Il seme indesiderato_Leah Hjeri Rigii

cielo1_Racconto finalista quarta edizione Premio Energheia Africa Teller.

 

“Maina, quante volte devo ricordarti che sei tu che devi occuparti della

mungitura? La prossima volta che mi costringi a farlo, sta pur certo

che dovrai mungere con le dita dei piedi… e poi, puoi dire ai tuoi amici

da parte mia che se non hanno niente da fare farebbero meglio a starsene

a casa loro!” Aveva urlato. Maina schizzò via da casa come un proiettile.

Conosceva suo padre troppo bene per tentare un compromesso, anche

se ora era un uomo adulto, a ventidue anni non si è più ragazzi. Non

era più come un tempo, quando era solito spaventarli a morte. Per una

volta invidiava i suoi fratelli cui ‘erano cresciute le corna,’ si erano ribellati,

erano scappati di casa ed erano andati a cercare lavoro in città.

Suo padre era stato la causa dei matrimoni precoci delle sue sorelle, le

quali si erano sposate rispettivamente a quindici, diciotto e diciassette

anni. Che fosse una bestia era risaputo in tutto il vicinato; una volta aveva

quasi decapitato un parente acquisito con la sua njora, una panga affilata

da entrambi i lati, per aver ritardato la dote di sua figlia. Nonostante

tutto andò a prendere il secchio per la mungitura e, un po’ camminando

un po’ correndo, si diresse al boma. Se non altro era il prezzo esorbitante

da pagare quando si era troppo buoni.

Erano le cinque e mezza del pomeriggio. Maria sedeva sul letto di Maina.

Conosceva il padre di Maina fin troppo bene. Non riusciva a capacitarsi

di come avesse potuto sfuggirgli che lei frequentava suo figlio.

Aveva ascoltato la conversazione che aveva avuto luogo all’esterno ed

era spaventata a morte. Si ripromise di non commettere più lo stesso er-

rore. C’era dell’altro: non le era mai venuto in mente che ormai il pasticcio

era bell’e fatto. In precedenza aveva giurato di cogliere l’opportunità

di studiare. Era la sola ragazza a casa loro che avesse ricevuto un’istruzione.

Sua madre aveva impiegato un sacco di tempo a convincere

suo padre che impartire istruzione ad una ragazza era un investimento.

Ora non riusciva a comprendere cosa c’era che non andasse. Sarebbe

uscita da questa casa priva della sua verginità e probabilmente con un

seme nel suo ventre. Un brivido percorse la sua spina dorsale e si affrettò

a scacciare il pensiero. Conosceva fin troppo bene le sue usanze

e Dio solo sapeva cosa le sarebbe successo. Aveva spensieratamente consentito

che questo ragazzo spaccasse in due il suo mondo e lo mettesse

a soqquadro.

Maina era rientrato quasi immediatamente: si era affrettato nella mungitura

perché si era ricordato di come suo padre avesse letteralmente trascinato

fuori di casa i suoi amici, e temeva potesse fare la stessa cosa con Maria.

“Mio Dio! Se lo sapesse mi tratterebbe come uno del villaggio”, disse a

se stesso nel tornare di corsa alla sua piccola casa. “Devi andare, Maria.

Sono stato uno stupido a dimenticare che il mio vecchio era qui”. Maina

aveva sempre cercato di convincere Maria a dormire da lui ma lei aveva

sempre rifiutato dicendogli che avrebbe potuto chiederglielo “un’altra

volta: hai forse dimenticato le vostre usanze?” Le loro conversazioni si

chiudevano sempre così. Quella sera l’aveva convinta con la scusa di dover

prendere qualcosa. “Non ci metteremo molto, e sta pur tranquilla, non

ti farò niente”, aveva detto. Era stata una sciocca e, come un agnello diretto

al macello, lo aveva seguito. “Devi collaborare”, le aveva detto dopo

essersi assicurato che la porta alle sue spalle fosse chiusa. Ingenua

com’era, non si era accorta della trappola. Sgattaiolarono fuori del recinto

senza che suo padre li vedesse. Già nel dirigersi verso casa, avvolta

nel freddo della sera, si era sentita diversa. Non era più la Maria

che era stata.

Appena entrata in casa sentì la voce di sua madre che la chiamava. “Sembra

tu sia stata investita da un toro, hai i capelli arruffati, devi aver avuto

una giornata pesante mia cara”. Certo mamma, la sua voce l’aveva

quasi tradita. Dentro di sé pensò “non un toro, madre, un toro dalle fattezze

umane”. Doveva a sua madre l’educazione ricevuta e, per un

istante, si sentì così in colpa! Era invidiata da tutto il villaggio poiché

era stata una delle prime ragazze a frequentare le superiori. Questo era

il suo ultimo anno, e stava preparando gli esami che ci sarebbero stati

tre settimane dopo. Il padre a sera cantava a sua madre sempre la stessa

canzone: “Se Maria ci deluderà, sai che sarà stato per colpa tua”. Quel

mese aveva un ritardo, ma pensò fosse per via dello stress, come aveva

detto una volta alle ragazze il professore di scienze. Divenne ancor più

apprensiva quando il mese seguente passò senza traccia delle sue mestruazioni.

Aveva quasi finito gli esami e, pur temendo il peggio, continuò

ad essere fiduciosa. Il mese dopo ne parlò a Maina, che rifiutò di

sposarla. Non era ancora pronto, disse, a diventare padre, e questo mise

fine alla loro relazione clandestina. La voce aveva già cominciato a

circolare, alle donne non sfuggiva niente. Diciottenne, sola con un figlio,

non voleva neanche immaginare cosa l’aspettava nei mesi futuri.

Wambui era una ragazza molto carina, ma sotto il suo viso grazioso era

nascosto un odio profondo per sua sorella. All’età di vent’anni era pienamente

sviluppata, capelli lunghi, carnagione chiara, per di più alta cinque

piedi. Parlata gradevole e notevole perizia culinaria costituivano un

discreto complemento. Credeva in se stessa, tutto quello che le apparteneva

era suo, non doveva niente a nessuno, neanche al suo creatore.

Non le importava di nessuno, non badava a quanti cuori spezzasse o quanti

fossero innamorati di lei. Argomenti quali la malattia, la morte, la sofferenza

e la compassione le erano semplicemente sconosciuti, né si

preoccupava di fare la loro conoscenza. Riguardo alla fede, neanche sapeva

se aveva fede o meno in qualcosa. Tutta la sua vita era incentrata

sulla sua carriera, un giorno sarebbe divenuta un’attrice famosa, era questo

il suo sogno. Di fatti si era iscritta ad un corso di recitazione. I suoi

genitori ci erano rimasti male, avrebbero preferito che la loro figlia fosse

diventata un’infermiera o comunque qualcosa di strettamente collegato

all’ambito medico. Muthoni, la loro sorella maggiore li aveva resi

orgogliosi. Aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento della musica

e del francese. Seppur Wambui fosse più giovane delle due sorelle,

era fisicamente più grande di sua sorella. Il fatto che fosse più alta di

Muthoni complicava ulteriormente le cose. Quelli che non le conoscevano

bene ma conoscevano la loro madre come Mama Muthoni, la pri-

ma volta che la incontravano la scambiavano sempre per Muthoni. Wambui

odiava ciò, e con disgusto replicava: “Sono Wambui, non lei!” Il nome

di Muthoni, neanche lo nominava. D’altro canto, sin dall’infanzia,

Muthoni aveva trattato Wambui come fosse un gioiello, aveva dato tutto

il suo amore alla sua sola sorella. Quello che ne aveva ricavato l’aveva

sempre fatta riflettere su cosa avesse commesso di sbagliato.

Era dalla loro nonna materna, l’unica nonna rimasta in vita, che Muthoni

aveva preso il nome, seppure le usanze Kikuyu prescrivessero che

i primogeniti di una coppia dovessero assumere i nomi dei nonni paterni.

Questo disorientava Wambui e lei lo odiava. Aveva sempre lamentato

il fatto che le avessero dato un nome derivato dal blues, era per questo

motivo che preferiva essere chiamata Catherine, il suo nome di battesimo,

anche se il suo significato continuava a rimanerle oscuro.

Così quella sera, strano a dirsi, era di buon umore e probabilmente aveva

anche fame. Solo il diavolo avrebbe potuto prevedere quello che le

sarebbe successo in seguito.

Appena entrò in casa esclamò a gran voce: “Mmmh, che buon odore!

Ehilà, buonasera! Cosa c’è per cena?” Muthoni era in preda ad un completo

stupore: “Oggi hai intenzione di mangiare, miss silhouette?” Di

recente Catherine badava così tanto alla sua linea da saltare buona parte

dei pasti. Inoltre, lei detestava la cucina di Muthoni. Aveva sempre

trovato una scusa per declinare l’invito quando Muthoni era ai fornelli:

“sai, la mia carriera non mi consente infrazioni alla linea. Prenderò

un po’ d’acqua”. Era inutile. Muthoni sapeva che il vero problema erano

le sue pietanze pasticciate.

Il caso voleva che Muthoni detestasse cucinare e, conseguentemente,

non ne fosse capace. Sua madre si era sempre preoccupata, qualora si

fosse sposata, di come avrebbe fatto suo marito a sopportare una moglie

incapace di cucinare. Wambui diede un’occhiata al caos di ceci verdi

sul jiko e alle chapati che giacevano sulla tavola e cambiò idea. “No,

non ho fame”, disse, e cominciò a cantare una canzone simile a Mwathani

uka na ndugatumane “Oh Signore vieni e non inviare nessuno, vieni

di persona”. Fra le altre cose, il suo creatore aveva deciso di non darle

il dono del bel canto. Così il suo canto a mezza voce risuonava simile

al gracidìo di una rana nella stagione secca. Era per questo che il suo

era qualcosa di distante da un vero e proprio canto. Almeno quello era

il suo punto debole ed a Muthoni piaceva così. Lei, Muthoni, una volta

aveva eseguito a scuola una canzone occidentale senza accompagnamento

durante il festival musicale e tutti avevano concluso che “Mariah

Carey aveva trovato pane per i suoi denti”. All’epoca Mariah Carey

era l’artista occidentale più in voga. Persino i membri

dell’organizzazione erano invidiosi di lei; buona parte di loro aveva desiderato

che Muthoni fosse stata la loro figlia. La sua canzone aveva raggiunto

le finali e le aveva fruttato il Gran Premio in cerca di idoli musicali.

Sua sorella ne fu così invidiosa da non parlare con nessuno per tutta la

settimana. Muthoni si era sentita così importante, era stato il più bel giorno

della sua vita. Se solo avesse saputo di aver preso da sua nonna paterna

che faceva la parte solista nella Ngurù, una danza tradizionale eseguita

dagli anziani Kikuyu di entrambi i sessi. Lei ed il suo gruppo si

erano esibiti per il primo presidente eletto in Kenya dopo l’indipendenza,

l’onorevole Mzee Jomo Kenyatta.

Adesso toccava a Wambui godere delle lacune di Muthoni. Sapendo che

Wambui non avrebbe accettato le sue chapati le propose: “Cara sorella,

perché non ti accomodi fuori a brucare un po’ d’erba? Nel recinto ce

n’è in abbondanza, cosa che papà disapprova, tra l’altro… e poi, chi ha

mai detto che non hai una bella voce? Sembravi Miriam Makeba, mi

hai veramente sbigottita. Per Wambui la misura era colma; sua sorella

l’aveva punta sul vivo. Il suo fu un urlo: “Sorella a chi? Faccia di bambù,

chi mai mangerebbe quelle che tu chiami chapati! Mangerei più volentieri

persino la legna da ardere, figurati l’erba… E poi, per quanto riguarda

la mia voce, non vedo come questo possa riguardare la tua maledetta

vita! Maledetto il giorno che ho conosciuto questa bastarda! Sei

proprio una…” I loro genitori comparvero all’istante. Erano sempre stati

coscienti di quanto queste due signorine si odiassero visceralmente.

La loro madre si era sempre attribuita la colpa della distanza che esisteva

fra le ragazze, ma suo marito l’aveva sempre rassicurata. “Dio sa

che se la stessa Wambui fosse viva non sarebbe mai andata d’accordo

con Muthoni”. Dopo tutto, qualsiasi genitore commette degli errori, e

di sicuro loro non costituivano un’eccezione. Maria fu la prima a par-

lare. “Che diamine succede qui?” “Mangeresti questa legna secca, Mamma?”

disse Wambui indicando le chapati. “Non credo proprio che a papà

piacciano così!” Muthoni non riuscì a sopportare oltre, prese un po’

di chapati e le scagliò verso sua sorella, fortunatamente mancandola, seppur

di poco. Appena vide di non aver centrato il bersaglio scoppiò in lacrime.

Kiarie, conosciuto dai suoi vicini anche come Baba Muthoni, era un uomo

di poche parole. Beveva, ma con moderazione, e soprattutto con discrezione.

Era considerato un perfetto uomo di famiglia per come amava

sua moglie ed i suoi figli. Secondo alcune voci era stato la causa della

morte di sua madre. Alto, magro, scuro, era perfetto per il suo lavoro.

Erano ormai diciassette anni che faceva il poliziotto. Quella sera era abbastanza

giù. Un suo conoscente era solito dire: “quando i problemi arrivano,

è come se fossero stati chiamati”. Lo aveva detto a mezza voce.

Questa particolare situazione era l’ultima cosa che egli avrebbe desiderato.

Questo accadeva lo stesso infausto giorno in cui aveva ricevuto

la notizia del suo trasferimento. La lettera era un’immagine vivida nella

sua memoria: “… lei è stato assegnato al nostro Quartier Generale di

Mitahato. Ha a disposizione 30 giorni per sbrigare…”

Era l’ultimo posto in cui desiderasse andare. Non ci era mai stato ma

sapeva che era situato in qualche angolo remoto di Ruiru. Chiunque ci

fosse stato malediceva il posto. Wajir sarebbe stata meglio, come qualche

suo collega aveva detto per scherzo. “Kiarie, ci puoi scommettere

fino all’ultimo centesimo, alla prossima ridistribuzione di incarichi noi

due andremo a Wajir”. “Dovrete passare sul mio cadavere!” aveva urlato

in risposta. Era stato uno scherzo di cattivo gusto e da quel momento

non erano andati più d’accordo con il collega. La ridistribuzione di incarichi

non lo aveva mai coinvolto, fino a quel momento. Aveva prestato

servizio nella città di Kiambu sin dai tempi del suo reclutamento.

Seppur amasse sua moglie, non era riuscito a dimenticare lo scandalo

che lo aveva coinvolto quando l’aveva sposata. Era inaudito che un uomo

sposasse una donna madre di un figlio che non fosse suo. Non erano

certo quelli i tempi in cui semi indesiderati potessero essere piantati

da un seminatore per niente interessato al raccolto. Sua madre aveva

detto: “Non so più dove andremo a finire”. Si rifiutò di partecipare al-

le contrattazioni prematrimoniali e per l’ennesima volta rimpianse che

suo marito non fosse vivo. I suoi fratelli non furono da meno e non vollero

sentirne parlare. “Ma, mamma! – aveva implorato – siamo tutti esseri

umani, commettere degli errori è inevitabile”. Lei si chiedeva come

mai il consiglio del suo villaggio, e chissà quale villaggio, non avesse

adottato le misure necessarie. Secondo lei, tali ragazze dovevano andare

in sposa ad uomini anziani, mentre suo figlio era ancora giovane ed inesperto.

Per quanto Kiarie si fosse sforzato di far comprendere loro che

il mondo stava cambiando, non riuscì a convincerli.

Un mese dopo Kiarie era passato alla storia prendendo in moglie Maria

e adottando come sua figlia una bimba di tre anni. Tutto era avvenuto

in maniera molto naturale. Aveva davvero preso con sé la mucca

ed il vitello, come avrebbero detto i Kikuyu. Per sua madre era troppo.

Era la disgrazia totale per la sua famiglia e per l’intero clan. Si

ammalò di uno strano male, e finì per avere un attacco di cuore. Gli

fu necessario ricorrere a quanto era rimasto della sua forza di volontà

per rimuovere la morte di sua madre, dimenticare il suo anatema o

qualsiasi cosa fosse stato e continuare a vivere la sua vita. Abbastanza

fortunatamente, all’epoca il governo aveva deciso di dare alloggio

alla polizia per facilitarne le operazioni. Kiarie si era trasferito con la

sua famiglia presso gli alloggi lasciandosi le maledizioni alle spalle.

Ora stava ritornando tutto quello che lui pensava fosse stato portato

via dal vento. “Oh povera mamma, ti prego, non farmi questo ora…”,

aveva farfugliato.

Anche Maria era stata travolta dalle dicerie. Quando era rimasta incinta

aveva dato origine al pettegolezzo più piccante del villaggio. “La

figlia di un anziano, una disgrazia totale, la conseguenza della dannata,

stupida istruzione!” Suo padre non poteva accettarlo, si era già

impegnato con il consiglio a dare sua figlia in sposa ad un vecchio e

famoso possidente con sette mogli. Maria aveva rifiutato di rivelare

loro il nome del seminatore, amava ancora Maina. Se il padre di Maina

lo avesse saputo lo avrebbe trattato come uno del villaggio. Maina

avrebbe potuto essere punito con la castrazione e Maria non poteva

permettere che il padre di sua figlia affrontasse la lama del coltello

seppure si fosse rifiutato di sposarla. Senza l’intervento di sua

madre sarebbe forse divenuta una vedova fra tante altre con un numero

di bambini sufficiente a rendere un uomo ricco e famoso per quei tempi.

Muthoni, la madre di Maria, aveva tentato di convincere suo marito a

non attenersi alle follie della legge, aveva cercato di fargli capire che

il mondo stava cambiando ma lui arrivò quasi a colpirla: “Tu chiami

sciocchi gli uomini più saggi, tu, una donna, definisci folle la legge e

chiami sciocco tuo marito. Possibile tu non sappia che siamo stati designati

da Mwenenyaga? – il nome che i Kikuyu davano a Dio? – La

tua è una morale molto dissoluta. Sembra che tu abbia fatto combutta

con la tua stupida figlia contro di me. Vedremo chi la spunterà”. Queste

ultime parole erano state pronunciate in maniera definitiva. Maria,

dall’esterno, aveva sentito tutto, e si pentiva del grosso guaio in cui aveva

cacciato sua madre. I padri dell’epoca, semplicemente, non avevano

alcun dialogo con le loro figlie, era mugiro, tabù. Così sua madre

aveva sempre fatto da intermediaria. Il mattino seguente aveva urlato

a sua moglie, “dì pure a tua figlia che domani sloggia, tutto è stato organizzato

e la dote è stata pagata”. In quei casi l’uomo riceveva sempre

la metà della dote perché “la capra aveva una zampa rotta”, la promessa

sposa non era vergine. “Quella stupida ragazza di villaggio mi

ha fatto versare la birra”, imprecò a mezza voce nell’uscire per recarsi

alla contrattazione.

Quella di Muthoni fu una mossa epica: quella mattina, appena suo marito

fu uscito di casa, lei e sua figlia impacchettarono i loro averi e scapparono

da sua madre. La nonna di Maria non poteva consentire che si

festeggiasse il fallimento di sua figlia, non finché campava. Prima di

sera tutta la storia si era diffusa come fuoco nella boscaglia. Mzee Kimani

non poteva certo accettarlo, era il suo orgoglio ad essere in gioco.

Gli prese un attacco di cuore. Maria diede alla luce una bambina

meravigliosa. Alla bambina si dovette dare il nome della nonna. Se non

altro, era l’unica persona che le stesse veramente a cuore. Sino ad oggi

si era sempre riferita alla sua figlia maggiore come mami, nome Kikuyu

per ‘madre,’ con la più tenera inflessione della voce. Wambui era

stata sempre gelosa della relazione fra sua sorella e sua madre.

“Mamma avrebbe fatto meglio a partorire un kiondo (ovvero una borsa

tradizionale fatta di fibra d’agave) per portare i cavoli al mercato”,

urlò Muthoni. Persi nei propri pensieri, i genitori non si erano resi conto

che le figlie avevano continuato ad urlarsi insulti. Ad un certo punto

Muthoni aveva rispolverato il suo francese come era solita fare quando

era in collera. “Tu est un cochon et un serpent, je ne comprend pas. Mondu”.

Se solo Wambui avesse capito di essere stata chiamata maiale e serpente,

cosa che Muthoni non comprese.

“Ti arrabbi così facilmente, Mami… quando imparerai a non prendere le

cose tanto a cuore?” aveva detto la loro madre. “Ma’, essere una bastarda

non è qualcosa da prendere tanto a cuore? Ed inoltre questa non è certo

la prima volta che Wambui mi chiama così, è come se avesse sempre

un asso nella manica. Solo tu conosci la verità ed io vorrei sentirlo dire

da te”. Muthoni riuscì appena a farfugliare queste parole fra i singhiozzi.

Maria guardò Kiarie e parlò con una voce esile quanto un mormorìo,

“Non abbiamo scelta, vero?” Lei li implorò: “Mamma, papà, vi prego!

Voglio sapere, ora!” Questa volta Kiarie riuscì a parlare, “non c’è molto

da dire, la sola cosa è fare accettare ad una figlia adorata il fatto che

l’unico uomo che ha conosciuto ed amato come padre dopotutto è un

estraneo.” “No papà –, disse a gran voce, – io ti voglio bene e tu sei il

solo padre che io abbia ed ami, ora e per sempre”. Abbracciò suo padre,

entrambi in lacrime. Era tutto quello che Kiarie aveva bisogno di

sentirsi dire, voleva bene a Muthoni come se fosse stata sua figlia. “Ripensandoci,

non voglio più saperlo”. Il suo tono era definitivo. Ma sua

madre protestò. “No, seppelliamo questa faccenda una volta per tutte.

Le raccontò la storia, emozionandosi specialmente quando le narrò di

come il responsabile si fosse rifiutato di sposarla. “Vi amo, e vi ringrazio

per avermi protetta per tutto questo tempo, senza di voi mi sarei sicuramente

persa”, concluse Muthoni. Si ripromise di cercare il suo padre

biologico. Non che volesse ringraziarlo: voleva che sapesse che non

l’avrebbe mai perdonato per aver abbandonato sua madre nel momento

in cui lei più necessitava della sua presenza. Per quanto riguardava

Wambui, si sarebbe sforzata di comprenderla.

La scuola era ricominciata, e lei era tornata al suo lavoro. Sarebbe stato

più appropriato dire che si era sepolta nel lavoro, ed aveva quasi dimenticato

i suoi progetti. Anche gli altri membri del personale sapevano

che la signorina aveva qualcosa che non andava. “Ehi, Signorina Kia-

rie, lavora sempre fino a tardi ultimamente, c’è qualcosa che non va?”,

le aveva detto un giorno il preside. Fu allora che capì che si stava lentamente

ammazzando di lavoro. Ma non si sarebbe mai risolta a morire

senza aver compiuto la sua missione. Una sera salì su un matatu diretto

a Nairobi. Sua madre le aveva detto che suo padre lavorava in una

palestra di pugilato, aveva sempre immaginato facesse il boxer. C’era

un solo club del genere, per quanto ne sapesse, e fu lì che si diresse. Era

a Karen. Scendendo dal matatu aveva visto la grande insegna, tutte

maiuscole in corsivo, KAREN CLUB INGRESSO RISERVATO AI

SOLI SOCI. Si disse che se non era socia avrebbe sempre potuto essere

un ospite.

Attraversò la strada di corsa, come se avesse dimenticato la sua vita da

qualche parte e temeva potesse arrivare qualcuno a portarla via. “Dopo

di questo posso anche morire”, disse a se stessa. “Ma prima il seminatore

di semi indesiderati”. Maledì suo padre: che fosse o meno un boxer,

era comunque la causa dell’odio di sua sorella. “Quella ragazza mi

odia con tutto il cuore”. L’uomo al cancello la riportò alla realtà. Non

si era accorta di essere già arrivata. “Il suo pass da visitatore, prego”, le

chiese l’addetto al cancello in tono educato. “Vorrei iscrivermi come socio”,

disse scherzando. “Signorina, non ho tempo da perdere in questi

scherzi. Se non ha il pass allora non mi faccia sprecare altro tempo”.

Era furioso. Chi aveva mai detto che lei non fosse sensibile? Proruppe

in un urlo. “Mi ha mai vista qui? È bene che lei sappia che non ho intenzione

di star qui neanche cinque minuti”. Odiava chiunque la trattasse

con sufficienza. Si girò dandogli le spalle, sputò ed iniziò ad allontanarsi.

“Signora, si calmi. Sa, il dovere è dovere”, provò a spiegarle.

Lei si fermò a riflettere: “Questa era tutta un’altra cosa! Non bisogna

prendere le cose tropo a cuore. Dio mio, è come se sapesse che sono un

seme indesiderato”.

Superò l’addetto al cancello, senza mostrargli alcuna riconoscenza. Non

aveva neppure chiesto dell’ufficio del direttore, l’avrebbe trovato da sola.

Superò una fila di caseggiati ed infine arrivò davanti ad un piccolo

ufficio su cui era scritto Direttore. Forse il suo angelo custode stava facendo

gli straordinari. Bussò lievemente, ed una voce maschile disse

“avanti”. “Non hai un appuntamento, vero?” Il direttore le aveva rivol-

to la domanda ancor prima che entrasse. “Si, lo so, ma…”, aveva cercato

di spiegare. “Niente ma, fuori! – urlò. – Oddio, sono stata troppo

cieca, tutti sanno che il seme avrebbe dovuto essere sradicato”, pensò.

“Qual è il problema, accomodati, ma la prossima volta cerca di non piombare

qui in questo modo”, disse. “Un appuntamento con una piccola grande

giovane signora?”, chiese lui. Nel sedersi sulla piccola poltrona la

sentì scricchiolare sotto il suo peso. Non poté fare a meno di chiedersi

se avrebbe potuto sostenere una persona di corporatura robusta se già i

suoi quarantadue chili sembravano troppi. Era il colmo dell’ironia che

un club così famoso non potesse permettersi un mobilio migliore. Considerato

ciò, le pareva inspiegabile tutta la gazzarra sul pass.

“Mi dispiace, mi chiedevo se sarebbe stato possibile vedere gli incontri

di questa sera e poi decidere se tesserarmi”. L’uomo, colpito dal suo

humour, le rispose: “Oh, perché no! Tieni questa tessera”. Le porse una

piccola tessera con il nome del club. Se solo avesse saputo che era stata

la sua bellezza a conquistarlo! “Lascia che ti accompagni nell’arena”,

si offrì. Era un miracolo inatteso. C’era un sacco di confusione, file

di persone che entravano, altri che si recavano al bar a prendere da

bere, una moltitudine, fremente di vita. L’arena era un’enorme sala al

cui centro era situato il ring. Il posto era pieno di colori, ed il jukebox

stava suonando zilizoendwa, la più desiderata. Sedette ad un tavolo ad

osservare con sgomento i pugili che iniziavano a sfilare con donne abbarbicate

ad entrambe le loro braccia. Cercò con lo sguardo qualcuno

che assomigliasse alla descrizione di suo padre, ma invano. “Ci rinuncio”,

pensò. Il seminatore fuggitivo. “Ti andrebbe di bere qualcosa?” Era

il manager, del quale si era completamente dimenticata. Mi andrebbe

un miracolo, pensò dentro di sé, ma rispose con un sonante “con piacere”.

Le mostrò il bar e quindi uscì dalla stanza: “Ho alcune faccende

da sbrigare. Ci vediamo dopo”. “Oh sorella mia, hai sentito!”, disse dentro

di sé. Andò al bar a prendere una fanta, vi era una lunga fila e solo

due addetti al servizio e quindi dovette aspettare. “Un altro esempio di

cattiva gestione”, pensò. Quando fu il suo momento di ordinare, mise i

soldi sul banco ed ordinò una Fanta fredda. La stava servendo un uomo

basso, magro e scuro e, mentre si allungò a prendere la Fanta dal frigo,

Muthoni non poté far a meno di chiedersi come potesse quell’uomo vi-

vere a così stretto contatto con il cibo senza ingrassare. Provò pena, forse

il motivo erano quelle condizioni di lavoro che consentivano a malapena

di respirare. “Quanto le devo, signorina?” Nel momento stesso

in cui parlò Muthoni capì vi era qualcosa in lui. Non era un semplice

barista. L’uomo era rimasto paralizzato; la stava fissando con occhi che

a momenti gli uscivano dalle orbite. Non erano soldi quello che le doveva.

Era ben più di quello. “Tu – sei – la fi-glia di Ma-ri-a? Mia – figlia?”,

riuscì a farfugliare. “No, chi!?! Io ti amo già, pa-pà”. Lei perse

i sensi.