.

When you’re strange

Faces come out of the rain

When you’re strange

No one remembers your name

When you’re strange

When you’re strange

When you’re strange

I Doors continuavano la loro esibizione e la musica, invece di calmare i due ragazzi, li rendeva sempre più isterici. Anche perché, da quando erano partiti a razzo col bottino, avevano girato di qua e di là senza alcuna meta, perduti di sicuro in quel paesetto e nella sua nebbia.

“Quanto abbiamo fatto? Devi dirmelo… Non vorrai mica fregarmi… Fregare proprio me!”

“No… non riesco a contare bene!”- replicava il compagno.

“Cazzo! Adesso mi fermo e li conto io quei cazzoni di euro! Guida tu!”

“No. Non ce la faccio a guidare adesso… Ti prego, continua a correre!”

“E allora contali, contali, quei merdosi di soldi!”

 

* * *

 

L’agente di polizia urbana sembrò nascere dalla nebbia nel lampo catarifrangente della sua giubba blu. Aveva le mani aperte, come fosse un Cristo fuggito dalla croce. Il ragazzo alla guida riuscì a frenare d’istinto, bloccando completamente le ruote che scivolarono sull’asfalto reso viscido dalla nebbia e dai gas condensati dagli scarichi delle auto. L’agente fissò con occhio di sfida il ragazzo che arrossì con la bocca aperta. Cazzo! Forse li avevano beccati. Un posto di blocco, un controllo…

Il compagno aveva chiuso l’urna buttando a confondersi le banconote. Abbozzò uno sfregio di sorriso nei confronti dell’agente che aveva sbirciato anche dalla sua parte. L’uomo che se ne stava con le braccia aperte in mezzo alla strada li fissò a lungo, spostando ora sull’uno, ora sull’altro lo sguardo.

Poi, come per incanto, l’agente abbassò le mani. Spostò la sua attenzione in direzione della strada a cui aveva dato la precedenza dalla quale procedeva un carro funebre. Si irrigidì in una posizione d’attenti e lasciò quei due ragazzi ad aspettare che il corteo sospendesse la loro fuga.

Dentro la macchina che seguiva il carro funebre, il fratello maggiore e sorella piangevano. Lui ora li poteva vedere bene.

La sorella alzò gli occhi e guardò verso l’agente. Chissà se era riuscita ad allungare lo sguardo fin dentro a quella macchina ferma. Ad individuare chi la abitava. Abbassò la testa e sparì tra le braccia del fratello più grande.

La musica continuava e l’agente, di spalle, stava ritto come un militare sull’attenti.

“Perché piangi?!”, chiese il guidatore all’amico.

“Perché… perché… abbiamo fatto 600 euro!” –, singhiozzò.

People are strange when you’re a stranger

Faces look ugly when you’re alone

Women seem wicked when you’re unwanted

Streets are uneven when you’re down

when you’re strange

Faces come out of the rain

When you’re strange

No one renenbers your name

When you’re strange

When you’re strange

When you’re strange