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I racconti del Premio Energheia Europa

Il fantasma, Tariq Bou Omar

Racconto vincitore Premio Energheia Libano

Traduzione a cura di Isabella Bongiardino

Coordinamento Prof.ssa Sidonie Larato

Ti svegli nel cuore della notte, solo la palpebra sinistra si solleva.

Contempli per qualche secondo il buio della stanza: non sai se si tratti di un sogno o della realtà. Ma senti qualcosa bruciare nel tuo petto: è paura, forse? … Sì, è proprio paura.

Provi ad alzarti, ma ti rendi conto di essere incollata al letto. Provi a dire “Sssou”, ma la tua voce non esce, ti rimane strozzata in gola. Provi a urlare, a gridare, ma ti rendi conto che non ne sei capace e non riesci a capire cosa succede.

Cominci a piangere. In silenzio. Vorresti che qualcuno passasse e ti vedesse. Che ti salvasse da questo incubo o… da questa realtà, non sai ancora cosa sia, ma ad un tratto senti sbattere la porta. Vedi tutto nero, nero come il carbone, nero come la notte. E senti dei pianti che si moltiplicano attraverso il muro: sono pianti di bambini, o meglio, pianti di neonati.

Le immagini si susseguono nella tua testa. Poi, d’un tratto, ti rendi conto che una di loro ti sfugge. Vola via. Riecheggia. Esplode. Allora capisci tutto e dici a te stessa che ti meriti tutto questo. Questo e molto altro.

*

Quel giorno era diverso. Entraste insieme, tu e Souday. Il modo in cui il dottore vi accolse era strano, anormale. Aveva l’aria sconcertata e sorrideva male.

Avevi l’abitudine di andare dritto nella stanza accanto, di toglierti il cappotto, stenderti sul lettino e metterti a fantasticare sulla forma che aveva assunto il tuo feto, sul futuro, sui bei ricordi che avreste costruito insieme e sull’allegria che avrebbe portato nella tua vita dopo anni di tristezza. Ma, questa volta, il ginecologo ti richiamò dicendoti: “Si sieda, per favore, così possiamo discutere un po’”.

Aveva la schiena ricurva sulla sua scrivania, le spalle strette e la mascella contratta.

Osservavi i suoi gesti mentre lui teneva in mano dei fogli: la sua mano tremava leggermente, così come il sangue nelle tue vene. Le sue orecchie arrossivano, il suo viso impallidiva. Il modo in cui raddrizzava gli occhiali, affondando la testa tra le cifre e le lettere davanti a lui, ti faceva sudare. Era scesa un’atmosfera pungente, la tua spina dorsale vibrava dall’ansia.

C’era qualcosa che non quadrava. Qualcosa di misterioso aveva disturbato l’atmosfera. Un silenzio strano aveva stravolto tutto.

I tuoi sospetti hanno cominciato ad accatastarsi sempre di più e i segnali nella tua testa hanno cominciato a palpitare, le parole hanno preso forma… “Allora, dottore? Va tutto bene?”

D’improvviso, si disegnò una smorfia sul viso del medico. Una brutta smorfia. Non capisti. Esclamasti: “Dottore, quelli sono i risultati del…” Lui inghiottì la saliva. Delle goccioline di sudore si erano moltiplicate sulla sua fronte. Ti guardò negli occhi, scosse la testa e pronunciò due parole, che ti colpirono come due pallottole nel petto: “È down”.

Sentisti il sangue precipitarti alla testa. In qualche millesimo di secondo, cominciò a battere nelle tue tempie. I tuoi neuroni cominciarono a pulsare forte. I tuoi polmoni si stringevano, il tuo diaframma non riusciva più à contrarsi. Hai creduto che fosse un incubo, ma ti sbagliavi: era sempre la realtà. L’ossigeno non attraversava più la tua laringe, la tua visione cominciava a diventare offuscata, molto offuscata, e ad un tratto… avevi dimenticato tutto. Ti riprendesti. Tuo marito era ancora accanto a te e gli chiedesti, piangendo: “Co-come faremo?” Una lacrima brillò nell’angolo del suo occhio, e ti rispose: “Non lo so. Ne riparleremo”.

Eri già al quarto mese; il bambino aveva cominciato a muoversi, la tua sensazione di maternità cresceva in te giorno dopo giorno. Quando l’ultima volta, alla fine del terzo mese, l’ecografia mostrava un ingrossamento della translucenza nucale, e il dottore ti aveva proposto di fare delle analisi del sangue, ti aveva rassicurato dicendo che avevi solo trent’anni e un risultato positivo era una probabilità molto scarsa. Ma questa scarsa possibilità aveva scelto te: bisognava quindi fare un’amniocentesi, e il destino, o forse il caso, ha voluto che si trattasse del tuo feto.

Erano già passati sette anni dal giorno del vostro matrimonio, e finalmente aspettavate un bambino. Da quando Souday aveva saputo della sua esistenza, aveva cominciato a giocare con il bebé, appoggiava l’orecchio sopra il pancione e gli cantava delle ninnenanne. Ti ricordavi ancora il suo entusiasmo della prima volta che l’aveva visto muoversi in quel modo strano, quando disse: “Bambino mio, ti chiamerò César”.

“Cosa scusa? Chi ti ha detto che non sia una femmina?”

“È un maschietto. Vedrai, amore”.

Teneva il conto dei minuti e dei secondi che mancavano alla nascita e nel frattempo si era lanciato nell’allestimento della cameretta del vostro futuro figlio.

*

Passò una settimana. Avevi avuto il tempo per rifletterci bene. Così dicesti:

“Voglio abortire!”

“Stai scherzando?”, rispose Souday.

Gli dicesti che quel bambino non aveva colpe, che non meritava di essere torturato in questo mondo e che non lo meritavate neanche voi due. Che non potevi vederlo soffrire, era innocente e non valeva la pena portarlo in un mondo così crudele.

Souday, ovviamente, si rifiutò, ma alla fine riuscisti a persuaderlo; in fondo avevi ragione, neanche lui voleva vedere lo stato del suo bambino peggiorare progressivamente e sapere di esserne, in qualche modo, la causa. “Abortisci!”, affermò.

Entrasti nella sala operatoria. Lo stress era nell’aria. Ma anche qualcos’altro, che nascondevi bene: il senso di colpa. Per un momento, avesti voglia di scattare, di correre, di scappare da tutto. Ma chiudesti gli occhi, rassegnata. E uccidesti il tuo bambino.

*

L’immagine del tuo feto, brillante in bianco e nero, si proietta sul soffitto, di fronte a te. È esasperato e vuole punirti.

Le sue grida si fanno sempre più intense, ti perforano i timpani. Vedi delle lacrime ruzzolare sul suo viso. Lacrime rosse. Rosse come il sangue. E, oramai, rosse come la tua camera. Il tuo mutismo cede, la tua palpebra destra si solleva: lo supplichi di calmarsi, gli dici che hai fatto tutto questo per lui, perché sia felice, in pace. Ma ti accusa, infuriato: “Assassina!”

“Figlio mio, ti prego, perdona il mio peccato!”

Il suo viso si contrae, cade una lacrima: sulla tua fronte si riversa una goccia di sangue.

D’un tratto, senti sbattere violentemente la porta della tua stanza, e tuo figlio sparisce. Souday corre verso di te e ti tiene la mano. Le infermiere arrivano poco dopo.

Esci da casa, poi torni. Ogni tanto, scorgi l’ombra di tuo figlio in qualche angolo della casa. A volte, nelle stanze senti delle risate cattive, delle urla, dei singhiozzi.

Quando ti alzi la mattina, noti un teschio rosso sulla fronte di tuo marito, dei vasi rotti, dei panelli rovesciati, dei divani strappati. Nella sua stanza, il sangue fuoriesce dai muri, si riversano dal soffitto gocce rosso scarlatto che vi sconvolgono la notte, emanando un odore ripugnante che vi fa venire il voltastomaco.

Suggerisci di cambiare casa, e Souday accetta.

L’illusione di un nuovo futuro evapora già durante la prima notte nella vostra nuova casa.

La situazione peggiora.

Cominciano a rompersi i bicchieri.

I pianti si fanno più intensi.

Gli incubi si scontrano.

A volte, quando entri nella sua camera, che Souday ha comunque voluto sistemare, e osservi il cuscino che prende la forma della sua testolina, sistemi la giostrina acchiappasogni sopra il suo letto. Gli parli, lo supplichi di perdonarti, gli chiedi di smetterla; lui interrompe la musica, senza rispondere niente. In ginocchio ai piedi del suo letto, ti lamenti e dici che vorresti rimediare, che sei solo un essere umano, e che anche il tuo errore è umano. Vorresti che fosse lì, davanti a te, in carne ed ossa, vorresti stringerlo forte a te, tra le tue braccia, e baciarlo sulla fronte.

“Forse, bambino mio, sono stata egoista… perdonami!”

Ma la decisione era già stata presa, e ora bisognava sopportarne le conseguenze.

È sera, stai tornando dal lavoro. Cammini fino alla soglia della porta. Inserisci la chiave nella serratura, ma ti scivola dalla mano. Mentre cerchi di raccoglierla, è tutta bagnata e ti accorgi che un liquido cola da sotto la porta. Quando la apri, trovi Souday sdraiato, con gli occhi spalancati, in mezzo ad una pozza di sangue, con il ventre trafitto da un coltello. Resti immobile per un momento, poi corri e ti butti su di lui, provi a fermare l’emorragia, a salvarlo, a farlo respirare. Ma è troppo tardi.

Souday è morto. Sei certa di conoscere il colpevole. Sei ancora più certa di chi sia la prossima vittima. Abiti ancora con questa specie di creatura spirituale, che, malefica, prova piacere nel punirti. Ti sei abituata a sentire dei sussurri strani, che ti seguono di giorno e di notte. Mentre ascolti tuo figlio che piange, piangi anche tu, ma pensi di averne abbastanza di questa situazione, di non poter più sopportare l’idea della sorte che ti aspetta con lo stesso sangue freddo.

Seduta sul tuo letto, rifletti ad una soluzione che potrebbe mettere fine al tuo dolore e liberarti da tuo figlio, e da te stessa.

Nell’oscurità della tua camera, un pensiero ti assale, qualcosa scatta nella tua testa, una riflessione oscura diventa, d’un tratto, chiara. Esiti per un istante, poi prendi una decisione.

Scatta.

Così scatti, e corri verso il cassetto del mobile di fronte a te. Afferri la rivoltella che Souday aveva comprato e te la punti alla testa.

Credi davvero di poter scappare? Tuo figlio non vale niente senza di te!

Senti i suoi passi dirigersi verso la tua camera, risuonano e fanno rumore.

Ricarichi l’arma. Pieghi l’indice sul grilletto.

Il suono dei suoi movimenti si fa più vicino.

In un istante, entra in camera, si precipita su di te e sposta crudelmente la tua mano: il tuo polso cede, e la rivoltella rimbalza contro il muro e cade.

Traballante, con la schiena ricurva, ti senti come una preda in attesa di essere divorata selvaggiamente.

Non riesci a vederlo, ma sai che è contento. Aspettava questo momento, che tu decidessi di punirti da sola, che tu ammettessi, attraverso il tuo gesto, di aver commesso un errore.

E in una frazione di secondo, corre e si lancia su di te.

*

Ti svegli alle prime luci dell’alba e apri entrambi gli occhi. Il tuo cuore batte forte, così come il sangue nelle tue tempie. Una striscia di sudore ti attraversa il viso. Un sorrisino si disegna sulle tue labbra. Tuo marito è ancora tra le braccia di Morfeo. Ti alzi, correndo verso César, che piange. Lo stringi forte a te, lo baci sulla fronte, poi ti dirigi verso la finestra della vostra camera, guardando le strade asfaltate, deserte.

Contempli per qualche secondo il sorgere del sole. Una luce calda si proietta su di te, ti attraversa la pelle, ravviva le tue cellule. I tuoi pensieri angosciosi se ne vanno; anche César si calma. Nella tua mente affiora un’immagine vaga, annebbiata. È la scena della sala operatoria, in ospedale. Il momento in cui hai avuto il coraggio di fermare tutto, per poi uscire e stringere a te tuo marito, seduto in un angolo con la testa inclinata, stretta tra i palmi delle sue mani.

Quel giorno, tu e Souday vi siete legati per l’eternità.

Quel giorno, hai deciso che il tuo feto aveva il diritto di vedere la luce.