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I racconti del Premio Energheia Europa

Il gioco, Alejandro Molina Bravo_Madrid

_ Racconto vincitore Premio Energheia Spagna 2016.

Traduzione a cura di Laura Durando

Quando ero bambino, io morivo tutti i giorni.

Morivo sempre alla stessa ora, le cinque del pomeriggio, quando finiva la scuola. Ho studiato in una scuola di preti, nella stessa città in cui sono nato e dove morirò una volta di più. I miei compagni di classe erano subnormali, quindi si credeva lo fossi anch’io. Lo pensavano tutti, perciò mi comportai come ci si aspettava da me. Io ero, sono, sordomuto. Il fatto che non potessi sentire né parlare era sintomo inequivocabile che il mio cervello fosse danneggiato e, pertanto, che il mio intelletto fosse inferiore a quello degli altri bambini. Mia madre non ci ha mai creduto, ma era meglio avere degli studi da subnormale che non averli proprio. Almeno ho imparato a leggere e scrivere, e fin da piccolissimo mi sfacchinavo su libri e giornali. Non sono mai riuscito a parlare, nemmeno con le mani, perché non me lo insegnarono. Mia madre, poveretta, che riposi in pace, ha fatto quel che ha potuto; si sfiancava a lavorare tutto il giorno, vedova di guerra com’era.

La mia vita, quindi, si riduceva a una successione di lezioni stupide e ripetitive. Non tardai a crearmi un mondo personale limitato alle pareti del mio cranio, popolato di personaggi e storie. M’inventai una voce che feci mia, una voce insonora che ero capace di udire solo io. Imparai a leggere le labbra e acquisii l’abitudine di comunicare soltanto attraverso un quaderno e una matita che portavo sempre in tasca. Li usai poche volte se non con mia madre, ma li conservo ancora con cura: in quei quaderni c’è rinchiusa la mia anima.

A scuola non avevo modo di sviluppare il mio mondo, nemmeno durante l’intervallo, poiché noi imbecilli eravamo separati dagli altri bambini, che ci guardavano con curiosità e paura. Se i nostri mondi erano così ben delimitati a scuola, per strada non era lo stesso. Usciti dall’aula, poco prima della merenda, gli altri bambini ci portavano su una spianata disseminata di macerie, vestigia di una vecchia casa di cui non rimanevano in piedi che due pareti desolate.

Il nostro gioco preferito consisteva nel mettere in scena una fucilazione. Come in una fucilazione vera, c’erano fucilieri e fucilati. Io, ovviamente, ero tra i fucilati; quella parte era riservata ai subnormali, era indiscutibile. Noi che dovevamo essere fucilati venivamo allineati di schiena a una delle pareti scrostate che si univa all’altra formando un angolo. Morivamo in quell’angolo. Ci legavano le mani alla schiena. Poi ci bendavano gli occhi. A tutti tranne me, non sentendo le loro bocche imitare gli spari, non sapevo quando dovevo morire e cadevo a sproposito, il che era una baggianata. E perciò, io dovevo restare in piedi e vedere come mi uccidevano.

I bambini fucilieri, in pantaloncini corti, si allineavano davanti ai futuri morti bardati in uniformi militari fatte di giornali incartapecoriti. Tra loro e noi, un bambino con un ridicolo cappuccio di carta frusciante, che gli stava grande e gli disturbava la vista, gridava gli ordini di esecuzione e al contempo sollevava un palo della scopa sopra la testa:

   Mirate!

I bambini giustizieri sollevavano i loro pali, armi rustiche, in attesa dell’ordine definitivo.

   Fuoco!

E giù spari tra i denti e bambini che gridavano disperati nel cadere a terra, divertiti di essere morti. Poi, il bambino con il cappello origami sfilava appresso ai corpi caduti, scossi dalle risa, comprovandone la morte certa; si alzava e grida:

   Questo respira ancora!

Sollevava il suo palo, mirava alla nuca mentre strizzava un occhio e sparava con le guance gonfie. Dalla bocca gli uscivano sputacchi come pallottole.

Giocavamo senza cogliere la perversione del gioco. Mi eccitava l’ansia che precedeva gli spari, e la rabbia e l’odio strabordanti che al morire stillavano come sangue. Mi sentivo orgoglioso del mio odio. E sentivo anche un’altra cosa, che ancora oggi in questo momento ultimo mi costa ammettere, e della quale li incolpo, vi incolpo: il piacere oscuro dell’umiliazione. Mi piaceva giocare, mi piaceva morire, ero portato.

Ho mentito quando ho detto che morivo tutti i giorni. Le domeniche no. Quel giorno i bambini giustizieri andavano a messa e si confessavano e ritornavano intimoriti dalla collera di Dio. Anch’io andavo a messa, ma non mi confessavo; tutti sanno che i subnormali non peccano. Tantomeno c’era riservata la Gloria eterna, dato che eravamo troppo deficienti per essere martiri.

Arrivava il lunedì, e tornavamo a uccidere e morire.

Il gioco, tuttavia, in breve tempo cambiò. Non ci uccidevano più in gruppo, ci ammazzavano uno alla volta. Ogni esecutore eleggeva la sua vittima, diversa ad ogni fucilazione. Ma c’era un bambino che sceglieva sempre me. Era un bambino volgare e malnutrito, un miserabile tracagnotto. Ci assomigliavamo molto, avevamo entrambi un aspetto da persone comuni, così simili a quelle di tanti altri bambini, poi uomini. Da quando diventai il suo prescelto, la cerimonia di fucilazione mancò di orgoglio e rabbia. Al contrario, sentivo un malessere profondo che fermentava nelle viscere e mi faceva venire i conati. Vedevo me stesso in quel bambino. Ancora peggio, sentivo che mi uccideva il bambino che avrei voluto essere. Il mio suicidio portato a termine da un altro. E così ci fu un giorno in cui, senza pensarci, fuggì dalla mia morte e da me stesso. Mi misi a correre. I bambini esecutori mi corsero dietro; ma non i fucilati, che svolgevano la loro parte in modo scrupoloso. Mi raggiunsero, mi buttarono a terra, mi accerchiarono e spararono. Tutti tranne il bambino debole che mi guardava piangere come piangono i muti, e che mi guarda ora che non piango.

Nonostante gli anni, il suo sguardo non è cambiato. È cresciuto a mala pena, la statura minima è una sbrecciatura in quel plotone di esecuzione simmetrico. Ce l’ho di fronte, come successe tante altre volte. Lo sapevo già allora, in un modo oscuro, che saremmo andati a finire così. In questo paese le guerre vanno e vengono come le onde. Preferisco che sia così, e che sia lui. In effetti, gli sono grato: perché mi ha ucciso lui, non ho paura della morte.

E non è se non ora che i fucili si alzano e ci puntano che so perché mi sceglieva. Ora che stanno per uccidermi e come sempre, quando mi uccidono, non griderò.