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L'angolo dello scrittore

Io la macchina fotografica non l’ho portata…

di Valentina Taddei

 

17 febbraio 2012. Arrivata dall’Italia da poche ore, i miei occhi guardano fuori dal finestrino del pulmino che tra una buca e l’altra cerca di raggiungere Libera.

 

Dicono che Libera sia lo slum più grande di Nairobi, che lo sguardo si perda senza vedere la fine delle baracche e delle montagne di immondizia, dicono che ci faremo un giro all’interno, accompagnati dai bambini, dicono che sarà un’esperienza fortissima.

Sono emozionata: destinazione il centro di prima accoglienza di Kibera dove il famoso Jack, che io non conosco, e i suoi bambini, che ora non sono più in strada, ci aspettano.

Per me giovane italiana il concetto di strada è tanto distante da poter essere compreso solo alla fine di questo viaggio.

Il pulmino costeggia per un po’ i confini dello slum ed io penso: “Eccola qua Kibera!”, e poco dopo si svolta a destra in una strada chiusa. Ci troviamo di fronte ad un muro rosso con disegnato sopra un bus carico di bimbi e sotto la scritta Ndugu Mdogo Drop In. Siamo arrivati.

Francesco mi chiede: “Pronta?”, ed io non lo so.

Più volte Francesco ci aveva raccontato dell’impatto con i bambini, del loro contatto fisico, delle loro mani, del loro modo di “sceglierti”, di prenderti e di non lasciarti più, di quell’affettività a noi occidentali tanto sconosciuta. Non so se ero pronta, ma ero lì e soprattutto avevo tanto desiderato essere lì e non sapere se essere pronta.

È bastato fare un passo fuori dal pulmino per essere catapultata tra sorrisi, mani, occhi, braccia di bambini che urlano e salutano felici di vedere noi, un gruppo di italiani che lavorano da anni nel sociale, desiderosi di incontrarli.

In quel tumulto di hello, nice to meet you, haw are you, ecco una manina che stringe la mia, poi un’altra: sono stata scelta. Ora sì che sono pronta a farmi trasportare in questa avventura, protetta da due bimbi, uno dagli occhi più dolci che davvero io abbia mai visto.

Non faccio in tempo a guardarmi intorno che vengo spinta nel piccolo giardino fino a ritrovarmi seduta in cerchio con i miei bambini che, premurosi, hanno preso il posto per me e per loro.

Cominciano le presentazioni: tutti, grandi e piccoli, si presentano alzandosi in piedi e dicono il proprio nome e cosa gli piace fare. Arriva anche il mio turno, io che preferisco sempre ascoltare piuttosto che mostrami, invece qua trovo tutto naturale.

Poi ci si alza e via, tutti insieme, verso i vicoli di Libera. Con me non ho nient’altro che le mani di quei due bambini, miei piccoli angeli custodi nelle vie della miseria, di un futuro incerto, di un riscatto che sembra impossibile, di vite che cercano di sopravvivere tra lamiere maleodoranti, di bambini che stringendo una bottiglietta di colla tra le dita guardano le nostre pelli bianche con al collo macchine fotografiche.

Io la macchina fotografica non l’ho portata, ho scelto di cogliere ogni dettaglio senza alcun filtro: avrei voluto essere trasparente, avrei voluto che gli sguardi dello slum non mi vedessero.

Montane di immondizia, fogne al cielo aperto con piedini di bimbi che sguazzano dentro, mostre che affollano il cibo; volti di uomini, donne e bambini che non desiderano più, vittime di un sistema che li considera immondizia ai margini delle strade.

Ma in mezzo a tutto questo, intorno a me vedo bambini salvati che hanno trovato la possibilità di riscatto e che stringendomi mi guidano e mi mostrano Libera. C’è la ferrovia che dall’alto domina la collina di lamiere e sui tetti di alcune baracche sono disegnati grandi occhi che guardano il cielo, quel cielo africano così affascinante, dall’azzurro terso e le dense nuvole, cielo testimone silenzioso di storie di miseria, malattia e violenza.

I bambini mi fanno notare quanto lo slum sia grande con i suoi vicoli in salita e discesa, quanta puzza ci sia, quanta polvere rossa sia mista a rifiuti e rivoli di acqua putrida.

Ed eccoci di ritorno al Rescue Centre.

Si gioca a calcio, si balla, si scherza, c’è chi fa numeri di magia. Poi il pranzo: i bimbi hanno cucinato, servito, sparecchiato, lavato e mangiato con gusto in quel giardino sotto il porticato e tra gli alberi.

Sorrisi, canti balli si sono rincorsi tutto il giorno. Poi una domanda: “Cosa direste ai nostri bambini italiani?”, ed ecco che alcuni bimbi si alzano e cominciano uno per volta a mandare dei video messaggi.

C’è chi fa un saluto, chi chiede che vengano a trovarli, chi spera di andare in Italia per incontrarli e chi immagina che anche in Italia ci siano dei problemi, forse diversi dai loro, ma comunque difficili. Allora manda un messaggio di speranza: ogni situazione è superabile con l’aiuto di Dio.

Questi bambini hanno scarpe rotte, maglioncini bucati e dormono in quattro in un letto a castello e quando si chiede loro cosa desiderano rispondono libri, vestiti e materiale per la scuola, una guest house e una casa più grande per poter aiutare altri bimbi di strada.

Mi chiedo cosa penseranno i bambini della comunità in cui lavoro quando ascolteranno questi messaggi, mi chiedo cosa avrebbero detto al loro posto. Poi penso alla fortuna di questo viaggio, all’incontro con questi piccoli uomini che mi stanno insegnando a vivere, mi stanno mostrando quanto falsi bisogni abbiamo e che nella vita le relazioni e li incontri sono probabilmente la posa più preziosa e importante, perché hanno il potere di fare cambiare tutto e dare speranza.

E allora grazie… emozioni e sensazioni talmente sconosciute e profonde che mancano le parole per descriverle.