Il collezionista, Giada Guassardo_Genova

_Racconto finalista ventitreesima edizione Premio Enerrgheia_2017

Solo di recente ho ritrovato, tra le pagine della rivista di critica letteraria di cui sono curatore, il nome di un collega che avevo conosciuto in giovinezza.

Era stato al tempo della mia laurea. Avevo deciso di partecipare ad un concorso istituito dalla signora E. F., vedova del rinomato filologo; il premio consisteva nella pubblicazione del migliore lavoro accademico. Superata la prima fase di selezioni, fui convocato dalla commissione per il colloquio orale. L’indomani mi recai prestissimo in dipartimento. Ero irrequieto, solo in parte confortato dal balordo rococò degli androni, che ammiccava di sottecchi nella penombra.

Sul pavimento dello stretto corridoio sedevano vigili due delle mie competitrici, in agguato della porta. Un terzo era in piedi: mai visto prima. Rispose con naturalezza al nome di Cesare Sinopoli, chiamato pochi istanti dopo all’appello. Massiccio di corporatura, con una curiosa testa a forma di zucca strettamente avvitata sulle spalle, impressionava per l’abbigliamento accuratissimo: il completo scuro sobriamente arabescato si abbinava ad un vivace papillon color triglia, che sicuramente proveniva da un cospicuo assortimento personale. Oltre a una tracolla, aveva con sé un’enorme valigia di cuoio lustrissimo.

Poiché si procedeva in ordine alfabetico, a me e a lui il colloquio fu rimandato al pomeriggio. Le due ragazze passarono nell’anticamera, e io rimasi a tu per tu con quel robusto damerino, che si guardava intorno vagamente spaesato.

Iniziammo a conversare. Sinopoli parlava con voce controllata e lievemente affettata. Seppi che si era laureato in quell’ateneo, ma alcuni anni prima; ormai non conosceva più nessuno. Anche il suo relatore (che mi era noto solo di nome) adesso era in pensione.

– Mi sembra, ad ogni modo, che le specialità dei nostri docenti siano diverse – tagliai corto io (era l’unica cosa che mi interessasse confermare).

– Sicuro – rispose, forse con ironia, mentre andavamo al portone.

La giornata si annunciava radiosa. Usciti, discendemmo lo stradone pedonale e c’infilammo in un baretto dove continuamente transitavano studenti, e dove fu salutato come un cliente abituale. A me non andava nulla; lui ordinò il terzo analcolico della lista, senza quasi leggere, e una selezione di snack, dopodiché mi guidò con decisione ad un tavolino sul fondo. Appena fu servito iniziò ad affaccendarsi sulla pietanza con lentezza certosina.

Per un po’ si dimenticò di me, immerso com’era in quel rituale. Io, che sentivo la testa svuotata, mi ripetevo torpidamente l’inizio del discorso per la commissione; all’ansia delle prime ore era subentrato il senso di indecisione e pigro pessimismo che accompagna l’attesa di un esame. A un certo punto Sinopoli posò il bicchiere vuoto al centro del tavolo, si asciugò la bocca carnosa con il suo fazzoletto di seta, e finalmente abbassò lo sguardo sul plico della tesi che reggevo ancora in mano, ripetendone il titolo – Niccolò Malpigli poeta di corte: autentici e apocrifi – con solennità quasi comica.

Riscosso dai suoi occhi che mi fissavano interrogativi, dibattutomi velocemente fra il tacere e il replicare, mi risolsi infine a riassumergli il contenuto: un po’ per sfogare il nervosismo, un po’ perché non si verificassero involontari furti di idee. Si trattava, appunto, di una ridiscussione dei componimenti storicamente in circolazione sotto il nome del Malpigli. Dalla mia indagine paleografica e codicologica (nonché da minute prove lessicali e stilistiche) emergeva che molti di essi gli erano stati attribuiti erroneamente, e dovevano pertanto essere dichiarati apocrifi. Nel parlare, la mia iniziale cautela fu presto vinta dall’entusiasmo; i dettagli che avrei voluto serbare si abbandonarono al generale fiume di parole, e mi sorpresi addirittura a citare a memoria passi del mio scritto.

– Ho già capito – m’interruppe lui a un certo punto, gesticolando come a scansare una mosca immaginaria. – Mi sembra un lavoro eccellente, confezionato secondo i precetti della buona accademia: innovazione, originalità, metodo. Buon sangue non mente. –

Conosceva dunque mio padre, almeno di nome. Più che malizioso, però, mi parve scettico.

– E dei contenuti, che pensi?

– Penso…– Per un istante lo sguardo, rannuvolato, rimase sospeso dietro la mia spalla. Si vedeva che cercava le parole con cura. Poi tornò a guardarmi con aria delicata e comprensiva. – Vedi, c’è un problema di impostazione. Ma non è colpa tua: sono le falle di questa disciplina.

– Tu vuoi forse obiettare, che concentrarsi troppo sulla paternità delle opere rischia di far dimenticare la storia della loro diffusione nei secoli. È vero – ammisi – ed è un problema che discuto nella prefazione. – e stavo già mettendo mano al mio testo, ma lui si alzò senza ascoltare. Per qualche secondo lo vidi indaffarato con un borsellino di pelle; pagò, e uscimmo nella piazza ormai sveglia e già stordita dai clangori dei tram. Io gli camminavo dietro con inquietudine febbrile.

– Non parlarmi come un manuale di filologia, per favore – rispose solo allora, voltandosi di scatto, con un’improvvisa irritazione che mi stupì. – Rifletti. Tu stai privando del loro autore alcune pagine di letteratura. Comprendi che in questo modo, oltre a renderle orfane, le condanni a una damnatio memoriae?

Più ancora che dalla totale mancanza di scientificità della sua affermazione, fui colpito dalle conseguenze che il parlare gli provocava sul piano somatico. Arrossiva molto e, forse perché adottava la respirazione di diaframma, pareva gonfiarsi dentro la camicia come un grosso palloncino; i lembi della giacca si sollevavano e ridiscendevano a ritmo. La voce era nitida e rotonda, il parlare scandito e insistente.

– Ma è ovvio che dev’essere privilegiata la verità storica. – mormorai interdetto. – Temi che i testi vengano dimenticati dalla comunità letteraria? Beh, lo studioso deve darsi da fare perché ciò non accada.

– All’inizio, forse – strizzò l’occhio – Ma col tempo, che succederà? Vedi, ciò che mi preoccupa è che quella bellissima cicatrice, che tu infliggi con orgoglio in nome della…verità…alle opere del tuo Malpigli, è parte di una crociata ben più grande, e forse assai pericolosa, ai danni della memoria culturale. Nomi che si cancellano, si spostano, si stravolgono nei criteri di giudizio…alla fine non ci rimane più niente.

La sua testa cucurbitacea era divenuta paonazza, le labbra umide e opulente tremolavano all’emissione dei suoni come corde pizzicate. Ebbi quasi pena di lui, e mi sentii magnanimo per averlo interpellato da pari a pari. Parlando, ci eravamo spinti sino ai vicoli; in lontananza il sole si affilava sulle antenne, e c’era un’aria deliziosamente estiva.

Dalla tracolla Sinopoli aveva estratto un rotolo voluminoso. Ne svolse qualche centimetro davanti ai miei occhi: la scrittura a mano si allungava su due sole righe; quella superiore in un’ampia e svolazzante bella copia, quella inferiore piccolissima e serrata.

– Le poesie di Hortênsio Hórtalo Siqueira – fece. – Questa è la monolassa Vale, una delle più belle.

– Mai sentito nominare.

– Abita da anni in Italia, ma è portoghese. Guarda. La riga sopra è il testo autografo; qui sotto c’è il mio commento. È scritto tutto di seguito perché è un esperimento di scrittura automatica, anzi, di “fisiografia”, come la chiama lui; vuole rimuovere qualunque filtro razionale, comprese le pause della punteggiatura, per far emergere l’essenza della natura in cui vive. Nemmeno a dirlo – trasse un respiro a pieni polmoni – ciò che invece emerge, suo malgrado, è il ricordo dolceamaro del Portogallo, tanto più forte quanto più disperati e forzati sono i tentativi di una nuova integrazione. Prendi la saudade, aggiungi quel tanto di artificialità da cui la nostra epoca non può scappare, ed eccoti un prodotto degno dei tempi. – Mi mollò il rotolo fra le mani, m’invitò a esaminarlo per quanto volessi. Fu inutile, perché non capivo il portoghese.

Fu allora che mi illustrò il suo progetto. Eravamo giunti nel vecchio cortile di Scienze Naturali; ogni tanto una rondine si posava sui cocci e su rottami rugginosi di sedie, accatastati sugli sterpi. Lui sferrava colpetti a quel disordine, col fianco dei tacchi, cumulandolo verso il centro.

Ciò a cui ambiva – spiegò – era la pubblicazione di un’antologia intitolata Poeti nuovissimi. Avrebbe riunito componimenti di autori da lui scoperti, e per la prima volta presentati all’attenzione del pubblico accademico. Poteva considerarsi un talent scout: ma con qualche differenza. Innanzitutto, non agiva a scopo di lucro, ma unicamente per la scienza letteraria; inoltre, non si limitava alla scoperta, ma anzi il grosso del suo lavoro consisteva nello studio e nel commento degli autori (ed era precisamente questo, aggiunse, a qualificarlo come critico anziché come semplice rotella di un ingranaggio editoriale).

A immediata dimostrazione esibì alcuni fogli che aveva tratto fuori dalla tracolla. Un tale Luca Bisi saltava all’occhio per i criteri di regolarità estetica che evidentemente adottava: ciascuna parola era simile alle altre per lunghezza, e la disposizione dei versi andava a comporre un quadrato. Diversamente, una scrittrice di nome Clara Campodonico lasciava sulla carta versicoli frantumati e nervosi; l’argomento delle poesie era sempre lo stesso evento di guerra, una strage di civili in Liguria della quale erano state vittime certi suoi antenati.

– Però non capisco – intervenni. – Considera tutta la letteratura che finora è stata scritta, e sulla quale il critico può lavorare. Non basterebbe una vita intera per conoscere i grandi del passato, o anche solo per tenersi al passo con i più recenti. Perché dunque mettersi a studiare autori non ancora scoperti?

– Diciamo – sogghignò – che riparo i danni che combinate voi filologi. Tu cancelli, io ripopolo il deserto. Se ci pensi, è un perfetto ciclo biologico.

– Ma non mi pare che tutta questa novità sia necessaria – insistetti.

Lui scosse la testa a lungo.

– Non ne sarei così sicuro. Voi vi inquietate al pensiero della novità, quando in realtà ciò che perseguite avidamente è proprio il nuovo. E non arrischiandovi ad affrontarlo di petto, ricorrete all’espediente di dirvi conservatori, paladini dell’antico, e al tempo stesso zac!, una stoccata qui, un’insinuazione laggiù, una protesta ben confezionata ai danni del collega di scrivania…questa è la vostra discutibile originalità. Quanta meno ipocrisia, e quanta più soddisfazione, nel dichiarare la propria fede nella novità assoluta! – A stento deglutii un accenno di protesta.

Frattanto Sinopoli, palpando la seta scura di cui era intessuta la fodera della giacca, trovò infine il taschino e ne estrasse un pieghevole; lo spiegò completamente rivelandone le grandi dimensioni; era quasi interamente riempito da una grafia minutissima. Si trattava di una griglia incredibilmente articolata, tanto che ciascuna delle voci, sia quelle sull’asse delle ascisse (lungo il quale si leggeva: Tratti stilistici) sia quelle disposte sulle ordinate (Contenuti), si diramava a sua volta in più opzioni, e da queste ultime germinava un ulteriore sottolivello, tanto che si ottenevano in totale parecchie centinaia di caselle: alcune vuote, molte compilate con nomi. Non era altro – dichiarò con un briciolo di amarezza – che la classificazione tipologica dei “suoi” autori, sia quelli già scoperti, sia quelli ancora da trovare.

Infatti la sua ricerca (soggiunse) aveva come principio l’adattabilità dei poeti a quello schema: ciascuno doveva rigorosamente soddisfare una precisa possibilità letteraria. Siqueira, ad esempio, rappresentava il tratto stilistico Eclettismo (e in particolare la sottocategoria Sperimentalismo metrico, e il suo sottoinsieme Ipertrofia del verso) e il contenuto NaturaContemplazione della natura à Malinconia). Data la straordinaria quantità di materiale poetico disponibile ai nostri giorni, contava di riempire presto le caselle vuote.

Mentre snocciolava esempi, viaggiando col dito su e giù per quell’insolita mappa, mi confidò anche alcuni dubbi. Era indeciso su quale autore promuovere a rappresentante dello stile Epico-didascalico: genere che, a fronte di un sorprendente ritorno di popolarità, urgeva mettere al riparo da proliferazioni dozzinali. E all’interno di questo genere, come scegliere fra coloro che vi associavano il soggetto Cibo? (e mi sottoponeva le opere candidate – erano effettivamente lunghi poemi psicologico-narrativi; rinomati chef ne erano protagonisti; straripavano di calligrafiche divagazioni su buona e cattiva alimentazione, sui capisaldi della nutrizione, sulle finezze dell’arte culinaria).

– Quindi, – feci io ironico, – nel caso più nomi si prestino a occupare una casella, ne scegli uno solo. È così?

Il rossore tornò ad avvampargli le gote mentre corrugava le sopracciglia, in quello che pareva un sincero tentativo di farsi comprendere.

– Non proprio. Per ciascuna casella decido un nome-guida: il che è assolutamente necessario, altrimenti i rapporti reciproci spariscono, i significati si deteriorano e si sviliscono!…Ma in subordine a questo nome-guida, ovviamente, tutti gli autori affini vengono listati.

A quel punto accennò all’enorme valigia di cuoio, che sino ad allora aveva trasportato senza troppo sforzo, e che ora giaceva ai suoi piedi come un lustro pachiderma. La spalancò. Il coperchio ricadde fragorosamente sull’altro lato, e subito mi sembrò che un gigantesco nido di formiche tracimasse fuori in ogni direzione: innumerevoli pile di carta, su cui brulicava la minuscola grafia di Sinopoli (testi, commenti, giudizi, somiglianze, differenze…) ruppero i ranghi, scivolarono via dalle fettucce di cuoio che le compartivano; si mescolarono, si sparsero sull’erba, alcune il vento le mulinò via.

Per qualche secondo Sinopoli fissò smarrito l’oggetto ribelle.

Poi lo vidi chinarsi lentamente su quel mare di carta, come un palloncino afflosciato. Nella grinta del suo sguardo si era aperta la crepa di una preoccupazione: quella, umanissima, dell’idealista a contatto con la realtà. D’istinto mi diedi ad aiutarlo; capii che da quel momento non avrei più controbattuto, se non per puro esercizio di retorica.

– Era prevedibile – mormorò flebilmente, mentre separava e impilava i fogli – Sono troppi. Più cerco di dare un senso a questa selva, più la selva si intrica. Non so più dove metterli: ho poeti in tutte le tasche, nella cartella, nella valigia, a casa mia poi non ti dico, è come stare in un magazzino!…Il fatto è che alcune categorie paiono inesauribili. La voce Frustrazione cresce e si ramifica giorno dopo giorno. Lo stile Sentimentale, non parliamone. E la ricerca è così lunga! Internet, riviste, passaparola…In più, occorre anche fare i conti con i più riluttanti. Ci sono pure loro, sai?, o per un certo irriducibile perfezionismo…o magari perché si proclamano poco ambiziosi–, concluse seccamente. Frattanto, cercando nel cortile recuperavo i fogli e glieli passavo uno a uno. Lui se li rigirava in mano, li distribuiva in plichi, livellava questi ultimi in perfetti parallelepipedi, li restituiva alla pancia del bagaglio, con carezze insospettabili per quelle tozze dita.

Pazientemente, a furia di incastri, ricomponemmo tutto; l’interno della valigia raggiunse l’olimpica simmetricità del fregio di un tempio.

– Comunque, a me pare – feci io, ma più che altro per dire qualcosa – che questa sistemazione non aderisca alla realtà, ma a un a priori che è solo tuo.

Nel frattempo lui si era rialzato. Ricordo la sua sagoma contro il sole ormai alto e generoso. I suoi occhi azzurri insistevano sui miei.

– Io sono un critico – scandì piano – e il dovere di un critico (o di un umanista, se preferisci), non è quello di educare una collettività, garantendole…non dico nemmeno valori, ma almeno delle nozioni di riferimento?…Utilizzare l’arte per interpretare la realtà, ecco. E invece, proprio quando più ce ne sarebbe bisogno (in questo scompigliato mondo d’oggi, che di riferimento non ne ha nessuno, che smarrisce perfino i concetti fondamentali e orientativi per l’esistenza), l’arte rimane vittima della generale isteria; viene anatomizzata, su di lei si sfoga la propria nevrosi. Perciò – concluse schioccando le mani sulle cosce, con ritrovata sicurezza – io credo di fare il mio dovere offrendo la poesia in forma di almanacco: una guida alla modernità, ai suoi elementi. –

Poco a poco, la consueta enfasi tornava a scorrere nella sua voce.

– …Soprattutto, il lettore deve essere rassicurato che gli aspetti deteriori sono equilibrati, da qualche parte, da principii analoghi e opposti (in un’ottica di rieducazione un po’ di ottimismo si rende necessario, o no?…). Per esempio. Esibisco tutto lo spettro delle stramberie sessuali?…sì, ma anche tutte le forme dell’amore più romantico. Le poesie della Campodonico illuminano risvolti inquietanti della nostra storia passata?…d’accordo, ma io do voce anche a chi testimonia diversamente. La monolassa di Siqueira può disturbare, così scritta su una riga sola?…ma io ho anche il mio poeta “in colonna”, eccolo, guarda. – e mi indicò, nella distesa di carta, quella che pareva una fila verticale di monosillabi. Poi, chinandosi verso la valigia, ne fece scattare la chiusura, con evidente soddisfazione.

Ricordo che a quel punto fui invaso da un’insofferenza di quella situazione e dal desiderio improvviso di agire – come, non lo sapevo; probabilmente liberandomi dal convegno con quel perfetto sconosciuto, di cui oltretutto non m’importava nulla; o forse era un fastidio più radicale, esistenziale. I dettagli della tesi, i consigli tecnici di mio padre, Malpigli, il codex unicus, tutte le lacune testuali si affastellavano caoticamente dentro la mia testa; non riuscii a venirne a capo; mi rinserrai nella mia impotenza. Sinopoli aveva ricominciato a descrivere i suoi poeti, cantilenando come se dischiudesse uno per volta i preziosi cassetti di un’arca, o amministrasse un rito sacro. Italiani e stranieri, religiosi e atei, uomini, donne, bambini, di varia estrazione sociale e orientamento politico, tutti scivolavano sulla superficie della mia coscienza senza quasi penetrarvi. Come da un mondo annebbiato mi giungeva il gonfiarsi del suo corpo, e udivo la sua voce variare lenta e compatta, come una colonna d’aria.

A un certo punto s’interruppe; allungò teatralmente il braccio; un orologio d’oro fece capolino dal polsino. – Forse è meglio se ci avviamo.

Rientrati sulle soglie del corridoio c’imbattemmo nei membri della commissione, che tornavano allegri dalla mensa. Sinopoli fu subito chiamato. Prima di entrare si voltò e mi sussurrò: – A parte tutto, congratulazioni. Il premio è già tuo –, che era come dire, è già mio. Io stesso ne ero convinto, e nel mio cuore glielo augurai.

Con gli anni dimenticai l’episodio; mi tornò in mente all’improvviso (come dicevo), grazie a quell’articolo inviato alla mia rivista. Vi si denunciava uno scandalo accademico; si dichiarava, con abbondanza di prove, l’invalidità delle pubblicazioni del professor Cesare Sinopoli. La motivazione: tutti i testi di Poeti nuovissimi, da lui attribuiti ad altri, erano in realtà opera dello stesso Sinopoli. Com’era prevedibile, la notizia si diffuse, andò in pasto agli squali dell’Accademia e ai più modesti cultori dell’aneddoto, ne nacquero torrenti d’inchiostro: più o meno come succede nei casi di plagio – laddove la logica che aveva sorretto una simile carriera come altro poteva definirsi, se non come sistematica, forse beffarda, inversione proprio del principio del plagio?

Io, per un’inveterata abitudine, mi posi il problema di dove stesse la causa; raccolsi (puro amor di speculazione) le opinioni in proposito. C’era chi parlava di horror vacui del collezionista, o di euforia del falsario. Qualcuno accennò a disturbi di personalità. Altri invocarono romanticamente il conflitto fra vocazione all’arte e angoscioso rifiuto di sé. È stato anche sostenuto che Sinopoli, indovinando che a ogni carriera accademica soggiaceva un’estrema settorializzazione della competenza, avesse creato ad hoc un terreno che non potesse essergli strappato.

E pensandoci, questa sembra anche a me – in dubio, pro reo – l’ipotesi più probabile.