Il viaggio di Enea_Anna Cariani, Bologna

_Racconto finalista ottava edizione Premio Energheia 2002.

 

Una partenza contiene in sé una fuga ma è anche l’inizio di un possibile arrivo.

 

Martedì 18 novembre 1992, ore 10 Capitaneria di Porto città di Otranto: “Si dichiara che in data odierna, alle ore 7 del mattino, in località denominata “Approdo di Enea”, a 2 km da Porto Badisco, Comune di Otranto, sono stati rinvenuti i resti di un gommone proveniente dall’Albania. L’allarme è stato dato da uno dei componenti l’equipaggio che è riuscito miracolosamente a salvarsi. Sono, tutt’ora, in corso le ricerche di eventuali superstiti, pare che a bordo vi fossero altri due uomini, ma date le pessime condizioni del mare e del tempo, diminuiscono le probabilità di trovarli ancora in vita”.

Una bestia dal volto umano

Dalla parte della strada non si vede.

Ma venendo dal mare, la prima casa che si incontra è a circa mezzo chilometro dalla spiaggia e appartiene a una famiglia di pescatori che, quella notte, era andata a dormire presto.

Per te che leggevi sotto il sole, con i piedi immersi nell’acqua cristallina, era una notizia di poco conto, visto che volevi arrivare in fretta alla fine del capitolo per poi tuffarti.

Ma per chi fa naufragio al largo di quelle rocce, taglienti e inospitali, in una fredda notte di autunno-inverno e col mare in burrasca, può essere motivo di speranza.

Non si sa come avesse fatto a vederla, con l’anima stretta tra i denti perché il gommone non si impennasse, tenendo botta con i compagni.

Ma quando non ha più retto all’urto e si è andato a schiantare fra gli scogli, prima quelli bassi e infidi che ti fregano da sotto e poi quelli monumentali da estrema unzione, non è riuscito nemmeno a vedere cosa ne fosse degli altri due Cristi, poi rigurgitati dalle onde a poche miglia di distanza, ma neanche a trattenere un lembo della loro pelle, calda, fra le dita.

Forse in quel bilico di vicinanza con la morte, aveva intuito che si poteva salvare se non si fosse arreso neanche un attimo, un maledetto e fottuto secondo per smettere di respirare, con l’acqua tutta dentro ai polmoni.

Allora pensare ad una casa può fare stare bene.

Tutti intorno al camino, in un paese lontano come la vita, remoto come la carne di una donna, intenso come la voglia di non morire.

Quant’è durata l’agonia?

Un’ora, due, tutta la notte?

Quando ti hanno guardato non c’erano tracce di focolare sulla tua faccia, ma solo graffi e tagli di roccia e sale, mani affrante, gambe, pelle, sesso esposti al vento.

I vestiti se li erano presi le onde, come pegno per la tua vita scampata.

In che lingua parla uno sconosciuto, che bussa alla porta del mattino per dire che viene dall’inferno e stava per morire e ha freddo ma “per- fa-vo-re salva-te i… compagni!”

Una visione.

Occhi increduli contemplano lo spavento, afferrano frammenti di schiuma, passano frettolosamente in rassegna nudità, tagli, tumefazioni.

“Una coperta! Porta subito una coperta!”

Ti fanno entrare, Dio sia Lodato.

Il padrone di casa ha letto la tempesta sulle tue ferite e una valigia che non esiste, viene appoggiata, VIENE APPOGGIATA, sulle tue ginocchia.

La famiglia che ti ha accolto è muta, solo l’uomo di casa che parla il suo dialetto ed è pescatore, riesce a farsi capire.

Dopo il brodo ti offre una sigaretta che tu respiri avidamente, quasi senza pause.

Ma il fumo fa tossire, esce dalla bocca, dal naso e gli occhi iniziano a lacrimare.

“C’è l’ambulanza!” – urla un bambino.

Entrano gli infermieri con la barella.

“Sono venuti a prenderti” -, ti avvisa il pescatore e mentre gli altri ti fanno stendere per andare via, lui allunga una sua mano, come un pezzo di terra pallida, sulla tua spalla.

“Credo ne arriveranno altri, molti altri, non siamo che all’inizio”.

“Di albanesi maresciallo?”

“Di disperati, albanesi o vattelappesca di quale altro paese siano!”

Ma per te che nuotavi nell’acqua di cristallo, era una notizia ancora molto lontana; era estate e sarebbe dovuto trascorrere un lungo autunno, perché quelle piscine dalla superficie leggermente increspata e circondate dalle rocce vulcaniche, trasformassero il loro quieto torpore nell’irruenza del mare in tempesta.

“Quando è incazzato da ‘ste parti, il mare non lo puoi nemmeno immaginare”.

Così aveva risposto il maresciallo ad un giornalista che gli chiedeva notizie del naufragio.

E mentre un elicottero avvistava i pezzi del gommone alla deriva, l’ambulanza era già arrivata al Pronto Soccorso.

E come un eroe epico, avvolto solo in un lenzuolo, venivi spinto dinanzi ai dottori.

“È quello di stanotte” – bisbiglia un giovane medico all’orecchio del primario.

Erano stati avvisati del tuo arrivo e ti stavano aspettando.

Ma nonostante un’infinità di escoriazioni e ferite, lo straniero è in buone condizioni, no non ha acqua nei polmoni, né fratture o lesioni gravi.

“Domandiamogli come si chiama” -, suggerisce il primario.

“Mario?! Ma è un nome italiano”.

“Mia mamma… è italiana” -, gli spieghi.

“Vuole raccontarci cos’è successo?”

Un tonfo secco e il gommone si squarcia.

Il colpo è inferto con una violenza inaudita e poi… le grida, cessate quasi subito e qualsiasi cosa a cui aggrapparsi… inghiottita nel nulla.

Il mare di notte, è come una notte più scura, con tentacoli e lingue per avvolgerti e confonderti nelle sue acque; esserne in balia è una lotta persa in partenza.

Ma tu hai incontrato la roccia.

“E’ svenuto!”

“Una flebo subito mentre gli proviamo la pressione.”

“Il paziente è in stato di choc” -, riferiranno poi i medici a carabinieri e stampa.

“Ne avrà per molto?” -, si informa un giornalista.

“Per il momento ha solo bisogno di riposo, poi vedremo”.

I camici bianchi prendono tempo, non vogliono interferenze nel loro terreno.

Sanno che il passo dall’assistenza alle forze dell’ordine sarà breve: il paziente è un clandestino.

“Quando si sentirà meglio vorrei intervistarlo”.

Adesso sei solo e in quel letto d’ospedale, dormi un sonno tetro.

Basta comunque a recuperare le forze, ma una parte di te resta sveglia come una sentinella, a controllare quello che succede.

E’ la tua memoria viva, che racconta, incessantemente, il sogno delle ultime ore.

Il mattino che sei partito da casa, l’appuntamento coi compagni al porto, l’imbarco e poi… il lungo viaggio verso l’ignoto.

Tu si e loro no. Perché?

Ma si potrebbe anche dire: “A te la fatica di continuare”.

Ti arrendi; la mente estraniata dai sedativi, smette di pensare.

E tu sei come un feto, caduto in letargo in un grembo materno bianco e silenzioso.

E bianche sono le infermiere che si danno da fare intorno al tuo letto.

Mentre una ti porta da bere, l’altra prova la pressione.

E’ molto giovane, potrebbe avere l’età di tua figlia.

Perché sei sposato, anche se qui ancora non lo sanno, hai una famiglia che pensa a te; Rozela, tua moglie, vostra figlia Lule e i due anziani genitori.

Forse, sei rimasto vivo per loro.

“Come sta il nostro straniero?” -, s’informa una voce acuta proveniente dal corridoio.

“Bene madre”.

Ed ecco apparire una piccola suora, simile ad un folletto e col vestito lungo fino ai piedi.

Apposta il visetto grinzoso proprio davanti ai tuoi occhi e, battendo una mano sul letto, te lo chiede direttamente:

“Come state signò?”

“Bene…”

“Tenete appetito?”

Improvvisamente ti ricordi che hai uno stomaco e che è spaventosamente vuoto, perché non mandi giù niente da tante, troppe ore.

“Forse sì”.

“Ah, forse!” -, e fa una risata.

“Portategli la merenda! Per la cena devi aspettà nu poco ‘e tempo, ciao”- e andandosene ti da uno schiaffetto scherzoso sulla guancia.

“Lei è capo?” – chiedi all’infermiera più giovane.

Ride : “Si, è proprio il capo”.

“Ed è tremenda!” – aggiunge l’altra di ritorno col tè e un pacco di grissini.

Ristorato dal sonno e dal cibo, ti alzi per andare in bagno e non resisti alla tentazione di guardarti.

Gli ospedali non brillano mai per arredamenti e suppellettili; ma, nel bagno, c’è quel piccolissimo specchio…

Ed ecco un’immagine che difficilmente potrai scordare, quella del tuo volto riflesso.

“Sono io questo…viso da paura?!”

Porti stampati i segni della lotta che quasi non ti riconosci.

I verdi occhi stralunati e cerchiati da occhiaie profonde, due solchi che non avevi mai visto scendono dal naso alla bocca; infine i capelli, come povere alghe avvizzite e scompigliate dal vento.

“Che cosa credevi” – ti dice una voce mentre contempli quella creatura, – “…che certe cose non si pagassero?

Partire di notte, la tempesta, i compagni uccisi… la sofferenza si paga con altra sofferenza, e si vede!”

“E allora è giusto che si veda” – mugugni fra te e te, rasserenandoti all’idea di essere quel mostro per cause così necessarie.

“Sarebbe brutto se non mi fosse rimasto niente.”

“Il paziente si sta facendo il bagno. Chi lo desidera, scusi?”

“Sono un giornalista della Gazzetta e vorrei scambiare due parole col signor Misak”.

“Un attimo prego che chiedo al dottore”.

L’infermiera con la faccia da bambina sparisce nella guardiola e, dopo qualche minuto, ne riesce insieme al medico di turno.

“Buongiorno signor…”

“Rafia Raffaele della Gazzetta del Mezzogiorno, piacere”.

“Piacere mio, sono Crisalidi. Se ho ben capito lei vorrebbe intervistare Misak?”

“Sì vorrei fargli qualche domanda”.

“Non sarebbe meglio far passare qualche giorno, è ancora un po’ provato”.

“Dottore perché non lasciamo decidere a lui, sono già passati due giorni dal ricovero…”

Il medico si sente preso alla sprovvista e dopo un attimo di esitazione accetta:

“E va bene, venga, l’accompagno”.

Avevi quasi finito di farti la barba quando quei due sono entrati, annunciati solo da una rapida bussata alla porta.

“Buongiorno Misak, come andiamo?”

Ti allontani dal lavabo asciugandoti le mani:

“Abbastanza dottore”.

“Abbastanza bene vuoi dire, anzi benone, non sembri più lo stesso di quando sei entrato”.

“E’ vero sembra un’altra persona” – dice un tipo con un quadernetto in mano.

“Ah Misak, le presento il sig. Rafia, è un giornalista e vorrebbe farle qualche domanda”.

Scruti lo sconosciuto e gli porgi la mano; è un uomo basso di statura, con la faccia da muratore, anzi assomiglia a uno del tuo paese.

“Cosa interessa sapere” – gli chiedi guardandolo dritto negli occhi – “come si muore in gommone?”

Il giornalista non fa una piega, né si scompone.

“Anche” – ti risponde – “ma non solo; al giornale e ai suoi lettori, interessa sapere anche perché si parte, se lo vorrà raccontare”.

C’è un silenzio fra di voi che è imbarazzante solo per il dottore.

“Bè io vi lascio soli, ci vediamo dopo e mi raccomando non lo faccia stancare!”

Ti siedi sul letto con un sospiro:

“È stata solo follia”.

“Tutti i viaggi lo sono, almeno in parte”.

Prende una sedia e ti si mette accanto.

“Non avevamo mezzi per farlo, ci siamo fidati e partiti in gommone ma con questo mare, non basta”.

“Misak senti ti faccio una proposta, tutti e due sappiamo che quando uscirai di qui molto probabilmente verrai rimpatriato, o finirai in un centro di accoglienza chissà dove. Lo sai quanto tempo ti tratterranno ancora?”

“Dicono una settimana”.

“Benissimo, abbiamo altri tre giorni”.

“Per cosa?”

“Vedi io vorrei farti un’intervista che abbia un senso, perché se tu e i tuoi compagni avete deciso di correre quei rischi, è stato perché qualcosa vi ha spinto a farlo, qualcosa di grave. E vorrei che me lo raccontassi con calma”.

“Loro sono morti per questo. E io non ho ancora coraggio per telefonare a casa”.

“Sei sposato?”

“Sì e ho una figlia. Loro sono preoccupate per me. Ma anche Rachid e Nani hanno famiglia e aspettano tutti allo stesso telefono”.

“Vuoi dire un telefono pubblico?”

“Un bar di Erseke”.

“Un bel problema. Ma se non chiami rischi che credano morto anche te”.

“Ho tempo fino domani”.

Chi pensa ad avvisare i parenti dei clandestini, quando le cose si mettono male?

Forse i responsabili di qualche organizzazione umanitaria, o le forze dell’ordine, o il personale d’ambasciata.

Qualcuno, dalla foresta tropicale, te lo farà sapere, se leggi bene tra le righe; prima o poi, i fatti vengono sempre a galla, sopratutto dopo la lettura d’un altro paio di capitoli.

Ma quelli che devono ancora accadere?

Quando ti sei aggrappato al ricevitore, avevi le gambe che ti tremavano; eri, ancora una volta, naufrago.

Speravi che la prima a sapere fosse Rozela, lei sola e gli altri dopo.

L’hai mandata a chiamare e le dai il tempo di arrivare, poi richiami.

La voce ti si spezza in gola quando la senti e lei piange di gioia:

“Mario je ti, dashuri im, mi manchi come stai?”

“Anche tu mi manchi, ma adesso ascoltami, devo dirti una cosa terribile: io sono vivo per miracolo, io solo, gli altri no…”

“Rachid, Nani…”

“Morti, Rozela, loro sono morti in mare, non ce l’hanno fatta!”

Lacrime calde ti sgorgano dentro e poi zampillano sul pavimento.

All’altro capo anche lei sta piangendo, lo fate insieme a migliaia di chilometri di distanza.

Questa telefonata è come un ponte, una corda tesa con la parte di mondo che hai appena lasciato.

E ti ha permesso di alleggerire il cuore, appesantendo quello della persona amata: è una legge di natura come il principio dei vasi comunicanti.

A lei, hai lasciato il compito ingrato di avvisare le famiglie degli scomparsi.

Poi ti farai vivo anche tu, ma non adesso, più avanti, in un altro momento.

“Grazie per la telefonata”.

“Lascia stare, era il minimo che potessi fare, dimmi com’è andata”.

Rafia è venuto a prenderti, ti hanno dato un permesso di mezza giornata.

“Mia moglie ha pianto, ma lei forte, troverà coraggio: è tutta mia vita”.

“Ti ha chiesto di tornare?”

“Si, non ho promesso”.

Siete saliti sulla sua macchina, una fiat bianca e vi siete avviati, come fosse naturale.

Ma è la prima volta che guardi l’Italia da quando sei arrivato.

E devi ammettere che quello che vedi, non sai come né perché, ti piace.

Gli occhi vagano oltre il finestrino, verso il cielo azzurro, gli ulivi verdi, il rosso della terra, le case.

Una tale bellezza trafigge l’anima; non dovevi essere il solo a guardarla.

Poi il tuo compagno rompe il silenzio.

“Stiamo andando verso Otranto”.

Otranto, la porta d’oriente, il libro di Màrquez non ne parla, ma la guida turistica sì.

Quante estati sono che vieni in Puglia, due, forse tre?

No, l’ondata immigratoria quella massiccia, ancora non c’è stata, ma hai già intuito che il mare non è sempre così calmo, al largo di quelle rocce.

Ci sono punti impraticabili anche per un nuotatore esperto.

Ci sono punti in cui una storia già successa si ripeterà; e se una volta erano turchi, albanesi, ora saranno albanesi, curdi, kossovari a tentare di accorciare il mare coi loro mezzi di poca sostanza e molta fortuna.

Forse ai tempi del colera, imbarcazioni simili potevano ancora andare, direbbe Màrquez.

“È tutta bianca!” – esclami quando dopo una curva appare la città.

“È vero, è bianca come una perla, te la farò vedere, il mio ufficio è proprio in centro”.

“Non so se tempo…”

“Non ti preoccupare di quello, ne risponderò io personalmente”.

E adesso dimmi Mario Misak, figlio di un albanese e di un’italiana, era, così, necessario venire in Italia e rischiare la propria vita e quella dei compagni?

Non ti senti forse un po’ responsabile?

Hai iniziato a sudare e un senso di vertigine pervade la tua persona.

Rafia sta parcheggiando la macchina.

Ora siete scesi e un po’ di brezza ti farà bene.

“Per prima cosa propongo di bere un caffè”.

“Caffè italiano?”

“Caffè del sud che è ancora meglio”.

“Mia madre diceva sempre: ‘una delle cose che sappiamo fare’”.

“A proposito, di dov’è tua madre?”

“Della Calabria, un paese vicino Reggio”.

Il bar ha un’ampia vetrata, da cui si vedono la terrazza e la distesa turchese del mare.

E’ difficile restare calmi di fronte a uno spettacolo tanto crudele.

“Qualcosa non va Misak?”

“Là fuori, guarda com’è calmo oggi”.

Rafia si gira di scatto e dopo un attimo di silenzio in cui il suo sguardo si perde all’orizzonte, bisbiglia:

“Ci credi che il giorno in cui sei arrivato tu, per la prima volta dopo tanto, ho guardato il mare e ne ho avuto paura?

Non mi succedeva credo, da quando ero un bambino”:

“Io nuoto perché lavoravo in nave, ma Rachid e Nani erano bravi”.

Rafia ti ascolta senza fare commenti, quando non sa cosa dire tace.

“E’ una buona cosa” – pensi – “non si può avere da dire su tutto, specie se in ballo c’è il destino degli altri”.

Apprezzi il suo silenzio e ti ricorda sempre di più Adami, il muratore.

“A Erseke c’è uno che… un po’ come te” – dici mentre versi lo zucchero nella tazzina.

“Come si chiama?”

“Adami e fa il muratore. Ma lui più vecchio di te, adesso è in Grecia”.

“Vuoi dire che è andato a vivere là?”

“Lui è andato in Grecia per trovare lavoro. A Erseke non c’è più lavoro, finito”.

Rafia ti sta ascoltando con interesse.

“Quindi è partito per lo stesso motivo che ha spinto voi a venire in Italia”.

“Così”.

“E tu perché non sei andato in Grecia, è più vicina, sarebbe stato più facile senza tutto quel mare da attraversare”.

“Frontiera con Grecia è molto dura, molti soldati è difficile. Adami ha un fratello in Atene, per quello ha potuto andare”.

Ora col bar alle spalle, camminate lungo il mare.

E’ il giorno più splendido che si possa immaginare, con un sole che asciuga le ferite.

Lo senti penetrare dentro, a riscattarti da una notte infinita.

Rafia tira fuori un pacchetto di sigarette e te ne offre una.

“Sono tutti alti come te gli albanesi?”

Sorridi.

“No, come italiani, qualcuno alto e molti bassettini”.

Ridete.

Ora avete preso una stradina che va verso l’interno, fra antichi palazzi, gradini e chiese.

“Cosa scrivi quando non ci sono gommoni?”

“Vediamo, quando non parlo di gommoni albanesi, di solito mi occupo di cronaca italiana; morti sul lavoro, scioperi, rapine, omicidi, prostituzione…”

“Buone notizie niente?”

“E’ difficile, a quelle pensano altri colleghi, ma ho il sospetto che il più delle volte siano inventate”.

“Come?!”

Vi siete fermati davanti al portone di una casa, siete arrivati.

Rafia aspira un lungo tiro di fumo, ti guarda un momento con la sua faccia segnata.

“Non lo so perché, ma penso che della felicità vera sia inutile parlarne. Pensi che gliene freghi qualcosa a qualcuno se tu od io siamo innamorati, le nostre mogli felici e i figli crescono bene?”

“Forse, capisco…”

“La felicità di cui parlano i giornali, il più delle volte è una cosa finta, diciamo pure che puzza un po’ di merda”.

“Mut”.

“Mut? Merda in albanese? O.k. quelle notizie sono un po’ mut”.

Ridi come un matto, fino a scoprire le gengive.

Rafia è sorpreso, non si rende conto, ride anche lui.

“Cosa c’è di tanto…”

“No, niente è solo come dici”.

All’interno, la scala è piuttosto buia, in contrasto con la straordinaria luce che c’è fuori e a cui gli occhi, si erano abituati.

Un raggio di sole, penetrando da una finestrella illumina l’indispensabile.

Fate quattro rampe di scale e poi il tuo amico, infila la chiave nella toppa.

“Ecco qua, ti presento il mio rifugio segreto”.

La porta si spalanca su di un piccolo corridoio, che porta ad una stanza chiara e luminosa.

Le pareti sono vuote, ci sono solo un tavolo, alcune seggiole e, come unico abbellimento, una finestra.

Ti siedi di fronte, proprio davanti al mare.

Rafia lascia cadere alcuni oggetti sul tavolo, appoggia la giacca ed esce.

Lo senti aprire un mobile e frugare alla ricerca di qualcosa, intanto che ti lasci cullare dai pensieri.

Tutto quello che è successo “dopo”, non ha più avuto importanza.

Una linea di frattura netta, ha tagliato la tua vita in due parti e, dopo l’incidente in cui hai rischiato di morire, sei un altro te stesso.

Solo gli affetti continuano, dalla vita di prima.

Ma in qualche modo, sono anche loro un po’ cambiati, dovendo fare i conti con l’estrema avventura.

Rafia rientra ed ha in mano un oggetto.

Non ti disturba, resta in silenzio finché non sei tu a scegliere di parlare.

Ma sono i pensieri che ti guidano e ti fanno dire a voce alta:

“Sono morto con loro”.

“Porterai dentro la loro morte per sempre, ma tu sei vivo, hai lottato per esserlo”.

Lo guardi stupito, come se l’incubo vissuto in prima persona, dovesse risultare per forza incomprensibile a chi non c’era.

Però le sue parole, colpiscono nel segno.

“Ho lottato ma adesso non ricordo”.

“E cosa ricordi?”

“Prima, della vita a Valona e Erseke, come un’altra persona”.

“Quando ti ho incontrato la prima volta, mi hai detto che non avevate i mezzi. A cosa ti riferivi?”

“Non potevamo pagare una barca più grande”.

“Eppure volevate partire ad ogni costo”.

“Questo perchè ad Erseke e anche altre zone Shquiperi, manca lavoro”.

“E quindi faticavi a mantenere la famiglia…”

“Ultimi tempi molto difficile vivere; mangiare, vestiti, medicine, è tutto caro. Mia moglie è maestra; piace suo lavoro ma stipendio è pochissimo. Poi dobbiamo mantenere Lule alla scuola e nostri due genitori”.

“Ti chiedo di poter registrare l’intervista”- e così dicendo, appoggia sul tavolo il registratore.

“Ecco cosa cercava” – pensi restando muto.

“Ti disturba?”

“Per me uguale”.

“No, non è vero, capisco possa stupirti o darti noia. Ma te lo chiedo per una ragione precisa; quando scriverò l’articolo riportando brani dell’intervista, voglio essere il più possibile fedele alle tue parole.

Questa cosa resta tra noi”. E’ un patto . Come quello fatto con Rachid e Nani e anche con Adami che forse adesso è in Grecia.

“Se c’è qualcosa che non vuoi che registri, basta premere questo”.

“Mire”.

Continuate a parlare.

Gli racconti di quando lavoravi sulle navi da carico a Valona e ti chiamavano “arì zeshkan”, l’orso bruno.

In realtà non sei mai stato né grosso, né scuro, tendi piuttosto al biondo, ma quando finivi di ripulire la stiva eri nero dalla testa ai piedi.

Neanche allora guadagnavi molto, ma c’era tuo padre che portava a casa qualcosa…

“Rozèla dove l’hai conosciuta?”

E’ strano questo giornalista che passa dal gommone, ai soldi… alle donne, ma non importa, ti fa piacere parlarne.

“L’ho conosciuta in un bar”.

Rafia è sorpreso.

“Molta mia vita si svolge in bar e io l’ho vista una mattina insieme ad un’amica”.

Ti fermi a riflettere e poi continui: “mi è sembrata bellissima e non speravo niente”.

“Sarebbe a dire?”

Non lo vuoi ammettere ma ti sei emozionato e sembra ieri quel vostro primo incontro.

Rafia preme il tasto e blocca la registrazione.

“Perché non speravi? Sei un bell’uomo…” – dice senza ironia.

“Ma lei aveva studiato e si vedeva!”

Allontani lo sguardo, pensando a come poi, con titolo di studio o meno, gli albanesi rischino di finire in fondo al mare.

“Hai ragione tu” – ammette Rafia – “con le donne a cui si tiene di più, non bisogna mai dare per scontato niente, sopratutto che ci ricambino”.

Per un attimo ti chiedi quale sia il naufrago fra di voi, se sei tu che Rafia definisce ‘bello’, ‘alto’ e con altri lusinghieri attributi, o se per questa volta non sia lui, che bello non è, tanto meno alto e ha la faccia scolpita come da un punteruolo.

Ma è gradevole e come sai le donne apprezzano e quella sua ‘gradevolezza’ deve essergli costata cara.

“Ma poi lei ha sorriso” – continui – “… e sono riuscito a parlarle.

E dopo, altre mattine ancora, ci siamo visti in quel bar.

Allora lei frequentava una scuola ed io ero appena tornato da Valona e guidavo il camion”.

Rafia non riprende la registrazione, a sorpresa si alza e guarda fuori dalla finestra; infila una mano in tasca per cercare meccanicamente le sigarette, ma non trova niente.

Non sai a cosa stia pensando, lo osservi come solo tu sai fare, attraverso il vuoto.

E’ come se un lampo avesse interrotto la conversazione e adesso lui è lì, tutto assorto.

A poco, a poco guarda nella tua direzione e accenna un sorriso.

“Ehi amico, qualcosa non va?”

“Sono preoccupato…”

“Di cosa?”

“Vorrei proprio sapere dove ti manderanno una volta dimesso”.

State tornando in direzione dell’ospedale, è quasi ora di pranzo e bisogna rientrare.

Sai benissimo che l’intervista non è finita, perché il tuo amico, strano tipo di giornalista, è stato colto dalla paralisi; ti ha chiesto di continuare domani.

Ti riaccompagna in reparto per far contenti i medici, in fondo è il tuo garante.

Ma ecco farsi avanti la suora-xhuxh :

“Bentornati, il mangiare per il signò sta in caldo”.

“Grazie sorella”.

E poi rivolta al giornalista:

“Volete parlare al dottore?” – domanda con una certa cantilena

“Si vorrei parlargli per domani”.

“Non ci stà, mo’ gli riferisco io”.

“Gli dica che sarò qui alle nove e che mi occorre un altro permesso di quattro ore per Mario Misak”.

“Eh, quistu è nu personaggio importante” – dice facendo una smorfia che le illumina il viso, – “sarà fatto dottò, non vi preoccupate” – e saltella via facendo svolazzare il sottanone ad ogni passo.

“A quella l’ha cacata fuori il demonio” – sussurra Rafia dandoti una gomitata.

“Sarà, ma sotto gli abiti religiosi”- pensi – “si nasconde una tempra da colonnello”.

Da quando hai salutato Rafia è trascorsa una piccola eternità di tempo in cui, la tua mente, ha vagato inarrestabile.

E in quell’andirivieni di luoghi, persone e incontri, il pensiero ricorrente è stato la scomparsa dei due amici più cari e l’impotenza davanti alla loro morte come fatto compiuto: “se avessi potuto…”

Ma il mare non ha concesso speranze, li ha inghiottiti implacabile e repentino come una belva di notte.

Smarrito in quel labirinto di rimpianto ed emozioni quasi senza scampo, di colpo sei crollato sul letto, la testa riversa all’indietro.

Doveva essere poco prima di cena, ma dormivi già così profondamente, che infermieri ed inservienti non se la sono sentiti di svegliarti e hanno lasciato il mangiare sul comodino.

“Guarda come dorme…”

“Shh! Non lo disturbare”.

E poi ad un certo punto hai incominciato a sognare.

Era un giorno di tanto tempo fa, ancora prima di programmare la fuga in Italia.

Eri insieme a Rachid, tuo compagno sin dall’infanzia e stavate andando col camion a consegnare mattoni.

Tutto sembrava vero nel sogno, anche se come ben sai, tu e Rachid non avete mai lavorato veramente insieme.

Quando all’improvviso, uno scossone più forte ti ha riportato alla realtà e, per una frazione di secondo, poco prima che il sogno svanisse, vi siete guardati.

“Ma tu sei morto!”- gli hai urlato disperatamente.

E lui, girandosi dalla tua parte, ha sorriso:

“Porta un po’ di speranza, Mario”.

Dopo sei sprofondato in un totale senso di quiete e abbandono e hai dormito sereno fino all’alba.

“Buongiorno!”

E’ Faccia-di-bimba a svegliarti.

“Miredita”

“Non era buona la cena?”- chiede facendo cenno col capo ai piatti rimasti intatti sul comodino.

“No, io credo… di avere fatto una dormita”.

“Ce ne siamo accorti”- esclama ridendo – “ma ora avrà fame; le porto subito la colazione”.

“A chi si riferiva” – ti domandi ripensando a Rachid nel sogno.

“Alla mia famiglia, alle loro? Per portarne agli altri di speranza, ne dovrei avere io stesso”.

“Ma tu sei vivo”.

Chi ha parlato non lo sai, ma queste brevi parole ti hanno colpito come una pugnalata.

Forse, ti sovviene, questa voce l’avevi già sentita.

Faccia di bimba ti allunga caffè-latte e pane.

“Questa colazione sarà buonissima per me”- esclami e lei ti sorride stupita.

“Primo, perché la porti tu,” – le spieghi – “e poi perché è piena di speranza”.

Quando il giornalista viene a prenderti ti trova già pronto ed in perfetta forma, sbarbato, pettinato e quasi elegante.

Lui invece ha l’aria di chi non ha riposato bene, come rivelano due occhiaie profonde e una barba mal fatta.

Col permesso del medico uscite.

“Ti trovo benone” – dice – “hai messo il vestito della festa?”

“Come?”

“E’ un modo di dire, quando qualcuno ha un bell’aspetto”.

“A dire il vero, ho dormito” – e poi aggiungi ridendo – “ho un vestito solo”.

Gli racconti del sogno, non tanto perché ti aspetti che vi attribuisca particolare importanza, ma soltanto per il piacere di confidarlo a qualcuno.

Con tua sorpresa Rafia tace.

“Forse” – pensi – “perché crede sia una cosa stupida, lui che ha studiato. O forse il suo, è solo l’imbarazzo che provano le persone molto razionali di fronte “all’inspiegabile”. Ma ti lascia ancor più stupito esclamando: -“Certo è incredibile il sogno che hai fatto. Proprio stanotte…”

“Cosa?!” ti giri di scatto.

“… hanno trovato i corpi”.

“Misak?”

“…”

“Mi dispiace”.

Il cambiamento di rotta è stato inevitabile; non potevi non andare a vedere dove.

Quei dieci chilometri di rocce e scogli, inframmezzati solo da qualche spiaggetta, che hanno separato il tuo rientro dal loro.

L’approdo difficile e burrascoso di un uomo vivo sulla terra, dalla restituzione, infinitamente più triste, di due cadaveri.

E’ strano ma oggi il mare è di nuovo mosso ed il cielo un po’ grigio, come fossero vestiti a lutto.

Il tuo cuore batte forte, conta gli scogli dal finestrino, le onde, le salvezze e le morti annidate in mezzo alle rocce.

“Siamo quasi arrivati” .

Il mare è come un lungo racconto di barche e pirati, passeggeri e clandestini, turisti spensierati e flotte di vite appese alla speranza, come una vasta spiaggia su cui riparare.

Oggi, narra la storia di tre amici.

Sei sceso sulla terra umida, lasciandoti alle spalle una portiera già chiusa.

Le tue comode scarpe di fortuna, pelle annerita da chi le ha usate prima, s’avviano per un viottolo scosceso a picco sull’Adriatico.

Ci sarà pure un segno, un qualcosa…

“Li hanno trovati qui sotto”.

La voce non è quella di Rafia, ma non ci fai caso e prosegui verso il punto che l’estraneo ha indicato.

“Ma cosa spera di trovare qui?”- domanda il maresciallo in borghese a Rafia, sopraggiunto nel frattempo.

“Non lo so. Penso che sia per una forma di saluto, per accomiatarsi da loro”.

Il maresciallo panciuto scuote il capo sospirando, come chi sa già tutto della vita, con bonarietà e rassegnazione.

Ti guardano le spalle mentre sei seduto proprio in riva, proprio in quel punto.

“Sono solo, mi avete lasciato solo” – è tutto quello che riesci a pensare.

“Io che avrei voluto dividere tutto con voi, delusioni e allegria”.

Nemmeno il sogno della notte prima può impedire alla tristezza di sedimentare, scavando gallerie profonde come ferite.

Sei orfano delle loro amicizie; quella di vecchia data con Rachid e l’altra di segno più recente, ma ugualmente solida, con Nani.

C’è chi non lo può capire che un amico, a volte, è come un fratello.

Hanno tagliato due rami portanti da una stessa pianta e il terzo e ultimo rimasto, fabbrica sogni la notte per superare il dolore.

Ma quella cosa lucente e bagnata in mezzo a sassi e conchiglie… no, non l’hai inventata, esiste, veramente.

Lo sforzo di alzarti e allungare una mano ti costa caro, ma sai che il mare non ci pensa due volte a riprendersi ciò che ha lasciato.

E’ con stupore che ti ritrovi in mano una moneta.

Il domani ti aspetta, chiaro e luminoso come il cielo di Puglia, ma con tanti interrogativi.

Può darsi che ti facciano rimpatriare e, Dio solo sa, che voglia hai di riabbracciare tua moglie e tua figlia. Ma in questo caso la morte dei tuoi amici, ti appare come un inutile sacrificio.

Oppure si profila una vaga speranza di restare, ma dove, come e a quale prezzo, non è ancora dato di sapere.

Certo, chi come te è temprato dalle avversità, ha davvero poco da temere, anzi, dopo di allora, ti sembra quasi tutto un regalo: il sorriso della gente, una parola di saluto, qualcuno con cui parlare…

L’amico giornalista forse sparirà nel nulla da cui è venuto, ma è stato importante per te avere avuto accanto chi ti ha saputo ascoltare, dare qualche suggerimento, o semplicemente rimanere in silenzio.

E’ stato importante che fosse adesso, per non lasciarsi andare alla deriva della disperazione.

Gli amici che sono venuti a visitarti la notte e sono stati ripescati 4 giorni dopo, a dieci miglia circa di distanza dal luogo dell’incidente, ti hanno lasciato un portafortuna, la moneta greca.

Dovrai affrontare il loro riconoscimento, un atto dovuto che ti fa soffrire atrocemente.

Ma il non farlo, ti condannerebbe ad esiliarli in eterno.

Tu andrai e chiamerai le loro famiglie e piangerai tutto quello che c’è da piangere.

Perché è l’unico modo per affrontare il domani.

A noi, gente senza tempo, per consolarci basta la vita stessa.

E un po’ di speranza.