Il vento del Sud, Emma Dubreucq_Narbonne

Premio Energheia Sorbona 2017

 Traduzione di Lauriane Estadieu

Ciò che mi ha colpito di più quando sono arrivata a Parigi, è che la gente qui sembrava sapere che fossi appena arrivata, senza nemmeno conoscermi. La piccola ragazza di provincia sbarcata diritto dalla sua cittadina natale del Sud. Era nel modo di parlare. Si sentiva il Sud cantare appena aprivo bocca. Faceva sorridere, a volte anche ridere. Non mi ero mai resa conto di aver un accento, eppure ecco che qui parlavo un’altra lingua, senza saperlo. Parlavo il Sud. All’inizio, ho odiato questo. Ho odiato ogni volta, quando mi è stato fatto notare che mi esprimevo in un modo diverso. Non volevo essere diversa. Non volevo questo segno distintivo, come un segno marcato col ferro rosso, un codice a barre stampato o un tatuaggio mancato. Negavo questo accento, negavo ciò che rappresentava e negavo l’idea stessa di negare tutto ciò. Ma negare era rinunciare a chi fossi e da dove venissi. E poi finalmente ho deciso di smettere di fingere. A che pro? Sì, è vero, parlo quest’altra lingua che è il Sud. Questa lingua dove non si dice un mattino ma “un matt’n”.

Oggi sono a Parigi e amo, amo Parigi più che qualunque altra città.  Ma io sono nata dove cantano le cicale. La dove non c’è la necessità della metropolitana. Dove si fa il vino, quello vero. Là dove si parla ad alta voce. Sono nata vicino al Mar Mediterraneo. Vicino al confine spagnolo. Vicino i reperti dei castelli Catari. Vicino al sole.

Non si prende realmente coscienza delle proprie origini fin quando ci si deve confrontare. Quando si lascia la propria terra natale e si diventa, allora, stranieri. Lasciare il Sud per la capitale mi ha fatto prendere coscienza che nonostante le raffiche di vento, che costantemente spazzano via la mia città natale, nonostante la noia che regna in questa cittadina di provincia, nonostante il fatto che non ci sia posto per me, i miei desideri, le mie illusioni, le mie ambizioni e i miei sogni erano lì. Ero una figlia del Sud. Per la prima volta significava qualcosa per me. Vivere a Parigi mi ha fatto prendere coscienza che amavo le mie origini e che non avevo da vergognarmi. Al contrario.

Questo l’ho capito un giorno nella metropolitana, contemplando il mio riflesso nel vetro.

Le cuffie nelle sue orecchie passano una musica che le piace tanto mentre fissa il suo riflesso di fronte a lei, nel vetro della metro. Si tiene dritta, immobile, con un grosso zaino posto ai suoi piedi. La metro va veloce, arriverà puntuale per prendere il suo treno. Sono le vacanze e lascia la capitale per andare a ritrovare la sua famiglia, nel Sud della Francia. Il suo riflesso non le lascia gli occhi di dosso. Rimane a Parigi, lui. E in questo preciso momento il suo riflesso di fronte a lei, le fa salire una furiosa melanconia che l’accompagna da quando è qui. Sono tre anni. Tre anni che abita a Parigi e Dio sa quanto ami questa città. Ma è come se vivesse in permanenza col suo riflesso. Come l’ombra di Peter Pan cucita ai suoi piedi. Un riflesso che le ricorda ciò che ha lasciato alle spalle, chi era prima? O ancora, chi è adesso quando non è nella capitale?

Come si può essere due persone allo stesso tempo? In lei c’è da un lato la giovane adulta che inizia a crescere, a scoprire il mondo, a realizzarsi e ad assumersi responsabilità; dall’altro l’eterna bambina a cui piace guardare ancora i cartoni animati e sente una paura tremenda all’idea di affrontare il mondo circostante.  Lei e il suo riflesso. La parigina e l’altra. Il camino da percorre e l’illusione che la circonda. Due lati di una stessa moneta. Questa coabitazione nebbiosa è il soggetto sensibile di uno strappo fragile. È ciò che lei dice il suo riflesso. Decide di accettare chi è per accettare se stessa. Per accettare chi siamo. Il suo riflesso le lancia come uno sguardo di sfida e, con la stessa luce bruciante negli occhi, le rinvia lo stesso, poco prima di prendere il suo zaino e di scendere nella metro. Oggi è tempo di accettare questo riflesso per diventare finalmente diventare una sola. Qui a Parigi può essere chi vuole.

Ed è esattamente così che è andata. A Parigi ho imparato a crescere e diventare una giovane adulta. Prendere le proprie responsabilità e fare tutte le cose cool che gli adulti hanno il diritto di fare. Affrontare come adulto le realtà e gli orrori che la vita mette a volte sul nostro percorso.

Quando ero alle superiori avevamo lavorato su Parigi al tempo della Belle Epoque. I lavori urbanistici di Haussman, l’Expo universale, la creazione della Tour Eiffel. All’epoca, non avevamo ancora compiuto diciotto anni e abitavamo ancora in questa cittadina vicino al mare, nel Sud della Francia. Parigi era il sogno per noi. Poi dopo il liceo abbiamo intrapreso tutti vie diversi. Sono andata a studiare a Parigi, era come un sogno di bimba diventato realtà. Sono quattro anni adesso che abito qui e mi piace così tanto questa città. Ma quest’anno i miei amici rimasti al Sud hanno avuto paura. Prima, a gennaio, ho dovuto rispondere agli sms angosciati “tutto a posto”. Poi, a novembre, non ho più risposto. Non subito. Era impossibile dire “tutto a posto”. Sarebbe stata una bugia. In una notte sola, Parigi era diventata tutto ciò che non avrei creduto di vivere in un giorno solo. Non importa qual è il mio nome, e dove ero questa notte. Eravamo tutti nel mirino. Perché tutti noi andiamo a vedere dei concerti. Perché ci sediamo alle terrazze dei bar, qui a Parigi. Perché rinchiudersi mentre non c’è niente di più magico che aver Parigi a portata di mano, lì, sotto i nostri occhi, bevendo una birra o un caffè.  Vedendo tutta questa gente al telegiornale, colpiti in pieno da tutta questa violenza l’unica cosa di cui avevo bisogno era essere con la mia famiglia. Due settimane. Due settimane ho dovuto aspettare prima di poter stringerli tra le mie braccia, rendendomi conto della fortuna che avevo di essere ancora lì per poter farlo. Un week end al riparo del sole del Sud, dove l’unico rumore che perturba l’aria è il canto delle cicale. Non mi erano mai piaciute fino ad oggi. E poi, il ritorno su Parigi con la voglia più forte che mai di assistere ad un concerto e uscire a bere una birra a Saint Michel. E questa canzone, a ripetizione, nella testa. È un vecchio cartone animato.    Sembra così stupido, eppure… Paris tu nous ouvres ton coeur. Perché sì, Parigi è ancora qui, in lutto e sanguinante, ma sempre così bella e viva ai miei occhi. Parigi continua a brillare e io e noi a vivere. Non si può parlare di bestialità quando la mostruosità ha un volto umano. Non si può parlare di bestia quando l’unica specie ad uccidersi a vicenda, così violentemente, è la specie umana.

Qualche settimana dopo gli attentati di Parigi, mi ha colpito un’altra forma di bestialità. Eravamo andate in Normandia a visitare le spiagge del Débarquement del Giugno 1944. A novembre sulla spiaggia di Omaha Beach, non c’è nessuno. Non c’è niente di più tranquillo che il mare mosso, deserto. E tenendomi in piedi su questa spiaggia, su questo vecchio teatro, immagino al più sanguinoso spettacolo della storia umana, la bestialità dell’Uomo che colpisce con violenza. È una constatazione che ci tocca ogni volta che questo paesaggio viene immortalato dai nostri occhi.

Oggi la spiaggia è deserta e tranquilla. Una coppia porta il cane, che agita la coda sgranchendosi le zampe, lasciando che l’aria fresca gli accarezzi il muso e gli smuova il pelo. Come si chiama questo cane? Max forse? O Cody? Cody, mi piace. Un gruppo di cavalieri cavalcano al piccolo trotto sulla sabbia, lasciando che l’acqua lambisca gli zoccoli dei loro cavalli. Oggi tutto è bello e sereno, sorridiamo. Eppure ci troviamo in un cimitero che ha visto cadere l’altro ieri tanti uomini. Aveva la mia età, la tua età, la sua età. Era mio padre, vostro zio, suo fratello. Allora, in questo istante la bestialità prende un altro nome. Storia. La nostra Storia. Guardo il mare che si estende a perdita d’occhio, davanti a me. Sono abituata, sono nata e sono cresciuta vicino al mare. Eppure qui niente mi sembra familiare. Non è la stessa spiaggia, non è la stessa parte della Francia. Il vento, leggero ma insistente colpisce le onde e solleva la schiuma del mare di Omaha Beach davanti a noi. Le nuvole grigie e bianche vagabondano nel cielo azzurro ma coperto della Normandia. Non c’è un rumore su questa spiaggia e fissiamo l’orizzonte, in piedi, sulla sabbia fine che fu una volta macchiata di sangue di migliaia di uomini. Le tracce del conflitto non sono più visibili e la spiaggia è solo un vecchio testimone silenzioso, ma tanto noi sappiamo. Sappiamo ciò che è successo, ciò che si è svolto su queste spiagge adesso, anni fa, ben prima del nostro passaggio.

Osserviamo la spiaggia immaginando tutti questi uomini e ciò che hanno sicuramente provato davanti a questo stesso mare. Io penso a mia madre che è cresciuta qui e con cui mi piacerebbe condividere questo momento. Poi mi volto e osservo il sole, soffocato dalle nuvole che lo circondano e lo intralciano ma un filo di luce attraversa il cielo. Un raggio di sole che strappa l’orizzonte come un ponte fra cielo e terra, fra passato e presente. Allora faccio la mia foto. Ancora adesso, quando la guardo, il ricordo di questo orizzonte strappato libera nella mia mente ricordi passati e sogni futuri. Quando sei piccolo e pensi al futuro, ti racconti che una grande avventura sia lì ad aspettarti. Ti dici che tutto andrà bene. Perché non dovrebbe andare bene? Poi cresci e ti rendi conto. Ti rendi conto davvero di ciò che vuol dire crescere. Quello che comporta. Allora viene il panico che ci invade quando ci rendiamo conto che dobbiamo trovare un percorso per crescere.  Che succederà se non troviamo mai questo percorso? Che succederà se ci perdiamo per strada? E se ci perdiamo, avremo la possibilità di tornare indietro? Non so le risposte a queste domande perché il mio percorso è lontano da giungere alla fine. Non ho fatto i tre quarti delle cose che vorrei fare. Non ho ancora compiuto ciò che voglio portare al mondo. Non ho detto alla gente, a chi voglio bene, ciò che dovevo dir loro ogni giorno che mi è concesso di vivere. Non ho dato un nome alle mie ambizioni, non ho messo un volto ai miei sogni, non ho messo un prezzo al mio futuro. Eppure l’età adulta è là, dinanzi a me. Fredda e implacabile. Devo trovare questo dannato percorso, prenderlo ed estrarne tutto ciò che si può. Perché è ora di crescere. Devo salutare le mie illusioni ed andare incontro alle mie ambizioni. Devo smettere di piangere ed imparare a contare i colpi, per poterli restituire. Devo smettere di aver paura dello sguardo degli altri e imparare come gli altri si potrebbero spaventare del mio. È  sbagliato? Credo di sì. Tuttavia, se è il prezzo da pagare per poter un giorno arrivare finalmente a respirare, senza questo peso sul mio petto che schiaccia ciò che c’è di più profondo in me, allora graffierò, morderò, non lascerò mai perdere. Imparerò a combattere. E quando saprò finalmente ciò che voglio fare del mio percorso, non permetterò a nessuno, soprattutto a me stessa, di dirmi che non ce la farò.

Qualcuno ha detto un giorno che l’uomo aveva bisogno di illusioni per nutrire i suoi sogni e costruire la realtà. Forse ogni ambizione, ogni intenzione, ogni desiderio si nutre di illusioni. Le illusioni sono mezzi, percorsi che intraprendiamo, passaggi che percorriamo, ponti che attraversiamo. Sono delle scappatoie, percorsi che tracciamo, passaggi che creiamo, ponti che costruiamo. Ogni essere ha le sue illusioni. Tutti abbiamo un’illusione che inseguiamo, che ci persegue, che dimentichiamo e che evolve con noi. Un’illusione è come un viaggio che vorremmo intraprendere senza saper né dove andare, né come andarci, ma avendo la certezza del volerci andare. La certezza dell’irreprimibile voglia che ci rode, quella voglia di percorrere il mondo come si percorrono le illusioni sulla punta delle dita. Poi le illusioni passano. Ma qui, forse, no. Forse qui le mie illusioni possono essere un passaggio verso il mio futuro. Le cicale cantano solo al Sud. Ma adesso tocca a me cantare.

 

Emma Dubreucq