Il mistero di Lynnate_Alfonso Cascone, Tricarico(MT)

_Menzione Giuria terza edizione Premio Energheia_1996.

 

Base spaziale di El Perro, Paraguay. 15 novembre 2013, 21.15 ora locale.

 

Dalla grande finestra della torre di controllo, il generale Arthur McBryn osservava in silenzio i quattro uomini che si avvicinavano al modulo Ares 4: il capitano John Whitman, il tenente Michael King, il maggiore Ronald Gregory e il professor Eugenio Landolfi. Guardando i loro volti, l’anziano ufficiale cercava di imprimerli nella sua mente per conservare un ricordo di quei coraggiosi che si apprestavano a compiere un’impresa che, a suo parere, avrebbe rivoluzionato l’esistenza di tutto il genere umano: l’arrivo su Marte. “Buona fortuna, amici”, pensò quando l’ingegnere Collins diede inizio al conto alla rovescia.

Un minuto, una frazione di tempo così breve eppure interminabile per l’equipaggio dell’Ares 4, specialmente per il professor Landolfi; aveva progettato il modulo nel 1998 e tra appena sessanta secondi avrebbe scoperto se quindici anni di duro lavoro fossero valsi a qualcosa.

“Partenza!” Urlò Collins al microfono sulla sua scrivania. Whitman, emozionatissimo, pigiò il pulsante giallo del pannello di comando e si accorse che il professore aveva ragione quando affermava: “Non vi accorgerete di nulla, avrete l’impressione di essere rimasti a terra.” Smise di osservare il tasto che aveva premuto e volse lo sguardo ai radar. Con stupore ancora maggiore si rese conto di aver percorso più di cinquecento chilometri. “Oh, mio Dio! Con un’accelerazione del genere dovrei essere morto e invece non mi accorgo neanche di essere in movimento! Quell’uomo ha davvero infranto le leggi della fisica. Chissà se si ricorderà di me quando riceverà il premio Nobel.” Come se gli avesse letto il pensiero, Gregory esclamò: “È una cosa incredibile, faccio fatica a crederci!” Nessuno rispose. Erano tutti troppo eccitati per accorgersi che qualcuno avesse parlato.

Erano trascorse diciassette ore dalla partenza quando King svegliò bruscamente Landolfi.

“Si alzi professore, presto, è un’emergenza!” Il giovane tenente sembrava molto agitato.

“Ma che cosa è successo? Mancano più di venti milioni di chilometri alla nostra meta!”

Domandò tra il sonno e la veglia.

“Mi segua.”

Entrarono in una specie di ascensore e, dopo aver attraversato il corridoio principale per tutti i centocinquanta metri della sua lunghezza, i due uomini giunsero in una grande stanza, l’unica sprovvista di oblò.

Addossati alle pareti, vi erano trentacinque tavoli metallici su cui erano sistemati altrettanti monitor. Ognuno di essi era collegato al computer di ciascuna sezione in cui era diviso l’Ares 4. In tal modo una sola persona poteva tenere sotto controllo l’intero velivolo spaziale. King, l’addetto a questo incarico, si diresse verso lo schermo che mostrava lo stato dei reattori.

“Guardi qui”, disse indicando due punti sul video “il reattore numero tre è danneggiato e il sette è fuori uso.”

Landolfi era senza parole, non riusciva a spiegarne la causa. Se la sua creatura era riuscita a vincere l’attrazione gravitazionale terrestre sfruttando al massimo la potenza di tutti e dieci i reattori, perché, adesso che non venivano utilizzati, due erano difettosi? E perché proprio il tre e il sette?

“Ha provato a chiamare la base?” Fu tutto ciò che ebbe la forza di dire.

“Certo. Ma il trasmettitore non funziona.”

“Magnifico! Cos’altro potrebbe capitarci adesso?”

“Beh professore, credo che ora sia fuori uso anche il numero tre.”

Landolfi non rispose e andò a chiamare il resto dell’equipaggio per metterlo al corrente della situazione. Sperava che i suoi compagni di viaggio non decidessero di tornare sulla Terra. Non vedeva l’ora di toccare il suolo di Marte, di esaminarne i campioni, di indagare sulla possibile esistenza di forme di vita; non riusciva ad accettare l’idea di rinunciare al sogno che, dopo la morte di sua moglie, era diventato l’unica ragione che lo spingeva a continuare a vivere.

“Come è possibile?” Chiese Gregory preoccupato.

“L’unica spiegazione è che il serbatoio dell’antimateria sia difettoso. Probabilmente c’è stata una piccolissima perdita, talmente minima che il computer non l’ha notata, ma sufficiente però a mettere ko due reattori e il sistema di comunicazione.”

“Non ne sono sicuro, professore” Intervenne Whitman. “Io e lei lo abbiamo controllato attentamente poche ore prima di partire.”

“Inoltre”, aggiunse King “se si fosse danneggiato dopo la partenza il computer lo avrebbe sicuramente segnalato.”

“Io suggerisco di tornare indietro.”

“Ha ragione Ronald, anch’io penso che sia l’idea migliore.” King era d’accordo con loro. Landolfi non tentò nemmeno di convincerli a cambiare idea. Con il cuore colmo di tristezza si diresse alla cabina di pilotaggio. Ora doveva premere lo stesso tasto che meno di venti ore prima aveva premuto il Capitano. Ma ora non era più pieno di entusiasmo, ottimista, felice. Avrebbe preferito che quel maledetto serbatoio fosse esploso piuttosto che tornare a casa senza neanche un campione di terreno. Comunque la maggioranza dell’equipaggio aveva preso una decisione e lui si sentiva troppo stanco per discutere.

Clic. Il pulsante giallo era stato premuto ma i reattori non obbedirono al comando. Clic. Ancora nulla. Probabilmente l’intero sistema di propulsione era fuori uso. “Cosa aspetta professore? Perché non mette in moto?”

“È quello che sto cercando di fare, Maggiore. Forse il sistema di propulsione è definitivamente fuori gioco.”

“È impossibile. Vengo dalla sala di controllo. Solo il tre e il sette sono andati.”

“Ma allora…”

Landolfi fu fulminato da un’intuizione: quello che in realtà non funzionava era il computer! Il suo caro sistema di propulsione e il suo amato serbatoio di antimateria non avevano proprio nulla. Il cervello dell’Ares 4 aveva semplicemente mostrato dei dati errati. Ad ogni modo sapeva di non aver nulla di cui rallegrarsi. Il sistema di sostentamento, come quelli di comunicazione e di controllo, dipendeva direttamente dal computer. Sarebbero venuti a mancare prima il campo gravitazionale artificiale, poi la corrente elettrica e infine l’aria. La causa del guasto era un mistero. Landolfi si sentiva in qualche modo responsabile di ciò che era accaduto. Lui aveva deciso di montare sul modulo quel calcolatore, ancora un prototipo; nessuno aveva però obiettato. Effettivamente nessuno avrebbe mai immaginato che l’ultima creazione della McGrow Computers, il Tcx-8000, potesse sbagliare. Era la più avanzata macchina per l’elaborazione di dati mai fabbricata dall’uomo, la prima che poteva essere considerata a tutti gli effetti una mente artificiale. Possedeva infatti la stessa intelligenza di un bambino di sei anni e quindi era in grado di prendere decisioni, anche importanti, autonomamente, una cosa importantissima se si considera che un uomo non può rimanere sveglio ventiquattro ore su ventiquattro.

“Allora che facciamo?” Domandò Gregory dopo che Landolfi gli ebbe spiegato la situazione. Era talmente preoccupato che faceva fatica a nascondere un certo tremolio delle gambe.

“Innanzi tutto dobbiamo avvisare gli altri, poi bisogna cercare di capire dov’è il guasto e ripararlo.”

“D’accordo. Muoviamoci allora.”

Mentre Landolfi e Gregory erano intenti ad esaminare i mille e cinquecento chilometri di cavi in fibra ottica che costituivano il sistema informatico periferico, King e Whitman erano nella cabina di pilotaggio e cercavano di far funzionare i reattori, consapevoli entrambi dell’inutilità di ciò che stavano facendo. Dopo un po’ Whitman, stufo, esclamò: “Perché continuiamo? Non ti accorgi che è inutile premere quel pulsante?”

“Certamente”, rispose King “ma mi aiuta a non pensare alla morte che si avvicina inesorabile. Forse anche tu dovresti trovare qualcosa di totalmente inutile che ti tolga quel pensiero dalla mente.”

“Hai ragione Michael. Credo che andrò a controllare il refrigerante dei motori e l’azoto liquido di Todd.” Todd era il nome che Gregory aveva dato al computer.

“Ottima idea John.”

Whitman uscì dalla cabina e, dopo aver percorso circa quindici metri attraverso il corridoio, arrivò ad un incrocio con un altro più piccolo perpendicolare al principale. A destra esso continuava per oltre trenta metri e conduceva agli alloggi, mentre a sinistra terminava con una porta di acciaio temperato. Accanto ad essa, sulla sinistra vi era una piccola feritoia e sulla destra una placca metallica che avvertiva: “In questa stanza è contenuto bromuro di ethanosinperifosfato allo stato liquido. Se si è sprovvisti dell’apposito cappotto, si consiglia di non rimanere all’interno più di cinque minuti.” Whitman lesse l’avviso e ritenne che cinque minuti fossero più che sufficienti a effettuare il controllo. Estrasse da una tasca una tessera magnetica e la introdusse nella feritoia. La porta si aprì con uno sbuffo. “Eccomi nella cella frigorifera”, pensò quando entrò nella camera. Si diresse verso un contenitore cilindrico piuttosto grande sistemato proprio al centro del locale. Sulla sua superficie laterale vi era una zona di colore diverso su cui si potevano leggere alcune frasi che si muovevano dal basso verso l’alto come i titoli di coda di un film. Il Capitano osservò con molta attenzione lo schermo a cristalli liquidi e notò con stupore che una di quelle frasi annunciava: “Temperatura del contenuto = -234 gradi C.” Sapeva che la temperatura sarebbe dovuta essere -250 gradi C. Si rese conto di dover avvisare immediatamente Landolfi ma nell’istante in cui si voltò si accorse di non riuscire a controllare i suoi movimenti con precisione, gli sembrava di essere immerso in un fluido denso. Il campo gravitazionale artificiale era disattivato. Fortunatamente ogni membro dell’equipaggio era stato addestrato a sopportare una situazione di totale assenza di gravità, perciò questo non costituiva un problema grave.

Quando Landolfi venne a conoscenza di ciò che era successo si precipitò nello scompartimento numero cinque, quello in cui si trovava il computer. “Temperatura N2 = – 219 gradi C.” diceva un piccolo monitor collegato a una scatola grigia; lì si trovava il macroprocessore, un chip grande quanto la mano di un uomo.

“Ecco qual è la causa dei nostri problemi!” Esclamò il professore “Qualcosa ha surriscaldato i liquidi più freddi. Il refrigerante non evapora a quella temperatura e, anche se lo facesse, non creerebbe gravi problemi. Invece è essenziale che l’azoto rimanga liquido…”

“E adesso è evaporato,” intervenne Gregory “perciò i transistor, che non sono più grandi di un uovo di pulce, si sono disattivati, il macroprocessore si è bloccato e il resto lo conosciamo tutti.” Si sentiva un perfetto idiota per non averci pensato subito.

Riparare il danno era semplice, bastava premere un pulsante e la superficie interna dei contenitori delle sostanze avrebbero assorbito il calore in eccesso. Landolfi non perse tempo ed eseguì l’operazione. Si udì solo un debolissimo rumore, l’impianto di raffreddamento aveva cominciato a funzionare. Il cuore dei quattro uomini si riempì di gioia e il pensiero di non tornare più a casa abbandonò le loro menti. Era tutto finito; adesso non dovevano fare altro che aspettare. Ma all’improvviso il rumore cessò e la luce, che fino a quel momento era stata uguale a quella che si vede sulla Terra quando sono le sei di sera, scomparve. Non c’era più corrente elettrica. Landolfi disse a bassa voce che fra tre ore sarebbero morti, non avevano ormai alcuna speranza di salvarsi.

“Altri cinque minuti e tutto sarebbe tornato alla normalità”. Disse King. Gregory imprecò e uscì fluttuando dalla stanza. Raggiunse il suo alloggio e prese da un cassetto un registratore, il suo diario. Aveva molte cose da dire, ma gli sembrò stupido confidare i suoi sentimenti a una macchina, quando proprio una macchina lo stava per uccidere. Quindi mise in tasca il piccolo apparecchio e cercò invano di addormentarsi.

Landolfi imitò il maggiore ma si assopì quasi subito. Il pover’uomo non riuscì però a godersi il suo ultimo sonno perché ebbe un incubo terribile.

Dieci piccole sfere roteavano intorno a una palla infuocata di dimensioni molto maggiori. Questo sistema solare era immerso in un’atmosfera di calma; tutto avveniva in silenzio assoluto. Ma questa pace fu

turbata ad un tratto da un’esplosione violentissima. Il quinto pianeta si ridusse in frantumi e un oggetto dalla forma di un sigaro precipitò sul terzo. L’impatto fu tale da inclinare il suo asse. Poi soltanto una luce intensa. Quando svanì, un uomo stava scavando a mani nude in campo arato da poco. I suoi indumenti erano sporchi e laceri, probabilmente si trattava di un contadino. Quando interruppe il suo lavoro, raccolse qualcosa di simile a un grosso diamante. In fondo alla buca ce n’erano altri sei. Di nuovo quella luce che, come prima, scomparve. Il contadino si trovava adesso accanto a un uomo steso su un tavolo, privo di sensi. La sua massa muscolare era molto aumentata. Affondò la mano sinistra nel petto del secondo uomo e gli strappò il cuore. In quello stesso momento la lama di una spada decapitò il carnefice. Un terzo uomo aveva compiuto quest’azione. Luce, stavolta, più forte, abbagliante.

Landolfi si svegliò. Aveva urtato la testa contro il pavimento. “Alla mia età casco ancora dal letto. Che imbecille”. Pensò. Ancora sconvolto per quel sogno, non si rese conto che se era caduto qualcuno doveva aver ripristinato la gravità artificiale. Si sdraiò sul letto e provò a riaddormentarsi. Tentativo vano perché Gregory si precipitò nella sua stanza urlando: “È stato lei?”

Riuniti da circa un’ora nella sala di controllo, i quattro uomini cercavano invano di dare una spiegazione razionale a ciò che era accaduto, nessuno era uscito dalla propria camera dopo che l’impianto elettrico era saltato. A un certo punto King, esasperato, annunciò che sarebbe tornato nella sua stanza a bere. L’alcool gli faceva funzionare meglio il  cervello. Come folgorato, Landolfi scattò in piedi gridando: “L’alcool, ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima!” I volti stupiti dei tre ufficiali gli fecero capire di non essere stato molto chiaro. “Non avete mai sentito parlare delle particelle di Aarinsen?” Nessuno rispose, quindi Landolfi continuò: “Bene, furono scoperte nel 2004 da Rudolph Aarinsen, premio Nobel per la chimica nel 2008. Queste particelle hanno una strana particolarità: tendono a surriscaldare qualsiasi liquido di temperatura inferiore a venti gradi centigradi con cui entrino in contatto. I conti tornano. Sapete, la cosa più affascinante è la straordinaria facilità con cui le particelle si combinano tra loro in presenza di alcune sostanze. Per esempio è stato osservato che a contatto con l’ossigeno esse formano delle catene che hanno caratteristiche simili alla molecola dell’alcool etilico; con l’ammoniaca, poi, le catene che si costituiscono assomigliano moltissimo agli acidi nucleici, DNA e RNA per intenderci.”

“Quindi potrebbe esistere una forma di vita basata su queste particelle?”

“Sì Capitano. Ma esiste qualcosa che rende questa ipotesi piuttosto improbabile. A qualsiasi temperatura sia portato, un insieme di catene dello stesso tipo rimane sempre allo stato aeriforme. Quindi le ipotetiche forme viventi dovrebbero essere gassose. Inoltre potrebbero svilupparsi soltanto su un pianeta avente un’atmosfera composta almeno per il novantacinque per cento da ammoniaca e un’attrazione gravitazionale pari a circa sedici volte quella terrestre. E poi essi dovrebbero essere, come dire, immortali nel loro ambiente.”

Gregory sembrava un po’ scettico. Riteneva stravagante la spiegazione del professore, più adatta a un film di fantascienza che alla realtà. “Se lei avesse ragione, allora in che modo le particelle sarebbero penetrate nel modulo? E perché la loro azione si sarebbe interrotta?”

“Bene, molto probabilmente siamo entrati in una nube di particelle. Esse sono talmente piccole da non avere praticamente massa, quindi hanno attraversato con facilità le pareti dell’Ares. Poi, oltrepassata la

nube, devono essere uscite nello stesso modo in cui sono entrate, senza avere abbastanza tempo per aggregarsi.”

“Scusate se vi interrompo, ma siamo molto vicini a Phobos. Penso che sarebbe più prudente fermarci sul satellite prima di esplorare il pianeta.” La proposta di Whitman fu accolta.

Mentre King controllava ogni bullone del modulo e Whitman e Gregory ispezionavano la superficie del satellite, Landolfi comunicava con la base. Quando ebbe terminato andò nel suo alloggio e si sdraiò sul letto. Quel sogno non aveva ancora abbandonato la sua mente. Ricordava ogni piccolo particolare come se si fosse svegliato da poco. Senza conoscerne il motivo, aveva la sensazione che prima o poi qualcosa gli avrebbe fatto maledire il giorno in cui aveva messo piede negli Stati Uniti e cominciato a progettare l’Ares 4. Un lieve rumore proveniente dal comunicatore interruppe i suoi pensieri. “Chi mi cerca?” Domandò

portando l’apparecchio alla bocca.

“Professore sono Gregory. Indossi la sua tuta e ci raggiunga: abbiamo trovato un oggetto alquanto insolito!”

Landolfi non chiese spiegazioni e obbedì.

 

Frinate, provincia di Roma, Italia. 17 dicembre 2013, 14.21 ora locale.

 

Seduto su una vecchia poltrona nel soggiorno, Guido Orafi guardava annoiato un annuncio pubblicitario alla televisione. Seccato, spense quello strumento infernale. Raccolse il quotidiano che poco prima, infuriato per il prezzo eccessivo, aveva scaraventato in terra e cominciò a leggere un articolo tutt’altro che interessante. Aiutato anche dalla totale assenza di rumori, il vecchio Orafi stava quasi per addormentarsi quando il tele fono squillò. La voce che proveniva dalla cornetta gli sembrava familiare.

“Guido, finalmente sono riuscito a rintracciarti!”

“Ma chi parla?”

“Come, non ti ricordi più del tuo vecchio amico Eugenio?”

“Che mi venga un colpo! Non ci vediamo da almeno sedici anni! Dove ti trovi adesso?”

“Sono a Roma. Sai, devo recarmi a Milano per una conferenza e, siccome è di strada, pensavo di passare da casa tua per farti una visita. Per ricordare un po’ i vecchi tempi.”

“Ma certo, mi farebbe molto piacere. è da un pezzo che non visiti l’Italia e ti dirò che non ti sei perso niente. Siamo arrivati a spendere cinquemila lire per un quotidiano.”

“Allora non ne comprerò. Bene, ci vediamo tra poco.”

“D’accordo. A tra poco.”

Orafi poggiò il polpastrello dell’indice destro su un cerchietto luminoso e la comunicazione si interruppe. Questa improvvisa apparizione gli destava qualche sospetto. Non riusciva a spiegarsi per quale motivo un uomo di fama mondiale come Eugenio Landolfi avesse tanta voglia di rivedere un insignificante studioso di civiltà preromane; la scusa di voler ricordare i vecchi tempi non lo convinceva. Forse questa sua diffidenza era dovuta all’agitazione che un sogno gli aveva suscitato. Aveva visto un uomo sdraiato su un tavolo con il petto letteralmente aperto. Un altro uomo, a giudicare dalla sua muscolatura molto forte, aveva in mano un cuore, probabilmente quello dello sventurato. Un terzo uomo intervenne improvvisamente e decapitò il carnefice con una spada. Ciò che aveva sconvolto Orafi era proprio quella spada. Lui ne possedeva una identica, copia di un reperto archeologico rinvenuto nei pressi di Mantova.

Quaranta minuti più tardi i due amici erano seduti nel salotto.

“Allora, come ci si sente sul pianeta rosso?” Chiese Orafi gustando l’ennesimo sorso di caffè.

“Magnificamente. Devo dire che è stata davvero un’esperienza indimenticabile.”

“ È un peccato che tu abbia rifiutato di far riprendere la spedizione dalla televisione. Mi sono sempre chiesto come potesse apparire. Ma dimmi, esistono davvero i marziani?”

“Purtroppo no. Non abbiamo trovato nemmeno una piccola traccia di esistenza aliena.” Sembrò stranamente turbato da questa domanda. Molto nervosamente bevve un po’ di caffè e domandò, come se volesse cambiare discorso: “Come va invece il tuo lavoro?”

“Sono in pensione da un anno. Ma continuo a fare qualche piccola traduzione di testi greci e latini.”

“Sai, a proposito di traduzioni, qualche giorno fa mi trovavo all’università di Boston per tenere una lezione e per caso ho visto una fotografia. Era stata scattata da un famoso archeologo sul luogo della sua recente scoperta. In primo piano c’era una colonna su cui erano state incise delle parole. Per curiosità le ho trascritte su un foglietto di carta e stamattina ho trovato quel foglietto in una tasca della mia giacca. Vorresti darci un’occhiata?”

“Sì, fammi vedere.” Quelle parole erano scritte in una forma di dialetto derivato dal greco antico parlato in alcune zone della Magna Grecia. Orafi notò che l’ultimo vocabolo sembrava un nome di persona,

come se l’autore del messaggio lo avesse firmato: Lynnate. Alla vista di quelle lettere ebbe una sensazione di dèjà-vu. Landolfi guardò l’orologio ed esclamò: “Si è fatto molto tardi! Adesso devo proprio andarmene. È stato un piacere parlare con te dopo tanto tempo. Spero di rivederti in questi giorni. Io mi trovo nell’albergo a quattro isolati da qui e ci starò fino a Natale.” Indossò il cappotto e si recò all’uscio che aprì sfiorando con la mano destra una placca luminosa. Uscì da casa e salì sull’overcraft che aveva noleggiato. Attivò il motore e in un attimo sparì dalla vista di Guido. Egli aveva ancora in mano quel misterioso foglietto. Cominciò a tradurre, un’impresa quasi banale per un esperto come lui. Il senso gli risultò però oscuro.

“State in guardia dalla pietra splendente qui contenuta. Appare bella ma nasconde tragedie e dolori. Il lucumone ne ha toccata una. Così Arunte il contadino, lui ha trovato le pietre splendenti, e Tarquinio il mio apprendista. Non hanno voluto dar retta a un mago greco. E hanno molto sofferto e sono morti. Non fate altrettanto. Non toccate la pietra splendente, o anche voi subirete la collera divina e il demone si impossesserà di voi. Gli dei ci mettono alla prova. Sappiate che il demone è molto forte, è arduo eliminarlo. Per indebolirlo privatelo del “moto a destra”, per ucciderlo toglietegli la parola. Il mio nome è Lynnate.”

Tutto ciò lo rese ancora più nervoso. Quel sogno, quelle strane sensazioni che provava da alcuni giorni e ora quell’avvertimento di un mago greco trasferitosi in Etruria. Sicuramente la storia dell’archeologo era una balla, ma perché Eugenio gli aveva mentito? Dove aveva trovato quelle parole? Stanco di tormentarsi coi dubbi, decise di uscire per prendere un po’ d’aria. I reumatismi gli causavano alcuni disturbi, quindi salì sulla sua vecchissima automobile e partì.

Per più di due ore percorse le strade deserte della città. All’improvviso una forte esplosione spinse lo sfortunato autista a imprecare. Aveva forato e la ruota di scorta stava già svolgendo il suo compito. Scese dall’auto e giurò di distruggere quel macinino e di acquistare un moderno overcraft. Si accorse però di essere stato fortunato nella sventura. Si trovava proprio di fronte al laboratorio dove lavorava Federico Falchetti, l’ex-marito di sua figlia Silvia. I due uomini si conoscevano da parecchi anni ed erano molto amici.

Orafi toccò una piccola piastra luminosa accanto alla porta d’ingresso e udì all’interno del bilocale un rumore fastidioso. Probabilmente il campanello non funzionava bene. Dopo pochi secondi di attesa una donna di mezza età aprì la porta. Come al solito, non era affatto felice di rivedere quel “vecchio scocciatore”. “Buonasera Matilde. Il signor Falchetti è qui?”

“Certo signor rompiscatole. Si accomodi pure mentre io vado a chiamarlo.”

“Non si preoccupi, posso andare a chiamarlo da solo.” Si divertiva un mondo a farla imbestialire.

“Ciao paparino!” urlò Falchetti appena lo vide “Cosa ci fai da queste parti?”

“Ti proibisco di chiamarmi paparino! A ogni modo, mi servirebbe il telefono. Ho forato e non ho la ruota di scorta.”

“Tu hai FORATO? Vuoi dire che possiedi ancora quel rottame? Roba da pazzi!”

“Ride bene chi ride ultimo. Mi divertirò come un matto quando comprerò l’ultimo modello di quegli arnesi volanti! Posso usare il telefono?”

“Sì, fai pure.”

Dopo aver chiamato l’unico gommista rimasto nell’intero Lazio, Orafi tornò nella stanza dove Falchetti stava lavorando. Esaminava uno strano oggetto simile a un diamante molto grande tagliato a brillante.

“Cos’è quello?”

“Sto cercando di scoprirlo. Stamattina è venuto a farmi visita un uomo. Dall’accento sembrava americano. Mi ha consegnato il diamantone e mi ha detto soltanto di darci un’occhiata e di non fare domande. Mi ha dato anche un bel po’ di denaro come anticipo della ricompensa che riceverò a lavoro ultimato.”

“Posso guardarlo?”

“Certo, prendi.”

Per le sue dimensioni, era un oggetto piuttosto pesante. Osservandolo attentamente Orafi notò alcune incisioni sulla tavola superiore. Non si trattava però di un altro messaggio, erano due semplici figure geometriche, un triangolo e un quadrato. Non riusciva a distogliervi lo sguardo, era come ipnotizzato. Improvvisamente fu assalito da un dolore lancinante alle tempie; soffocò a malapena un grido di sofferenza, lasciò cadere la pietra e si accasciò al suolo.

“O mio Dio, cos’hai Guido?”

“Niente, niente, mi è passato adesso.” Si alzò premendo energicamente i palmi contro le tempie. “Mi dispiace per il tuo diamante.”

“Non preoccuparti. Sei certo di stare bene? Vuoi che chiami un medico?”

“No, ti ringrazio, è stato solo un mal di testa passeggero. Ora scusami ma devo andare, il gommista arriverà tra poco.”

“Va bene.”

Appena Orafi se ne fu andato, Falchetti riprese il suo lavoro. Nella caduta l’oggetto si era scalfito leggermente. Lungo la spaccatura il colore era cambiato passando da blu chiaro a rosso. Un fenomeno singolare, forse era il sintomo di una perdita di qualche sostanza. Toccò con il pollice sinistro la zona mutata per verificare la sua ipotesi e si ferì il polpastrello. Un taglio quasi invisibile che gli causava però un forte bruciore. Molto presto tutto il braccio gli fece male. Poi la vista si annebbiò e il ritmo delle pulsazioni cardiache aumentò. Cominciò a sudare e la sua pelle assunse un colorito verdastro. Preso dal panico, si precipitò nell’altra stanza per chiedere aiuto a Matilde. La povera donna, vedendolo in quello stato, ebbe paura. “Aiutami, ti prego!”

Matilde non riusciva a capire cosa stesse succedendo e, terrorizzata, fuggiva da Falchetti e urlava. “Non scappare vecchia oca, ho solo bisogno di aiuto!” Riuscì ad afferrarla per una spalla. “Sembri proprio un’oca. Urli e scappi perché non vuoi che io ti torca il collo.”

“Ma cosa le prende dottore?”

“Non ho mai potuto sopportare le oche!” Strinse entrambe le mani intorno al collo della segretaria e la strangolò. Subito dopo tornò alla normalità, almeno fisicamente. Si sentiva forte, invulnerabile, affamato. In un cassetto della sua scrivania era nascosto un bisturi che sarebbe servito come arma di difesa nel caso in cui qualcuno con cattive intenzioni si fosse introdotto nel laboratorio. Come un abile chirurgo aprì il torace della sua vittima ed estrasse il cuore, ancora impercettibilmente in movimento. Ridendo lo divorò.

John Whitman passeggiava nervosamente nella sua stanza mentre aspettava il ritorno di Landolfi. Bussarono alla porta.

“Chi è?”

“Sono io. Mi apra.” Il Capitano obbedì. “Ho appena riferito a McBryn ciò che abbiamo fatto da quando siamo venuti.”

“Perché non abbiamo lasciato che se ne occupassero gli esperti della NASA?”

“È forse impazzito? La nostra scoperta è troppo importante perché qualcuno oltre all’equipaggio, a McBryn e al Presidente possa venirne a conoscenza. Ho dato l’iscrizione a un mio vecchio amico, lui sarà certamente in grado di tradurla. Quando lo avrà fatto, lo elimineremo. Lei, piuttosto, ha consegnato il cristallo al mineralogista che le ho indicato?”

“Sì, stamattina. Dovremo eliminare anche lui, suppongo.”

“Non vedo altre alternative.”

“Capisco. Vado a controllare se ha finito.” Prima di uscire prese una pistola automatica con silenziatore incorporato. Non riusciva a credere che un uomo dotato di così alta intelligenza come Landolfi potesse essere così maledettamente crudele. Ad ogni modo, McBryn gli aveva ordinato di obbedire ciecamente e perciò non poteva fare altro che rassegnarsi.

La porta d’ingresso al laboratorio era stranamente aperta. All’interno gli si presentò uno spettacolo terrificante. La donna che lo aveva accolto una decina di ore prima giaceva in una pozza di sangue al centro del pavimento con gli occhi strabuzzati e il torace dilaniato. Impugnò la pistola. La porta che conduceva all’altra stanza era chiusa. La sfondò con un calcio. Con enorme sorpresa, vide Falchetti che, tranquillamente seduto, ingoiava della polvere rossa.

“Cosa sta succedendo qui?”

“Vede, mio carissimo datore di lavoro, ho appena mangiato il cristallo che mi ha donato. Saporito.” Scoppiò a ridere. Il camice, le mani e il viso erano sporchi di sangue. Si alzò di scatto e si avvicinò minacciosamente, sempre ridendo, a Whitman che, terrorizzato, sparò due volte colpendolo in pieno petto. Le sue risate, invece di smettere, aumentarono di intensità. Whitman esplose altri due colpi, inutilmente. “È difficile uccidere chi è invulnerabile e, per di più, immortale!”, disse prima di conficcargli il bisturi nel petto. Un fiotto di sangue macchiò il soffitto: fu l’ultima cosa che gli occhi di Whitman poterono vedere. Falchetti si rese conto che dopo ogni omicidio la sua forza aumentava enormemente. Lo dimostrava anche il fatto che i vestiti cominciavano ad andargli stretti ed era più alto di almeno cinque centimetri. Stavolta non gli servì il bisturi per consumare il suo macabro pasto.

Uccidere era una nuova esperienza per lui, molto divertente, soprattutto da quando aveva scoperto di poter essere colpito, di provare dolore. Toccò i fori esangui dei quattro proiettili, infilò un dito in ognuno e guardò l’orologio. Erano trascorsi circa venti minuti dalle otto di sera, un’ora perfetta per compiere qualche altro crimine. Si lavò accuratamente per eliminare ogni traccia di sangue, gettò il camice nel disintegratore di rifiuti, indossò il cappotto e uscì.

In un centro abitato grande come Frinate era facile trovare prede, un maniaco omicida aveva solo l’imbarazzo della scelta. La stazione ferroviaria abbandonata rappresentava una vera e propria riserva di caccia e nessuno si sarebbe preoccupato della morte di qualche misero barbone. A parte il misero barbone, ovviamente.

Luisa Guelfo aveva appena riposto nel garage il suo overcraft. Quel veicolo le era costato un occhio della testa e per pagare l’ultima rata aveva dovuto fare parecchie ore straordinarie, alla filiale romana della McGrow Computers non pagavano molto una segretaria. Entrò in casa, un villino isolato in periferia ereditato dalla nonna paterna, e sussurrò: “Ora.” Una gracchiante voce metallica le rispose: “Ore ventitrè, trentotto primi, venticinque secondi.” Pensò che sarebbe stato meglio andare a letto, una dura giornata la attendeva il giorno seguente. Comunque, accese il televisore e si adagiò sul divano. Stava quasi per addormentarsi quando udì qualcuno bussare con violenza alla porta principale. Un po’ impaurita toccò un tasto sul telecomando e lo schermo visualizzò ciò che la telecamera del videocitofono riprendeva. Un uomo alto più di due metri che indossava un cappotto sporco di sangue prendeva a pugni la porta. Fatto incredibile, le mani dello sconosciuto lasciavano delle impronte sulla liscia superficie metallica dell’uscio, come se provocassero delle ammaccature. Un essere umano che ammaccava quasi quindici centimetri di acciaio! “Luisa ti supplico apri la porta, ho bisogno di aiuto!”

“Chi è lei, come fa a conoscere il mio nome?”

“Non mi riconosci? Sono Federico, Federico Falchetti, apri ti scongiuro!”

“Non è possibile!” Dovette arrendersi di fronte all’evidenza perché l’uomo volse lo sguardo alla telecamera. I lineamenti, seppur deformati forse da un intenso dolore, erano quelli del suo migliore amico.

Imprecando, corse ad aprire la porta.

Falchetti doveva essere ubriaco fradicio dal momento che puzzava come una distilleria, ma questo non spiegava i mutamenti del suo corpo, altezza e massa muscolare enormemente aumentate e pelle verdastra, e il sangue sul suo cappotto. Si rannicchiò in un angolo del soggiorno piangendo e tremando.

“Si può sapere che diavolo ti è successo?”

“O mio Dio, mi sento malissimo! All’inizio credevo di essere diventato onnipotente. I cuori mi davano forza. Poi ho capito che non mi rendevano più forte ma sempre più debole perché LUI si nutriva di essi e LUI diventava più potente! Si sta impadronendo di me, non credo di poter resistere ancora per molto. Tu devi aiutarmi.” La sua voce divenne fioca. “Uccidimi, devi… devi… uccidermi.” Smise di parlare e iniziò a ridere. Si alzò pronunciando suoni incomprensibili che nessun essere umano avrebbe mai potuto imitare. La sua pelle tornò a una colorazione normale. Parlò di nuovo; la sua voce sembrava provenire da lontano, era diversa, grave. “Finalmente. Sono tornato! Ish-vah zorat ur-vah! Lynnate è morto e io posso tornare a vivere!” Quelle risate erano agghiaccianti. Alla parete su cui Luisa si era appoggiata per non cadere in terra, era appesa una sciabola giapponese del diciassettesimo secolo. La afferrò e, con una forza che non sapeva di possedere, la conficcò nel petto di Falchetti. Dalla lacerazione sgorgava una sostanza verde che emanava un intenso odore di alcool. Mentre egli cercava di estrarre l’arma, Luisa si precipitò nel garage. Mise in moto l’overcraft e fuggì lungo la strada che conduceva a Roma. Per un attimo credette di essere in salvo ma quello che vide riflesso nello specchietto retrovisore le fece cambiare idea. Falchetti la stava inseguendo correndo e per di più guadagnava terreno. Luisa accelerò raggiungendo i trecentocinquanta chilometri orari, il massimo consentito dal motore. Falchetti non apparve affatto turbato, anzi continuava ad avvicinarsi. Con un balzo si trovò sul cofano anteriore e con una testata sfondò il parabrezza. Luisa frenò di colpo e il suo inseguitore fu catapultato a circa trenta metri di distanza. In preda al panico scese dalla vettura e corse nella direzione opposta, consapevole di non avere alcuna possibilità di salvarsi. Dopo soli tre secondi si sentì stringere la caviglia. Fu scaraventata sull’asfalto con una violenza inaudita. Non riusciva a muovere un solo muscolo, forse non voleva. “Tu… sei… posseduto. Ti prego Federico, non uccidermi.”

“Federico è morto. Il mio nome è Ngorayt. Tra poco sarà tutto finito. Non soffrirai molto. Io ho bisogno del tuo cuore per tornare a casa, lì.” Indicò la costellazione del Cane Maggiore. “Spero che tu possa comprendermi.” Squarciò il petto di Luisa ed estrasse il cuore ma non lo ingerì, lo lanciò in alto in direzione del Cane Maggiore. Ridendo, si incamminò lungo la strada deserta per tornare a Frinate.

Alle sette del mattino in punto Orafi si svegliò. Aveva sperato che una bella dormita lo avrebbe aiutato, invece si sentiva peggio di prima, quel sogno si era ripetuto. Stavolta, però, vi erano state delle variazioni che lo avevano reso ancor più terrificante: l’assassino aveva il volto di Falchetti e la vittima somigliava molto a Landolfi; il terzo uomo era di spalle. Decise di consegnare a Eugenio la sua traduzione e domandargli spiegazioni. Prima voleva passare da Federico per tranquillizzarlo.

Quando giunse al laboratorio, rimase stupito nel vedere alcuni overcraft dei carabinieri parcheggiati intorno al piccolo edificio. Riconobbe il maresciallo Ferruccio Nobile intento a stendere un rapporto.

“Maresciallo cosa state cercando qui?”

“Meglio cosa abbiamo trovato. Conosce la signorina De Paolis?”

“Certo, Matilde.”

“L’abbiamo trovata morta insieme a un uomo sconosciuto. Non aveva documenti con sé.”

“E il dottor Falchetti?”

“Lo stiamo cercando. Sembra scomparso. Forse è stato rapito dall’assassino.”

“Può dire chi sia?”

“Non ancora. Sappiamo soltanto che molto probabilmente è un maniaco, dopo averli uccisi ha strappato loro il cuore. Quest’ipotesi è accettabile perché nella stazione abbandonata ci sono i cadaveri di almeno venti senzatetto, tutti mutilati allo stesso modo. E a pochi chilometri da qui, sulla strada che porta a Roma, c’è il corpo di Luisa Guelfo, forse la conosce… ehm… conosceva. Il fatto straordinario è che non sono state trovate tracce di armi.”

“Vuol dire che il maniaco ha mutilato i corpi a mani nude?”

“Pare di sì.”

“Grazie. Mi perdoni se le ho fatto perdere tempo.”

“Si figuri, è sempre un piacere per me farla partecipe delle nostre indagini.” Sghignazzando riprese il suo lavoro. Adesso era davvero troppo. Doveva avere una spiegazione convincente e sarebbe stato disposto a tutto pur di ottenerla.

Landolfi era nella hall dell’albergo; stava parlando al telefono in inglese. Quando terminò la conversazione, Orafi gli andò incontro. “Ho finito”

“Benissimo, non so come ringraziarti.”

“Per cominciare potresti dirmi la verità.”

“Cosa intendi dire?”

“Sono accadute molte cose da quando sei arrivato, molte persone sono morte. È ora di finirla.”

“Non capisco cosa tu voglia dire.”

“Non ho tempo da perdere, Eugenio. Dimmi tutto quello che sai o questo foglietto finirà nelle mani della stampa.”

“D’accordo, d’accordo. Seguimi, non sarebbe saggio parlarne in pubblico.” Lo portò nella sua stanza e lo fece sedere su una poltrona. Era indeciso, preoccupato, ma alla fine si convinse.

“Come ben sai, circa un mese fa un modulo spaziale da me progettato è stato utilizzato per tentare di raggiungere Marte. Vedi, il fatto è che non ci abbiamo mai messo piede.” Non si era accorto che due occhi dalle iridi di un verde cupo lo stavano osservando. “Durante il viaggio abbiamo avuto dei problemi, una nube di particelle, e perciò abbiamo deciso di sostare su un satellite del pianeta, Phobos.”

“Per quale motivo hai mentito?”

“Ecco, mentre ne esploravamo la superficie abbiamo trovato un oggetto di cui ho preferito tacere l’esistenza.”

“Quel grosso diamante?”

“Molto di più: era una grande scatola di pietra, forse di legno pietrificato. Conteneva il grosso diamante, una tavoletta di pietra su cui era scolpito il messaggio che ti ho dato e un cranio umano anch’esso pietrificato.”

“O mio Dio!”

“Puoi dirlo forte. Non abbiamo potuto esaminare il cranio perché si è polverizzato appena è entrato in contatto con l’aria nel modulo. Abbiamo deciso di svelare il segreto solo a pochissime persone. È per questo che mi sono rivolto a te e al mineralogista, come si chiama, Falchetti.” Gli chiarì la teoria delle particelle di Aarinsen. Dopo questa conversazione, Orafi comprese molte cose. Affidò la traduzione al suo amico, lo salutò e uscì dalla stanza. Landolfi si domandò se avesse agito nel miglior modo possibile confidandosi con lui. Udì uno strano rumore provenire dal bagno, come se qualcuno vi si fosse nascosto. Andò a controllare ma non c’era nessuno, almeno così sembrava. Avvertì il peso di una mano che si posava sulla sua spalla destra. Si voltò di scatto, impaurito, e vide un gigante verde alto almeno tre metri che indossava indumenti ridotti a un mucchio di stoffa sporca di sangue. Con il semplice tocco di un dito gli spezzò entrambe le gambe. Landolfi cadde sul pavimento aggredito da un dolore atroce. “Chi è lei, cosa vuole da me, come ha fatto a entrare?” Urlò disperato.

“È inutile strillare, nessuno ti sentirà. Hai voluto tu una camera isolata.” La sua voce sembrava provenire da molto lontano. “Mi saresti stato di aiuto per tornare a casa, ma hai spifferato tutto a quell’uomo. Sono costretto a uccidervi.” Improvvisamente le vene della gamba destra si gonfiarono ed esplosero schizzando un liquido verde che odorava di alcool. “Ho accumulato troppa energia. È ora che cominci a utilizzarla.” Afferrò Landolfi per le braccia e lo fece a pezzi come se fosse stato un fazzoletto di carta. Dal terrazzo si arrampicò sul tetto e da qui saltò nel giardino dell’albergo, centodieci metri più in basso, rimanendo incolume. Adesso doveva rintracciare Orafi, fargli fare la stessa fine di Landolfi e trovare un sistema per costruire qualcosa che lo avrebbe riportato a casa.

Orafi osservava le decorazioni sull’impugnatura della sua copia di una spada etrusca. La lama, lunga cinquantadue centimetri, era molto tagliente. Aveva a disposizione un’arma micidiale, suggerita dai sogni, per combattere il “demone”. Il messaggio gli forniva indicazioni su come annientarlo ma non era riuscito a interpretarle. Non capiva cosa fosse il “moto a destra” né cosa significasse esattamente “togliergli la parola”. Era convinto che un “essere gassoso” di cui aveva parlato Landolfi si fosse impossessato di Federico. Lui, infatti, esaminava un oggetto ritrovato sul satellite. Anche se si trattava di una prova inconsistente, di un’ipotesi alquanto strampalata, era l’unica spiegazione accettabile alla misteriosa morte di tutte quelle persone. Nessun uomo normale avrebbe potuto dilaniare un altro uomo con la sola forza delle braccia. Aveva seguito un elementare ragionamento deduttivo basato sulla norma fondamentale a cui ogni investigatore che si rispetti avrebbe l’obbligo di attenersi: una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità. Si dilettò nell’affettare del salame con la sua arma. Poi, per saggiarne l’efficacia, segò alcune lattine di alluminio e utensili in legno abbastanza duro. Intento a eseguire il test, utile solo a tranquillizzarlo, non si accorse di essere spiato da una finestra.

Dopo due ore si stancò di produrre segatura e piccoli pezzi di lamina taglienti. Montò sull’auto e si diresse sulla stessa strada dove era avvenuto l’omicidio di Luisa. Niente anche lì. Forse Federico, o chiunque fosse nel suo corpo, aspettava di incontrarlo in un luogo completamente deserto. Imboccò dunque un sentiero non asfaltato che conduceva a una piccola radura. Dallo specchietto retrovisore scorse un grosso animale che lo seguiva tenendosi alla distanza di quattro, cinquecento metri. Guardando più attentamente si accorse che non era un animale ma un uomo con il volto di Falchetti che si avvicinava molto rapidamente. Quando fu a meno di venti metri, spiccò un balzo degno di una cavalletta. Orafi frenò di colpo e quella montagna vivente atterrò a circa nove metri dal cofano. Orafi trasalì quando vide quella creatura nuda e verde la cui testa dondolava a più di quattro metri dal suolo. Dando fondo alla sua riserva di coraggio, si scagliò contro il suo avversario. Evidentemente la scorta non era sufficiente perché saltò fuori poco prima del contatto. Un vero e proprio colpo di fortuna, dato che furono necessarie solo due dita per cancellare il veicolo dalla faccia della Terra. “Non mi puoi sconfiggere così, sono invincibile!” Falchetti, più esattamente Ngorayt, si lanciò all’assalto. Con straordinaria prontezza di riflessi, Orafi evitò un pugno che avrebbe spaccato un blocco di marmo e contemporaneamente fece penetrare l’intera lama della spada nel fianco destro del suo nemico. La ferita si rimarginò quasi immediatamente. Ngorayt rise e sollevò Orafi prendendolo per il collo. Da lì in alto Guido notò un fenomeno che prima gli era sfuggito: le vene della gamba destra del mostro erano gonfie e pulsavano. Ripensando al messaggio si rese conto di aver commesso un errore nella traduzione, per indebolirlo non doveva privarlo del “moto a destra” ma della “gamba destra”. Facendo appello alle sue ultime forze e sperando di non sbagliare mira, lanciò la spada nell’arto di Ngorayt. Centro perfetto. La creatura lasciò la presa e si accasciò. Orafi approfittò di quell’istante per estrarre l’arma e amputare, per maggior sicurezza, tutti gli arti. La pelle di Ngorayt riacquistò un colorito roseo.

“Ora che sei sconfitto devi spiegarmi tutto dal principio.”

“Va bene, tanto ormai è tutto finito.” La sua voce era quasi impercettibile.

“Migliaia di anni prima che tu nascessi, la nostra specie aveva raggiunto un grado di civiltà tecnologica elevatissimo. Ma l’avidità e il desiderio di alcuni di accumulare ricchezze scatenò una guerra che coinvolse tutto il pianeta. Io e alcuni miei amici decidemmo di fuggire per rifugiarci su un asteroide ma fummo scoperti. Non posso descriverti la paura che provavamo e tu non potresti comprenderla. La nostra nave era veloce ma disarmata, fuggivamo ma eravamo bersagliati. Un siluro esplose vicinissimo a noi; l’energia sviluppatasi dall’esplosione fece aumentare incredibilmente la nostra velocità. Infrangemmo la barriera spaziotemporale.” Si interruppe per tossire. Diventava sempre più debole. “Vedevamo solo una luce intensa e colori, tanti colori. Tutto ciò finì non so dopo quanto tempo. Urtammo contro un pianeta che si disintegrò. Realizzammo di essere in un sistema solare lontanissimo da casa, ciò di cui avevamo bisogno per ricominciare una nuova vita. C’era un grave problema però: non potevamo sopravvivere sull’unico pianeta abitato da esseri viventi. Decidemmo di rischiare le nostre vite in un impresa mai provata prima. Costruimmo degli involucri di materia organica che ci avrebbero permesso di vivere anche in quell’ambiente. La nave aveva riportato gravi danni a causa dell’urto. Perdemmo il controllo e precipitammo sul pianeta; la nave esplose e l’immenso calore prodotto cristallizzò i nostri involucri che divennero prigioni.”

“Stai parlando dei diamantoni?”

“Sì, se vuoi chiamarli così. Fummo scaraventati, tutt’insieme, in pieno oceano. All’interno dei contenitori continuavamo a essere coscienti. Nel corso dei millenni la superficie mutò, là dove c’era il mare si innalzò la terra ferma. Un giorno, dopo milioni di anni, un contadino ritrovò i contenitori.”

“Si chiamava Arunte?”

“Sì, credo di sì, non ricordo con esattezza. Era affascinato dalla sua scoperta. Li raccolse per farli vedere al capo del suo villaggio ma mentre camminava alcuni caddero per terra e si scalfirono. I miei amici che vi dimoravano entrarono nei corpi di chi toccò la fenditura; erano simili agli involucri che avevamo costruito. Ma non si impossessarono immediatamente delle loro coscienze, gli ospiti avvertivano un forte desiderio di uccidere e più commettevano omicidi più la loro coscienza si andava annientando. È quello che è successo a me. I miei amici erano impazziti, rinchiusi da così tanto tempo, e anch’io credo di esserlo. Una volta acquistato il pieno potere sui loro ospiti, cominciarono a uccidersi tra di loro. L’unico che riuscì a sopravvivere distrusse i contenitori rimasti intatti eccetto il mio. Un uomo di nome Lynnate si era accorto di ciò che stava accadendo, così, osservando attentamente le lotte, capì come uccidere i posseduti. Uccise l’ultimo rimasto e, dopo aver dato fuoco alla parte che aveva mutilato, la rinchiuse insieme a me e a una tavoletta di cera in una scatola di legno. Due secoli dopo i miei simili giunsero sul vostro pianeta. Trovarono la scatola e, ritenendo la mia condizione una punizione sufficiente al mio reato, la pietrificarono insieme a quasi tutto quello che c’era dentro e la abbandonarono in un luogo che ritenevano irraggiungibile per voi. A quanto pare avevano torto.” Tossì e sorrise. Orafi era senza parole. “Ma visto che devo provare un’esperienza nuova, la morte,” riprese, “ho deciso che tu mi accompagni.” Morse il braccio sinistro di Orafi per staccarlo. Con una freddezza incredibile, Orafi pensò al messaggio e a quello che avevano detto Ngorayt e Landolfi: lo strumento con cui si trasmette la parola ha sede nella testa e nella scatola era stato trovato un cranio. Nel sogno, poi, il carnefice veniva decapitato. Con un deciso fendente fece rotolare per terra la testa che lo stava addentando. Tutto il liquido verde fuoriuscito dai moncherini evaporò in un attimo.

Premendo la mano destra contro il braccio ferito, si incamminò per raggiungere l’ospedale. Fortunatamente il maresciallo Nobile, che si trovava nei dintorni di passaggio, lo vide e lo accompagnò. Ai medici che lo interrogarono rispose di aver avuto un incidente d’auto; nessuno si preoccupò di controllare accuratamente le ferite. Anche se provava un po’ di rimorso nel lasciar brancolare nel buio le autorità che cercavano di risolvere il caso, riteneva che l’umanità non fosse ancora pronta a conoscere questa verità.

Quattro anni dopo Guido Orafi morì in circostanze misteriose. I medici che effettuarono l’autopsia, circa tre ore dopo il trapasso, non rilevarono nulla di anormale; molto presto buona parte del mondo ne venne a conoscenza. Lo stesso destino toccò ad Arthur McBryn, a Ronald Gregory, a Michael King e al Presidente degli Stati Uniti. Nessuno di loro venne cremato. Le poche persone che intuirono l’esistenza di un collegamento tra i cinque decessi furono ritenute squilibrate. Se qualcuno, anche a distanza di vent’anni, avesse aperto le loro bare, avrebbe avvertito un fortissimo odore di alcool.

Lascia un commento