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L'angolo dello scrittore

Il referendum per l’autodeterminazione del Sudan. Sudan, la terribile scelta.

 Dall’indipendenza del 1956 a oggi, il più grande paese africano ha vissuto circa mezzo secolo di conflitti armati e a gennaio il referendum deciderà il futuro di Nord e Sud, i grandi rivali

 Amani – 3 Gennaio 2011  di Anna Pozzi

Un’elezione scontata, un referendum pieno di incognite. La storia del Sudan è segnata dalla precarietà. Quando non lo è, ancor più drammaticamente, dalla guerra.

Dopo la firma dell’accordo di pace del gennaio 2005, le elezioni generali dello scorso aprile e il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan, previsto per il gennaio 2011, rappresentano i due eventi cruciali di questa difficile fase post-bellica. La scontatezza del risultato elettorale – ovvero la vittoria del presidente in carica Omar ed Bashir – la dice lunga su una consultazione presentata come storica, ma che di fatto ha confermati i precari equilibri in campo. Equilibri che invece, potrebbero essere sconvolti proprio dall’attesissimo referendum. Tutto il Sud lo aspetta come il momento del grande riscatto. Dopo 22 anni di guerra, 2 milioni di morti e 4 milioni di sfollati, i sudsudanesi attendono con ansia il momento in cui potranno dire “no” all’oppressione del Nord. Conoscono fin troppo bene gli accordi di carta. E non si fidano. Troppe volte la pace firmata non si è tradotta in pace vera, nei fatti, per la gente. Anche oggi. Il Sudan è tutt’altro che un Paese riappacificato al Nord come al Sud.

L’accordo del 2005, del resto, è ben lontano dall’essere applicato. Soprattutto per quanto riguarda alcune questioni chiave, come la definizione del confine tra Nord e Sud. Ovvero esattamente là dove si trovano i giacimenti petroliferi, vera posta in gioco della guerra prima e della pace poi. Nonché dell’imminente referendum.

Intanto, però, nel Paese restano aperti altri scenari inquietanti. Come il Darfur, interessato dal febbraio 2003 da un conflitto che ha provocato oltre 300 mila morti e 2 milioni di sfollati. In febbraio, Bashir ha firmato un accordo di pace tra il governo, che ha armato e sostenuto i miliziani janjaweed, e il Jem, principale gruppo ribelle locale, proprio alla vigilia delle elezioni. Più un’operazione di immagine che una reale volontà di pacificare la regione. E infatti, secondo fonti Onu, nei giorni successivi alla firma dell’accordo, almeno 140 persone sono rimaste uccise in Darfur in scontri tra l’esercito e il Sudan Liberation Army-Abdelwahid, di Abdel Wahid al-Nur, uno dei gruppi che non ha aderito all’intesa e che continua a ribadire il principio del “no conflict resolution without conflict suspension”, ovvero, nessuna risoluzione del conflitto  se prima il governo non disarma le milizie janjaweed e pone fine agli attacchi contro i civili.

Dubbi anche sull’altro accordo firmato l’8 febbraio in Quasar con il Ciad, storico nemico di Karthoum e principale sostenitore del Jem, di cui ospitava anche alcune basi. Anche in Sud Sudan, la situazione è tutt’altro che pacifica. Nell’ultimo anno si sono moltiplicati gli scontri, specialmente tra etnie rivali, spesso in seguito a furti di bestiame. Particolarmente critica, in questi ultimi mesi, la situazione nello Stato di Jonglei, dove si registrano almeno 1.800 morti, 280 feriti, 340 bambini rapiti, 847.000 i capi di bestiame rubati.

Intanto, anche la situazione umanitaria è, una volta di più, al collasso. Secondo il Programma alimentare mondiale (pam), il numero delle persone bisognose di aiuti alimentari in Sud Sudan è quadruplicato nell’ultimo anno, passando da 1 a 1,3 milioni, e non solo a causa della siccità, ma spesso in seguito a scontri e conflitti, che costringono migliaia di persone ad abbandonare le proprie case (almeno 350 mila secondo International Crisis Group).

Mentre sullo sfondo emergono sempre più prepotenti le pressioni diplomatiche dell’Egitto, doppiamente preoccupato, sia per il massiccio afflusso di migranti, profughi e sfollati dal Sudan, sia per il delicato accordo circa lo sfruttamento delle acque del Nilo. Accordo storicamente molto vantaggioso per il governo del Cairo, che dunque ha tutto l’interesse ad avere un vicino ed alleato il più possibile stabile e pacifico.

Ma quella della pace e della stabilità è una sfida che il Sudan deve ancora cominciare ad affrontare sul serio.

Il Sudan è il più esteso stato africano, 2.503.000 chilometri quadrati, più di otto Italie, ed ha circa 40 milioni di abitanti.

Solo l’Algeria (2.381.000 Km/quadri) e la Repubblica Democratica del Congo (2.344.000 Km/quadri) gli stanno vicini. È una repubblica islamica con oltre il 75% di musulmani, circa l’8% di cristiani e il resto legati alle religioni tradizionali. Il primo governo nazionale fu creato da “Mahdi” (il salvatore – redentore) che nel 1885 sconfisse Gordon Pascià a Karthoum, ma resistette solo tre anni. Cinque mesi prima dell’indipendenza degli inglesi (1.1.1956), la popolazione del Sud si ribellò e per 16 anni fu guerra civile. Nel 1983 riprese la guerra Nord-Sud e la tregua arrivò nel 2005 ma, nel frattempo nel Darfur (era il 2003) miliziani arabi cominciarono una pulizia etnica nei confronti degli “africani”. Il Sudan non ha grandi risorse ma ha molto petrolio che però è posto proprio al confine tra il Nord e il Sud e lì nascono i problemi.