I brevissimi 2019 – Il colore del suo nome, Lorenzo Pedrazzi_Milano(MI)

Anno 2019 (I colori dell’iride – Verde)

La tavola fu sparecchiata in fretta per via del litigio: nessuno voleva restare seduto più a lungo del necessario, soprattutto dopo che la madre e il padre avevano urlato così tanto.

«Sai come si dice in questi casi?» mormorò Glauco a sua sorella Florinda, che agitava le gambette sotto la tovaglia. «Si dice che sono verdi di rabbia.»

Lei non sapeva cosa fossero i colori, però era capace di riconoscere il rumore gelido delle stoviglie impilate con collera, e anche la tensione dei silenzi che seguivano una discussione. In quei momenti era sempre Glauco a portarla via: la prendeva in braccio, e Florinda sapeva che era lui perché la sua pelle aveva lo stesso odore del legno, quello che respirava in giardino quando toccava le piante. Anche stavolta la sollevò dalla sedia, afferrandola sotto le ascelle con le mani salde, e la bambina si abbandonò sulla sua spalla. Uscirono sul retro, dove il sole era alto e faceva brillare l’erba, resa più folta e rigogliosa dalle piogge recenti. Glauco posò la sorellina sul prato e si sdraiò di fianco a lei.

I litigi tra i loro genitori avevano sempre lo stesso pretesto: il modo di educare la bambina. Le scuole, i tutor, persino le parole da scegliere per descriverle il mondo potevano innescare uno scontro. Glauco allora la portava fuori e le faceva conoscere la forma degli oggetti, dei vegetali, degli animali, del viso. Le prendeva una mano e la guidava sul suo volto, o sulla corteccia di un albero inumidito dal temporale. La madre e il padre a volte se ne accorgevano, li guardavano dalla finestra e, anche nel mezzo di una discussione, si ammutolivano. Giuravano che non avrebbero mai più sottovalutato quel figlio adolescente, ma ben presto se ne dimenticavano.

«Verdi di rabbia» disse ancora Glauco, mentre Florinda tastava il terreno e poi allungava una mano per cercare il suo braccio. Lui gliela prese e le fece sfiorare gli steli d’erba, che pungevano e solleticavano come i baffi di un gatto. «Lo senti?» bisbigliò. «È questo il colore verde. Toccalo.»

Florinda accarezzò il prato, strinse un ciuffo nel pugno e lo annusò. Sapeva di mattina presto, di pioggia e silenzio. Era un odore verde.

Glauco la osservò, e si rese conto che anche il nome della bambina era verde. Florinda, generata dai fiori e dalle piante, tenera come un germoglio. Flo-rin-da: la lingua batteva tre volte sul palato, un suono delizioso. Avevano fatto bene a darle quel nome.

Appoggiò la testa sul prato e la girò per tenere d’occhio la sorellina, che intanto si fregava le mani sporche di verde. Era nata senza luce, ma con gli altri sensi molto più acuti della media, per compensare quella mancanza. Glauco immaginava che Florinda potesse sentire la vibrazione dell’erba che cresce, intercettandola sui polpastrelli come il rombo di un treno in arrivo; o che potesse ascoltare la musica degli insetti che brulicavano nel terreno, scavando cunicoli con le zampe laboriose. Attorno a loro esisteva un intero universo di suoni, odori e sensazioni tattili che a lui erano preclusi, e che solo Florinda era in grado di percepire.

«Questo è il verde che ci piace» disse alla sorella, scompigliando l’erba perché lei potesse avvertirne il fruscio. Chiuse gli occhi e si concentrò sui fili che gli stuzzicavano la nuca, molto più soffici della terra in cui affondavano le radici. Florinda ne strappò un piccolo fastello e glielo mise in mano, massaggiandolo delicatamente sul suo palmo aperto. Dall’interno della casa ricominciarono le grida, una sinfonia di accuse, passi pesanti e porte sbattute. Allora la bambina prese fiato come se volesse urlare, ma disse una sola parola, che le uscì dalla bocca in un sussurro aspirato: «Verde.»

Il colore del suo nome.