Il lungo inverno invincibile, Silvia Tufano_Cupello(CH)

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017

 “Se ti affidi al vento, non pensare ai capelli.”

I

La prima volta che l’avevo visto, mi veniva incontro minaccioso, con fare da bullo di periferia e con un libro spiegazzato sotto al braccio. Avevo intuito subito che il suo sguardo non prometteva nulla di buono. Non avevo torto, pensavo, dopo che una signora profumata mi aveva aiutato a rialzarmi. Il suo pugno risoluto e nervoso mi aveva scaraventato dritto sul terreno, proprio sotto la giostrina sulla quale pochi secondi prima si dondolava la bambina dai capelli ispidi.

“Ti sei fatto male, tesoro?”, mi aveva chiesto la signora con una vocina sgradevolmente melensa.

“No, sto bene ma soprattutto non sono il tuo tesoro”, le avevo risposto sferrandole un calcio al ginocchio e scappando subito dopo lungo la strada che conduceva al fiume.

Mi ero seduto lì come tutti i pomeriggi; giocavo con i sassi che immaginavo essere come pensieri e che mi divertivo a raccogliere e a lanciare lontano, quando iniziavo ad avvertirne il peso. Restavo qui per ore in silenzio e non riuscivo a capire perché gli adulti fossero sempre troppo seri e perché facessero così tanta fatica a sorridere. In fondo, riflettevo, i sorrisi sono gli unici tagli che non dobbiamo per forza rimarginare.

Prima di tornare a casa avevo dato un ultimo sguardo alla rana a tre zampe che avevo trovato qualche giorno prima e che se ne stava lì, sola e intorpidita dal freddo.

“Tu sì che sei fortunata, amica mia! Non hai bisogno di dover combattere ogni giorno per dimostrare di essere diversa dalle altre rane”, le ripetevo ogni volta prima di salutarla con un colpetto sulla schiena che la faceva balzare puntualmente, come colpita da una scossa elettrica. La corsa che facevo tutte le volte fino a casa mi lasciava estenuato e intontito come se io e il vento avessimo scommesso su chi dei due sarebbe arrivato per primo.

La mattina dopo lo avevo rivisto mentre giocava ad inseguirsi con un altro bambino. Rispetto al giorno prima appariva più disteso anche se i graffi sul volto erano sempre lì a ricordargli chi fosse. Lo guardavo da lontano cercando di studiare le sue mosse ed eventualmente prevedere un altro colpo sferrato a tradimento. Mi tormentavo le mani chiedendomi se dovessi avvicinarmi e magari restituirgli la gentilezza del giorno prima. Non avevo fatto in tempo a rispondere che mi si era avvicinato prima lui.

“Mi chiamo Robert e forse ho nove anni. Tu quanti anni hai?”, mi aveva domandato guardandomi fisso i piedi.

Adesso che mi era più vicino non riuscivo a mantenere viva quella collera così rovente che aveva provato il pomeriggio prima, mentre scrutavo il cielo a strisce da sotto la coda del cavallo a dondolo che la ragazzina dai capelli istrice aveva cavalcato come un’ossessa.

“Anch’io ho nove anni ma non mi chiamo Robert. Mi chiamo Bob”, gli avevo urlato allungandogli la mano per presentarmi, così come avevo visto fare agli adulti formali ed educati.

“Bob è un nome molto brutto perché è un nome con poche lettere. I nomi con poche lettere sono i nomi per bambini stupidi”, mi aveva canzonato mentre con la mano sfiorava il libro che teneva stretto sotto al braccio.

“Io non sono un bambino stupido”, gli avevo risposto stizzito.

“Io so parlare con le rane a tre zampe e se adesso vieni con me, ti faccio vedere come si fa”, lo avevo provocato con orgoglio. Mi aveva seguito senza dire più una parola durante tutto il tragitto che ci aveva portati al fiume. Camminava a pochi centimetri da me tenendosi subito dietro e ogni tanto sentivo un bisbigliare di pagine che sembravano spiccare voli sempre dissimili. Ogni volta che mi voltavo per curiosare, lui si bloccava come pietrificato e mi guardava sorridente. Non appena riprendevo a camminare ridandogli le spalle, quel fruscio ricominciava a fendere l’aria come mulinelli di foglie rosso autunno. Quando fummo arrivati nel punto in cui Ginevra – così l’avevo chiamata- era solitamente stesa a scaldarsi al sole, fui colto dalla disperazione non trovandola lì ad aspettarmi.  Robert intanto si era seduto su una pietra e aveva iniziato ad intonare una straziante melodia che non faceva altro che aumentare la mia agitazione.

“I bambini coi nomi corti dicono tantissime bugie. Bob dice tante bugie e io non sopporto le bugie dei bambini coi nomi corti”, aveva cominciato a ripetermi Robert in maniera sempre più snervante.

“Calmati Robert. Vedrai che tra un po’ spunta fuori. Sarà andata a bagnarsi al fiume”, cercavo di distrarlo mentre un’ansia sempre più crescente iniziava a togliermi il fiato. Aveva cominciato a fare buio e l’umidità dei sassi sembrava alitarci addosso. Mi ero avvicinato per sedermi di fianco a lui, contando sul calore che il mio corpo in quel momento emanava e avevo tentato di circondargli il collo delicato con un mio braccio.

La reazione che ebbe fu una delle cose più terrificanti e sorprendenti che avessi mai veduto nella mia breve vita. In pochi secondi il volto gli si rigò di lacrime purpuree che lui ingoiava e poi mi risputava addosso. Emetteva dei gridolini di disperazione e di ebrezza al tempo stesso che mi avevano richiamato alla memoria la notte in cui la gatta del vicino aveva dato alla luce sei minuscoli gattini maculati. Aveva tentato di colpirmi di nuovo al volto ma questa volta non era riuscito a centrarmi il naso ma mi aveva raggiunto appena di striscio. Il libro, l’unica cosa che sembrava interessargli davvero, non pareva risentire in minima parte di tutta questa concitazione. Era scappato via prima ancora che Ginevra potesse dimostrargli che le bugie non erano mai tanto piaciute neanche a me perché non ci lasciano, troppo spesso, la libertà di tornare indietro.

“Fammi vedere cosa hai là sotto, Robert”, stava gridando la donna arruffata, con una sigaretta ancora fumante tra le unghie smaltate. Li guardavo da sopra l’albero dove mi ero nascosto la mattina presto e la scena vista da così in alto mi arrivava quasi surreale e a rallentatore. La donna, una signora di mezza età avvolta in un pigiama rosa di tre taglie più grandi, si sforzava di rincorrere il bambino, inciampando di tanto in tanto tra i buchi delle pantofole che mi fecero tornare alla mente un episodio che forse avevo soltanto immaginato.

Tempo prima avevo dato uno spintone a mia madre mandandola contro una finestra tanto che si era tagliata dappertutto. Mio padre decise di darmi una lezione. Mi diede tante cinghiate da farmi lievitare il sedere come un pandolce, poi mi chiese:

“Hai niente da dire alla mamma?” Io risposi di no.

Lui per ripicca prese i miei album di figurine, ne avevo cinque o sei e me li bruciò tutti in mezzo alla stanza. Io rimasi impassibile. Lui prese una pantofola e me la picchiettò in testa dal lato del tacco. Poi ripeté: “Hai niente da dire alla mamma?”

“No.”, risposi. Lui se ne andò. Avevo vinto io.

“Smettila di correre, Robert, così mi farai morire di crepacuore”, lo supplicava ora la donna sedendosi sul prato, nonostante l’inverno avesse già steso su di esso la sua rugiada opalina. La donna sembrava provata; aveva il volto svuotato come di chi da notti non dorme o forse come di chi si attacca troppo spesso ad una bottiglia per provare a non ricordare.

“Lascialo correre, vedrai che quando si sarà stancato tornerà da te”, provai a suggerirle ma mi accorsi che la donna non mi aveva assolutamente udito.

Intanto Robert aveva concluso la sua passeggiata affannosa e si era buttato sull’erba insieme alla madre mentre in una mano teneva una borsa di plastica con un oggetto non identificato che ne appesantiva la sagoma.

“Non dirmi che ne hai ucciso un altro! Non ne posso più dei tuoi sudici regali, Robert”, strillò la donna, scostandoselo di dosso e alzandosi dall’erba.

“Guarda mamma, guarda quanto è grande stavolta”, provava a richiamare la sua attenzione il bambino, mostrandole un enorme sorcio ancora caldo.

La donna non si voltò a contemplare il trofeo né a ringraziare il figlio per questo ma prese l’uscio di casa e se lo richiuse alla spalle rumorosamente.

“Non preoccuparti, Robert. Se vuoi posso prenderlo io. Mi sono sempre piaciuti i topolini morti, appena appena accoppati”, tentai di consolarlo, visto che non mi era sfuggita la smorfia di rammarico che gli era apparsa sul volto. Robert alzò appena la testa e mi vide quasi in bilico su un ramo. Non appariva niente affatto meravigliato da questa presenza sull’albero e con un cenno della mano mi fece segno di scendere.

Mi avvicinai sospettoso; non riuscivo ancora a togliermi dagli occhi la scena del pomeriggio prima e quando fui a due passi da lui, gli sedetti di fianco fischiettando un motivetto piuttosto strambo. Robert indossava un giubbotto marrone quella mattina che a stento riusciva a fasciargli i polsi; il maglione, troppo leggero per il periodo, aveva perso la sua forma arcaica e i pantaloni erano stati chiusi con un nastro di quelli che si usano per avvolgere i pacchi di Natale. Mi accorgevo che lo vedevo davvero per la prima volta e fu così che m’ incantai di fronte ad una specie di dolcezza che splendeva in quegli occhi crudeli, verde chiaro, e su quella piccola bocca rossa dalla piega amara.

Mi voltai di scatto, sentendo che qualcuno aveva appena riaperto l’uscio di casa nella quale in precedenza era rientrata quella che pareva avere tutta l’aria di essere la madre di Robert. Un uomo dall’incedere goffo e dalla statura media, si avvicinò a noi e, tenendo un pugno ben premuto al centro della testa di Robert, minacciò:

“Prova a riportarmi un’altra volta in casa quella roba e giuro che stavolta ti ammazzo.”

L’alone di cattiveria e di malvagità che circondava quell’uomo, come la crisalide di una farfalla, aveva lasciato nello sguardo di Robert una voragine di vuoto che pareva scavata con un coltello, un vuoto nel quale ora lui appariva completamente abbandonato e che sembrava avere la forma esatta del rammarico.

“Andiamo al fiume a raccogliere i sassi?”, gli stavo ora domandando per scuoterlo da quel torpore dentro il quale l’uomo malvagio lo aveva precipitato.

Robert fece sì con la testa mentre tutto il ghiaccio che gli si era depositato sull’anima iniziava a prendere la forma di due grossi lacrimoni lucenti che scivolavano giù dai bordi, colmi fino all’orlo di tristezza. Era una bambino speciale Robert, l’unico che riuscisse a piangere soltanto con gli occhi.

“Chi era quell’uomo cattivo che ti ha detto quelle cose prima?”, mi stavo incuriosendo adesso mentre con la coda dell’occhio cercavo Ginevra che oramai da giorni non si faceva vedere.

“Lui non è mio padre.  Io non lo so chi è quell’uomo. So solo che non mi vuole bene”, rispondeva a scatti Robert, incolonnando i sassi uno sopra l’altro in un precario equilibrio.

“Dai dimmelo Robert. Se ti chiudi a riccio, le spine te le metti tutte dentro.”

“Tu ce l’hai un padre?”, mi chiese di rimando lui, ignorando la mia richiesta.

“Che domande mi fai? Tutti ce l’abbiamo un padre. Non lo sapevi?”, ribattei con aria da saputello.

“Il padre di un mio amico è un super eroe. Riesce a sollevarlo da terra e a metterselo sulle spalle senza farlo cadere. Non è mica una cosa semplice!”, mi stava raccontando adesso che appariva di colpo più disteso.

“Invece è semplice, tutti i padri lo fanno. Il padre di un mio amico invece somiglia ad una fisarmonica. Quando ride o respira, si sentono le note”, provai ad inventare per stuzzicarlo e magari strappargli un sorriso.

“Davvero somiglia ad una fisarmonica?”, mi guardava fisso a bocca aperta aspettando attento una mia risposta. Prima che avessi il tempo di rispondergli, lui continuò:

“Mia madre dice che anche il suo amico è un supereroe perché le botte che ci dà non lasciano mai il segno”, concluse, alzandosi dalla pietra e sfoderando uno dei suoi sorrisi tristi. In fondo gli calzavano bene, pensavo. Li sapeva trattare quei sorrisi e metterli in fila senza che rompessero mai le righe.

Dopo quel pomeriggio non ci eravamo rivisti più. Lo avevo atteso per ore davanti la scuola e al parco dove ci eravamo scontrati la prima volta, ma sembrava essere svanito nel nulla. Più volte avevo aspettato fuori casa che uscisse ma anche lì sembrava che non ci fosse più nessuno. Quel giorno decisi che era arrivato il momento di spingermi oltre. La volta in cui mi ero nascosto sopra l’albero avevo notato che la casa di Robert aveva più ingressi, uno dei quali dava su un enorme spazio verde di cui si perdevano i contorni. Avevo indugiato fino alla sera, l’unico momento della giornata che nasconde le città ma rivela le persone, che spegne le parole accese, ricuce gli strappi del giorno e sfuma le incomprensioni.

Dalla casa non sembravano provenire né voci né rumori e le luci erano accese ma così ovattate che si riusciva a fatica a scorgerne l’interno. Ero stato molto attento a non farmi vedere e mi ero così spinto fino ad una delle finestre che davano sulla cucina. L’ambiente era molto piccolo e l’arredo lasciato un po’ al caso. Sulla tavola svariate bottiglie di whisky che facevano intuire un acuto desiderio di lasciare il mondo fuori il più a lungo possibile. In un angolo del tavolo, i resti di una cena consumata troppo in fretta e per terra chiari segnali di una trascuratezza di cui nessuno pareva infastidirsi. Non riuscivo però a scorgere il mio amico dietro quella finestra e proprio nel momento in cui avevo deciso di arrendermi, vidi ciò che non avrei mai immaginato di vedere. Seguirono attimi amplificati in milioni di minuscole particelle di tempo che sembravano prolungarsi all’infinito. Non resistetti più alla tentazione di scappare e corsi, corsi più di quanto avessi mai saputo fare. Questa volta il vento stava perdendo la sua scommessa.

Mi stesi sull’erba a faccia in giù, poggiando tutto il peso sulla pancia mentre la pioggia mi palpitava sulla schiena. Con il mento affondato nel prato, provai a guardare la pioggia dal punto di vista della mia amica rana. La visione di centinaia di fili d’erba che si inchinavano e poi rialzavano a ritmo costante, mi colpiva come uno degli spettacoli più belli al mondo e mi assolveva da ciò che avevo appena veduto. Rimasi così tutta la notte sperando che quella scena l’avessi solo fantasticata come quando tempo prima avevo parlato con uno gnomo. Ancora adesso provavo una gran pena per quelli che non ne avevano mai veduto uno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

 

 

 

Per giorni non rimisi più piede nel cortile della casa di Robert né mi ritornò la voglia di riandare a spiarlo. Quello che avevo visto quella sera aveva annullato ogni mia certezza e sovvertito completamente l’immagine degli esseri umani e delle loro azioni che fino a quel momento avevo creduto incrollabili. Ogni tanto però mi chiedevo che fine avesse fatto e pregavo affinché non gli accadesse mai nulla di male. Mi ero affezionato molto a quel bambino un po’ strano che riusciva ad essere luminoso nonostante l’enigma che chiaramente si portava dentro.

“Ci sono persone indimenticabili e nessuna cura”, riflettevo affranto.

Avevo sentito in giro che da giorni non si vedeva neanche a scuola e questo mi lasciò triste per un periodo di tempo che non riuscii a decifrare tanto mi sembrò lungo. Poi un pomeriggio di fine novembre, uno di quelli in cui tutto sembra irrimediabilmente fermo, lo vidi. Se ne andava in giro a quell’ora da solo con il solito libro sotto al braccio, sempre lo stesso, forse l’unico che possedeva, mi convinsi. Mi appariva diverso, più abbattuto e i graffi sul volto erano addirittura aumentati. Divenuti ormai cicatrici, gridavano al mondo che lui era un sopravvissuto e che aveva scelto di vivere nonostante tutto. E per questo aveva già vinto.

Iniziai a seguirlo tenendomi distante da lui il giusto per non perderlo e abbastanza per non essere visto. Sembrava che nemmeno lui sapesse esattamente dove andare. Era perplesso e disorientato e aveva tutta l’aria di chi si sente irrimediabilmente attratto dall’ignoto; il rischio e il pericolo parevano non sfiorarlo nemmeno come un audace nuotatore nella corrente. D’improvviso accelerò il passo; mi venne il dubbio che mi avesse visto e che cercasse di seminarmi ma ero deciso a non mollarlo. Girato l’angolo lo vidi entrare all’interno di un’abitazione di cui non conoscevo i proprietari. Una signora bassa e magrissima lo aveva lasciato entrare con fare prudente ma irrequieto. Lo persi di nuovo e un senso di mistero mi invase il cuore e la mente.

“Mi sei mancato Bob.”, mi sentii dire da una vocina penetrante e decisa.

Me lo ero ritrovato davanti come incarnato dai miei pensieri e dal mio desiderio.

“Come hai fatto ad arrivare qui da solo?”, gli stavo domandando, stupito del fatto che non si fosse perso lungo la strada del bosco che portava al fiume.

“Non sono arrivato qui da solo, c’è lui con me.”, mi rispose indicandomi un punto non circoscritto in cui non riuscivo a scorgere nulla.

“Anche tu mi sei mancato Robert e ti ho cercato tantissimo. L’altra sera ti ho visto   entrare dentro casa di una signora che non conosco. Cosa ci sei andato a fare?”

Non riuscivo più a trattenere la curiosità ma soprattutto la voglia di dirgli ciò che avevo visto. Lui non rispose ma si sedette in riva al fiume nonostante il greto fosse invaso da ciottoli e ghiaia. Mi accorsi che parlava da solo, silenziosamente, quasi come se recitasse una preghiera. Non riuscivo a sentire cosa stesse dicendo e, quando mi fui avvicinato per decodificare qualche parola, si zittì di colpo.

“So tutto Robert. Ho visto cosa succede in casa tua una sera in cui sono venuto a cercarti. E’ orribile. Adesso capisco tante cose in più e ti voglio perfino più bene”, gli stavo confessando, dandogli un colpetto sul mento. Sembrò gradire al punto tale che mi permise di allineare i sassi insieme a lui.

“Vorrei farti vedere una cosa che non ho mai fatto vedere a nessuno. Non ho mai trovato una persona come te in vita mia. Con te non mi vergogno di essere come sono e so che io e te capiamo cose che nessun altro potrà capire”, mi disse in un solo respiro. Appariva quasi commosso e per la prima volta da quando lo conoscevo mi sembrava anche meno solo ed ero felice se avevo potuto in parte alleviare il senso di inquietudine che lo scorticava dentro l’anima.

“Stasera, intorno alle otto, ti aspetto davanti la porta di casa che dà sul retro. Non fare tardi, è importante”, mi sollecitò rialzandosi e scappando via senza darmi il tempo di replicare. Intanto erano giorni che Ginevra non si faceva vedere; cominciavo a temere che anche lei si fosse stancata del solito sasso e delle solite radici e che le sue tre zampe l’avessero finalmente condotta altrove.

Alle otto in punto di quella sera, ero già lì dove Robert mi aveva chiesto di aspettarlo. Faceva così tanto freddo che perfino le parole sembravano essere sul punto di congelarsi e restare così sempiterne. Non lo vedevo arrivare e di tanto in tanto alzavo la testa per capire cosa stesse accadendo dentro casa ma, proprio come quella sera, tutto appariva stranamente immobile. Incominciavo a rasentare la disperazione quando me lo trovai davanti sbucato da un altro lato della casa.

“Non ti ho visto arrivare. Da dove sei passato? A momenti mi facevi prendere un colpo”, gli sussurrai, temendo di essere scoperto dall’adulto malvagio.

“Sta’ zitto ed entra. Mi raccomando, stai attento a dove metti i piedi”, mi consigliò visibilmente allarmato.

Non capivo perché ma mi aveva di colpo ricordato il mare che avevo visto solo una volta qualche mese addietro. Mi chiedevo se in una vita precedente Robert non fosse stato un’onda, di quelle che portano a riva sassolini colorati e poi li custodiscono come fossero smeraldi.

Mi tirò con un lembo della giacca e mi spinse verso l’interno. Le luci di due lampade ad olio, poste in alto su di uno scaffale, donavano all’ambiente un’atmosfera spiacevole e dolorosa. La situazione era la stessa della volta precedente: immondizia e bottiglie ovunque e una puzza di rancido cui perfino le narici parevano rivoltarsi.

Lo seguivo muto e lentamente la curiosità che mi aveva spinto fin lì, lasciava il passo ad una paura sorda e penetrante che a tratti mi bloccava i piedi e mi rendeva prigioniero. Mi sentivo come separato dai miei stessi pensieri, intrappolato nella terra di nessuno e per quanto mi sforzassi, riuscivo a malapena a pronunciare un balbettio confuso. Probabilmente se ne accorse, forse a causa del mio respiro che diveniva via via sempre più affannoso.

“Sei un fifone Bob. I bambini con i nomi corti sono stupidi e anche un po’ fifoni”, mi pungolava, forse sperando di distrarmi.

“Non sono né stupido né fifone Robert, altrimenti non sarei qui adesso”, gli obiettavo con l’orgoglio che mi ribolliva tutto. Perfino in momenti come questi riuscivamo a riconoscerci l’un l’altro, a comunicare senza il bisogno di sforzi sovrumani ma come se tutto fosse il prodotto di una grazia divina.

Non mi ero accorto che eravamo velocemente sgattaiolati dalla cucina in una camera enorme che pareva essere senza identità perché nessuno si era mai preoccupato di affibbiargliene una e così, nel preciso istante in cui l’attraversai tutta, decisi che l’avrei ribattezzata “la camera dei bottoni”. Lì per lì non seppi darmi una ragione del perché l’avessi chiamata così.  Lo capii soltanto tempo dopo quando mi accorsi che nemmeno io avevo ce l’avevo la mia identità e che essa è un qualcosa che non puoi attribuirti da solo ma che ti diversificherà per l’eternità, e che spesso è variegata e multicolore proprio come una scatola di bottoni.

“Che cosa ti rende triste in questo momento?”, mi sentii chiedere come se mi avesse letto nel pensiero.

“Ho immaginato che tu eri un altro.”

“In che senso?”, mi chiese mentre percorrevamo tutta la casa.

“Che eri diverso da come ti immagino io.”, gli risposi sollecito.

“E come mi immagini tu, Bob?”, mi domandò inaspettatamente.

“Che diavolo di domande mi fai Robert?”, replicai spazientito non poco.

“Io invece ti immagino coraggioso perché ogni giorno rimani uguale a te stesso, anche se sai di non piacere a nessuno”, concluse, spiazzandomi come soltanto lui era in grado di fare e ragionando meglio di un adulto.

Di colpo un rantolio sembrò provenire da una stanza in fondo a quel corridoio lungo e stretto. Immaginai che tutta la verità che stavamo cercando fosse lì in quella tana buia da dove provenivano dei suoni cui non riuscivo ad attribuire la natura.

Mi affacciai appena sull’uscio mentre Robert si era fermato a guardarmi. Forse non avrebbe voluto che vi guardassi dentro ma io lo feci lo stesso.

Vidi l’uomo malvagio riverso su un letto stretto, ancora vestito. Mi stupì il fatto che non si era tolto di dosso neanche il cappotto. I rantoli che avevo udito in precedenza erano in realtà i suoi respiri asmatici che parevano provenire da un corpo distaccato dal suo. Di fianco a lui la madre di Robert, poggiata su di un fianco e con la bocca semiaperta, aveva tutta l’aria di uno spaventapasseri che non fa più paura a nessuno e nemmeno nel sonno pareva fidarsi di quell’uomo accanto al quale dormiva. Erano sopraffatti dalla stanchezza, come lo si è dalla marea e quella posa arrendevole li rendeva simile a bambini. Le finestre erano socchiuse e visto il freddo di quella sera, non riuscivo a spiegarmi il perché. Forse l’odore di rancido così invadente, era divenuto intollerabile perfino per essi. Guardando quella coppia mi veniva davvero da credere che l’amore non esiste; esiste soltanto la paura di morire soli.

Mi voltai per cercare Robert. Mi chiedevo come fa un bambino a restare tale in una famiglia del genere e quanto della sua infanzia fosse già volata via, schiacciata dal peso di quelle bottiglie e di quelle incomprensioni.

Non lo vidi più. Mi affrettai a tornare in cucina sperando fosse tornato indietro a riprendere qualcosa. Non era nemmeno lì. Mi veniva da piangere all’idea che mi avesse lasciato solo in quella casa e pensavo che forse si era vergognato poiché io avevo visto i suoi genitori o quel che ne restava, in quello stato di totale abbandono.

Ritornai nel corridoio pregando di vederlo apparire da un momento all’altro. Mi accorsi che subito dopo la tana dei due adulti, c’era una scala in legno che prima mi era sfuggita e che conduceva probabilmente in una zona della casa che ancora non avevo esplorato. Tentennai un pochino. Non sapevo quanto valesse la pena continuare e mi maledicevo per essermi immischiato in una faccenda che assumeva sempre più i contorni di un film dell’orrore degli anni Cinquanta. Mi aspettavo di veder apparire il mostro da un momento all’altro. Poi decisi che non potevo tradirlo e il bambino coraggioso che lui pensava che fossi, venne fuori tutto in un colpo.

I gradini della scala di legno erano angusti e sottili e dal buio lì in fondo sentivo provenire un gelo che mi trafiggeva peggio della mia durevole malinconia.

A mano a mano che scendevo mi arrivavano dei flebili mormorii e a bassa voce cominciai a chiamare Robert. Fingevo di sentirmi a mio agio ma avevo paura soprattutto perché intuivo che quello che avrei visto di lì a poco avrebbe deviato per sempre il corso predeterminato della mia esistenza. Così dovetti scegliere, scegliere di lasciare che un pezzo della mia infanzia se ne andasse via per sempre quella sera. Una mano poggiata di colpo sulla spalla sinistra mi portò tristemente alla realtà. Ero sul punto di urlare come un tacchino quando la stessa mano, premuta sulla bocca, trasformò quell’urlo in un gemito strozzato.

“Sono io Bob. Non urlare, altrimenti sveglierai gli altri.” Riconoscevo la voce del mio amico e in quel momento ringraziai Dio di essere ancora vivo anche se non sapevo per quanto tempo ancora sarei rimasto tale.

“Dove ti eri cacciato? Iniziavo a pensare che ti avessero rapito gli alieni. Non puoi farmi questo tutte le volte Robert. Sappi che la prossima…”

Le parole mi morirono in gola quando Robert accese le luci dentro quella cantina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

 

 

Incominciai a muovermi lentamente e mi mantenevo il più vicino possibile al muro umido sul quale avevo poggiato una mano, quasi come a volermi sostenere.

Gli occhi avevano iniziato a lacrimarmi con irruenza e con un dito ogni tanto tiravo via una lacrima dal viso. Robert intanto si era seduto su una specie di panca marrone e teneva il capo abbassato cosicché non riuscivo più a coglierne le espressioni.

All’improvviso si alzò da quella sedia e cominciò la sua rituale danza con il libro da cui non si distaccava mai. Era uno degli spettacoli più strani ma allo stesso tempo struggenti che avessi mai veduto. Le pagine parevano riprodurre i voli di mille farfalle ferite; insieme creavano un’unione perfetta. Il libro iniziava proprio lì dove finiva la sua mano quasi a sembrare un suo prolungamento ed era abilissimo a tenerlo in perfetto equilibrio. Inventava perfino dei veloci movimenti con entrambi i piedi che parevano non lasciare nulla all’improvvisazione. Lui era completamente assorto, esistevano soltanto loro due e mi chiesi se quello non fosse il suo modo di sublimare le cose che gli facevano del male. Mi ricordai della prima volta che mi aveva accompagnato al bosco e intuii che quella era la stessa ballata di quel nostro primo giorno insieme.

Solo che quella volta non aveva acconsentito che io lo guardassi. Capivo che aveva iniziato a fidarsi. Era come se avesse riaperto un libro abbandonato in precedenza e si fosse accorto che il segnalibro era fermo proprio una pagina prima della parte più bella.

Alzai la testa di colpo perché un ragno aveva attirato la mia attenzione. Era appeso ad un filo invisibile e pareva fare ginnastica. Guardando qual minuscolo corpo nero e peloso, pensavo che entrambi avevamo ricevuto il dono della vita. In quel momento ero di pessimo umore. Il ragno invece danzava, insieme a Robert. Essi in quel momento facevano della vita un uso migliore del mio. Avevo appena preso lezioni di danza e di vita da un ragno.

Non riuscivo a staccarmi da quella scena e fu proprio quando il libro gli cadde dalle mani che riportai la mia anima in quella cantina.

“Cosa sta succedendo Robert? Che cosa significa tutto questo?”, lo interrogavo avvicinandomi per riprendere il libro dal pavimento.

Il cumulo di elettrodomestici sventrati era diventato così gigantesco che ci si domandava se avessero avuto mai un inizio e una fine. Alcuni pezzi erano sparsi sul pavimento, altri ben conservati in teche di vetro, altri ancora allineati come indiani su scaffali strabordanti. Nulla era rimasto così come era stato creato. Ogni ordine era stato rivoluzionato e sovvertito e nulla era più al posto giusto.

“E’ tutta opera dell’uomo malvagio Bob. Ma quello che hai appena visto non conclude ancora tutto il cerchio”, mi stava dicendo prendendomi per mano.

Mi condusse dietro una porta che avevamo dovuto aprire in due tanto era divenuta pesante. La spalancammo a fatica ma alla fine fummo dentro un nuovo gigantesco stanzone. D’istinto mi poggiai una mano sulla bocca tanta era la puzza che ci aveva investiti e mi stupivo del fatto che invece Robert non ne appariva minimamente infastidito. I tavoli posti al centro dell’enorme camerone, si susseguivano uno dietro l’altro perfettamente schierati e non erano molto lunghi. Forse erano tre o forse quattro, non ricordo con precisione. Ricordo soltanto che pensai che probabilmente la mia innocenza finiva in quell’istante. Quando mi avvicinai a quei barattoli trasparenti, feci finta di non capire, non potevo credere che stesse accadendo davvero e non capivo perché proprio io avessi dovuto assistere a tutto questo.

“E’ quello che penso io Robert? E’ proprio quello che sembra? Dimmelo, ti prego”, gli urlavo quasi in preda ad una crisi di nervi.

Non mi rispose ma io capii lo stesso. Quegli organi dovevano essere appartenuti a qualcuno e adesso erano lì in attesa di divenire altro.

“L’uomo malvagio usa questi organi perché crede di poter dare vita alle cose che non ne hanno mai avuta una. L’altro giorno l’ho visto mentre metteva un cervello umano dentro la nostra aspirapolvere e quel cuore che vedi lì sotto era quello del mio povero gatto”, concluse tra le lacrime.

Avevo iniziato a sentire dei violenti colpi alla fronte, come se mi stessero rimbombando insieme tutte le parole delle ultime settimane e come se la mia piccola testa non riuscisse più a contenerle. Una forte nausea mi prese all’improvviso e in angolo remoto di quella stanza, vomitai tutte quante quelle parole e tutta quanta la mia spensieratezza.

“Dobbiamo andare alla polizia, Robert. Dobbiamo raccontare quello che succede qui dentro. Non possiamo diventare complici di tutto questo. Lo capisci, vero?”, lo scuotevo dopo aver vomitato più e più volte.

Lo guardai mentre si premeva le mani sulle orecchie e scuoteva il capo a scatti. Cominciai a temere che lo stessi perdendo sul serio e provai a tranquillizzarlo.

“Da quanto tempo va avanti tutto questo? Come è possibile che nessuno se ne sia mai accorto!”, interpellavo prima di tutto a me stesso, ancora scioccato da quanto avevo appena saputo.

“Non chiedermi tutte queste cose. Non voglio sapere nulla, non mi riguarda. Aspettavo solo che un giorno arrivasse qualcuno con cui scappare”. mi guardava augurandosi che io avessi intuito.

Non ebbi il tempo di replicare ma ebbi la prontezza di tirarmi dietro Robert prima che l’uomo malvagio lo colpisse dietro la testa col manico di uno degli aspirapolveri con cui si divertiva a giocare allo scienziato pazzo. Salimmo le scale di corsa inciampando di tanto in tanto per la concitazione. Nel corridoio trovammo ad attenderci la madre di Robert che non provò nemmeno a fermarci. Mi parve di aver colto nel suo sguardo un lampo di rassegnazione e sollievo al tempo stesso.

Uscimmo fuori sul prato e doveva essere molto tardi perché non riuscivo a vedere in giro nessuno a cui poter chiedere aiuto. D’improvviso quel posto mi appariva deserto, asettico e a tratti fiabesco. Io stesso iniziavo a sentirmi evanescente ma soprattutto non comprendevo perché quell’uomo si ostinasse ad inseguire soltanto Robert. Pareva non mi vedesse nemmeno.

Appariva molto testardo e determinato nel suo desiderio di inseguirci e più correvo e più iniziavo ad immaginarmi come mi sarei sentito a vivere il resto dei miei giorni dentro un forno a microonde o dentro il cestello di una lavatrice. Mi domandavo come può un essere umano qualunque pensare di stravolgere l’ordine prestabilito, sentendosi quasi più vicino a Dio che agli uomini. Mi interrogavo su come può la follia degenerare fino al punto di credere che ci sia qualcuno o qualcosa che voglia essere diverso da ciò per cui è stato creato e perché arrogarci il diritto di rovesciare ciò che ognuno ha scelto di diventare per se stesso. Perché dobbiamo credere che gli altri sarebbero più felici qualora fossimo noi ad imporgli chi o cosa dover essere. E come faceva quell’uomo ad essere certo che quegli aspirapolveri e quei forni in fondo un cuore ed un cervello non ce l’avessero già. Mi immaginavo prendere le stelle e metterle al posto dei fiori o prendere il sole e metterlo lì dove di solito c’è la luna e sapevo con certezza che ognuno di questi elementi era felice senza un motivo, messi lì a compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. Dall’erba dei campi alle stelle del cielo, ogni cosa faceva proprio questo e nessuno cercava di trasgredire i suoi limiti.  Erano felici e basta. Felici di essere quello per cui erano stati pensati.

Sentivo le gambe divenire sempre più gelatinose e mi stupivo di come facesse Robert a correre così senza mai riprendere fiato. Poi mi convinsi che tutti quei pensieri mi ancoravano saldamente al terreno e non mi permettevano di schizzare veloce come il mio amico. Così smisi di pensare. Ad un tratto lo persi e voltandomi indietro mi resi conto che nemmeno dell’uomo malvagio si distinguevano più le tracce. Mi nascosi dietro un albero, prevedendo di vederlo comparire da un momento all’altro e, dopo aver atteso una decina di minuti senza rivedere quella brutta faccia, mi sedetti sul prato bagnaticcio e ringraziai Dio o chi per lui.  Non feci neanche in tempo di concludere le mie preghiere che un rumorio di passi mi ributtò nello spavento più acuto e mentre ero sul punto di ricominciare a correre come se non ci fosse un domani, mi sentii chiamare:

“Sono io Bob. Sta’ tranquillo.” Quell’intonazione così familiare mi ripagava di colpo di tutte le fatiche.

“Dov’è finito quell’uomo Robert?”, gli chiedevo ancora un po’ diffidente.

“E’ inciampato mentre ci seguiva e così l’ho seminato”, mi rispondeva sogghignando di gusto. “Ma non importa molto Bob perché dobbiamo tornare lì. Ho dimenticato di prendere il mio libro”, mi stava comunicando con delicatezza.

“Sei pazzo Robert. Io lì dentro non ci tornerò neanche per tutti i lecca lecca alla fragola di questo mondo e non dovresti farlo neanche tu”, provai a dissuaderlo.

“E se ti dessi tutti gli abbracci al cioccolato di questa terra, ci torneresti?”, mi provocò con occhi che gocciolavano caramello da ogni fibra.

Non ero mai stato capace di dire di no a tanta tenerezza e non ci riuscii neanche stavolta.

“Ti abbraccerei anche se tu fossi un cactus e io un palloncino”, gli dissi al culmine dell’arrendevolezza e andandogli incontro già a braccia spalancate.

“Attento Bob, mi stai abbracciando troppo forte. Sembra tu voglia rompermi”, mi rimproverava, mai soddisfatto di niente e lagnoso come un poppante.

Pensai che in fondo aveva ragione. Ci sono degli abbracci così forti che sembrano vogliano romperti e che invece alla fine ti aggiustano dentro. Ero felice quando pensavo che forse un pochino di lui lo avevo rimesso a posto anch’io.

“Ti piace proprio diventare una lavastoviglie, vero?”, provavo a farlo ragionare mentre correvamo di nuovo in direzione di quella casa.

“C’è poco da scherzare Bob. Dobbiamo essere cauti. Potremmo fare la fine di tutti gli altri”, mi rispose con serietà.

Approfittai di questa sua risposta per chiedergli chi fossero tutti gli altri.

“Barboni, prostitute, drogati, alcolizzati. Tutti quelli che nessuno vede e di cui nessuno ha mai reclamato la scomparsa. Un giorno l’ho sentito dire a mia madre che sarebbero stati molto più utili in quel modo che a continuare a vivere da parassiti.”

“Cosa si prova a vivere senza che l’altro ti percepisca?”, riflettevo tra me e me, mentre tentavo di non perdere di vista il mio amico. Tutte le persone di cui mi aveva appena parlato Robert erano state tutte private di un senso in mezzo alla gente, tutte persone cui nessuno attribuisce un significato se non quello dell’inutilità. Mi sentivo molto vicino a loro in questo momento perché anch’io spesso mi ero sentito un invisibile.

Proprio in quel momento mi accorsi che eravamo di nuovo a due passi dalla porta sul retro. Camminavo appena dietro Robert e il fascino silenzioso di quell’inverno già cominciato mi ammaliava con i paesaggi dai colori appena sfumati. Amavo l’inverno perché la pioggia e poi la neve ogni anno rallentavano il mondo e lo rendevano ancora più surreale.

“Dai forza, entra. Non c’è nessuno”, mi riportò sulla terra Robert.

Non appena avemmo varcato la soglia di casa, sentimmo l’uomo malvagio discutere animatamente con la madre di Robert.

“Se lo prendo, lo ammazzo. Ti ho chiesto mille volte di tenere fuori dalle mie faccende quel brutto ficcanaso di tuo figlio ma tu non sei capace nemmeno di rattoppare un calzino. Se non vi avessi raccolto dalla strada, oggi sareste poco più che delle larve umane”, le stava rinfacciando, livido di arroganza e attaccandosi alla bottiglia.

Guardavo quella donna con una profonda commiserazione. Appariva scevra da ogni forma di voluttà ed incapace totalmente di ribellarsi. Non comprendevo appieno perché quell’uomo la oltraggiasse in quel modo. Lei e Robert mi facevano pensare tantissimo alle bolle di sapone. Più di tutti gli altri, esse sembrano sapere cosa sia la felicità ma riescono a malapena a lambirla. Avevo sempre provato un’intima commozione nel vederle volteggiare volubili e leggiadre nell’aria. Esattamente la stessa che adesso provavo guardando la madre di Robert.

“Lascialo perdere Richard. Se lo conosco bene, non tornerà più indietro”, si limitò a replicare passandosi una mano fra i capelli unti.

Mi stupiva il fatto che nessuno dei due avesse fatto un minimo accenno alla mia presenza. Era mai plausibile che non mi avessero visto né dentro la casa né fuori in giardino mentre scappavo insieme a Robert? Ebbi un leggero capogiro e cominciai a sentirmi come se la mia anima fosse stata improvvisamente risvegliata dal dubbio e avevo la sensazione di essere sempre più vicino ad una nuova alba.

Eravamo entrambi molto esitanti perché sapevamo che, se avessimo mosso solo un altro passo, ci avrebbero visti e l’idea di quello che sarebbe potuto accadere pareva non piacere a Robert neanche un po’. Ma come ogni volta, neanche questa, ero stato bravo a prevedere le sue mosse. Lo vidi procedere a balzi, gli occhi fissi su quella porta e nello sguardo tutto il suo essere bambino. Due occhi vivi, pieni di domande che non riusciva ad esprimere; due occhi che trascendevano le parole che ancora non era riuscito a definire. Occhi pieni capaci di colmarne due vuoti, secondo la legge dei vasi comunicanti.  Lui sì che ce l’aveva una identità, pensai, ed era tutta quanta lì dentro.

Fui preso da un lungo momento di sconforto perché nemmeno lui adesso pareva aver più bisogno di me. Sembrava cavarsela da solo. Da quando ci eravamo scontrati la prima volta, aveva acquisito maggiore consapevolezza e anche un bel caratterino e nel momento stesso in cui io avevo scelto di fidarmi di lui, aveva vinto tutte le sue paure.

Pensai che il mio ruolo in quella casa e nella sua vita poteva anche finire in quell’istante e, mentre lo osservavo scendere le scale, feci marcia indietro e me ne andai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

Dopo quella sera non ci siamo mai più rivisti. Per giorni sono stato ad aspettarlo fuori casa, al parco e a scuola. Volevo chiedergli se il suo libro alla fine lo aveva recuperato ma lui non è mai arrivato. Non sono neanche così tanto certo che quella sera lui ce l’abbia fatta ad uscire da quella casa e mi chiedo dove adesso lui stia facendo ballare il suo libro, in quel modo unico, tipico soltanto delle persone speciali.

“Esistono degli individui che sono discordanti rispetto a tutti quanti gli altri”, mi torturavo, rannicchiato sopra al solito albero. Queste sono le stesse persone che non hanno conosciuto mai la leggerezza, che non hanno mai potuto abbassare la guardia e che ogni giorno fanno i conti con la paura, che non ottengono nulla con facilità e che devono imparare a rinunciare troppo presto. Questi individui seguono spesso un percorso acciottolato di passi falsi ma in fondo è proprio dentro questi che imparano veramente a camminare.  Queste stesse persone sviluppano una specie di conchiglia intorno a sé che durerà in eterno e dentro la quale s’inabissano quando sentono il bisogno di difendersi e che quindi gli consente di sopravvivere. E proprio quando comprendono di essere dei sopravvissuti, scoprono che non c’è nulla che essi non possano fare e questo li rende straordinari. Non vedranno mai sfumare i loro contorni quando si confonderanno in mezzo agli altri, eternamente dissimili, eternamente fluttuanti in un movimento armonico e dissonante.

Robert era esattamente tutto questo e io sapevo che in qualunque posto fosse finito adesso, non avrebbe mai acconsentito a mimetizzarsi in mezzo agli altri, geloso com’era di quella unicità che si acquisisce solo nell’istante in cui si inizia ad amare. Era vero, ragionavo, che le cose che per lungo tempo ti hanno arrecato sofferenza, saranno le stesse dentro le quali affonderai le tue radici e solo allora capirai che senza tutto quel dolore saresti rimasto per sempre un invisibile. E’ la sofferenza che abbiamo attraversato che consente agli altri di riconoscerci; ne ero assolutamente sicuro.

Soltanto adesso iniziavo a comprendere il perché io e Robert ci eravamo reciprocamente veduti. In realtà lui mi aveva solamente immaginato e poiché ero stato l’amico immaginario di un bambino speciale, lo era divenuto di colpo anch’io, proprio come un’ombra che duplica il reale senza il fardello dei dettagli.

All’improvviso mi ricordai di quella donna dalla quale si era ritirato quella sera che lo avevo seguito. Scesi dall’albero mentre un filo di speranza mi muoveva i passi. Ci misi un po’ prima di trovare quella casa ma alla fine riuscii a bussare al campanello. Temevo che non mi avrebbe veduto, proprio come tutti gli altri.

“Ciao Bob, ti stavo aspettando. Entra”, mi accolse, mentre un profumo di marmellata mi riaccendeva le narici congelate. Riconobbi in lei la signora del parco, la stessa che mi aveva allungato un braccio cui aggrapparmi dopo il pugno di Robert.

“Come fai a sapere il mio nome?”, le chiesi quasi svenendo dalla sorpresa.

“So tutto Bob. Io sono un’amica di Robert e mi chiamo Ginevra”, mi stava spiegando tendendomi un pezzo di cioccolata e strizzandomi un occhio.

Adesso che la luce del soggiorno ne abbracciava i lineamenti, mi accorgevo che aveva qualcosa di familiare. Quegli occhi grandi e sporgenti non li avevo dimenticati e quell’andatura zoppicante mi tolse ogni dubbio. La mia amica Ginevra era sempre stata lì. E’ come se avessi varcato la soglia che separava il reale dalla fantasia e adesso non riuscissi più a tornare indietro. Era come aver guardato la vita dalla parte sbagliata di un telescopio: tutto ciò che avevo immaginato era divenuto reale. “Chissà se avevo davvero nove anni e se il mio nome era proprio Bob!”

“La verità non esiste”, conclusi. La vita come di solito la immaginiamo è soltanto una rete di illusioni artificiali da cui ci lasciamo circondare.

Alla fine mi colse un intenso rammarico pensando che nessuno di noi era stato all’altezza dei suoi sogni e delle sue fantasie, in quel lungo inverno invincibile.