Il ladro_Andrea Cacciavillani, Agnone(IS)

_Racconto finalista nona edizione Premio Energheia 2003.

 

In effetti, come aveva previsto, non era difficile arrampicarsi da lì, fin sopra il balcone. La grondaia passava lateralmente e vicina alla ringhiera. Si guardò attorno cercando di penetrare nel buio il più possibile, ma si accorse che riusciva a coprire un campo visivo non molto ampio, così si affidò al suo udito e al suo cervello che faceva velocissime analisi anche dei più piccoli rumori. Se avesse dovuto riflettere sulle motivazioni che lo spingevano verso quel comportamento, non sarebbe stato in grado di dare una risposta precisa e immediata.

Perché, forse, in fondo, non esistevano giustificazioni particolari a quel suo trovarsi nel retro di un albergo di notte, vestito completamente di nero con un cappello in testa e uno zaino sulle spalle. Non era la prima volta che si trovava in quella situazione e stava diventando sempre più padrone di tutti i suoi movimenti lenti e circospetti. Non trasaliva più se sentiva un fruscio o un breve mormorio perché aveva anche acquisito una dose di razionalità in riserva che entrava in azione nel caso fosse necessaria calma e freddezza. E agiva di conseguenza.

La verità? Tutto quello lo eccitava molto, e il non riuscire a trovare metodi alternativi per scatenare le sue emozioni dava alla sua presenza lì una motivazione e una giustificazione. Punto. E poi l’essere recidivo gli permetteva ogni volta di poter gradualmente filtrare e “purificare” questa sensazione da altre che si comportavano da “inquinanti”, per poter raggiungere sempre di più la perfezione dell’eccitazione, senza batticuori sprecati inutilmente.

Per questo decise di arrampicarsi sulla grondaia nonostante avesse sentito delle voci oltre la siepe. Sapeva che non lo avrebbero mai potuto vedere immerso, come era nel buio, coperto da un alto cespuglio bruciato dalla notte. Probabilmente erano i lavapiatti della cucina dell’albergo.

Alzò lo sguardo di nuovo in alto verso il balcone. La grondaia era fredda, umida. Sembrava solida. Iniziò ad arrampicarsi con metodo acquisito, silenzioso, veloce. Le prime volte era talmente nervoso che contava perfino le sue respirazioni, quella sera invece non si rese quasi conto del tempo che intercorse tra lo stringere la grondaia nelle mani e il ritrovarsi sul balcone con la schiena schiacciata contro il muro laterale.

Nonostante la velocità e il minimo sforzo fatto per salire si sentiva avvampare dal caldo: una vampa che partiva dalla testa e si diramava per tutto il corpo coperto da abbigliamento sicuramente troppo pesante per quella stagione. Si tolse il cappello nero e si accarezzò velocemente la testa spingendosi i capelli indietro.

Avvicinandosi alla vetrata del balcone mise le mani ai lati degli occhi per ridurre i riflessi e osservò dentro la stanza: le tende erano state scostate, era illuminata poco e solo dalla flebile luce esterna. La prima cosa che notò fu la sua ombra che era già dentro la stanza penetrata piatta, nera, allungata e deformata fino a stemperarsi. Vide la parte finale di un letto matrimoniale alla sua sinistra, un comodino all’angolo in fondo con il telefono. Da quel punto iniziò a spostare lentamente lo sguardo in direzione opposta. Scorse un’apertura della parete che doveva essere l’imbocco del corridoio che conduceva alla porta di uscita. Continuò a ruotare lo sguardo sulla parete di fronte, dove erano attaccate delle stampe; poco più in là nell’angolo opposto un tavolino ai piedi del quale c’era una valigia aperta.

Si tolse lo zaino dalle spalle e quel gesto gli procurò la prima vera scarica di adrenalina da quando era arrivato silenzioso nel retro dell’albergo. Quel movimento fu come un detonatore, una piccola esplosione chimica al suo interno che attivò una reazione a catena, un’implosione di ormoni, e cellule cerebrali in iper-attività. Iniziò ad imperversagli dentro una burrasca personale di cui lui era il conduttore umano. Eccitazione!!

Mentre guardava dentro la stanza, il suo alito aveva prodotto un piccolo alone circolare sul vetro. Puntò al centro il dito, prese un diamante a compasso dallo zaino, appoggiò il perno sul segno lasciato dall’indice e tracciò un semicerchio producendo uno stridio leggero e continuo. Un graffio che gli penetrò dentro morbido e corposo. Adorava quel rumore, quel suono geometrico che era il segnale di partenza della sua folle performance. Appoggiò una piccola ventosa alla parte segnata e con la punta di diamante tracciò un altro segno che chiudeva il semicerchio. Iniziò ad agitare leggermente a scatti la coppetta tirandola verso di se; vide il vetro che si apriva seguendo i tratti del compasso. Uno scatto improvviso e il pezzo venne via, attaccato alla gomma. La sua ombra era ancora dentro e lui stava per raggiungerla. Si abbassò il passamontagna sul viso aggiustandolo con la punta delle dita.

La maniglia ruotò facilmente senza rumore e impedimenti; appena dentro fece pochi passi e si immobilizzò. Chiuse gli occhi e iniziò ad annusare l’aria. Rilevare i profumi, gli odori era sempre la prima cosa che faceva, era un modo per prendere dimestichezza con l’area violata, assumeva, così, gradualmente confidenza, familiarità; il suo corpo diventava parte di quella stanza partendo dall’atmosfera che la abitava.

Quando riaprì gli occhi, ebbe un istante di cecità ma anche questo (scoprì) faceva parte del rituale che portava avanti, perché gli piaceva pensare che si trovasse all’interno di un luogo mai visto, così, magicamente, senza nessuna fatica, come tele trasportato dalla sua concentrazione. Un respiro profondo e tac, era dentro. Appena riuscì a ricevere di nuovo immagini della stanza si diresse verso il tavolino; i suoi passi erano sicuri, silenziosi. Sorrideva.

C’era un pacchetto di sigarette, lo prese, lo aprì, lo annusò, lo ripose. Abbassò lo sguardo verso la valigia; si inginocchiò per frugarla, ma mentre infilava le mani dentro sentì dei rumori che provenivano dall’altra parte della stanza. Si rimise in piedi girando la testa in modo da puntare l’orecchio.

Forse erano ospiti dell’albergo che chiacchieravano sul piano, ma iniziò a muoversi lentamente verso il corridoio, lo imboccò dirigendosi verso il vocio. Appoggiò prima il palmo delle mani alla porta e poi l’orecchio; il legno amplificava, distorceva, alterava qualsiasi rumore. Il suo udito captava un numero incalcolabile di suoni, scricchiolii del legno, echi improbabili e lontani di vento, strepitii; sembrava avesse l’orecchio infilato in un’enorme conchiglia. Almeno fino a quando non sentì:

– E’ questa la camera!?

Erano parole venute dal nulla, senza tono, senza timbro, infinitamente lontane, ma si ritrasse di scatto girandosi meccanicamente verso la camera, cercando di trovare con lo sguardo la finestra del balcone senza vederla perché l’angolo gli copriva la visuale. Respirava lentamente cercando di riprendere dentro di sé per poi riuscire a comprendere quello che aveva sentito; forse non parlavano della stanza, dove era entrato, ma quella voce inaspettata gli fece vacillare i pensieri.

La sua razionalità era stata scossa, come soggetta ad un movimento tellurico, non previsto e fu allora, in piedi in mezzo al piccolo corridoio della camera, che si accorse che era pronto alla reazione in casi di imprevisto mentre era ancora fuori, ma una volta dentro tornava ad essere debole. Non aveva mai simulato e contemplato un caso simile. E per la prima volta si sentì un intruso. Scomparvero come d’incanto l’eccitazione e la felice ansia dell’attesa. Iniziò a sfregarsi i polpastrelli delle mani nervosamente avvertendo la stoffa felpata dei guanti; il tempo iniziò a scorrere in centesimi di secondo. Rimise l’orecchio sulla porta ma questa volta molto più lentamente per evitare qualsiasi rumore.

Improvvisamente un trambusto spaventoso gli frugò nel cervello, gli scompigliò per un attimo il senso della dimensione; un fracasso tremendo e terribile gli si irradiò ad una velocità spaventosa dentro; qualcuno aveva picchiato violentemente alla porta. Si allontanò di nuovo rimanendo immobile, confuso cercando di pensare velocemente e molto più in fretta di tutto il resto, anche del suo respiro.

– C’è nessuno?

Era la voce di un uomo. Questa volta la udì molto chiara e vicina; era dall’altra parte della porta. Iniziò ad indietreggiare, mentre vedeva la sua ombra flebile e sbiadita spiaccicata sulla soglia ma fece solo due passi piccoli e leggeri quando sentì la serratura che scattava. Il tempo di un mezzo movimento circolare di spalle per fuggire e la porta si aprì. Fu tutto talmente improvviso che non ebbe il tempo neanche di capire da dove arrivasse tutta quella luce che era strabordata nella stanza, invadendolo e ricacciandolo dalla penombra nella quale si era mosso fino ad allora. Si sentì tirare, schiaffeggiare e prendere da mille mani:

– Chi cazzo sei? Che cazzo fai qui? Bastardo!

Non capiva più in quale parte dell’appartamento era, capiva solo di essere allungato per terra e cercava di coprirsi il viso, non sapeva se più dai colpi o dagli sguardi. Tutto attorno a lui, solo trambusto spaventoso, voci, urla. E tantissima luce.

Imprevisto, imprevisto! Lo zaino dietro le spalle gli premeva contro la schiena, qualcuno lo tirava per il bavero del giaccone e si stupì come in quello stato riuscisse a pensare, anche se erano considerazioni che vivevano solo un centesimo di secondo per poi svanire in tutta fretta, cambiavano e non riusciva a fermarle. Così come non riusciva a fermare le mani che lo strattonavano, anche se si rese conto che non  cercava neanche di bloccarle perché era completamente passivo agli accadimenti. Qualcuno lo prese per il cappello tirandogli anche i capelli; sentì dolore alla testa e si accorse solo in quel momento che ancora aveva il passamontagna, e quelle persone tentavano di toglierlo. Sapere di non essere stato ancora visto in volto gli diede la forza di reagire e iniziò a scalciare come un animale imbizzarrito senza rendersi conto della forza, della velocità, dell’intensità e della direzione con le quali si dimenava. Tirava zampate, lanciava le braccia in qualsiasi direzione mentre contemporaneamente cercava di mettersi in piedi. Era accaldato, sudato, completamente stordito, come se nuotasse in un mare denso che le bracciate fendevano con grande difficoltà. In quella confusione di corpi, respiri affannati, parole urlate e rabbiose, barcollando si ritrovò in piedi, dritto schiacciato tra il vano della porta e la camera. Gli bastò ruotare gli occhi lateralmente per vedere il corridoio esterno; quella vista fu come una calamita. Strattonò con tutta la forza e la disperazione che aveva accumulato balzando sullo stretto corridoio, libero da qualsiasi presa. Si mise a correre come un forsennato, con la visuale ridotta dai piccoli fori del passamontagna; vedeva i disegni delle pareti sfrecciare in direzione opposta cambiando continuamente forma e dandogli un senso di disorientamento maggiore.

La tromba delle scale.

Si precipitò come una valanga, correndo senza ritegno e coordinazione giù, con il passamano liscio che gli sfregava contro il palmo scaldandolo. Aggrediva i gradini con delle falcate che non si sarebbe mai, aspettato di poter compiere.

Ogni salto gli ripercuoteva, su tutto il corpo, il freddo del marmo, rimontando velocemente su per le gambe per poi entrargli nel cervello insieme alle urla degli uomini che lo inseguivano.

Ancora non era riuscito a capire quanti fossero o se erano aumentati rispetto a quelli nella stanza; aveva le sensazioni talmente imbizzarrite che gli sembrava di essere braccato da un esercito in rivolta. Arrivò al piano di ingresso in un istante anche se a lui sembrò passata un’eternità; vide la porta di uscita e questo gli inoculò la forza per muoversi con maggiore velocità, perché in quello stato probabilmente non avrebbe avuto la freddezza di spostarsi con razionalità per scappare da lì dentro. Nella hall non c’era nessuno e un alito di felicità si fece spazio penetrando negli interstizi di quella polveriera che era diventata la sua mente, dove l’unico pensiero che usciva indenne era l’imbarazzo di essere scoperto e del dover dare spiegazioni.

Mentre si avvicinava, tutti i suoi movimenti si scomposero in fotogrammi singoli, ognuno con una vita propria, con i suoi pensieri e le sue successioni. Mentre stringeva la maniglia, gli si piantò davanti agli occhi il cartello su cui era scritto “tirare”, mentre lui spingeva, come un forsennato una porta che non faceva altro che tremare ma non si apriva. In quel momento il suo corpo non rispondeva più a nessun impulso coerente, sensato e si girò di scatto per scappare in direzione opposta, quando la porta si aprì da fuori. Sentì l’aria fresca della sera entragli nel naso, subito assorbita dalle sue cellule cerebrali che istantaneamente iniziarono a funzionare di nuovo; era completamente cieco nei movimenti e come una pallina inserita in un tubo deve per forza seguire un percorso obbligato e ha una sola via di fuga, lui imboccò talmente velocemente l’uscita che diede una spallata alla persona che entrando aveva aperto la porta; sentì un urlo e capì che doveva essere una donna ma quel pensiero rimase nell’ingresso dell’hotel mentre lui velocemente attraversava la strada, a quell’ora, silenziosa, umida e lucida. Continuò a correre senza avere il coraggio di voltarsi e senza una direzione ma solo con l’intento di allontanarsi il più possibile; imboccò una stradina laterale e iniziò a rallentare il ritmo di fuga solo quando lo scalpitio dei suoi passi divenne l’unico rumore chiaramente percettibile. Pensò che lo avevano mollato e si girò constatando che dietro di lui non c’era nessuno. Si fermò al primo angolo nascosto che riuscì a trovare con le spalle contro il muro; era quasi completamente senza respiro, e per quanto i suoi polmoni chiedevano di essere dilatati inalava poca aria con movimenti velocissimi cercando di far meno rumore possibile; aveva le orecchie completamente ovattate, la milza che martellava e il cervello immerso in un limbo opaco e denso; tra le maglie del passamontagna e il viso si era impigliato il sudore in piccole gocce torbide e fastidiose. Si sporse con la testa per controllare che nella viuzza non ci fosse nessuno e ritornò nella sua posizione di attesa. Lentamente si tolse il passamontagna e lo mise nella tasca del giaccone, stava riacquistando una respirazione quasi normale anche se il cuore pulsava da fargli male; restò in quel vicolo per almeno mezz’ora prima di decidersi ad uscire. Si diede un occhiata generale per controllare il suo aspetto e si avviò lentamente verso la strada principale. Aveva lasciato la macchina nei pressi dell’hotel ma non era ancora pronto per tornare nelle sue vicinanze e decise di allungare il giro in direzione opposta; non c’era nessuno in giro perché doveva essere tardi. Mentre camminava velocemente gli rimbalzavano nella testa e nel corpo, con una confusione imbarazzante, tutte le urla che aveva sentito, i pensieri che lo avevano attraversato, tutte le mani che lo avevano strattonato; sentiva dolore al cuoio capelluto e alle braccia, aveva le gambe indolenzite dalla corsa e dal nervosismo e gli si gelava il sangue appena sentiva il rombo di un motore che si avvicinava. Chiudeva gli occhi in segno di sollievo tutte le volte che le macchine procedevano dritte. Stava odiando la sua abitudine a dimenticare l’orologio perché non sapeva che ora fosse e soprattutto quanto tempo era passato.

Era stanco di camminare e decise dopo un po’ di tornare verso la macchina. Non poteva passare la notte in giro e comunque aveva coperto qualche chilometro in direzione opposta all’hotel e voleva andare a casa. Una pseudo-calma si stava di nuovo impossessando di lui quando, mentre svoltava l’angolo, si girò e vide delle luci blu che ad intermittenza accarezzavano i muri delle case e le finestre: la polizia!

Fu preso dal panico e da una profonda e rinnovata angoscia che iniziò a dilatarsi facendolo di nuovo precipitare nell’incubo. Non poteva far altro che correre, di nuovo con lo zaino che sballottava dietro le spalle e sulla schiena. La macchina doveva andare piano o era addirittura ferma perché non ne aveva sentito il rumore ma se non avesse trovato un vicolo o un portone aperto dentro il quale sparire lo avrebbero visto.

Ma in quella sera strana e umida non riusciva a trovare nessun vicolo, nessun portone, però improvvisamente l’insegna illuminata di un bar; aumentò la falcata e quando arrivò all’entrata senza minimamente riflettere spinse con forza la porta che si aprì. Fu travolto dal caldo viziato del locale e dallo sguardo del barista che era solo dietro al bancone e lo fissava con curiosità. Cercò di assumere l’atteggiamento più naturale possibile senza togliere gli occhi dalla strada. Chiese un caffè, e di poter andare in bagno.

Il bagno era cieco e non gli permetteva di guardare sulla strada. Avrebbe voluto sapere e vedere dove si trovasse la macchina in quel momento e se era passata. Tuttavia essere lì gli diede un attimo di respiro, di invisibilità e aspettò qualche minuto in piedi davanti al lavandino osservando il suo volto allo specchio. Aveva gli occhi lucidi, il viso rosso, il cuore che non ne voleva più sapere di quella serata, e un unico desiderio: tornare a casa. Attese qualche minuto e poi decise lentamente di uscire. Si tolse lo zaino dalle spalle e lo lasciò nel disimpegno della toilette; pensò che avrebbe dato meno nell’occhio se era stato denunciato e lo stavano cercando. Vedere la tazzina del caffè solitaria ad aspettarlo sul bancone di metallo-lucido-ammaccato, gli fece venire un vago senso di nausea che gli si bloccò come in assenza di gravità quando vide oltre la strada quella molesta luce blu lampeggiante. Si affrettò ad arrivare al caffè girandosi quasi di spalle all’entrata ma in modo che potesse comunque osservare quello che avveniva all’esterno. Il

barista era completamente assente, alieno, come il suo locale, mentre guardava la TV che trasmetteva l’edizione serale di un TG. Con piccoli sorsi mandava giù il caffè che precipitava nello stomaco lasciandogli un sapore come di un liquido strano, dal sapore dolce-bruciato.

Ripose la tazzina lentamente sul piattino e alzò gli occhi verso la TV fingendosi interessato alla trasmissione quando vide sbucare il muso di una macchina sulla strada. Passò un istante prima che si ricomponesse davanti ai suoi occhi una vettura bianca che aveva scritto sulla fiancata il nome di una società di Vigilanza notturna. Aveva i lampeggianti accesi.

Lentamente, come era comparsa uscì dal suo campo visivo e lui recuperò velocemente lo zaino e altrettanto velocemente venne fuori dal bar lasciando sul bancone i soldi per il caffè e la sensazione di rabbia e stupidità.

Gli sembrò quasi strano vedere la sua macchina ferma nel posto dove l’aveva lasciata perché aveva perso tutti gli appigli con la realtà, con il tempo e con la concretezza. Ebbe quasi un moto di commozione come se stesse vedendo dopo un lungo travaglio personale e solitario una persona amica. Sentire il sedile sotto di lui lo fece sentire di nuovo nel suo mondo, fuori dal quale era stato scaraventato, costretto a girovagare per le strade pieno di sensazioni grigio fumose e rarefatte come il cielo che sovrastava silenzioso e assente sopra la città.

L’odore del suo appartamento lo avvolse, amico e caldo, in un istante la sua vita e la sua esistenza si ricomposero dentro e fuori di lui e si ricordò della moglie. Quando entrò in camera, non ci fu bisogno di accendere la luce per accorgersi che nel letto non c’era nessuno. Guardò la radiosveglia sul comodino e vide che segnava le 2.23. Entrò e si sedette sul letto, prese il telefono ma mentre componeva il numero del suo cellulare, sentì la serratura della porta che scattava. Si alzò, balzando fuori della stanza e si trovò, faccia a faccia con la moglie che lo fissava con la porta ancora aperta, le chiavi in mano, un’espressione tra lo sconvolto e il preoccupato. Aveva i capelli spettinati e il viso rosso, un cappotto che gli scendeva distratto sulle spalle. Si guardarono in silenzio per qualche istante a quasi due metri di distanza passandosi le respirazioni.

– Ma dove sei stato?… Mi dici cosa cavolo succede?

– Chiudi la porta, altrimenti svegli tutto il piano.

La moglie guardò la porta aperta e l’accompagnò delicatamente finché non si sentì uno scatto secco. Fece due passi indietro togliendosi la borsa da sopra la spalla si girò avviandosi lentamente verso di lui. Appena furono a distanza di braccia, lui le strinse le spalle con le mani ma mollò immediatamente la presa quando lei fece una smorfia di dolore.

– Che hai?

La moglie aveva gli occhi lucidi. Forse aveva pianto.

– Come che cosa ho? Porca puttana mi hai dato una spallata mentre uscivi dall’albergo… Mi fa un male cane.

Era lei la persona che aveva aperto la porta. Non se ne era neanche accorto sprofondato com’era in una dimensione senza controllo.

– Beh io non ho passato una bella serata. Ho lo stomaco ridotto ad un cartoccio e il corpo completamente indolenzito.

Si sono accorti di qualcosa e non so neanche io come ho fatto a fuggire. Se non avessi aperto la porta a quest’ora sarei in commissariato a cercare di spiegare cosa facevo dentro quella stanza.

La moglie accennò un quasi sorriso, come di sollievo che si trasformò in una risata sospirata nel suo orecchio mentre lo stringeva tra le braccia. In quell’abbraccio trovò conforto anche lui lasciando le labbra libere di arcuarsi. Prese il viso della moglie tra le mani, le diede un bacio sulle labbra e le disse:

– Che ne dici di ricominciare a fare l’amore normalmente?