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L'angolo dello scrittore

Il taccuino di Padre kizito

La newsletter di AMANI

 

Cari amici, 

condividiamo con voi le parole di Padre Kizito Sesana, per avvicinarci al significato della Pasqua che è passione e sofferenza ma anche rinascita e speranza.

Vi auguriamo di avere la stessa forza di Josephat e Joel, che continuano a correre e guardare oltre nonostante tutto. Buona Pasqua!

 

Il taccuino di padre Kizito

Nairobi, giovedì 1° aprile 2021

Giovedì Santo. Da pochi giorni anche in Kenya è incominciata una campagna di vaccinazione anti-Covid, ma le dosi disponibili dei vaccini sono insufficienti, mentre purtroppo i numeri dei positivi, dei ricoverati e dei morti continuano a crescere. Venerdì scorso, dopo l’annuncio che gli ospedali sono al limite delle loro capacità, il Presidente Uhuru Kenyatta, ha annunciato nuove restrizioni, che riguardano in particolare Nairobi e le contee limitrofe: divieto di spostarsi al di fuori della contea, coprifuoco dalle 20 alle 4, proibizione di qualsiasi raduno o funzione religiosa con più di 30 persone, sospensione della didattica in presenza, con l’eccezione degli studenti che stanno facendo gli esami finali di scuola secondaria, iniziati proprio ieri.

Conseguenza immediata per noi: la cancellazione di una piccola festa che avevamo pensato per incoraggiare gli studenti che hanno fatto la scorsa settimana gli esami finali del ciclo elementare, i primi otto anni. Voleva dire mettere insieme almeno 150 studenti, fra Anita’s Home, Kivuli, Tone la Maji, Malbes a Ndugu Mdogo. Pur rispettando distanziamento, mascherine e igiene delle mani, non sarebbe stato possibile.

E’ stato un sacrifico da poco. La vera passione la vediamo vivere dalla gente, dai più poveri. Abbiamo dovuto chiudere temporaneamente la Paolo’s Home, la fisioterapia e il Day Care per bimbi con gravi problemi di sviluppo cognitivo perché alcuni membri dello staff e dei bambini sono risultati positivi al Covid-19. Difficile spiegare cosa vuole dire per questi bambini e le loro mamme non accedere a Paolo’s Home. Vediamo ovunque volti scavati dalla fatica di vivere, e dalla fame. Dalla cortina dello stigma filtrano notizie di suicidi, mai apertamente ammessi. Giovani famiglie che faticano a sopravvivere, e si sfasciano. Il padrone della baracca mette i catenacci a chi non paga l’affitto, il papà non ha più lavoro, la mamma torna al villaggio con uno o due figli sperando che i parenti possano condividere un po’ di polenta e un intingolo di verdure. Ragazzi/e ormai maggiorenni che avevamo riscattati dalla strada tornano a dormire al riparo delle bancarelle del mercato o là dove folti cespugli coperti da teli di plastica diventano dormitori per la notte. Piccola delinquenza e furti in aumento. Il disastro economico causato dalla pandemia genera disgregazione sociale.

Piccole luci nel buio.

Dieci giorni fa abbiamo accolto a Ndugu Mdogo di Kibera 25 bambini. Abitualmente ogni anno ne accoglievamo 50 o 60. Quest’anno ce n’erano almeno 500 nelle nostre immediate vicinanze che erano in necessità. Ma non si può iniziare un percorso di recupero senza poter garantirne la continuità. Il rimpianto di non poterne accoglierne un numero maggiore, con Jack che scalpita e protesta contro gli uomini e contro il Cielo.

Guardiamo questi 25 con speranza e amore. Almeno loro sono un segno che Dio è con noi in questa notte dell’abbandono.

I 26 studenti della Domus Mariae che finalmente chiudono con l’esame di maturità un anno scolastico che invece di 9 mesi ne è durato 16, sono nel mezzo dell’esame di maturità. Isolati dal mondo per le disposizioni ministeriali contro il contagio e la possibilità che circolino i testi degli esami scritti. Li vedo da lontano, ma i due insegnanti che sono rimasti a sorvegliarli mi dicono che per rilassarsi organizzano gran partite di calcio, anche con l’unica ragazza della loro classe.

Poi ci sono Josephat e Joel. Erano nel gruppo di giovani adulti che quasi un anno fa il governo ci ha chiesto di rimuovere dalla strada. Anche in strada, per star lontani dalla droga e dalla delinquenza, correvano. Correvano inseguendo il sogno di diventare campioni. Hanno continuato a correre anche quando sono arrivati nel nostro rifugio di emergenza. Dieci o quindici chilometri ogni mattina. A volte muovendomi in auto li vedevo cosi lontani da casa che non credevo possibile ci fossero arrivati correndo. Lo scorso settembre un allenatore professionista di atletica, militare in pensione, li vede correre in strada, si ferma, chiede loro chi sono e poi arriva da me: «Padre, questi ragazzi sono speciali, se mi permetti di allenarli fra due anni faranno tempi di livello nazionale, fra quattro anni andranno alle olimpiadi». Quindici giorni di speranze, poi l’allenatore ha gravi problemi di famiglia e non ce la fa a mantenere l’impegno. Ma loro continuano a correre.

Un mese fa Tegla Loroupe, campionessa di maratona e membro del Comitato Olimpico Internazionale, li accetta nel gruppo di rifugiati che sta preparando per le prossime olimpiadi. Li osserva per due ore al giorno e mi dice «Questi ragazzi hanno tutto il necessario per emergere a livello mondiale soprattutto hanno passione e capacità di soffrire. Però si sfiancano, corrono troppo ogni giorno, giorno dopo giorno. Devono imparare a dosare le forze». Quindici giorni fa partecipano ad una selezione nazionale e Joel, correndo per la prima volta in una stadio vero, senza scarpe adeguate e non avendo ancora padroneggiato la tecnica di partenza dai blocchi, arriva terzo. Il primo è il detentore del record nazionale. Josephat invece partecipa ai 1,500 metri e scoppia a tre quarti di gara. L’allenatore dice: «Non si sa controllare, altri sei mesi di allenamento guidato e arriva primo». Io, noi, non sappiamo bene come fare per aiutarli, c’è qualche scuderia di atleti che possa adottarli? Il loro sogno è partecipare alle Olimpiadi di Parigi nel 2024. Josephat assicura che dopo la vittoria farà il giro di onore dello stadio sventolando la bandiera di Koinonia.

Facciamo fatica, ma crediamo che nelle gioie e nei dolori – soprattutto nei dolori – siamo chiamati a “portate i pesi gli uni degli altri, e così adempiremo la legge di Cristo”, come scrive San Paolo ai Galati.

E’ sera. Lo scrivere queste poche parole mi ha accompagnato durante tutta la giornata. Ho finito da poco la messa “in Coena Domini” coi i bambini, gli adolescenti, gli educatori di Tone la Maji che si sono lavati reciprocamente i piedi. Quando si sta con loro non si può non credere che siamo amati da Dio, che la Pasqua ci attende, e che ciò che conta è solo l’Amore.

Padre Kizito Sesana

 

Le foto di Joel e Josephat allo stadio e dei bambini la notte prima di essere accolti a Ndugu Mdogo sono di Leonardo Mangia. IG: leo_mangia_photo

Amani è un’associazione non profit impegnata dal 1995 per affermare il diritto di bambini, bambine e giovani ad avere un’identità, una casa protetta, cibo, istruzione, salute e l’affetto degli adulti.

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