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I racconti del Premio letterario Energheia

In umbris radiant_Francesco Sciannarella, Matera

_Racconto finalista tredicesima edizione Premio Energheia 2007.

 

1860 d.C. 3 agosto. Matera.

Suo padre non sarebbe stato d’accordo, ma a lei non interessava.

Raimondina amava quell’uomo come non aveva mai amato nessuno. Quando lo vedeva esibirsi in chiesa, davanti l’organo a canne, il suo cuore palpitava assieme alle note.

Raimondina sapeva che quei pensieri impuri, nella casa del Signore, erano peccato, ma sapeva anche che Dio non puniva mai l’amore sincero.

Francesco stava raccogliendo i suoi spartiti, mentre i ragazzi del coro si congedavano. Lui rispondeva a tutti con giovialità.

Raimondina era più grande di quei ragazzi, per questo non faceva più parte del coro, ma non rinunciava mai alle lezioni di canto. Nonostante lei e Francesco Laurent vivessero nella stessa casa, quello era l’unico modo per poterlo guardare liberamente.

“Buongiorno Raimondina” le disse Francesco, avvicinandosi “vi ho visto entrare, ma non potevo salutarvi prima, durante la lezione”.

“Non importa” gli rispose lei, con il cuore che scalpitava “quando siete preso dalla musica è difficile distrarvi”, gli sorrise.

“E’ vero” ammise lui, “la musica mi assorbe completamente”.

Raimondina cominciò a camminare per la navata di destra, diretta verso l’uscita. Francesco la seguì, avviandosi con lo stesso passo lento. Lei avrebbe voluto tanto prendergli il braccio e camminare legata a lui. Avrebbe voluto sentire il suo tocco, ma non poteva farlo. Non erano che amici, agli occhi della gente. Anzi, per tutto il paese, Francesco Laurent era amico di suo padre e organista della chiesa madre, sarebbe già stato poco apprezzato vederli camminare uno accanto all’altra.

Fecero il segno della croce, rivolti all’altare, e uscirono.

L’aria fuori era rovente. In chiesa si stava benissimo, i raggi non riuscivano a scaldare quell’ambiente così enorme. Il sole era già alto e Raimondina dovette proteggersi gli occhi per abituarsi al riverbero della luce.

“Vorreste passeggiare con me?” chiese Francesco, guardandola con un sorriso disarmante.

Raimondina avrebbe voluto dirgli di sì, invece disse: “Non posso trattenermi a lungo, però potremmo rimanere qui per un po’” lo fissò, sperando di non averlo offeso.

“Certo, come preferite” rispose Francesco, sorridente.

Una patina di imbarazzo sembrò crearsi tra i due e Raimondina decise di mandarla via.

“Come si vive in un paese come Matera?” chiese “dopo essere nato in Francia e aver vissuto a Napoli?”

“Matera è un posto tranquillo, anche se negli ultimi tempi la gente è diventata un po’ ostile nei nostri confronti” mentre parlava, Francesco guardava lontano davanti a se.

Raimondina sapeva che, la mente di Francesco, in quel momento era lontana mille chilometri. Lei lo conosceva da due anni, cioè da quando si era trasferito a Matera. Con suo padre erano entrati subito in ottimi rapporti, condividendo le stesse ideologie antiborboniche. Per Francesco la musica era un intervallo tra i suoi momenti di vita politica.

“Cosa vi manca di quei posti?” chiese Raimondina, ritrovandosi a fissare il profilo di lui.

“Non saprei”, Francesco aveva ancora lo sguardo perso nel vuoto “non mi soffermo mai a pensare a quello che mi sono lasciato alle spalle”, girò lo sguardo verso di lei.

Raimondina si sentì avvampare.

“Immagino che città come Napoli e Parigi vi abbiano dato modo di conoscere molta gente, soprattutto donne” lei sorrise, ma distolse lo sguardo. Sentiva le sue guance ardere. Non credeva di poter essere così sfacciata.

Francesco la guardò ancora e sorrise. Lei cercava di guardare davanti a se, ma ci riusciva con grande sforzo.

“Oh… sì” disse lui con un sorriso “dietro di me c’era una schiera di donne, tutte pronte a dare la loro vita per me”, e rise di gusto.

Raimondina si girò e lo fissò.

“Io affiderei senza esitazione la mia vita nelle vostre mani” disse d’istinto.

Francesco perse il sorriso, quasi di colpo, e la guardò con serietà. Le prese una mano e la strinse tra le sue. Raimondina avrebbe voluto abbracciarlo, baciarlo, ma si accontentò di quel tocco gentile, mentre il cuore le batteva all’impazzata.

“Il nostro maestro sta dando lezioni private” disse una voce maschile, alle spalle di Raimondina.

Lei ritirò istintivamente via la mano e si girò. L’uomo non era uno degli alti ranghi, ma non era nemmeno un contadino.

Il suo abbigliamento era sobrio, ma non elegante. Raimondina non lo conosceva.

“Di cosa vi impicciate?” ruggì Francesco.

“Oh… non mi impiccio affatto” rispose quell’uomo, con un ghigno, “ero solo curioso di sapere se adesso date lezioni private alla giovane Gattini” e fece un piccolo inchino di scherno, davanti a Raimondina.

“Non sono cose che vi riguardano” disse ancora Francesco, facendo un passo avanti, quasi a voler proteggere lei.

“Certo, certo” disse quell’uomo insolente, senza smettere di sogghignare. “Buona giornata”. Fece ancora un inchino e si allontanò.

Raimondina non aveva sentito quell’uomo avvicinarsi e si era spaventata. Francesco, invece, sembrava infastidito.

“Chi era?”, chiese lei.

“Gennaro De Miccolis” rispose Francesco, tornando a guardare lontano “è un possidente che ce l’ha con me e con vostro padre”.

“Per quale motivo?”. Raimondina era curiosa.

“Beh… ce l’ha con me solo perché non gli ho permesso di suonare con la sua banda musicale in chiesa”, disse Francesco, con serietà. “Non sono mai stato d’accordo a che suonino altri strumenti in un luogo sacro come una chiesa, l’organo è l’unico degno di quel posto”.

Raimondina conosceva l’amore innato che Francesco aveva per quello strumento.

“Non credo sia lo stesso motivo per cui nutre odio nei confronti di mio padre” disse lei, con un leggero sorriso, volendo allentare la tensione.

“No… con vostro padre è in attrito perché lo ritiene responsabile della sua rimozione da capo urbano”.

“Responsabile?” disse lei, “mio padre? Lui non sarebbe capace di simili bassezze”. Raimondina avrebbe giurato sulla lealtà di suo padre, sempre.

“Infatti”, Francesco la stava fissando, “ma non basta. Incolpa vostro padre anche di aver ostacolato la sua nomina a capo della guardia nazionale, favorendo il duca Malvezzi”.

“Spero che il suo odio si plachi” disse Raimondina, con un filo di preoccupazione. “In fondo sono solo delle cariche politiche, la vita non è fatta solo di politica”. Raimondina fissò Francesco, sperando che il messaggio fosse carpito anche da lui.

“E’ vero” replicò lui, senza enfasi “ma per una persona come De Miccolis quelle cariche significano prestigio e farebbe di tutto pur di averle”.

Le ultime parole di Francesco furono accompagnate dal rintocco della campana che cadenzava l’ora.

“Ora devo proprio andare”, disse lei.

“Va bene”. Francesco adesso le sorrideva sereno “Ci rivedremo per pranzo”.

Raimondina si allontanò, sentendo lo sguardo di lui sulle sue spalle. Attraversando il piazzale della chiesa madre, per andare a casa, a pochi metri di distanza, lei si sentiva quasi incollerita con se stessa. Aveva deciso che quella mattina si sarebbe comportata sfacciatamente, esprimendo senza remore a Francesco quello che provava nei suoi confronti, ma non ci era riuscita. Lui, però, le aveva preso le mani e, se non fossero stati interrotti, forse qualcosa sarebbe successo. Questo la fece sentire più sollevata, in fondo un passo avanti lo aveva fatto, pensò, varcando il portone di palazzo Gattini.

 

1860 d.C. 4 agosto. Matera.

“Ho deciso di dimettermi”, disse Tommaso Giuralongo,

“la gente ce l’ha con me”.

“Ma se ti dimetti non fai altro che avvantaggiarli ulteriormente”.

Francesco Gattini camminava nervosamente nel suo studio, senza fissare nulla in particolare, ma con la mente sconvolta da mille pensieri. La questione dei suoi demani stava prendendo davvero una brutta piega. I contadini stavano diventando sempre più intolleranti e lui, per placare le loro ire, aveva acconsentito a che alcuni contadini, assieme ad un suo salariato, al decurione e al sotto intendente Frisicchio, misurassero i suoi terreni, a dimostrazione del fatto che lui non aveva usurpato alcun terreno demaniale. Tutto era di sua proprietà e poteva dimostrarlo in ogni momento.

“Non voglio passare quello che ha passato il tuo salariato”, disse Tommaso Giuralongo.

Giovanni Suglia, salariato di Francesco Gattini, che aveva partecipato alla misurazione dei terreni, era stato malmenato dai contadini, sotto gli occhi dello stesso decurione e del Frisicchio. Questi non avevano mosso un dito. Suglia ne era uscito malconcio. La misurazione non aveva dato alcun risultato positivo. Il tutto era stato comunque contestato per il solo motivo che, Tommaso Giuralongo, in qualità di sindaco, non vi aveva partecipato.

“Ma tu non eri obbligato ad essere presente, vero?” chiese Gattini, rivolto all’amico.

“Il magistrato non me ne ha fatto richiesta” rispose Giuralongo, ancora in piedi, vicino la porta, quasi stesse per fuggire da un momento all’altro.

“E’ una congiura” disse Gattini, a denti stretti.

“Chi pensi eleggeranno al mio posto?”.

“In tempi normali verrebbe indubbiamente eletto l’avvocato Ridola” disse Gattini, portandosi le mani dietro la schiena e fissando, dalla finestra, il lato sinistro della chiesa madre, “ma non credo sarà cosa possibile. Il popolo non lo accetterà. Oramai stiamo perdendo ogni giorno più potere”.

“Francesco Gigli e Giovanni Corazza si faranno sicuramente avanti” disse Giuralongo, andandosi a sedere, come spossato.

Gattini sperava, in cuor suo, che il suo amico si sbagliasse. Conosceva molto bene soprattutto il Corazza. Sapeva l’astio che provava nei suoi confronti per una voce che lui stesso aveva messo in giro e che non aveva alcuna fondatezza. Il Corazza incolpava Gattini di essere stato la causa del suo licenziamento da amministratore di un latifondo, appartenente ad un’altra famiglia benestante di Matera. Se fosse diventato lui sindaco, le cose sarebbero precipitate davvero. Il Corazza non avrebbe certo impedito ai contadini di ribellarsi per ottenere la quotizzazione dei demani, secondo loro usurpati.

“Non devi dimetterti” disse Gattini, voltandosi con uno scatto e fissando il sindaco Giuralongo “l’unica soluzione rimane questa”.

Giuralongo non rispose subito. Fissò il pavimento con tristezza. Francesco Gattini capì che il suo amico non gli aveva detto tutto.

“Devo farlo” disse Giuralongo, alzando lo sguardo “mi hanno minacciato di morte”.

Francesco Gattini non replicò. Non poteva nulla contro una simile situazione. Non voleva essere responsabile della vita del suo amico.

“Stanno spingendomi in un vicolo cieco” disse Gattini, tornando lentamente a fissare fuori dalla finestra. “Tutto sta volgendo a favore dei miei nemici”.

“Ma tu hai tutti i diritti sulle tue terre” disse con uno slancio Giuralongo, alzandosi e avvicinandosi.

“Tu credi che si accontenteranno della mia parola o di mostrar loro la mia platea?”. Gattini si girò lentamente e fissò l’amico.

La platea, l’elenco dei beni appartenenti alla famiglia, poteva tranquillamente dimostrare che il fondo Murgia, la proprietà per cui i contadini contestavano, apparteneva alla famiglia Gattini dal lontano 1038, ma Francesco Gattini era convinto che non sarebbe bastato nemmeno quello, i contadini avrebbero addotto altre scusanti.

“Allora devi allontanarti da Matera”, disse Giuralongo.

Francesco Gattini si voltò e fissò il suo amico sindaco per un istante. Forse quella era veramente l’unica soluzione per salvaguardare lui e la sua famiglia.

 

1860 d.C. 5 agosto. Matera.

“Tutto sta andando storto” disse Gattini, mentre Francesco entrava nello studio e si chiudeva la porta alle spalle.

Francesco Laurent aveva appena finito la sua lezione di canto. Il suo animo era al settimo cielo, sentiva dentro di se la gioia di essere innamorato, sentimento nuovo per lui. La politica e la musica lo avevano assorbito completamente e, paradossalmente, non aveva mai avuto il tempo di innamorarsi veramente. Quel giorno aveva deciso di confidarsi con il suo amico Francesco Gattini, essendo costui anche il padre della donna che amava, ma l’inizio del dialogo non si preannunciava positivo.

“Hanno eletto Giovanni Corazza come capo urbano” continuò Gattini, senza smettere di guardare fuori.

Francesco Laurent sapeva l’astio che il nuovo capo urbano nutriva nei confronti del suo amico e questo avrebbe fatto precipitare ulteriormente la situazione.

“Quindi il nostro amico Giuralongo si è dimesso come aveva detto” disse Francesco, muovendosi verso lo scrittoio.

“Già” replicò Gattini, girandosi per tre quarti verso di lui. “Non gli hanno lasciato scelta. Lo hanno minacciato di morte”.

“Sono arrivati a questo?” disse Laurent, con uno scatto, avvicinandosi.

“Sì”. Gattini lo fissò per un altro istante e poi tornò a guardare oltre il vetro.

Laurent stava osservando il profilo del suo amico, che gli aveva dato ospitalità dal primo giorno e con il quale aveva stretto un’amicizia davvero salda. Le loro idee politiche collimavano alla perfezione e non c’era mai stato motivo di screzio tra loro. Per un attimo pensò che, forse, dicendogli che lui era innamorato di sua figlia Raimondina non avrebbe alleviato le sue pene, anzi, probabilmente le avrebbe aggravate.

“Ma al posto di Giuralongo doveva esserci l’avvocato Ridola?”, chiese Laurent.

“Il sotto intendente aveva disposto che fosse così, ma la gente non ha voluto”.

“La gente si è ribellata e Frisicchio non ha fatto nulla?”.

“No”. Gattini era avvilito. “Ancora una volta il sotto intendente è rimasto a guardare, lasciando che il popolo eleggesse chi era dalla loro parte”.

“Ha tutti gli aspetti di una congiura” disse Laurent, allontanandosi dalla finestra e muovendosi nello studio, con gli occhi al pavimento.

“Lo credo anche io”. Finalmente Gattini diede le spalle alla finestra e andò a sedersi sulla poltrona accanto allo scrittoio.

“Eppure tu sei stato l’unico ad aver acconsentito alla misurazione dei tuoi demani”.

“Già… nessun altro possidente ha accettato di farlo”.

Laurent sapeva che il popolo voleva usurpare le terre che, secondo loro, i signori del posto avevano a loro volta usurpato al demanio, ma di tutti i possidenti di Matera, Francesco Gattini era l’unico che poteva camminare a testa alta, non avendo mai usurpato nulla.

“Il duca Malvezzi cosa pensa?” chiese Laurent, guardando l’amico che si toccava il mento con la mano destra.

“Non lo so” rispose Gattini, fissando il pavimento. “Credo sia preoccupato quanto me, ma fino a che le attenzioni saranno concentrate sulla mia famiglia credo non farà nulla”.

“E tu, cosa pensi di fare?”.

“Forse seguirò il consiglio di Giuralongo”. Gattini lo fissò, quasi gli stesse chiedendo scusa. “Lascerò Matera con la mia famiglia”.

Laurent rimase immobile per un istante. Quella non era una soluzione, ma sapeva quanto bene volesse Gattini alla sua famiglia.

“Così l’avranno vinta loro” disse Laurent, cercando di dare un tono alle sue parole. “Così i tuoi demani andranno nelle loro mani”.

“Non mi importa” disse Gattini, con slancio. “Io non voglio che succeda nulla alla mia famiglia”.

“Lascia partire solo i tuoi familiari. Noi dobbiamo restare”.

“Tu pensi che la mia famiglia mi lascerà qui ad affrontare il popolo?”

“Li raggiungeremo a cose sistemate”, disse con fermezza Laurent.

“A cose sistemate?”

Gattini sembrava scettico: “E come pensi di sistemare questo problema? Oramai il popolo mi sta additando come quello che non vuole quotizzare i demani”.

“Mostra loro la platea” disse Laurent, fissando gli occhi del suo amico, “davanti a tale prova non possono nulla. La platea è legge”.

“Non per il popolo”.

Gattini era seriamente preoccupato. Anche Francesco lo era e temeva più per l’incolumità di Raimondina che per la sua.

Le proprie ideologie, però, non dovevano mai essere messe in secondo piano.

“Il popolo non può andare contro la legge”, insistette Laurent.

“Questa mattina è venuto a trovarmi Giuseppe Masciandaro” disse Gattini, alzandosi ancora una volta. “Il vecchio che un tempo era salariato di mio padre, lo ricordi, vero?”

Laurent lo conosceva, gli era stato presentato pochi mesi dopo il suo arrivo a Matera. Gattini aveva un ossequioso rispetto per quel vecchio pregno di saggezza. Nonostante la sua veneranda età, era ancora attivissimo. Era a conoscenza di tutti i segreti del paese.

“Mi ha detto di essere preoccupato anche lui”, proseguì Gattini, “ha sentito alcuni contadini e alcuni possidenti dire che per sistemare la questione delle carte demaniali deve scorrere del sangue”.

Laurent ebbe un brivido. Sapeva quanto fosse attendibile il vecchio Masciandaro.

“Tra questi infami c’era anche il nostro amico De Miccolis”, continuò Gattini.

Laurent ebbe un tuffo al cuore.

Le cose stavano precipitando davvero.

 

1860 d.C. 6 agosto. Matera.

Il caldo estivo rendeva l’aria soffocante. Raimondina sentiva la pelle del suo volto, bruciare per il calore, nonostante l’ombrellino la riparasse dal sole. Tutto, però, passava in secondo piano quando era accanto a Francesco.

Camminavano lungo la strada che portava alla piazza del municipio, uno accanto all’altra. Mantenevano le dovute distanze ed evitavano ogni contatto.“Davvero una giornata molto calda oggi, vero?” esordì lui, camminando con le mani unite dietro la schiena e salutando di tanto in tanto alcuni passanti.

“Siamo in piena estate” replicò Raimondina, sbirciando il volto di lui, da sotto l’ombrellino bianco ricamato.

“Adoro l’estate” continuò lui, senza perdere il sorriso che lo stava accompagnando da quando lei aveva accettato il suo invito. “In questa stagione c’è una esplosione di colori che mette di buon umore”.

“E’ vero” disse Raimondina, estasiata dal modo di essere di lui. Così elegante, così gentile e allo stesso tempo energico e deciso.

Camminarono per un po’ in silenzio fino a che non giunsero all’ingresso della piazza del Municipio.

La piazza culminava di fronte l’antico palazzo del Comune.

Sul lato sinistro vi erano due archi da cui si accedeva ai borghi, lì dove abitava la gente più povera e abietta. Poi una schiera di costruzioni basse, dove vi erano alcune abitazioni, una taverna e un barbiere. Sulla destra, invece, c’era una costruzione più alta, che Raimondina ricordava appartenere ad un notabile.

Ancora oltre un piccolo ripiano, dove affacciavano le due porte dell’ufficio postale.

A quell’ora del mattino c’era molta gente in giro per la piazza.

Molti erano personaggi legati alla vita politica, Raimondina ne aveva riconosciuti alcuni, amici anche di suo padre. Altri erano possidenti che entravano o uscivano dal palazzo del Comune. Erano pochi i contadini, a quell’ora lavoravano.

“Spero non abbiate pensato male di me” disse Francesco, fermandosi di colpo e guardandola. “L’altra mattina quando… spero di non avervi imbarazzato”.

Raimondina sentì il suo volto avvampare, non per il caldo estivo, ma per l’emozione di quelle parole.

“E’ stato un gesto molto gentile invece” disse lei, cercando di mantenere la calma.

“Davvero?”

Francesco sembrava stupito.

“Certo”. Raimondina avrebbe voluto porgergli ancora le sue mani e sentire nuovamente il piacere di quel tocco.

“Le vostre parole mi avevano davvero colpito” disse lui, abbassando lo sguardo “nessuna donna aveva mai usato parole simili con me”.

“Ho detto solo quello che sentivo dentro”.

Raimondina alzò lo sguardo e fissò l’uomo che amava.

Lui resse lo sguardo, e sembrava che quegli attimi fossero infiniti. Tutto quello che gravitava attorno a loro sembrava essere scomparso di colpo. Era davvero questo l’amore? Si chiese Raimondina. Far scomparire tutto il mondo attorno e vedere solo la persona amata?

Francesco non replicò. Le prese le mani tra le sue e continuò a fissarla senza timore di quello che la gente potesse pensare.

Erano lì, davanti l’ufficio postale, sotto lo sguardo di tutti, come due persone innamorate da sempre.

“Sapete” disse Raimondina, senza distogliere il suo sguardo da quello di lui, “credo siate la persona più amabile che abbia mai conosciuto”. Il suo cuore sembrava non voler rimanere al suo posto. Le era salito in gola e sentiva che le stava togliendo il respiro. L’emozione era davvero forte.

“Anche voi” rispose lui, donandole un sorriso di complicità.

“Vi ho sempre amato, da quando vi ho conosciuto” prosegui lei, oramai decisa ad aprirsi completamente.

Prima che lui potesse rispondere, delle grida dall’altra parte della piazza attirarono la loro attenzione. Raimondina ebbe la sensazione di essere stata risvegliata di soprassalto, nel bel mezzo di un sogno lieto. Si sentì di colpo avvilita e rabbiosa.

“Quello è vostro cugino” disse Francesco, con lo sguardo rivolto all’altra parte, mentre lasciava le mani di lei.

Raimondina volse anche lei lo sguardo in quella direzione e riconobbe la figura di Enrico. Stava avendo una discussione verbale con un altro signore. Erano così vicini da toccarsi quasi.

“Cosa sta succedendo?”, chiese lei.

“Non lo so”, disse Francesco “ma sono certo non è nulla di buono” parlando, si mosse in quella direzione.

Raimondina per un istante non seppe cosa fare, sentendosi spaesata e impaurita. Seguì Francesco, mantenendosi a debita distanza.

Francesco giunse vicino ai due e li divise con decisione.

Raimondina lo vide parlare, ma non capiva cosa stesse dicendo. Attorno a loro si era formato un piccolo crocchio di gente, tutti erano contro Enrico.

Uno del gruppo, all’improvviso, dette uno spintone a suo cugino. Questi perse l’equilibrio e si ritrovò per terra. Raimondina ebbe l’istinto di avvicinarsi, voleva aiutarlo, ma si trattenne dal farlo.

Ad aiutare Enrico ci pensò Francesco. Poi lo trascinò lontano dal gruppo, proprio nella direzione di Raimondina. Lei si sentì più sollevata. Notò, però, che alcune persone li stavano seguendo, nonostante altri tentassero di trattenerli per evitare che la lite degenerasse.

“Andiamo via di qua” disse Francesco, rivolto a Raimondina, mentre teneva per un braccio Enrico, che continuava a inveire contro quella gente.

“Siete dei maledetti” stava dicendo, puntando l’indice contro il gruppo. “I demani sono della nostra famiglia da sempre e prima di usurparceli scorrerà molto sangue”.

“Lo sappiamo che scorrerà molto sangue” disse una voce che a Raimondina risultò familiare, “ma sarà tutto sangue di gente come voi”.

Raimondina riconobbe la voce di Gennaro De Miccolis, colui che aveva interrotto lei e Francesco, due giorni addietro, davanti il sagrato della chiesa. Adesso era a capo di quel piccolo gruppo.

Francesco strattonò ancor più Enrico e Raimondina accelerò il passo, volendo mettere più distanza possibile tra lei e quegli scalmanati.

Giunti alla porta di Suso nessuno li stava più inseguendo.

Si erano fermati tutti alla porta di Iuso e di lì inveivano contro la famiglia Gattini.

“Ma cosa ti è saltato in mente?” disse rabbioso Francesco, giunti davanti il portone di palazzo Gattini, prendendo Enrico per il bavero. “Quelli ti avrebbero pestato senza battere ciglio, lo capisci?”

Raimondina rabbrividì.

“Quella gente stava offendendo la mia famiglia” disse Enrico, liberandosi della stretta di Francesco sui suoi abiti.

“Ma lo capisci che così non hai fatto altro che adirarli ancor più?”

“Sono solo quattro pezzenti”.

“Saranno pure pezzenti, ma hanno il favore del popolo, noi no!”

“Noi..”. Enrico sorrise, “sembra quasi tu faccia parte della famiglia” senza aspettare replica, varcò il portone.

Francesco lo stava fissando immobile.

“Rientriamo vi prego” disse Raimondina, spaventata.

Francesco fissò anche lei, solo per un istante, ma con uno sguardo furioso, non d’affetto.

Rientrarono, barricando il portone.

 

1860 d.C. 7 agosto. Matera.

Nonostante fosse notte inoltrata, Francesco Gattini era insonne. Nel letto non faceva altro che rigirarsi. Così aveva preferito alzarsi e andare nello studio.

Era seduto sulla poltrona e stava fissando la notte materana attraverso l’enorme porta finestra. La sua mente però era persa in mille pensieri.

Aveva deciso di dare in parte ascolto al suo amico Giuralongo.

Avrebbe allontanato da Matera solo i suoi familiari, lui sarebbe rimasto. In fondo Laurent aveva ragione, se fosse scappato assieme a sua moglie e ai suoi figli, non avrebbe fatto altro che avvalorare la tesi dei contadini. Aveva già scritto una lettera a suo fratello Michele, che viveva a Trani. Nella lettera indirizzata non aveva usato un tono grave per accennare alla situazione di Matera, non voleva far preoccupare anche lui.

Fino a quando la carrozza dei suoi cari non fosse partita, Gattini avrebbe vissuto in un continuo stato di ansia. Sapeva quanto feroce potesse diventare il popolo, anche se lui di ciò non aveva alcuna colpa.

La notte era silenziosa e mentre Francesco Gattini era assorto in queste preoccupazioni, sentì un vociferare sommesso venire dalla piazza. Si alzò d’istinto e non vide nessuno. Forse qualcuno di ritorno dalla taverna, dopo aver speso tutta la sua paga in vino. Stava tornando a sedersi quanto un rumore di passi in corsa lo insospettirono. Una persona ebbra non era certo in grado di correre in maniera così spedita. Gattini aprì l’enorme porta finestra, che dava sulla piazza, e vide due figure, stentatamente illuminate dalla luna e dalle luminarie stradali, correre in direzione opposta al suo palazzo, diretti verso Via del Riscatto.

Francesco Gattini riconobbe uno dei due. Stava per chiamarli a gran voce, ma la sua attenzione fu distolta dalle fiamme provenienti dal suo portone. Quei due delinquenti avevano appiccato un incendio davanti al suo portone, che già ardeva.

Gattini rientrò in casa e si diresse a passo spedito verso la porta. Per poco non si scontrava con il suo domestico, che indossava i pantaloni malamente sorretti dalle bretelle.

“Conte” disse l’uomo, con affanno, “il portone è in fiamme”.

“Ho visto” gli rispose, quasi spingendolo, per farsi strada.

“Chiama il signor Laurent e procurati dei secchi”, continuò Gattini, “non allarmare né la signora, né i miei figli”.

“Va bene signor conte” rispose il domestico, scomparendo.

Francesco Gattini scese in cucina, dove erano già affaccendate le due domestiche. Una di loro prendeva l’acqua dall’enorme serbatoio nel cortile che raccoglieva l’acqua piovana, mentre l’altra stava raccogliendo la cenere dalla cucina a legna.

“Fate presto”, esortò loro Gattini “prima che il portone bruci completamente”.

Le due donne si mossero leste e silenziose, passandogli davanti.

Le fiamme si erano impossessate della parte bassa del legno, ma stranamente il fuoco era già verso l’alto, quasi in una posa innaturale.

“Maledetti” disse Gattini “hanno usato qualcosa di infiammabile”.

Di lì a poco tutto il legno massello sarebbe stato avvolto dalle fiamme.

“Fate presto” urlò ancora il Gattini, tornando verso le cucine dove, anch’egli, si procurò un secchio di legno. Andò dov’era l’enorme serbatoio e ne tirò fuori il secchio legato alla fune.

Riempì quello che si era procurato in cucina e cominciò a muoversi verso l’incendio. Giunto nella corte si trovò davanti il suo amico Laurent.

“Cosa succede?” chiese il giovane, con il volto tirato per il sonno interrotto.

“Un incendio. Hanno gettato probabilmente dell’acqua ragia sul portone e gli hanno dato fuoco”.

“Maledetti” replicò il giovane Laurent che, senza indugiare, andò verso la cucina.

Le fiamme che si erano fatte largo sotto la fessura del portone erano state subito domate, ma la parte esterna non era possibile spegnerla.

“Dobbiamo aprire il portone” disse Gattini, posando il suo secchio per terra, “altrimenti non riusciremo mai domare il fuoco”.

“Ma tutta la struttura è rovente” disse il domestico “non è possibile aprirlo”.

“Dobbiamo farlo o tutto il palazzo sarà avvolto dalle fiamme”.

Gattini vide il volto del suo domestico farsi pallido come la morte e restare lì impalato.

“Presto, procuratevi degli stracci e inzuppateli di acqua”, disse alle loro spalle Francesco Laurent, che aveva sentito il suggerimento di Gattini, “dobbiamo aprire almeno un battente se vogliamo spegnare le fiamme dall’esterno”. La seconda parte della frase sembrava più rivolta al Gattini che al domestico, già in corsa verso le cucine, seguito dalle donne.

“Maledetti” disse il Gattini a denti stretti, guardando il fumo riempire il cortile e salire verso il cielo.

“Sembra che siano davvero disposti a tutto” commentò Laurent, fissando il portone.

“Ho riconosciuto uno dei due e non la passerà liscia” disse Gattini, sentendo la rabbia montare dentro di se.

Prima che altre frasi potessero uscire dalla sua bocca, i domestici tornarono nel cortile con stracci inzuppati di acqua.

“Presto”, esortò Laurent prendendone uno e coprendosi le mani.

Gattini lo vide correre verso il portone e con gli occhi semi chiusi per il fumo, afferrare una degli enormi ferma porta.

Gattini lo imitò e esortò il domestico a fare lo stesso, chiedendo alle donne di mantenersi lontano.

Il fumo aumentava, bruciava le narici e gli occhi.

Laurent, da solo stava lottando contro il ferma porte di mezzo, alla altezza del suo volto, mentre Gattini e il domestico cercavano di sbloccare quello più basso. Il calore aveva fatto dilatare il ferro che rivestiva il portone e le stesse serrature.

Gattini sentiva le forze non essere più quelle di una volta e le braccia, dopo pochi minuti, già gli dolevano. Il Laurent, intanto, aveva già sbloccato il primo ferma porte e stava già lottando con quello posto più in alto di tutti, il più scomodo.

Finalmente Gattini e il domestico fecero scorrere il fermo e per un attimo raddrizzarono le loro povere schiene, allontanandosi dal fumo. Francesco Laurent continuava imperterrito. Il suo corpo era teso e con le braccia verso l’alto si sforzava.

Gattini gli si avvicinò e poggiò le sue mani su quelle dell’amico, cercando di aiutarlo.

Il fermo scorreva lentamente all’interno degli anelli e sembrava che la sua corsa fosse infinita.

Erano quasi riusciti a liberare il battente del portone. Mancava davvero poco.

“State pronti con quei secchi” urlò il Gattini, oramai, senza più forze.

Il fermo si liberò dal suo ultimo anello. I battenti del portone erano liberi. Gattini e Laurent, all’unisono, tirarono. Gattini sentì il calore aumentare.

“Non appena il portone si apre del tutto, fatti da parte” disse Laurent, con il volto sporco e gli occhi arrossati dal fumo, “le fiamme potrebbero bruciarti”.

Tirarono con uno sforzo estremo e subito le fiamme si impossessarono di quegli spiragli di aria nuova.

Francesco Gattini sentì un calore infernale sfiorargli la guancia. D’istinto si allontanò portandosi una mano in faccia.

Sembrava tutto a posto, non si era ustionato. Prima che potesse raddrizzarsi, si sentì spingere da parte da due braccia forti.

Francesco Laurent, dopo averlo aiutato, si era allontanato a sua volta per dar modo ai tre domestici di domare le fiamme.

L’alba era giunta discretamente, mentre Francesco Gattini cercava di mettere in salvo la sua casa.

Il fumo e l’odore acre del legno bruciato aleggiavano nella corte di palazzo Gattini.

Per fortuna i danni erano stati irrisori. Il vero colpo era stato quello inferto all’animo della famiglia Gattini.

Il duca Malvezzi, capo della guardia nazionale, aveva già provveduto a portare notizia dell’accaduto al sotto intendente Frisicchio.

Il sotto intendente giunse quando erano passate da poco le sette, mentre Francesco Gattini stava mostrando ad un suo amico falegname i danni provocati dal fumo, chiedendogli di riparare il tutto nel giro di poche ore. Gattini non voleva passare la notte con il portone in quelle condizioni, oramai ci si doveva aspettare di tutto.

“Buongiorno signor conte” disse Frisicchio, con la solita aria di chi è a conoscenza di tutto.

“Non è stato proprio un buon giorno per noi questa mattina”, disse Gattini con sarcasmo.

“Lo vedo”. Frisicchio fissava con occhi da esperto il portone annerito. “Il duca Malvezzi mi ha detto che avete visto qualcuno scappare poco prima dell’incendio” continuò Frisicchio, fissando Gattini dall’alto verso il basso.

“Sì, ho visto due figure allontanarsi, correndo in quella direzione”. Gattini allungò il braccio verso il sagrato della chiesa, ma Frisicchio non si voltò nemmeno.

“E sapete chi sono?”.

“Io ho riconosciuto solo uno dei due” rispose Gattini, sentendo la rabbia ribollirgli dentro, “lo chiamano Sciammeria, lo conosco perché conoscevo bene suo padre, lavorava al comune quando io ero sindaco”.

“E l’altro chi è?”

“L’altro lo ha riconosciuto il mio domestico” continuò Gattini, fissando Frisicchio, che sembrava poco interessato alle sue risposte. “Si chiama Francesco Monaco”. Frisicchio non replicò e riprese a guardare il portone con interesse.

“Vedo che state già provvedendo a farlo sistemare” disse, indicando il falegname e il suo ragazzo all’opera.

“Certo” rispose Gattini, “oramai devo stare in guardia”.

Fissò per un attimo quell’uomo che avrebbe dovuto rappresentare la legge, “a meno che, voi non andiate a prendere quei due malintenzionati e li mettiate alle catene”.

Frisiscchio, prima di rispondere, fece una lunga pausa, quasi stesse cercando le parole giuste.

“Credo alle vostre parole” disse infine, “non dubito della vostra vista, anche se spesso alla sera, con la penombra, è facile confondere i volti della gente… ”.

Francesco Gattini avrebbe voluto saltargli al collo e stringere fino a soffocarlo, ma lui aveva una coscienza a cui dare ascolto.

“Purtroppo, però, non posso fare nulla contro quei due di cui mi avete fatto i nomi”, proseguì Frisicchio.

“Lascerete che quei due possano farci ancora del male, magari chissà, appiccando un incendio all’intero palazzo?”

“Purtroppo la legge non mi consente di fare altro”, rispose con serenità Frisicchio “C’è stata cessata flagranza e non posso arrestare due persone sulla base della vostra parola”.

“Ma non vedete quello che hanno fatto?”

Gattini indicò il portone nero.

“Non ho le prove che siano stati loro”, disse Frisiscchio.

“Se dovessi arrestare tutti quelli di cui voi mi fate in nomi, le carceri sarebbero zeppe di persone”. Frisicchio concluse la frase con un leggero sorriso di scherno.

“Allora vorrà dire che provvederò da me a proteggere la mia casa e la mia famiglia”.

“Fate come volete”, Frisicchio aveva sempre il suo ghigno stampato in volto.

“Voglio che mi autorizziate ad ampliare la guardia nazionale con persone di mia fiducia”.

“Sapete che questo tipo di autorizzazioni non dipendono solo da me”, replicò Frisicchio, con tranquillità. “Ci deve essere l’approvazione del capo urbano e del sindaco”.

“Ho capito” disse Gattini, per niente disposto a farsi scavalcare da tali bassezze. “Fino a che voi deciderete la mia sorte, io faccio quello che reputo più giusto per salvaguardare la mia casa”.

“Fate pure”. Frisicchio si stava già muovendo per andar via. “Spero troviate chi sia disposto a proteggervi”.

“Certo che lo troverò” disse Gattini con rabbia, fissando le spalle del sotto intendente, “la mia famiglia è rispettata e ben voluta”.

“Buona giornata”, disse Frisicchio.

Gattini lo fissò per un lungo istante.

Il sotto intendente non aveva mosso un dito, ancora una volta.

 

1860 d.C. 8 agosto. Matera.

Francesco si muoveva nello studio di casa Gattini come un animale in gabbia. Era teso e sentiva il cuore battere in maniera innaturale. Aveva mandato a chiamare Raimondina, che quella mattina sarebbe partita per Trani. Per un po’ non si sarebbero visti. Lui aveva deciso di confessarle il suo amore e avrebbe chiesto la sua mano a suo padre, non appena tutta la faccenda dei demani fosse stata sistemata.

La porta dello studio si aprì e Francesco ebbe un tuffo al cuore. Vide la figura snella e gioviale di lei ferma sulla porta.

Lo stava fissando con un leggero sorriso di imbarazzo. Lui si mosse e lei lo imitò, chiudendosi la porta alle spalle.

“Raimondina” disse Francesco, prendendole le mani e stringendole. “Prima che partiate, ho da confessarvi una cosa per me molto importante”, continuò tutto d’un fiato.

“Anche io” rispose lei, fissandolo negli occhi.

“L’altra mattina non ho avuto modo di replicare a quello che mi avete detto” proseguì Francesco, portandosi le mani di lei vicino il petto. “Quelle parole mi hanno sconvolto ancor più di quanto già non lo fossi”. Francesco non riusciva a distogliere il suo sguardo da quello di lei “E se non fossimo stati interrotti, vi avrei detto che anche io vi amo dal primo momento che vi ho visto. Vi amo da quando vi ho stretto la mano la prima volta che sono giunto in questa casa. Vi amo da quando vi ho dato la mia prima lezione di canto”.

“Anche io vi amo” rispose Raimondina, “e non voglio partire, voglio rimanere qui accanto a voi” si strinse a lui con forza, nascondendo il suo volto nell’incavo della sua spalla.

Francesco la cinse e assaporò il dolce profumo della sua pelle.

“Voi dovete partire” disse Francesco, tenendola ancora stretta a se. “È pericoloso rimanere qui”.

“Ma è pericoloso anche per voi” disse lei, alzando il suo sguardo, “e io non voglio succeda nulla ne a voi ne a mio padre”.

“Non succederà nulla” rispose lui, donandole un sorriso “vi prometto che vi raggiungerò prima possibile”.

“Promettetemelo”.

“Ve lo prometto”.

Lui le si avvicinò lentamente, socchiuse gli occhi e la baciò, assaporando il piacevole gusto delle sue dolci labbra.

Francesco Gattini era sconvolto. Il popolo sembrava volesse proprio ordire una sommossa popolare e lui sapeva che se non li avesse placati, lui e la sua famiglia ne avrebbero pagato le conseguenze.

Assorto da tali preoccupazioni, Gattini camminava spedito verso il suo studio, con la platea sotto il braccio. Impugnò la maniglia. La girò. Varcò la soglia e si trovò davanti quella scena inaspettata.

“Raimondina!”. Gattini era sgomento. “Cosa significa tutto questo?”

Raimondina e Francesco Laurent si separarono. Lei sembrava imbarazzata per quel bacio interrotto, lui invece rimase a testa alta.

“Francesco” esordì Laurent. “Io e Raimondina ci amiamo” Laurent era rigido, come sull’attenti.

Gattini era esterrefatto, non riusciva a proferire parola.

Fissò il suo amico e poi sua figlia, che abbassò lo sguardo.

“Non appena sistemate le questioni dei demani ti avrei chiesto la sua mano” proseguì Laurent, sempre impettito e senza distogliere lo sguardo.

“Ma…”. Gattini non riusciva a trovare le parole giuste per commentare, era una cosa inaspettata in un momento per niente opportuno.

“E’ vero padre” disse Raimondina, con voce tremula, non riuscendo nemmeno a fissarlo. “Io e Francesco ci amiamo”.

Gattini abbassò lo sguardo. Guardò per un attimo il pavimento.

Si diresse verso lo scrittoio, vi posò sopra la platea e rimase a fissare il legno senza vederlo.

“Non so che dire”. Gattini parlò dando loro le spalle. “La mia mente adesso è troppo assorbita da altri pensieri”, proseguì quasi con tono di scuse.

“Tu hai ragione amico mio” disse Laurent, avvicinandosi e poggiandogli una mano sulla spalla, “non è il miglior momento per dirti certe cose”.

“Già” disse Gattini, con gli occhi rivolti al cielo estivo, oltre la porta finestra. “Non è proprio il momento”. Si girò verso il suo amico e lo guardò: “La gente lì fuori chiede la mia testa”, alzò il braccio a indicare l’esterno, “e voi due qui stretti l’uno nelle braccia dell’altra”.

“Capisco come puoi sentirti” disse Laurent, quasi in tono supplichevole, “ma la colpa di tutto ciò è solo mia. Ho voluto vedere Raimondina prima che partisse e confessarle i miei sentimenti”.

“Adesso cosa vuoi che ti dica?” replicò Gattini, fissando Laurent.

“Voglio solo che tu ci dia la tua benedizione” disse Laurent, poggiando tutt’è due le mani sulle spalle di Gattini e ricambiando lo sguardo.

Gattini lo fissò per degli istanti infiniti. Sentiva ribollire dentro la rabbia. Avrebbe preferito non sapere nulla. Avrebbe preferito che quella scoperta, l’avesse fatta dopo aver sistemato tutta la faccenda dei demani. O forse sarebbe stato meglio se Francesco Laurent non fosse mai venuto a vivere in casa sua.

“La mia benedizione forse l’avrete a cose sistemate” disse Gattini, con una stizza d’ira, “adesso Raimondina devi partire immediatamente”, disse allontanandosi dall’amico e avvicinandosi a sua figlia. “Tua madre e i tuoi fratelli sono sicuramente pronti per partire, raggiungili” stava fissandola, tenendole le esili spalle “va’”.

Raimondina indugiava.

“Va’ ti ho detto”, la esortò ancora Gattini.

Raimondina si diresse alla porta, ma prima di uscire dallo studio parlò.

“Padre” disse, “spero di non avervi deluso”. Poi scomparve.

Gattini tornò a fissare il rettangolo di cielo della porta finestra.

Non mi hai deluso, figlia mia, pensò Gattini.

“Presto signorina, dobbiamo affrettarci” le disse il domestico, davanti la porta sul retro di casa Gattini.

Raimondina aveva indossato alcuni indumenti della servitù, per potersi meglio nascondere tra la folla, che aveva invaso la piazza del Municipio e adesso si stava riversando davanti casa sua.

Il resto della famiglia di Raimondina era già in salvo, su di una carrozza poco fuori il paese e l’aspettava per partire alla volta di Trani. Lei aveva indugiato troppo e adesso era costretta a fuggire di soppiatto, affiancata dall’anziano domestico.

Raimondina fissò per un attimo quell’uomo che l’aveva vista crescere.

“Presto” disse ancora il domestico, bianco come un lenzuolo, “vostra madre e i vostri fratelli vi stanno aspettando”.

“Io non vengo” disse lei, d’un tratto.

“Cosa dite mai” rispose l’uomo, avvicinandosi “non vedete che qui correte grave pericolo?”.

“Lo so, ma anche mio padre corre grave pericolo” rispose lei “e voglio convincerlo a venire con noi”.

“Non siate sciocca” le disse l’uomo, cingendole le spalle fraternamente, “lo capite che la gente non è qui per festeggiare!”.

“Lo so” replicò lei con rabbia “è per questo voglio che anche mio padre lasci il paese”.

“Se veramente volete fare qualcosa per lui e per l’uomo che amate” proseguì il domestico, con un tono carico di saggezza e pietà “venite con me e mettevi al sicuro”.

Raimondina lo fissò per un istante lunghissimo. L’uomo che aveva di fronte possedeva un animo sensibile e dignitoso.

“Tu mettiti in salvo”, gli disse Raimondina, “io rimarrò”.

Prima che il domestico potesse rispondere, lei si dileguò verso il piano superiore, dov’era lo studio di suo padre e dove era sicura di trovare anche il suo Francesco.

Raimondina affrontò le scale velocemente, libera nei movimenti grazie a quegli abiti pratici.

Appena giunta al piano, il rumore di uno sparo la fece urlare.

Francesco Laurent, dopo lo sparo, si affacciò di soppiatto al balcone e vide che la gente non affollava più il sagrato della chiesa madre, si era completamente dispersa. Anche coloro che stavano colpendo il portone con le scuri, cercando di abbatterlo.

“Adesso dobbiamo fuggire” disse Rondinone, il salariato di Gattini che ancora impugnava l’archibugio fumante.

“Va bene” rispose Francesco, fissando l’uomo.

Francesco Gattini e suo nipote si erano già allontanati, non appena la gente aveva cominciato a colpire il portone, tentando di entrare. Francesco Laurent era certo che il gesto del suo amico Gattini, di gettare al popolo monete d’argento, a dimostrazione delle sue buone intenzioni, sarebbe stato frainteso.

Gattini, però, non gli aveva dato ascolto e le conseguenze si stavano rivelando disastrose.

“Voi seguite il conte” disse Rondinone, dando strada al Laurent nello studio dove erano rimasti solo loro due. “Io torno a casa, la mia vita, per loro, non vale nulla”.

“Va bene” disse ancora Laurent, aprendo la porta dello studio.

Il battente non aveva ancora finito la sua corsa che Francesco si ritrovò davanti la figura amata di Raimondina.

“Raimondina” disse lui d’istinto, “cosa ci fate ancora qui?”.

Le cinse le spalle, quasi a volerla scuotere. Non voleva si trovasse lì in quel momento.

“Sono preoccupata per mio padre” disse lei, con uno sguardo pieno di rabbia e sgomento. “Voglio essere certa che si metta in salvo”.

“Vostro padre e vostro cugino sono già al sicuro” disse Laurent, senza smettere di fissare gli occhi di lei; “adesso li raggiungerò anche io”.

“Verrò con voi” disse lei, con slancio.

“Non è possibile” le rispose Francesco, “il percorso da fare è troppo angusto e poco pratico per una donna”.

“Non mi importa”.

“A me invece importa e vi dico che non potete venire”.

“La signorina può rifugiare a casa mia” intervenne Rondinone, “così vestita passerà del tutto inosservata”.

Francesco guardò l’abbigliamento semplice che indossava Raimondina e le sorrise. L’amava anche in quelle vesti misere.

“Buona idea”, disse Francesco.

“Ma io… ”.

“Voi dovete andare”, disse Francesco in tono perentorio e quasi la spinse verso Rondinone.

Raimondina lo fissò per un istante, poi gli si avvicinò e, dopo avergli baciato una guancia disse:

“Ti amerò per sempre”.

Francesco la vide allontanarsi protetta da quell’uomo armato.

“Anch’io ti amerò per sempre”.

Con le ultime parole ancora tra le labbra, Francesco Laurent seguì il percorso già fatto dal suo amico Francesco Gattini.

Nonostante il sole fosse alto e rovente, Francesco Gattini sentiva il suo corpo tremare, rannicchiato in quell’angolo buio del fienile di Palazzo Malvezzi. Lui e suo nipote si erano arrampicati per una piccola finestra che dava nella corte di casa del suo amico, poi si erano rifugiati nel fienile. Enrico, però, non si era sentito al sicuro, così aveva deciso di scappare per la via più semplice, mescolandosi alla gente. Gattini aveva pensato fosse una idea folle, ma forse per Enrico sarebbe stato più facile, in fondo la gente cercava lui, Francesco Gattini, non Enrico Appio.

Gattini cominciò a pregare in silenzio. Pregava Dio affinché la sua famiglia fosse lontana e al sicuro. Pregava Dio di poterli rivedere ancora. Pregava Dio che il popolo lo lasciasse in pace una buona volta, ma sapeva non sarebbe stato facile. Lui le aveva provate tutte per dar credito alle sue parole. Neanche la procura stilata quella mattina aveva avuto alcun effetto benefico sull’animo della gente. Con quella procura si era liberato di quei demani che i materani acclamavano, ma loro non aveva cambiato idea. Forse era diventata una questione di orgoglio, non più di demani. Gattini era rabbioso. Se le cose si fossero risolte per il meglio, per un po’ avrebbe riparato fuori città, ma sarebbe tornato e avrebbe fatto valere i suoi diritti, fino alla fine.

All’improvviso lo porta del fienile venne spalancata con un tonfo. La luce invase tutto l’ambiente, costringendo Gattini a socchiudere le palpebre. Mise una mano a proteggere gli occhi e vide il profilo di alcune persone, senza riconoscerne nessuna.

“Eccovi finalmente”, disse una voce senza volto.

“Chi siete?”, chiese Francesco Gattini, alzandosi in piedi, a ridosso della parete. “Cosa volete?”.

“Siamo qui per fare giustizia” disse un’altra voce, proveniente da un altro corpo senza identità.

“Non spetta a voi fare giustizia” rispose Gattini, ormai certo di quello che stava per capitargli.

“Oggi la giustizia siamo noi”, disse ancora il primo che aveva parlato.

Senza aggiungere altro, due possenti mani presero Gattini per le braccia e lo spinsero con forza verso l’uscita del fienile.

Gattini barcollò, ma prima che potesse cadere altre due braccia lo sostennero e lo costrinsero a raddrizzarsi.

“Non potete fare questo” disse Gattini, con il cuore colmo di paura.

“Cammina usurpatore”, disse una voce alla sue spalle e con il forcone che aveva in mano lo costrinse a camminare, spingendolo con le punte aguzze dell’attrezzo.

“Oggi vedrai chi comanda”, disse un’altra voce.

Lo spinsero ancora e Gattini si ritrovò all’aria aperta. Sulla piazza della chiesa madre. La gente, non appena lo vide, cominciò a inveire contro di lui. Alcuni giovani si avvicinarono e lo colpirono con sonori ceffoni sulle spalle e sul capo, mentre i suoi carcerieri lo deridevano.

“Cammina maledetto”, disse uno dei due al suo fianco. Alzò un braccio e lo colpì con il pugno armato di coltello.

Gattini si piegò in due e urlò per il dolore. Istintivamente si portò una mano alla tempia colpita. La sua mano divenne rossa del suo sangue.

“Muoviti”, lo esortò l’altro e con uno strattone lo fece raddrizzare.

Gattini si sentiva umiliato. Tutto il popolo stava ridendo di lui e offendendolo. Quello stesso popolo che lo aveva eletto sindaco. Quello stesso popolo che lo aveva sempre rispettato, che lo aveva avvicinato chiedendogli consigli e favori. Adesso lo volevano morto.

Giunsero nella piazza del Municipio, dove gran parte della gente si era raccolta numerosa.

Gattini non sentiva più le gambe. Avrebbe tanto voluto cadere per terra e morire, ma i cinque che lo avevano prelevato lo costringevano a camminare. Spesso perdeva l’equilibrio, finendo contro la parete umana che delimitava il percorso di morte. La gente lo rialzava, lo insultava e lo spingeva verso il centro. Era persino caduto ai piedi di un gendarme che, non freddezza e indifferenza, lo aveva alzato e lo aveva spinto anch’egli verso i suoi carcerieri. Gattini aveva capito che per lui oramai non c’erano più speranze di vita.

“Fa che la mia famiglia sia salva” disse Gattini, guardando verso il cielo.

Francesco Laurent sapeva di essere seduto sul suo patibolo.

Lo avevano prelevato dallo stesso fienile, dove si era rifugiato il suo amico Gattini. Adesso erano nella stessa condizione di prigionia, legati ad una sedia. Erano stati messi in bella vista sul ripiano antistante l’ufficio postale… proprio nello stesso posto dove Raimondina gli aveva detto di amarlo. La tragica beffa del destino.

Francesco, ormai, non sentiva più dolore fisico. Il suo dolore era soprattutto interiore. Non gli importava del sangue che sgorgava dalle ferite, soffriva invece perché stava per morire ed essere privato della possibilità di amare.

“Usurpatore pure tu”, disse un uomo davanti a lui. Poi lo colpì con un pugno in pieno volto. Francesco non urlò e non rispose.

Dopo averlo legato, lo avevano picchiato e colpito con ogni cosa. Con una mazza sul capo, con un coltello lo avevano sfregiato. Un contadino lo voleva accecare con il forcone, ma un altro lo aveva fermato. Era giusto farlo soffrire ancora un po’, aveva detto. Un altro aveva brandito una scure davanti ai suoi occhi, dicendogli che avrebbe assaggiato la sua lama.

Francesco Laurent non replicava. Non dava loro la soddisfazione della pietà. Guardò alla sua sinistra l’amico legato alla stessa maniera. Era conciato molto peggio. Lo avevano colpito con più violenza di lui, tanto da farlo cadere assieme alla sedia. Lo avevano rialzato e picchiato ancora. Aveva visto un contadino alzare la sua mazza e colpire la testa calva di Gattini con tanta violenza che era un miracolo se il cervello non gli era schizzato fuori.

Francesco Laurent, in quella ultima ora di esistenza, oltre a Raimondina, aveva perso anche la stima del suo amico Gattini.

Quando era giunto in piazza, trascinato a calci e spintoni come un fuorilegge e lo avevano legato accanto all’amico Gattini, questi gli aveva detto: “E’ tua la colpa di tutto ciò”, lo aveva guardato con sguardo di pietà e rassegnazione.

Francesco pensava che in fondo Gattini aveva ragione. Era stato lui a consigliargli di rimanere a Matera, mettendo in salvo solo la sua famiglia. Era stato Laurent che aveva anteposto gli ideali politici alla propria vita, coinvolgendo anche Gattini nel vortice della pazzia popolana.

Francesco Laurent tornò a guardare davanti a se. Non sentiva più quello che gli dicevano. I suoi torturatori sembravano stanchi. Adesso lasciavano che alcuni ragazzini scagliassero pietre contro di loro. Una di queste volò nell’aria rovente e lo colpì sul labbro. Il dolore fu pazzesco. Il sangue fuoriuscì subito e con la lingua sentì che uno dei denti anteriori si era spezzato, vagando libero nella sua bocca. Guardò l’uomo che aveva di fronte e gli sorrise. Riempì la sua bocca di saliva e di quel pezzo di dente. Sputò con quanta forza avesse. Il fiotto rossastro colpì il volto del suo torturatore. Questi si pulì con una mano, indignato e schifato.

“Maledetto”, gli disse l’uomo. Poi con un pugno lo colpì sull’occhio.

Francesco per un secondo perse il senso della vista. Poi scosse il capo, come a volersi liberare di quel dolore. Si accorse che l’occhio colpito si era oscurato, ma nonostante la vista fosse come appiattita, Francesco vide la cosa più bella che un condannato a morte possa desiderare. Tra la folla, mescolata al popolo giustiziere, c’era Raimondina.

Lo stava fissando con gli occhi rigati di lacrime.

Francesco le sorrise.

Adesso tutto quello che poteva succedere, non aveva più importanza. Nei suoi occhi l’ultima immagine sarebbe stata quella della donna che amava.

Poi il buio.

Francesco Gattini si sentiva già morto. Il dolore fisico era una cosa che non gli apparteneva più oramai. Forse era quello il passaggio dalla vita alla morte, pensò per un attimo, essere vivo, ma non sentire più nulla.

Il sangue scendeva dalla sua testa coprendogli gli occhi. La gente davanti a lui non aveva più voce, ma solo movimenti.

Una pietra volò e lo colpì sul naso. Il dolore tornò a fargli visita per un istante, il tempo di un urlo, poi tutto svanì.

La piazza era gremita di gente e gendarmi inermi. Tutti urlavano qualcosa che lui non sentiva.

Lo avevano colpito con tutta la ferocia di cui un uomo è capace. Dio non gli aveva ancora fatto la grazia di prenderlo tra le sue braccia, privando quegli assassini del piacere delle torture.

Perché succedeva tutto ciò? Perché le mente umana è sempre assetata del sangue di un suo simile?

Un contadino senza volto gli si avvicinò e lo colpì con un pugno sul mento. Il mondo di Francesco Gattini divenne deforme e irregolare. Stava perdendo ogni contatto con la realtà. Poi un altro colpo fortissimo sull’occhio lo riportò nel mondo dei vivi. Un altro all’addome gli fece sentire le ultime sensazioni del suo corpo, ma questa volta non urlò.

“Dio mio”, pensò Gattini “fa che la morte giunga presto”.

Per un attimo guardò alla sua sinistra, dov’era legato il suo amico Laurent. Il suo volto giovane era quasi completamente scomparso, il sangue e il gonfiore lo avevano trasformato in una maschera irriconoscibile. Gattini lo aveva incolpato di essere causa di tutto, ma in cuor suo sapeva non essere vero.

Gattini mosse le labbra, voleva avere il suo perdono, ma dalla bocca non uscirono parole. Solo un verso animalesco. I denti erano saltati in gran parte e la lingua non riusciva a mettere assieme due parole sensate. Vide Laurent che, con estremo coraggio, sputava sangue e saliva in faccia al suo torturatore e poi sorridergli. Con il sorriso ancora stampato in volto, aveva girato il volto verso la folla. Sembrava felice. L’uomo imbrattato dal suo sputo lo colpì con rabbia sull’occhio. Il torturatore si liberò completamente della saliva rossa di Laurent, con il dorso della mano. Prese una piccola forca dalle mani di un altro accanto a lui. Disse qualcosa contro Laurent. Alzò il braccio e gli infilzò il ferro in un occhio.

“Noooo” urlò Gattini, con le ultime forze rimaste. Ma tutto fu inutile. Laurent ebbe un fremito per tutto il corpo poi si afflosciò.

Era morto.

L’uccisore liberò l’arma e si avvicinò al Gattini.

Lo fissò

“Adesso è il turno tuo”, disse l’uomo, “solo che tu la morte la devi guardare in faccia”.

Gattini lo stava guardando.

Vide l’arma alzarsi al cielo.

Il ferro gli si infilò nello stomaco.

Il dolore era tornato, ma per l’ultima volta.

Gattini sputò un fiotto di sangue e sentì ancora la vita nel suo corpo.

L’uomo liberò l’arma dalle sue interiora e con un calcio lo scaraventò per terra. La sedia andò in frantumi.

Francesco Gattini aveva la testa poggiata sul pavimento.

Guardò la folla da quella angolazione diversa, sentendo il suo respiro affannoso. Lo stomaco aveva smesso di muoversi.

Nessun dolore.

Francesco Gattini vide l’immagine dei suoi cari davanti ai suoi occhi.

Sorrise.

Poi il buio.

Raimondina non riusciva a smettere di piangere. Ogni colpo inferto agli uomini più cari della sua vita, erano colpi inferti al suo cuore. Nonostante le scene fossero raccapriccianti, lei non riusciva a distogliere lo sguardo.

Francesco, dopo aver ricevuto l’ennesimo pugno in volto, riuscì a scorgere il suo sguardo. Le sorrise. Lei cercò di ricambiare, ma non vi riuscì. Sembrava che i muscoli del suo volto fossero paralizzati.

Raimondina vide il torturatore di Francesco alzare quell’arnese al cielo e conficcarglielo nell’occhio sinistro.

Raimondina urlò, ma per fortuna la voce della folla era superiore alla sua. Nessuno sembrava averla udita. Tutti erano intenti ad inneggiare alla violenza.

Raimondina distolse lo sguardo e nascose il volto tra le mani tremanti. Il suo stomaco era contratto e sapeva che, se non si allontanava subito, rischiava di dare di stomaco. Voleva scappare lontano. Voleva scomparire nel nulla. Voleva morire anche lei. Invece rimase lì. Immobile.

Suo padre aveva urlato qualcosa, quando avevano accecato Francesco. Forse era l’ultimo tentativo di chiedere pietà. Il corpo di Francesco, adesso, era inerme e senza alcun movimento.

La testa reclinata da un lato, in una posizione innaturale.

L’assassino di Francesco liberò la sua arma.

Andò di fronte suo padre. Disse qualcosa di inudibile per le orecchie di Raimondina.

Tirò indietro il braccio e infilzò il ferro biforcuto nello stomaco di suo padre.

Raimondina barcollò. Stava per perdere i sensi. Vide il mondo girarle attorno. Allargò le braccia, alla ricerca di un appiglio, in quel mare fatto di nulla. Trovò qualcosa. Vi si aggrappò e il mondo si fermò.

“Che non vi sentite, signora?” le chiese una donna, sorreggendola.

Raimondina fece un cenno, a testa bassa. Voleva evitare di parlare e di guardare in faccia quella donna. Temeva di essere riconosciuta.

Inspirò quanta più aria possibile e sentì il suo corpo reagire.

Tornò a guardare verso il patibolo di suo padre e di Francesco.

Vide la cosa più agghiacciante che un essere umano potesse vedere.

I contadini non si erano accontentati di privare quei due uomini della loro vita, adesso stavano infierendo sui loro corpi, già appartenenti al regno dei morti. Una dozzina di uomini, armati dei loro oggetti da lavoro, alzavano al cielo le loro braccia. Lo stesso gesto quotidiano di coltivare le loro sementi, ma questa volta per spandere il loro odio e la loro rabbia.

Raimondina si fece largo tra la folla acclamante i loro diritti.

Ma chi dava loro il diritto di vita o di morte? La terra valeva la vita di un uomo?

Le lacrime scorrevano libere. Raimondina sentiva il mondo attorno a se privo di essenza. Era come se il dolore l’avesse allontanata dalla realtà. Perché il libero arbitrio che Dio aveva donato all’uomo diventava odio?

Raimondina era uscita dalla calca assassina e si stava dirigendo verso i borghi, dove abitava Rondinone. Era già a metà del suo percorso, quando vide un gruppo di uomini trascinare a forza di spintoni un altro uomo. Costui cercava di ribellarsi, scalciando e bestemmiando come un indemoniato.

Raimondina si fece da parte, lasciando strada a quegli uomini divenuti boia per un giorno. Solo in quel momento si accorse che quell’uomo destinato al patibolo era proprio Rondinone. Lei ebbe un tuffo al cuore e sentì nuovamente le forze venirle meno. Si appoggiò al muro e distolse gli occhi.

La paura l’aveva nuovamente paralizzata. Girò lo sguardo con uno sforzo immane e vide i malvagi contadini allontanarsi con la loro terza vittima sacrificale.

Scomparsi dalla sua vista, Raimondina prese coraggio e tornò indietro. Si diresse verso la periferia del paese, lì dove l’aspettava la carrozza.

 

1860 d.C. 8 settembre. Matera.

Matera era in festa, come gran parte del Meridione. Garibaldi era sbarcato a Napoli e questo voleva significare solo una cosa, libertà.

La gente era festosa e felice nella piazza del Municipio.

Bambini che correvano felici. Donne che sorridevano e uomini che chiacchieravano. Nessuno sembrava essere a lavoro quel giorno.

Raimondina era ferma davanti l’ufficio postale, a fissare quel posto dove un mese addietro avevano giustiziato suo padre e Francesco. Gli occhi le si riempirono di lacrime, poi le lasciò scorrere libere sulle guance.

Attorno a lei, nessuno sembrava più ricordare quel giorno di morte. Forse per la maggior parte dei materani, quello era stato un giorno di festa. In fondo si erano liberati di due uomini che consideravano usurpatori.

Raomindina si allontanò da quel posto con il cuore pieno di tristezza e lo stomaco contratto dalla rabbia. Si diresse verso la chiesa madre, dove ci sarebbe stata una messa in suffragio di suo padre, di Francesco e anche del povero Rondinone.

Raimondina stava piangendo davanti l’altare di Sant’Eustachio, lì dove riposavano i resti di suo padre e di Francesco.

Un caleidoscopio di colori rendeva quasi lieto quel posto. I fiori freschi che ogni giorno il becchino provvedeva a recapitare, per ordine della famiglia Gattini, erano bellissimi.

“Giustizia sarà fatta”, disse improvvisamente un uomo al suo fianco. La voce aveva un accento francese.

Raimondina guardò il volto di quell’uomo riconoscendone subito i tratti familiari.

“Il mio Francesco non doveva morire così”, continuò l’uomo dai capelli completamente bianchi. I suoi occhi erano lucidi di dolore e scavati dalla sofferenza.

Raimondina si chiese se quell’uomo era a conoscenza della storia d’amore, tra lei e suo figlio, appena cominciata e mai vissuta veramente, ma forse la cosa non aveva più alcuna importanza.

“In umbris radiant” disse ancora l’uomo, leggendo lo stemma della famiglia Gattini, riprodotto in maniera rudimentale su della calce fresca “sono certo che le loro anime splenderanno per sempre nelle tenebre dell’aldilà”.

L’uomo si allontanò.

Raimondina rimase a fissarlo, fino a che non scomparve alla sua vista.

“In umbris radiant”, ripeté lei.

Solo in quell’istante, quelle parole che l’avevano accompagnata per tutta la vita acquisirono un significato.

Raimondina restò lì fino a che il sole non accennò a scomparire nella gravina. Poi si allontanò.

Raimondina era consapevole che forse non sarebbe mai più tornata in quel posto e in quel paese. Sarebbe stato un continuo rivivere quegli attimi di odio e sofferenza.

Guardò un ultima volta l’ingresso del cimitero, salì sulla carrozza e partì.